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domenica 24 febbraio 2013

Mario Monti: il primo a votare. Ma non servirà.

La mamma l'ha sempre sconsigliato ma essendo uno scavezzacollo non le ha dato retta. Dal salire in politica a scendere al livello degli altri. Come distruggere un piccolo tesoretto di credibilità e fiducia in pochi mesi.

Mario Monti al seggio
Pare che Mario Monti sia stato il primo dei candidati premier a recarsi alle urne, scortato da moglie, figlia e nipotini. S'immagina che ci fosse anche quello chiamato “spread” che vederselo crescere sotto gli occhi con quel soprannome qualche volta gli darà da pensare.
Chissà se mentre stava votando, certamente per sé stesso, ha ripensato a quel che gli diceva la sua mamma (tenersi lontano dalla politica), alla sua ambizione (entrarci invece a piedi uniti) e agli errori fatti durante il governo e nella seguente campagna elettorale . Ché questi ultimi son dati dalla differenza tra l'ambizione propria e i suggerimenti della mamma.
Che avesse voglia di entrare in politica lo si sarebbe dovuto capir da subito. Infatti se un tecnico vuol rimanere tecnico quand'è chiamato al servizio del paese accetta l'incarico, riceve uno stipendio come ovvio, e poi a compito finito se ne torna all'antico mestiere. Qualcosa di simile fece tal Tito Quinzio Cincinnato, una sorta di tecnico dei tempi antichi che è andato e poi tornato dal Campidoglio ai suoi campi, era agricoltore, per ben tre volte. I Romani eran persone serie.
Mario Monti invece, che non era certo sicuro d'esser richiamato ha ottenuto (su sua richiesta? Su spontanea offerta di Napolitano?) la nomina a senatore a vita con la fantasiosa motivazione di aver illustrato la Patria per altissimi meriti in campo scientifico e sociale. Che allora a Rita Levi-Montalcini di nomine a senatrice a vita dovevano dargliene almeno tre.

Da subito ha messo in pratica, lui varesino, la nobile arte napoletana della ammuina. Prima ha esordito con un «Alla fine del mandato me ne tornerò a fare il professore» che poi, con l'avanzare dei mesi, evolveva in un «Se il paese lo chiede e potrò essere utile...» fino a diventare il 28 dicembre dello scorso anno «Accetterò di incoraggiare lo sforzo congiunto di politica responsabile e società civile nelle forme che saranno definite, accettando di essere designato capo della coalizione o dando il mio impegno per il successo dell'operazione» Roba che non si sentiva dai tempi in cui dorotei e morotei impazzavano nella politica italiana. 


Monti con cagnolino appena adottato.
 Berlusconi l'ha già fatto
Ma il paragone con i demoni-cristiani finisce lì. Perché quelli mai nella vita avrebbero dissipato il cospicuo vantaggio che a Monti era stato regalato: un indice di fiducia che veleggiava intorno al 70%. Il suo indecisionismo, la non volontà di scavalcare le obiezioni che politici ormai logori ponevano alle riforme, l'incapacità di prendere dei rischi e soprattutto il timore di rivolgersi direttamente alla gente comune superando la stretta cerchia degli amici l'ha ridotto a ben poca cosa. A questo s'aggiunga il maldestro tentativo di cambiare in corsa il suo posizionamento nella mappa mentale degli Italiani. Nella testa di tutti Mario Monti era il professore, competente, magari un po' algido ma capace di stare sopra tutti gli altri politicanti. Severo ma in grado di capire le situazioni, di poche parole perché l'autorevolezza non è fatta di lunghi discorsi da piazzista e poi ciò che conta sono i fatti. A tal punto responsabile da non fare promesse impossibili e soprattutto non autoincensarsi o stare a recriminare. Distante come ovvio e forse come giusto. Senz'altro non uno uguale a gli altri. Quindi un posizionamento unico nel panorama politico italiano. Da mistico cistercense.

Mario Monti brinda con birra. Bersani l'ha già fatto
E invece lui, proprio lui presidente dell'università che, almeno in teoria, forma i manager, ha deciso di buttare al vento il suo elemento distintivo per apparire all'esatto contrario. Per uniformarsi. Come se ad essere uguale a quegli altri ce ne fosse di vantaggio. Si è messo a fare l'amicone: dall'improbabile soprannome del nipote, alla adozione in diretta tv del cane (copia di Berlusconi) alla conseguente bevuta di birra (copia di Bersani). Si è sempre assolto dando colpe ai politici (una spruzzatina di anticasta). Ha fatto il presenzialista televisivo. E s'è messo anche a promettere la riduzione delle tasse che lui stesso ha imposto (uno zic di populismo strisciante). Poi già che c'era si è scelto dei compagni di strada, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, con i quali mai s'é fatto vedere insieme. Roba del tipo siamo amici ma che non lo si sappia troppo in giro. Che la metacomunicazione è: “pronto a scaricarli se conviene”. I due che credevano di essere furbi e garantirsi così un qualche spazio si sono trovati rottamati ancor prima di cominciare, Sembra, il Monti Mario, la reificazione del proverbio “i piedi in due paia di scarpe”.
Insomma ha cercato di essere uguale a tutti gli altri e ce l'ha fatta imitandone il peggio. Ormai è proprio uguale agli altri. Bel pensiero strategico.
Lui che voleva salire in politica è disceso al livello, rasoterra, degli altri. E non è certo un bel viaggio.
Almeno è stato il primo a votare. Complimenti professore.

venerdì 16 novembre 2012

Moriranno democristiani

Scontri a Roma, lungotevere
Mercoledì 14 novembre passerà alla storia come la giornata dedicata alla pace dei sensi. Nella Sala della Regina di Montecitorio si riuniscono Gianfranco Fini, come presidente della Camera, Renato Schifani, come presidente del Senato, Pierferdinando Casini come ex presidente della Camera e, inopinatamente, il cardinal Angelo Bagnasco. Riunione di peso, si direbbe. La seconda e la terza carica dell'italico Stato con il presidente dei vescovi italiani. Deve trattarsi di qualcosa di fondamentale se così rilevanti personalità si riuniscono nelle ovattate stanze.
Contemporaneamente fuori, nelle principali città italiane e in alcune europee si sta scatenando l'inferno. Banalmente lo sciopero europeo.
Evidentemente i quattro, che poi non sono solo loro ma pare che gli intervenuti siano anche qualcuno di più, intendono affrontare temi di estrema rilevanza e gravità: la crisi, il default,lo spread la disoccupazione, la mancanza di denaro? Già forse Bagnasco è lì per quello. Pare che gli abbiano soffiato da sotto il naso il tesoro dei salesiani. Proprio a lui. Storia strana questa, come tutte quelle che vedono coinvolte la Chiesa con mammona. Ed è anche storia antica che gira oltre Tevere da un paio di millenni. Ma non sono lì per quello.
No, non devono affrontare nessun problema. Si sono trovati per vedere un filmetto, lunghetto e anche un po' noioso. Le riprese, in cinemascope, di quando, dieci anni addietro, Woityla fece visita al Parlamento che lo accolse a camere congiunte. Come le mani durante la preghiera.
E mentre nella Sala della Regina, tra sorrisini sussiegosi e sbadigli trattenuti a stento, scorrono le immagini dell'evento con ampi passi del discorso che il papa pronunciò, fuori si scontrano polizia e manifestanti e le cariche si susseguono.
La Sala della Regina a Montecitorio, Sobria e modesta
Dentro: parte la tiritera dei discorsi ufficiali Fini racconta che fu giornata storica, Schifani, profondamente emozionato come può esserlo solo il presidente del Senato parla di spinta alla razionalizzazione morale della politica. By the way si tratta dell stesso Schifani che vuol fare una legge elettorale truffaldina per impedire la vittoria di Grillo.
Fuori intanto: si urla, si impreca e si maledice.
Dentro: il cardinal Bagnasco dice che la politica deve essere forma alta di carità. Virtù teologale, che anima e caratterizza l'agire morale del cristiano. E senz'altro dev'essere che si ispira a questa mentre tresca per non pagare l'IMU.
Fuori intanto: volano bombe carta, si spacca qualche testa, un po' di sangue annaffia i marciapiedi e i cristalli delle vetrine vengono sparsi qua e là come coriandoli.
Dentro: Fini consegna la prima copia - ma quante ne hanno fatte? - della medaglia (s'immagina d'oro) a ricordo dell'evento di dieci anni fa, incastonata in una targa dedicata a Benedetto XVI. Che non è venuto. 
Ma ha mandato un messaggio. Noblesse oblige.
Fuori intanto: si buttano i caschi rotti, i poliziotti contusi vanno al pronto soccorso i manifestanti ammaccati si fanno curare dagli amici.
A sera Fini, Schifani, Casini e Bagnansco e tutti gli altri tornano, accompagnati dalle auto blu, nelle loro case stanchi ma contenti per aver dato il loro personale contributo al Paese.
A sera poliziotti e manifestanti ritornano a casa, in tram, a piedi, in bicicletta o in motorino. Stessi quartieri, stessi condomini, stessa ansia per il mutuo, stessi problemi per il fine mese, di figli da mandare a scuola, di futuro che, come noto, non è più come quello di una volta.
Anche loro sono stanchi e per nulla felici.
Ma qui nessuno pare saperlo.