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sabato 21 maggio 2016

Giacinto Pannella detto Marco è morto.

L’ultimo regalo di Marco Pannella: il pianto degli ipocriti.  Gli interventi di Adriano Sofri e Giorgio Napolitano paradigmatici della trita retorica di sempre. Lacrime da vitelli nel pubblico mentre nel privato chissà. Comunque vale sempre il detto: dei morti non si deve che dire bene.

Marco Pammella morto a 86 anni
All’età di 86 anni, cinque in più della media degli uomini italiani, e con un paio di tumori, polmoni e fegato, nonché innumerevoli metastasi, Giacinto Pannella in arte Marco è morto. 
L’evento, date le premesse, tutto sommato ci sta. Quel che non ci sta è la caterva di paginate grondanti trita retorica che gli sono state dedicate. Gli interventi di Adriano Sofri su Il Foglio e di Giorgio Napolitano su l’Unità in questo sono paradigmatici, con l’aggiunta di quintalate di politici e giornalisti che si sono messi a lacrimare come vitelli. Pubblicamente. Nel privato invece chissà. Oggettivamente sia gli uni che gli altri muovono a pena. Chissà se Giacinto in arte Marco avrebbe apprezzato. Se si pensa all’inventore di assurdi calembour, liberale-liberista-libertario (le tre cose non stanno insieme neanche volendo forzare la logica) o fascista-sfascista, magari anche sì, alle personalità megalomaniche ed istrioniche gli eccessi piacciono. Però forse (dicesi forse) è fargli torto.

Quel che è certo è che i tanti lacrimanti sono sempre stati molto, ma molto lontano da lui, dalle sue idea e dalle sue provocazioni. Per esempio il referendum sull’abolizione del finanziamento ai partiti, tanto per dirne uno. Quello dove i lacrimanti sono stati oltremodo vergognosi. Qualcuno su Rai radio 3 ha detto: «c’è da chiedersi quanti di questi l’hanno votato» e s’è immediatamente risposto: «pochi.» O forse anche nessuno. Paccottiglia di scarto. Sono infatti gli stessi che lo ritenevano molesto. E molesto spesso Giacinto Pannella detto Marco lo è stato per davvero. Con certe sue invenzioni cervellotiche che davano l’idea di essere studiate più per tenere lui, tanto, e un poco anche il Partito Radicale, sotto l’occhio dell’opinione pubblica. Opinione pubblica che comunque si liberava delle sue provocazioni con una scrollata di spalle e non lo seguiva.  Ché qualche volta il buon senso vince. E le sue iniziative perse sono state più di quelle vinte. Ma questo ci sta quanto le iniziative sono tante: più ne fai e più ne vinci, più ne fai e più ne perdi.

Anche l’ultima delle sue battaglie, quella sulle carceri, ha avuto poco seguito soprattutto tra i suoi novelli lacrimanti. Una battaglia di poco costo e di molta resa  e forse proprio per il rapporto costo/resa l’interesse è stato poco. Come dire inversamente proporzionale.

I romani dicevano che dei morti si deve solo dire bene (de mortuis nihil sine bene dicendum est), cominciavano già ad essere democristiani prima del tempo. Sarà l’aria della capitale. I vitelli piangenti di oggi continuano nella tradizione. Qualcuno però si chiama fuori  e non ci sta.

giovedì 1 gennaio 2015

Il discorso di fine d’anno di Napolitano: doveva essere un monito e si è trasformato in una pizza.

Ultimo discorso di fine anno del Presidente Giorgio Napolitano. Tre ingredienti: autoreferenzialità, se c’ero dormivo, mal comune mezzo gaudio. Finale con minaccia: «Resterò vicino agli italiani»

Così anche quest’anno si è svolto il trito e frusto rito del discorso di fine d’anno del Presidente della Repubblica. Mediamente, negli ultimi settant’anni in cui sono stati recitati, quasi tutti si sono dimostrati dei piani esercizi di retorica: si diceva agli italiani del bene che avevano fatto e di quanto dovessero impegnarsi per il futuro. Discorsi banalotti che appena sfioravano i problemi della gente e comunque lasciavano il tempo che trovavano. Quanto a incidere sulla realtà lo zero era quasi assoluto. Un paio di giorni dopo, il 2 gennaio, i giornali, tutti, se ne uscivano con il solito commento: «discorso di alto profilo politico e morale.» Nel frattempo il Paese caracollava per i fatti propri. Alcune volte (rarissime) al meglio mentre in altre (la più parte) al peggio. Il cinismo italico è sempre riuscito a digerire qualsiasi pizza anche le peggio cotte. E, al di là del gioco delle parti, digerirà anche questa nona volta di Giorgio Napolitano.

Come nelle migliori tradizioni degli ultimi anni quello di questa sera doveva essere il solito monitone (grande monito) e invece si è trasformato in una lunga pizza con ingredienti sciapi, patita senza nessuna eccitazione. Neppure quella della contestazione che sembra oramai non faccia più effetto. Gli ingredienti quanto mai amalgamati del monitone alla fine sono stati tre, come nella pizza margherita. Il primo: per fortuna c’ero io. Il secondo: se c’ero dormivo, Il terzo: mal comune mezzo gaudio.

Subito calata neanche fosse un carico da undici punti (per gli amanti del tresette) è stata l’autoreferenzialità: quale sarebbe stata la situazione del Paese senza di me? Risposta immediata: ho tenuto in piedi la legislatura (che magari sarebbe stato meglio agire diversamente) «con ciò contribuendo a sfatare quell’idea di instabilità che accompagna da quasi sempre l’immagine del Paese.» Senza contare che «vedo l’importanza delle riforme istituzionali che sono in atto» non ultima quella elettorale. Infine l’afflato patriottico «Ho fatto del mio meglio per rafforzare l’unità nazionale.» Insomma una viva e vibrante autosoddisfazione. Contento il Presidente, contenti tutti. Per quel che ne cale.

Il secondo ingrediente, mozzarelloso quanto basta, è consistito nella denuncia, non viva e neppure tanto vibrante, dei mali di sempre che sono stati definiti « Debolezze e distorsioni antiche nella struttura sociale»  Che poi si chiamino corruzione, mafia, mondo di sopra e mondo di sotto paiono solo accidenti della storia. Patologie. E comunque bisogna «bonificare il sottosuolo della nostra società» Come? «Con intangibili valori morali.» E non è «Bollando la politica come inetta» che si ottengono soluzioni. A corollario il solito «Assillo per la condizione dell’economia, la disoccupazione gli scarsi consumi» e via banalizzando. Mancava a questa parte la domanda d’obbligo: ma Lei Signor Presidente dov’è stato dal 1953 ad oggi?  Se la risposta fosse «su Marte» la soddisfazione negli interlocutori, questa volta sì, sarebbe viva e vibrante. E soprattutto capirebbero il senso del discorso.

Il terzo ingrediente è dato dal fatalismo napoletano. «Non dobbiamo chiuderci nel nostro limitato orizzonte» Oggettivamente suona un po’ provinciale. «Guardiamo fuori e così vediamo che i problemi mondiali sono più grandi.» Come non averlo pensato prima? Ecco perché è stato coniato il detto mal comune mezzo gaudio. Anche se poi Vasco Rossi ha spiegato che il mal di pancia non si può condividere. E dovendo scegliere un maître à penser  magari conviene prendersi il secondo: più vicino alla vita di tutti i giorni. E poi il buon senso vola al livello delle persone normali.

Il prefinale è stato nostalgico: ritorniamo al  «Senso di solidarietà, del dovere e delle istituzioni degli anni del dopo la guerra» Già di quando, nel 1953, il giovane deputato Giorgio Napolitano occupava per la prima volta il seggio in Parlamento. Sempre nella speranza che non ci si auguri una guerra per avere un dopo guerra.

Il finale invece è stato quasi minaccioso: «Resterò vicino agli italiani.»  Magari anche no, grazie.

venerdì 24 ottobre 2014

Le dichiarazioni della settimana: Renzi, Napolitano, Berlusconi. Carine

Il bello del vivere nel Belpaese è che non ci si annoia mai. E soprattutto viene difficile perdere il buon umore. Quand’anche le cose vanno da schifo basta aprire un giornale dare un’occhiata alle dichiarazioni dei big della politica e magari anche dell’economia e subito torna il buon umore.

La dichiarazione di Renzi:«È finito il tempo delle lettere segrete.»
Sempre di buon umore, divertito e divertente, è il Presidente del Consiglio e nulla sembra smuoverlo da questo suo stato dell’animo. Neanche la lettera, tutta ringraziamenti e legnate, che gli ha inviato il gelido Jyrki Katainen in risposta alla sua bozza di legge di Stabilità. Per far contenti gli italiani Renzi ha pensato bene di renderla nota all’orbe terraqueo. Il Presidente della Commissione europea Barroso se ne è avuto a male e un po’ rudemente da detto che queste cose non si fanno e ha invocato la legge sulla privacy. Il nostro ha risposto che: «È finito il tempo delle lettere segrete, pubblicheremo tutti i dati di questi Palazzi, ci sarà da divertirsi ….» Già ci sarà da divertirsi. Magari gli italici avrebbero voluto divertirsi anche leggendo quello che c’è scritto nel famoso patto del Nazareno. Senz’altro si scompiscerebbero. Come si scompiscerebbero in Parlamento e in Vaticano e in Confindustria. E magari si scompiscerebbe pure la magistratura. Nessuno si scandalizzerebbe per la forma se, come ebbe a dire il bronzeo Toti, sono quattro o cinque punti scritti a mano sulla carta del pane. Nel Belpaese si è abituati a ben altro.

La dichiarazione di Napolitano: «Insofferenza per i vecchi assetti di potere.»
Poiché un titolo onorifico fa sempre chic ed è pure ben ambito continua a girare per il Paese anche quello di Cavaliere del Lavoro. Oddio, visti alcuni precedenti non ce ne sarebbe da far gran vanto ma la memoria è corta anzi cortissima mentre la vanità è ampia anzi amplissima. E poi un titolo è come un sigaro: non lo si nega a nessuno. Quindi a Roma, al Quirinale, nuova infornata di Cav. e il capo dello Stato Giorgio Napolitano parlando ai neo Cavalieri del Lavoro ha lanciato un nuovo e sentito, oltre che vibrante,  monito da cui, per comodità,  si estrae solo questa perla di rara saggezza: «Si sta diffondendo un clima di insofferenza per il trascinarsi di vecchi assetti strutturali e di potere.» Si intuisce che sotto i paludati abiti e le felpate frasi batte ancora il cuore del vecchio rivoluzionario di professione. Così Lenin chiamava i funzionari del partito comunista. Certo Napolitano non poteva essere più esplicito. Magari si poteva marcare un po’ di più che il clima di insofferenza non si sta diffondendo adesso ma ha ormai permeato ben bene tutta la società e anche da un bel pezzo e che non di insofferenza si tratta ma di un sentimento assai più ruspante e che mette in agitazione, sopra e sotto la cintola, non pochi organi degli italiani. Soprattutto da chi quei «vecchi assetti strutturali e di potere» li ha visti nascere e corroborarsi anno dopo anno da quando nel 1953 si assise per la prima volta in uno scranno della Camera.

La dichiarazione di Berlusconi:«Dico sì a unioni gay e jus soli.»
Proprio vero che nulla è scolpito nella pietra ed una volta per tutte. Anche il più macista dei macisti, quello che ad ogni piè sospinto sottolineava il fatto di non essere gay si è convertito. Al formale tiepido buon senso, almeno. Gli omosessuali, uomini o donne che siano, sono persone come tutte le altre e come tutti debbono avere gli stessi semplici diritti. E quindi come se nulla fosse eccolo declamare: «La famiglia tradizionale è il cardine del nostro Paese ma lo sono di più l’amore e la dignità.» Sorbole! E poiché il domiciliato di Arcore ama stupire ed ormai era lanciato ecco la seconda perla: « Dare la cittadinanza ai figli degli immigrati è doveroso.» Mica male arrivare a simili conclusioni alla soglia degli ottant’anni. Chissà a quali vette di aperturismo rivoluzionario potrà arrivare quando sarà dalle parti dei cento anni.


Comunque su queste battute si sono divertiti tutti meno i soliti guastafeste: la cancelliera Merkel, ma i tedeschi non hanno un gran senso dell’umorismo, quelli che volevano diventare Cavalieri del Lavoro ed erano pure disposti a pagare (metaforicamente s’intende) ma non ce l’hanno fatta e poi Fitto, Gasparri e qualche altro scartellato di Forza Italia. L’unico che non la pensa come Berlusconi ma si è fregato le mani dalla contentezza è stato Salvini: i razzisti e gli omofobi rimangono parco suo.

venerdì 10 ottobre 2014

La forma e la sostanza: il caso di Sabina Guzzanti.

La frase della Guzzanti a Palermo la definirebbero “una scemenza col botto”. Come dargli torto.

«Solidarietà a Riina e Bagarella privati di un loro diritto. I traditori delle istituzioni ci fanno più schifo dei mafiosi.»  
Questa volta Sabina Guzzanti non ha fatto ridere e neppure castigato i costumi. Per dirla come va detta ha semplicemente fatto una grossa, enorme, colossale scemenza. Pure pericolosa. Per come questa sua esternazione potrebbe e può essere strumentalizzata. Da Sabina Guzzanti, per storia e cultura, ci si aspetta molto di più sia in termini di contenuti sia di stile. Da quando in qua si solidarizza con i mafiosi? La frase, eversiva, avrebbe potuto essere etichettata come “dal sen fuggita” se fosse stata colta durante una conversazione: non sempre lingua e cervello sono collegati. Come il caso dimostra. Risulta invece particolarmente grave perché scritta e come soprammercato proprio su twitter che a star dentro quei 140  caratteri con un qualche senso ci vuole un certo impegno. Anche se si tratta di stendere un pensiero bislacco.

Nel caso specifico forma e sostanza si fondono così bene da distogliere l’attenzione dal vero punto della questione: uno Stato è tanto più forte quanto più sa confrontarsi apertamente e con sicurezza con i propri nemici. E così i più anziché concentrarsi sulla questione della forza dello Stato che si esplica nel riconoscimento dei diritti della difesa, negata, e dei rischi che questo comporta, non solo per il procedimento ma anche come precedente, si son messi a chiacchierare del flop dell’ultimo film della Guzzanti. Una bagatella irrilevante. Che gli imputati abbiano diritto di assistere alle testimonianze, a favore o contrarie, durante il processo lo stabilisce il codice di procedura penale. E tant’è.

Da notare che tra i richiedenti non ci sono solo i mafiosi ma c’è anche Nicola Mancino, per nove legislature in parlamento, nonché ex ministro del’Interno e, per incidente della storia, anche vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
La questione peraltro ha avuto un percorso tutt’altro che lineare. In primis è stata ammessa la testimonianza del Presidente della Repubblica che subito si è affrettato a far sapere di non aver nulla di rilevante da raccontare ai giudici. Che se tutti i testimoni facessero così i processi correrebbero spediti come fusi. A questo è seguita la richiesta da parte degli imputati di poter assistere, almeno con collegamento audio video, alla testimonianza presidenziale. Richiesta accolta dalla procura della Repubblica. Poi la Corte d’Assise dice che tutto si può fare meno che far partecipare gli imputati se non tramite i loro legali. Che ci mancherebbe pure questa e magari anche la secretazione della testimonianza.

Comunque tutto ciò posto il rischio vero è che il procedimento, proprio per questa assenza, venga annullato. Richiesta già avanzata da Mancino al quale l’esperienza in Csm deve aver insegnato qualcosa. E se poi la richiesta di annullamento sarà accolta? Probabilmente si finirebbe con l’aggiungere la questione Stato-mafia alla pila dei fascicoli dei casi irresolubili. Non sarà il primo e non sarà, purtroppo l’ultimo.  Parlare oltre della frase della Guzzanti di fronte a questa eventualità è tempo inutilmente speso.

domenica 16 febbraio 2014

La consultazione delle beffe

Un invito ad una consultazione è come una sigaretta: non la si nega a nessuno. Questa volta però c’è stato chi ha risposto: «Grazie, io non fumo» Si fa finta di non sapere chi avrà l’incarico di formare il nuovo governo. Intanto gli si dà più tempo per i suoi patteggiamenti. Sembra di assistere alla Cena delle beffe di Sem Benelli. C’è solo da indovinare chi dirà la battuta :«E chi non consulta come me peste lo colga.»



I padri costituenti erano a tal punto malati di democrazia che hanno pensato bene di distribuirne a piene mani in tutti i passaggi istituzionali. Così hanno deciso che, quando cade un governo e se ne deve formare un altro, il Presidente della Repubblica convochi mezzo mondo a partire dai Presidenti Emeriti, che poi sarebbero quelli precedenti e quindi i presidenti di Camera e Senato e infine tutti i gruppi presenti in parlamento. Anche il gruppo misto e le minoranze che più minoranze non si può.

Un invito ad una consultazione è come una sigaretta: non la si nega a nessuno. Questa volta però c’è stato chi ha risposto: «Grazie, io non fumo» che detto fuor di metafora sta a significare non credo che queste consultazioni siano cosa seria. L’hanno fatto in due: i leghisti e i 5 Stelle. I primi perché che dopo aver guazzato nei governi berlusconiani ora sono impegnati in operazioni di imenoplastica, cioè cercano di ridarsi una verginità antisistema. I secondi, i ragazzi pentastellati sono così abituati a dire no che se dovessero dire un sì sarebbe come voce dal sen fuggita.  Tutti gli altri ci sono andati, sussiegosi, con l’aria di non aver responsabilità alcuna in quanto fino ad ora è successo e pure un tantinello tronfi. Comunque ognuno è com’è e poi ciascuno s’inganna come crede.

Di norma il rito inizia con i gruppi di più piccole dimensioni  e si va a salire. La durata dei colloqui è più o meno lunga a seconda del peso politico o della simpatia e da questi il Presidente della Repubblica dovrebbe trarre elementi per chiarirsi le idee e al tempo stesso individuare chi potrebbe , con una certa possibilità di successo e magari anche una qual certa dignità (ma questa è un’aggiunta non richiesta dal regolamento) assumere la guida del prossimo governo venturo. E anche questa volta così è andata. Ma con un piccolo e marginale dettaglio: tutti sapevano e già sanno a chi verrà affidato l’incarico. Questo anche se il Presidente Napolitano, che sabato sera aveva già finito il suo lavoro, mai così facile, e si è preso un ulteriore giorno prima di comunicare al popolo tutto a chi affiderà l’incarico di formare il nuovo governo. Questo tempo aggiunto è una sorta di sospensione per «dare spazio e serenità – sono parole di Napolitano - a colui che verrà incaricato di formare il nuovo governo.» 

Ma come? Non sarà Matteo Renzi l’incaricato?  E qui la patria che fu di Leonardo, di Galileo Galilei, di Enrico Fermi, di Rita Levi-Montalcini e di Margherita Hack smarrisce la logica ed il poco buon senso rimasto. Insomma a colui che non è stato ancora nominato viene lasciato il tempo per sistemare le alleanze e quelle altre cosucce  che, a esser buoni, sono chiamate passaggi affinché il suo governo possa stare in piedi. Che poi tradotto significa patteggiamenti: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. Ad una simile contorta trama  neanche Giannetto Malespini sarebbe mai arrivato. 

Giannetto Malespini è il protagonista de “La cena delle beffe” stupenda tragedia scritta da Sem Benelli. In cui un poveretto angariato da arroganti e presuntuosi si vendica sistemando le cose in modo tale che questi si eliminino tra loro. E mai come in questo momento un simile personaggio servirebbe al Paese. Che se ci si liberasse di proclami e magari pure di ricatti, e di quelli che ci stanno dietro, non ci si starebbe proprio male. Infatti a far la parte dei fratelli Chiaramantesi, che erano gli angariatori di Giannetto, ci sono quelli che voglion mettere paletti, essendo stati fino a ieri i cani da guardia della mai realizzata svolta liberale  e negano che «il lieto fine sia garantito.»  E ci sono anche quelli che esigono «segnali molto chiari e molto forti di discontinuità», che poi erano gli stessi che rivendicavano la continuità  tra il governo del povero Richetto Letta con il loro precedente e quindi quelli che promettono «una opposizione seria e costruttiva»  che il serio in vita loro va cercato con il lanternino.  E poi, come ti sbagli,  ci sono quelli che fino a ieri all’interno della stessa squadra erano contro il nuovo che avanzava e oggi, saltatori dell’ultima ora, ne fanno parte avendo massacrato un partito rendendolo irriconoscibile agli stessi suoi. Insomma nella cene delle beffe. Ora manca solo chi dirà: «E chi non consulta con me peste lo colga.» Chi sarà?




mercoledì 5 giugno 2013

Ma quanti belli saggi ha l'Italia. Letta ne scova altri 35.

L'Italia non è solo un Paese di santi, navigatori ed eroi, alla lista va aggiunta anche la dizione di saggi. Giorgio Napolitano ne ha trovati dieci, Enrico Letta trentacinque, il prossimo ne scoverà cento. Se si va avanti così si scoprirà che tutti gli italiani sono saggi. Anche se non sembra.


Gli Stati Uniti d'America non sono un paese per vecchi come hanno raccontato nel 2007 i fratelli Coen
mentre l'Italia è decisamente un paese per saggi.
Enrico Letta suona la campanella: la ricreazione continua
Oltre che essere stato, chissà se lo si è ancora un Paese di santi, navigatori ed eroi. Questo lo racconta con enfasi il duo Napolitano-Letta, Enrico Letta meglio specificare per non incorrere in equivoci anche se le differenze con lo zio Gianni si vanno assottigliando ogni giorno di più. Età e frequentazioni a parte. Buon sangue, in politica e non solo, non mente. Sarà forse perché i due Coen, Ethan e Joel, con questo film hanno vinto nel 2008 di tutto e di più: l'Oscar come miglior film oltre che miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista, che i tentativi di imitazione si sono moltiplicati. Così successe anche per gli spaghetti western di Sergio Leone. Ma quelli furono tutt'altri film.

I due aspiranti registi, che non possono vantare gli stessi esotici nomi di quelli americani,suonano infatti: Giorgio ed Enrico che così appaiati richiamano alla mente più l'insegna di un negozio di parrucchieri per signora che gli inventori di mirabolanti intrecci, hanno scoperto una incredibile risorsa del paese: la saggezza. Incredibile dictu.
Il primo a cominciare quello che si sta dimostrando un sequel fu Giorgio Napolitano che, in scadenza di mandato e non sapendo che pesci prendere, pensò di occupare il tempo di una decina di giovanotti, alcuni dei quali un po' passatelli per età, altri per brio inventivo e altri ancora per lucidità, chiamandoli e mettere a punto la ricetta per risolvere i mali del Paese. E per essere rigoroso il Napolitano a questi dieci diede la bellezza di poche settimane per esaudire il compito. Quello che negli ultimi vent'anni non era riuscito a svariati governi di tutti i colori era richiesto a questi dieci che, per nobilitarli, furono detti saggi. Che se saggi fossero stati per davvero avrebbero rifiutato l'incarico di una simile bubbola. Ma si tiene famiglia. Si sa.

Ché poi a scorrere quei dieci nomi c'è da mettersi le mani nei capelli quanto a saggezza, equilibrio, lungimiranza e soprattutto risultati conseguiti, dato che tutti bazzicano le stanze del cosiddetto potere da lunga pezza. Ché magari verrebbe da chiedersi come mai siano stati chiamati a quel compito gli stessi che non erano riusciti a risolverlo in altri ambiti e con più tempo a disposizione. Misteri italici.
Diceva Benjamin Franklin che: «fare le stesse cose nello stesso modo e sperare che il risultato cambi è pura follia.» Per non dire altro che Franklin era un gran signore.
Evidentemente Enrico Letta non si deve essere mai imbattuto in questa perla di incisiva e rara bellezza. E se c'è incappato non deve averla capita. E non sarebbe la prima volta. Infatti il giovane primo ministro del governo che a Enrico Letta stesso non piace ha pensato bene, si immagina dopo ampio e approfondito e vibrante consulto con il Presidente della Repubblica, di convocare anche lui dei saggi. E poiché, con tutta probabilità, dieci gli parevano pochi ha pensato bene di più che triplicarne il numero. Oggi sono ben trentacinque. Se dieci dovevano dare la ricetta per risolvere tutti i mali del Paese ce ne voglio trentacinque per risolverne solo uno, importante sì, come la riforma costituzionale, ma solo uno, che tutto quanto riguarda il resto, come il rilancio dell'economia, il lavoro, la sicurezza, la scuola, il territorio, l'ambiente e via dicendo al momento è messo lì, da un canto. Forse si stanno cercando altri saggi, per ciascun problema.

Che poi la Costituzione italiana sia stata scritta da ex esiliati, gente che ha preso botte a non finire e bevuto dei cicinin di olio di ricino, quasi fosse rosolio, e abbiano passato un po' della loro gioventù chi in galera, chi al confino e chi in montagna é cosa che se non tange Napolitano che pure qualcuno di quelli ha conosciuto, figurarsi se può dar da pensare a un Letta. Che infatti...

Comunque, per adesso si hanno questi trentacinque e si vedrà quel che faranno. Qualche dubbio sull'efficacia e sull'efficienza della nuova “saggeria” senz'altro s'avanza non foss'altro per il fatto che alcuni dei trentacinque han già fatto parte di quella precedente. Ma, tant'è.
Le novità non si fermano ai numeri, ma anche al genere: questa volta ci sono anche le donne, ben dieci.
Sciambola. E poi la provenienza: moltissimi vengono dalle università che dopo l'esperienza del governo di Mario Monti, è senz'altro questa una notizia che rassicura. E c'è anche un bel ripescato: Franco Frattini, che in un recente passato ha sparso la sua saggezza al ministero agli Esteri e che attualmente la impiega come Presidente della Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale. E poi c'è quello che non manca mai: Luciano Violante. Questa volta in veste di professore universitario, università di Camerino.
Bene. Tutti questi saggi avranno compiti di consulenza e di proposta che una volta formalizzate passeranno, questa è una creatività che i Coen si sognano, alla commissione dei quaranta (venti deputati e altrettanti senatori). Notare che sono cinque di più dei saggi. Qualcosa vorrà pur dire.

I quaranta discuteranno e voteranno i suggerimenti dei trentacinque e quindi sceglieranno quali trasferire alle due aule del Parlamento. E poiché l'italico popolo è composto oltre che di saggi anche di vivaci creativi senz'altro i quaranta non si asterranno dall'avere idee in proposito e dunque ci saranno delle proposte aggiuntive che molto probabilmente confliggeranno con quelle dei saggi. Ma, come si dice a Roma, nun se po' stà a guardà er capello.
E tutti saranno felici e contenti. Anche perché essere considerati saggi porta bene visto che quattro dei saggi di Napolitano sono diventati poi ministri del governo Letta. Si sa mai che anche qualcuno dei trentacinque ambisca e magari si trovi a fare qualche saltino in avanti. Le vie dei Letta (e anche di Napolitano) sono infinite. Unica precauzione è tenere il prof. Onida lontano dal telefono, si sa mai che gli scappi di dire
 che i saggi non servono a niente. L'ha già fatto. Ed è stato successo di pubblico. Ma forse conviene tenere anche gli altri lontano da ogni strumento di comunicazione: chi va con lo zoppo... con tutto quel che che segue.

By the way, in tutto questo fiorire di creatività e saggezza, si sono dimenticati di dire quanto costa la consulenza di tutti questi saggi. Come dei precedenti del resto. Che a occhio e croce è difficile pensare che vengano via per due cocomeri e un peperone.

sabato 8 dicembre 2012

Mario Monti: l'incapacità di decidere

Parabola discendente di un premier già ex che non ha saputo o voluto fare. Barcamenarsi non è mai bello e neppure fruttuoso, specialmente in politica tra centrodestra e centrosinistra.

Mario Monti e Signora Elsa
Quanta rabbia fa il sobrio e algido Mario Monti ora che pallido esce dalla Scala dopo aver assistito al Lohengrin. E quanta ancor più rabbia fa sentire delle sue dimissioni. E così si scopre che i tecnici hanno le stesse debolezze e gli stessi vizi di tutti. O di quasi tutti. Che per fortuna persone normali che sappiano dire «» e «no» con franchezza e semplicità ce ne è ancora. Ancorché pochi. Magari è gente che si trova più spesso in tram o in fila alla posta o al supermercato piuttosto che alla buvette del Parlamento.
Adesso boccheggia il senatore a vita Mario Monti, che chissà quali meriti ha accumulato il commissario europeo, nominato prima da Prodi e poi da Berlusconi, guarda il caso, per diventare tale. Come Rita Levi-Montalcini? O come Eugenio Montale? O come Norberto Bobbio? O come Artuto Toscanini? Oggettivamente altra levatura.
Certo, il signor Primo Ministro ha perso la sicumera di quando rimbrottava, giustamente e con merito, i parlamentari dicendo: «perché avete chiamato noi e non le avete fate voi le riforme?» o di quando sbertucciava Enrico Letta mostrando in favore di telecamera l'untuoso bigliettino che gli prometteva sostegno. Altro bell'esempio, che ce ne mancavano, di corsa in soccorso del vincitore. O di quando, con sgradevolezza, elencava i sacrifici che toccavano ai soliti o ironizzava sulla noia del posto fisso, lui che un posto fisso l'ha avuto spesso e che anche adesso ce l'ha già e pure ben pagato.
Lui che non ha saputo o voluto fare quando il suo indice di gradimento, già ottenuta buona parte del tributo dagli italici, toccava lo stratosferico traguardo del 74 per cento. E che aveva in mano i tre segretari ABC. Che quello era il momento per imporsi: il momento del “sì-sì” e del “no-no”. Lui che dopo un inizio di attacco all'evasione fiscale l'ha poi lasciato cadere. Perché non sono state reiterate le visite della Guardia di Finanza a Cortina, a Portofino e similari? Era misura troppo severa per chi denuncia un reddito inferiore a quello della propria commessa?

Gianfranco Polillo sottosegretario Ministero dell'Economia
ed ex funzionario della Camera 
Comodo destreggiarsi tra i governi di centrodestra e centrosinistra senza mai prendere posizioni specifiche e precise: lo snowboard è un bello sport, vista la stagione, ma anche in quello talvolta qualche situazione va presa di petto. Troppo facile fare il forte con quelli che possono solo subire. E adesso fare il debole con quei piccoletti prepotenti che battono irosamente i pugnetti sul tavolo.
A suo merito, che il credito internazionale lo si è ottenuto con la pelle degli italici, c'è che ha introdotto sulla scena personaggi pittoreschi come la professoressa Fornero che ha fatto la gioia dei comici o il conte Terzi di Sant'Agata che non è stato in grado di risolvere la questione dei due marò ma in compenso si è fatto fotografare nella magione avita o il sottosegretario Gianfranco Polillo, funzionario, in pensione, della camera, che dopo aver detto che i tedeschi lavorano e gli italiani invece no, si è vantato di aver fatto solo una settimana di vacanza. Che detto per intero non è proprio un bel vanto. Si racconta che Togliatti, a chi gli rimproverava le vacanze rispondesse dicendo: «solo chi non ha cervello non sente il bisogno di farlo riposare». O Michel Martone che ha discettato più di sfigati, materia che evidentemente conosce bene, piuttosto che di economia. Lui che vince i concorsi perché quelli avanti si ritirano.

Mario Monti e Giorgio Napolitano
Manovrare dietro le quinte con questo e con quello avendo come bussola il proverbio calabrese che recita: «mamma, Ciccio mi tocca. Toccami Ciccio che mamma non vede», non paga. Lo zio di Bonanni avrebbe dovuto dirglielo.
E poi quell'ultimo atto di arroganza e presunzione nei confronti di Napolitano quando il Presidente, dicendo della incandidabilità dei senatori a vita, dava oggettivamente una mano levandolo dagli impicci. «Di me, decido io». Fu la risentita risposta. Bene .
 Decida adesso, con la sua testa. Se può. 
Alternativamente ci sono sempre le comode, calde, tranquille e protettive ali del Quirinale.
Le occasioni perse dal signor Primo ministro per dare una vera svolta al Paese sono state tante e tredici mesi non sono pochi per chi vuole effettivamente fare.
Il pallore non è dato dalla mancanza del Re Sole. Che di Re Sole in Italia, purtroppo, non ce ne sono, né per ingegno, né per capacità, né per disegno.
Qui ci sono solo quelli che non sanno fare. È per questo che insegnano.

sabato 29 settembre 2012

E se invece ci prendessimo William Jefferson Blythe III?

No, non si tratta di un nuovo giocatore del campionato NBA e neppure del migliore e più giovane pilone della Nuova Zelanda ma di uno dei più popolari ed abili politici apparsi sul proscenio mondiale negli ultimi trent'anni.

In verità William Jefferson Blythe III è meglio conosciuto dal mondo intero come Clinton.
Bill Clinton. Grande presidente.
Il cognome Clinton lo prese, intorno ai sedici anni, dal padrigno e secondo marito della madre, rimasta vedova appena sposata .
Bene, qualche giorno fa Bill Clinton ha manifestato la sua voglia di Europa ed essendo uno dal grande fiuto qualche riflessione dovremmo farcela pure noi.
Naturalmente Bill Clinton si è espresso con il pragmatismo e la semplicità (apparente) che sono tipiche degli americani. Così ci ha fatto dunque sapere che ha le carte in regola per concorrere alle elezioni presidenziali sia dell'Irlanda sia della Francia. E in modo del tutto legale e soprattutto senza scomodare né il settimo cavalleggeri né i marines e neppure la sesta flotta della marina americana, che di solito sta nel Pacifico.
Gli danno questo diritto da un lato le origini irlandesi, riscontrabili anche somaticamente, cui dovrebbe aggiungere solo un piccolo investimento per l'acquisto di una casa. Mentre può correre per la presidenza  francese in virtù dell'essere nato in Arkansas, parte del Louisiana Purchase  (territorio acquistato dalla Francia nel 1803). In questo secondo caso non c'è neppure  il problema dell'acquisto della casa basta che dimostri di essere residente in territorio francese da sei mesi e che, questo è il problema dice Bill, conosca la lingua. Il suo francese  n'est pas parfait.
Ora considerando che in Irlanda piove sempre e c'è tanta umidità e che i francesi sono schizzinosi e,  a parte Woody Allen, per gli americani non è che ci vadano pazzi, perché non lo prendiamo noi?
In tema di oriundi il Bel Paese ha una lunga tradizione.
Abbiamo fatto diventare italiani calciatori, tennisti, rugbisti e saltatori provenienti da tutto il mondo andando a cercare e scovando, ascendenze da brivido.  Qualche volta è bastato che la famiglia d'origine avesse in casa una cuoca o un giardiniere dalle incerte radici italiane che paft: passaporto e maglia della nazionale garantiti.
Se si guarda bene nella genealogia di Bill senz'altro , a prova di scommessa, si scopre che un qualche ex garibaldino trasferitosi in Louisiana abbia conosciuto, e non solo formalmente, un'antenata di William Jefferson. Per questo  Bill è così caldo, simpatico, friendly e alla mano. E poi a noi che parli bene l'italiano poco ci importa abbiamo già Di Pietro, Scilipoti e Razzi e i congiuntivi mancati di D'Alema e Cicchitto, di peggio non può fare.  Anzi Bill ci darebbe con naturalezza un italiano dall'accento esotico e, in più, quel tocco di internazionalità che Marietto Monti cerca di farci avere. Ma lui viene da Varese e un po' di provincialismo se lo porta attaccato. Non è colpa sua.
Con Bill si risolverebbero un sacco di problemi: nessuno potrebbe attaccarlo, da sinistra  come da destra.
Non D'Alema che già l'ha osannato, non Bersani che se lo dice D'Alema lui è d'accordo, non Veltroni che gli basta l'accento americano, non Fioroni-Bindi-Gentiloni visto che ha studiato in scuole cattoliche, non la Camusso e Landini per i programmi di welfare già messi in atto negli USA e neppure Renzi, poiché non si possono rottamare i monumenti. Specie se viventi.
E anche da destra nessun problema: non da La Russa che potrebbe ricevere in regalo la divisa originale di Rip Master, il tenente della serie Rin.Tin-Tin, non dalla Gelmini che si impratichirebbe su come si organizza una riforma scolastica efficacie e seria, non da Formigoni che senz'altro ammirerebbe l'eccellenza del Family Medical Leave Act, non da Gasparri-Cicchitto-Stracquadanio che non capirebbero ma tanto non capiscono neanche quando si parla in italiano, non da Alfano che,  come noto, non conta.  A B. non gli si direbbe niente per evitare che faccia gaffes, che tanto occupato com'è col logo del nuovo partito non lo si può distrarre. E quindi...
Napolitano avrebbe finalmente un interlocutore con cui parlare inglese così sarà contento, lui ci tiene, Mario Monti finalmente troverebbe qualcuno che la crescita l'ha fatta concretamente e non solo dichiarata, per la Merkel sarebbe un'ulteriore prova della maturità italica, Hollande tirerebbe un sospiro di sollievo e ci sarà grato a vita e gli altri dell'Europa ci invidierebbero. E non solo per il sole e le spiagge. In più, fatto da non trascurare, Sergio Marchionne troverebbe  pane per i suoi denti. E le tasse sarebbero pagate.
Il trio Feltri-Belpietro-Sechi non saprebbe cosa scrivere, ma non se ne sentirebbe la mancanza e avrebbero un po' di riposo. Senz'altro gli farebbe bene. Sallusti potrebbe dedicarsi con calma alla stesura delle sue memorie dal titolo “In prigione con Betulla”. E magari poi ci potrebbero pure fare un film. Dell'orrore.
E dunque che s'aspetta: così Mario Monti smetterà di giocare un giorno a Celestino V e l'altro a Giulio II.
Che poi Bill magari viene con Hillary e così avremmo anche forte ministro degli esteri.
Eh chiamiamolo dunque Bill, il suo cartellino costa pure poco. Meno di qualsiasi governatore di regione.