Ultimo
discorso di fine anno del Presidente Giorgio Napolitano. Tre ingredienti:
autoreferenzialità, se c’ero dormivo, mal comune mezzo gaudio. Finale con
minaccia: «Resterò vicino agli italiani»

Come nelle migliori
tradizioni degli ultimi anni quello di questa sera doveva essere il solito
monitone (grande monito) e invece si è trasformato in una lunga pizza con
ingredienti sciapi, patita senza nessuna eccitazione. Neppure quella della
contestazione che sembra oramai non faccia più effetto. Gli ingredienti quanto
mai amalgamati del monitone alla fine sono stati tre, come nella pizza
margherita. Il primo: per fortuna c’ero io. Il secondo: se c’ero dormivo, Il
terzo: mal comune mezzo gaudio.
Subito calata neanche
fosse un carico da undici punti (per gli amanti del tresette) è stata l’autoreferenzialità:
quale sarebbe stata la situazione del Paese senza di me? Risposta immediata: ho
tenuto in piedi la legislatura (che magari sarebbe stato meglio agire
diversamente) «con ciò contribuendo a sfatare quell’idea di instabilità che accompagna
da quasi sempre l’immagine del Paese.» Senza contare che «vedo l’importanza
delle riforme istituzionali che sono in atto» non ultima quella elettorale. Infine
l’afflato patriottico «Ho fatto del mio meglio per rafforzare l’unità
nazionale.» Insomma una viva e vibrante autosoddisfazione. Contento il
Presidente, contenti tutti. Per quel che ne cale.
Il secondo ingrediente,
mozzarelloso quanto basta, è consistito nella denuncia, non viva e neppure tanto
vibrante, dei mali di sempre che sono stati definiti « Debolezze e distorsioni
antiche nella struttura sociale» Che poi
si chiamino corruzione, mafia, mondo di sopra e mondo di sotto paiono solo
accidenti della storia. Patologie. E comunque bisogna «bonificare il sottosuolo
della nostra società» Come? «Con intangibili valori morali.» E non è «Bollando
la politica come inetta» che si ottengono soluzioni. A corollario il solito «Assillo
per la condizione dell’economia, la disoccupazione gli scarsi consumi» e via banalizzando.
Mancava a questa parte la domanda d’obbligo: ma Lei Signor Presidente dov’è
stato dal 1953 ad oggi? Se la risposta
fosse «su Marte» la soddisfazione negli interlocutori, questa volta sì, sarebbe viva e vibrante. E
soprattutto capirebbero il senso del discorso.
Il terzo ingrediente è
dato dal fatalismo napoletano. «Non dobbiamo chiuderci nel nostro limitato
orizzonte» Oggettivamente suona un po’ provinciale. «Guardiamo fuori e così
vediamo che i problemi mondiali sono più grandi.» Come non averlo pensato
prima? Ecco perché è stato coniato il detto mal comune mezzo gaudio. Anche se
poi Vasco Rossi ha spiegato che il mal di pancia non si può condividere. E dovendo scegliere un
maître à penser magari conviene
prendersi il secondo: più vicino alla vita di tutti i giorni. E poi il buon
senso vola al livello delle persone normali.
Il prefinale è stato nostalgico:
ritorniamo al «Senso di solidarietà, del
dovere e delle istituzioni degli anni del dopo la guerra» Già di quando, nel
1953, il giovane deputato Giorgio Napolitano occupava per la prima volta il
seggio in Parlamento. Sempre nella speranza che non ci si auguri una guerra per
avere un dopo guerra.
Il finale invece è
stato quasi minaccioso: «Resterò vicino agli italiani.» Magari anche no, grazie.