
L'intervista è piagnucolosa quanto basta. D'altra
parte il piagnucolare è la malattia senile degli arroganti e nel caso di arroganza ce ne è a sufficienza per almeno tre. Quindi
ci sta. In questa il vicepresidente del Senato, in versione barbuta, ha tirato fuori i
soliti vieti e triti luoghi comuni che nell'occasione vanno sempre:
la vita, troppo breve, spesa ad inseguire le cose che non contano, la
non vicinanza alle persone amate il desiderio di riparare eccetra
eccetra. Insomma il solito paccotigliame d'occasione. Che è come il
blazer: è classico, va su tutto, fa chic e non impegna. Al dunque ha
annunciato chiaramente che smetterà con la politica e si ritirerà.
Bene, anzi benissimo. Quando? Domanda basilare, si direbbe
strategica, per poter trarre il tanto agognato sospiro di sollievo.
Risposta: «quando
saranno portate a compimento le riforme.»
E giusto per non rimanere sul vago e avere un arco temporale ha
deciso di chiarire:
«in
questa legislatura, breve o lunga che sia o nella prossima.»
Che tanto valeva dire alle calende
greche
o per essere intelleggibile anche da un padano classico con corna e
spadoni, un più semplice e veritiero “chi-lo-sa”. Dunque il
dottor Calderoli, laureato in medicina con il massimo dei voti, si
porta avanti. Anzi porta più in là la sua fuoriuscita. Peccato.
All'orbe terracqueo si smorza il sorriso. E. la speranza.
Nell'intervista
il Calderoli Roberto dice che sparava imbecillità per rimanere sui
media. Verrebbe da chiosare che anche quella in corso fa parte della
serie. Senza contare che, se proprio-proprio voleva stare sui
giornali bastava che dicesse, potendo e magari sforzandosi, cose
intelligenti. O magari anche di semplice buon senso. Ma non si può
avere tutto. Dice che a Roma, s'intuisce, ci stesse malvolentieri ma
non lo afferma chiaramente, cenava con «una
pizza e un panino pieno di schifezze».
Però l'hanno beccato con una casa fuori mazzo, poi trasformata in
ufficio e poi abbandonata. Dice che ha nostalgia dei pratoni e delle
ampolle e della genuinità di quelle rozzezze. Ma si dimentica della
Banca del Nord che ha fregato non pochi ingenui padani, delle quote
latte che son costate e costano multe salate alla Repubblica e dei
diamanti e degli investimenti in Tanzania e delle sovvenzioni date
alla scuolina della moglie del Bossi e, giusto per rimanere in
famiglia, delle ristrutturazioni e dell'elezione del Trota
nel
consiglio regionale lumbard.
Così come non gli sovvengono il falò nel cortile del ministero o
l'apertura degli uffici ministeriali in quel di Monza, giusto per
dirne altre due. Tutte pataccate che qualche soldarello sono costate
ai contribuenti. Anche padani. E che come noto erano solo fumo negli
occhi dei boccaloni di padania
dotati di corna e spadoni. A sparare bestialità razziste son
capaci tutti, anche lui, ma a metterci rimedio ci vuol del bello e
del buono. Che riempire zucche vuote non è opera facile. Dice che
aprirà un ristorante. Si spera non si ricordi delle leggi porcata
che cucinava in Senato. Perché un conto sono le leggi che il cinico
italico popolo è abituato a digerire con poco sforzo e un conto sono
i casoncelli le foiade o il brasato di asino che se sono porcate
danno dissenteria. Il che obbliga a star seduti su un trono e questo poco
assomiglia a quello del Senato.
Quindi
forse (e forse è la parola chiave) se ne andrà dal Parlamento. Se
non ci fosse mai entrato non se ne sarebbe accorto nessuno. Perchè
le fortune maggiori sono quelle che non si conoscono come racconta
Nassim Taleb in “Giocati dal caso”. Così come nessuno, a parte
Anna Finocchiaro sua grande ammiratrice e supporter nonché
correlatrice nella presentazione della riforma per il Senato, ne
rimpiangerà l'uscita. Di un Calderoli Roberto in Senato se ne poteva
anche fare a meno; il peggio s'era già visto.