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domenica 10 agosto 2014

La Cadillac Eldorado color verde acqua - 3#puntata

Con quel foulard e quegli occhiali sembrava la reincarnazione di Grace Kelly in Caccia al ladro. Ma io non assomiglio a Cary Grant. Neanche per sbaglio.
Piazzai il suo borsone sul microscopico sedile posteriore della Duetto e mi misi alla guida, lei girò la testa verso di me e abbozzò un sorriso che sembrava dire “Bravo, ce l'hai fatta. Ora vogliamo partire?”. Risposi muto girando la chiave d'avviamento, il motore emise il solito borbottante canto e partimmo.
Mentre ci allontanavamo lanciai ancora uno sguardo pieno d'amore alla Cadillac Eldorado, color verde acqua abbandonata sulla strada che da Chia porta a Cagliari.
Lei guardava dritto davanti a sé, non disse una parola ed io la assecondai. Mi pareva di viaggiare solo e godevo della sinfonia del motore e degli scorci di paesaggio fino a quando arrivammo a Cagliari.
“Io mi chiamo Lee Jeane e tu?” disse
“Manrico” risposi secco senza distogliere lo sguardo dalla strada anche se ne avevo una voglia maledetta e sopratutto, ostentatamente, non diedi alcun segno per il confidenziale passaggio al tu.
“Bene Manrico, tu, dove abiti?”
“Nella zona di Stampace” risposi
“Allora puoi lasciarmi davanti alla stazione, prenderò un taxi. Io vado da tutt'altra parte.” disse lei.
Lanciai, senza parere, un'occhiata all'orologio, ormai mancava poco alle otto, non sarei mai riuscito ad arrivare in tempo al teatro Lirico. Il Don Carlos era perso. Mi maledìi. Ma lo feci in silenzio.
Guidai lentamente verso la stazione e quando vi giunsi non c'erano taxi.
“Se ti fa piacere posso accompagnarti” dissi sforzandomi di guardare ben dritto sulla strada anche se con la coda dell'occhio cercavo di captare ogni suo movimento.
“Io abito da una mia amica a Villanova. Conosci via san Saturnino?”
“Certo – risposi – ci abita una mia vecchia zia.” Non era vero ma mi sembrava una bella risposta.
“Okey allora andiamo là”
“Lo sai di essere molto direttiva, vero?”
“Sì” fu la risposta. Sintetica.
Dal secchiello prese il cellulare e schiacciò due volte un tasto. Rimase un bel po' di tempo con l'apparecchio incollato all'orecchio, senza parlare. Nessuno rispose alla sua chiamata.
Intanto eravamo arrivati alla fine di via Roma e dopo un paio di svolte imboccai via regina Margherita, superato il Bastione mi infilai nelle viuzze che portano a san Saturnino. Fermai dove lei mi indicò. Scese rapida dall'auto, afferrò il borsone, mi salutò con un “Bye” che aveva tutta l'aria di essere definitivo e soprattutto di non attendere alcuna risposta. Si diresse verso il portone. Spensi il motore e rimasi seduto in auto, la guardavo camminare e pensai che aveva un incedere regale.
Sciolse il nodo del foulard e lo face scivolare dal capo sulle spalle mentre pigiava il campanello. Attese una decina di secondi, pigiò una seconda volta e attese molto meno e poi in sequenza una terza ed una quarta volta. Quindi la sentì chiaramente dire: “Shit. Fucking bastard.”
Si girò, mi vide e disse. “Sei ancora qui?”
“Già – risposi – Vuoi continuare a maledire il mondo o preferisci mangiare qualcosa?”
“Tipo?” rispose
“Puoi scegliere tra carne e pesce”
“Se dico carne?” domandò
“Dovremo fare qualche chilometro ma sarà un'esperienza unica.”
“Vada per l'esperienza unica.”
Rimise il suo borsone sul sedile posteriore e si calò nuovamente nella Duetto. Spostò gli occhiali dal naso al centro della testa quasi fossero un ferma capelli e svelò i suoi occhi. Erano grigio verdi, più grandi di una moneta da due euro. Non c'è uomo al mondo che non avrebbe voluto caderci dentro. Ma erano occhi impossibili. Erano belli e infidi come un ghiacciaio in primavera.
Non mi chiese dove intendessi condurla. Era talmente sicura di sé da non temere alcuna situazione. Non si rimise il foulard e neppure fece scendere gli occhiali sul naso. Di proposito non la guardai.
Misi in moto e mi diressi verso la strada 128, direzione Barbàgia. A giugno le giornate sono infinitamente lunghe e i tramonti di Sardegna sono meravigliosi. La luce del giorno si stava attenuando pigramente mentre noi correvamo verso nord. Le auto si diradavano sempre di più. Dopo neanche mezz'ora di viaggio eravamo soli. I suoi capelli a coda danzavano nell'aria.
“Questa strada mi ricorda quella che da Trinity porta a Houston” disse.
Io tacqui.
“Sono nata a Trinity nel Texas e Houston è la più grande città dello Stato. Conosci?”
“Sia il Texas, sia Houston sia Trinity. Uno dei miei autori preferiti è nato a Trinity”
“Intendi William Goyen?”
“Sì. Esattamente lui: William Goyen. Il suo capolavoro, per me, è La casa in un soffio”
“Veramente conosci William Goyen?”
“Sì. Perché ti stupisci?”
“Non è certo uno dei più famosi Anch'io amo tantissimo The House of Breath. Racconto intrigante.”
“Molto, specialmente per le implicazioni psicologiche. Parli bene l'italiano, dove l'hai imparato?”
“Sono stata sposata per circa tre anni con professore di santa Cecilia. Ho scoperto che il miglior metodo per imparare una lingua è andarci a letto.” Sentii che rideva in silenzio. “All'inizio tutto di lui mi affascinava: la sua musica, la sua cultura, la sua cucina. Poi ho scoperto che amavo i suoi optional più di quanto amassi lui. Una volta dismessi i panni di divulgatore culturale era mortalmente noioso e prevedibile. Così abbiamo divorziato.” Rise di nuovo, in silenzio.
S'era fatto buio e da un pezzo avevamo abbandonato la strada 128 per arrampicarci verso Seùi. La luce lattea della luna illuminava la valle del Flumendosa. Lee Jeane mi toccò la spalla delicatamente, quasi un niente, che percepii solo nel momento in cui parlò.
“Fermati appena puoi – disse in un soffio e poi – voglio godere questo momento e riempirmene.”
Ora il suo tono era nuovo, particolare, non ancora udito. La sua voce si era arrochita. Istintivamente mi girai. Lei mi stava già guardando e mi sorrise con tenerezza. I suoi occhi brillavano. La luna illuminava il suo viso in pieno. Non l'avevo mai vista così bella. Anch'io volevo riempirmi gli occhi della sua bellezza,
Dovetti percorrere ancora un paio di tornanti prima di trovare un punto in cui parcheggiare. Presi dal bagagliaio un vecchio maglione che tenevo per l'emergenza. Lei ristette seduta in auto per ancora qualche istante, immobile. Poi rapida tirò fuori dal secchiello una felpa che indossò in un un attimo. I suoi capelli lanciarono un paio di lampi quando li liberò dal cappuccio che ripiegò sulle spalle. Feci il giro dell'auto e le aprii la portiera. Le sue lunghe gambe uscirono unite e quando toccarono terra mi porse la mano L'aiutai ad alzarsi. Quando fu in piedi ci trovammo vicinissimi, ci separava una manciata di centimetri. Sentivo il suo odore di donna e il suo alito caldo mi accarezzò il viso. Attraversammo la strada accennando due passi di corsa e continuando a tenerci per mano. La sua era morbida e calda. Sotto di noi si apriva la valle del Flumendosa. Il silenzio era palpabile come non mai. Sfilò la sua mano dalla mia fece qualche passo verso il ciglio dello strapiombo e allargò le braccia come per abbracciare l'intero universo. Poi mi venne vicino, appoggiò le sue spalle sul mio petto e disse: “Abbracciami.” Lo disse dolcemente. Non era un ordine e neppure una preghiera. Misi le mie mani sulle sue e la cinsi, stringendola leggermente. Il suo corpo aderiva al mio. Sentivo l'alzarsi e l'abbassarsi del suo seno sulle mie braccia. Lei appoggiò la sua guancia sulla mia. Scostai leggermente la testa per baciarla e lei con un filo di voce disse: “Non farlo. Sarebbe banale.” Rimanemmo così, sotto la luna a guardare la valle e a raccogliere la fresca brezza della notte per un tempo infinito. Fu lei a sciogliersi, si rigirò per essermi di fronte mi accarezzò la guancia sinistra e mormorò: “Andiamo.” Tenendoci per mano riattraversammo la strada. L'aiutai a rientrare in auto e ripartimmo. Il silenzio parlava per noi.
Dopo pochi chilometri incontrammo sulla destra una strada bianca che pareva abbandonata. La percorsi per circa un chilometro quando fui colpito da un fascio di luce accecante. Frenai di colpo.
“Manrico che ci fai qui?” riconobbi la voce di Efisio.
“Efisio – risposi - sei pazzo ad accecare la gente con questa luce”
“Tu sei pazzo a venirtene a quest'ora senza avvisare, con il rischio di prenderti una fucilata. - gli occhi di Efisio si erano spostati su Lee Jeane - Che ci sei venuto a fare qua? E per giunta con una donna.”
“Siamo venuti per le costolette di capretto. Buone come quelle che sa fare tuo nonno non ce n'è.”
Ge de creu (e ci credo) – chiosò Efisio in sardo – Bai ai nantisi maccu! (vai avanti, matto!).”
Percorremmo ancora qualche centinaio di metri e sullo spiazzo antistante la casa trovammo zio Gavino. Lo chiamo zio ma in realtà è il fratello di mia nonna Celestina. Da che è rimasto vedovo ha deciso di curare personalmente gli allevamenti della famiglia e si è trasferito in campagna. L'ho sempre visto vestito allo stesso modo: pantaloni , panciotto e giacca di fustagno nero, camicia bianca senza collo, stivali e berretto che si toglie solo quando entra in casa. Ancora adesso cavalca come un ragazzino.
Zio Gavino prima lanciò un'occhiata a Lee Jeane e quindi mi chiese, in italiano, perché fossi lì. Glielo spiegai e lui rispose che avevano ragione a chiamarmi su maccu (il matto). Quando gli presentai Lee
Jeane, lui si tolse il berretto, fece un inchino e baciò la mano che lei gli porgeva. Lee Jeane non fu per nulla sorpresa né confusa da questo gesto. Zio Gavino chiamò uno dei famigli e gli ordinò di preparare il fuoco, di togliere le costolette dalla ghiacciaia, di portare dell'olio, di recuperare qualche rametto di rosmarino e di stappare una bottiglia di Cannonau. Quando fu avvisato che tutto era a posto ci fece strada verso l'enorme cucina dove era il più grande camino che avessi mai visto. I due fraternizzarono immediatamente e mi esclusero dalla conversazione. Lui le svelava il suo segreto per ottenere costolette morbide e grasso croccante e lei gli diceva di quanto il Texas assomigliasse alla Sardegna, lui le raccontava la storia della famiglia e lei di quanto fossero lunghe le corna dei longhorn e brindavano a tutte le cose che avevano in comune. Ed erano tante. Era uno spettacolo vederli e quella sera zio Gavino cenò per la seconda volta. Quando fu passata la mezzanotte zio Gavino mi guardò e disse: “Stiamo risistemando tutte le stanze è rimasta solo la tua che immagino vorrai cedere a Lee Jeane.”
“E lui dove dormirà?” chiese lei
“Nel pagliaio. Come quando era ragazzo. Allora scappava dalla stanza per dormire nel pagliaio” rispose zio Gavino. E così fu.(continua 12 agosto - http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2014/08/la-cadillac-eldorado-color-verde-acqua_11.html)

sabato 9 agosto 2014

La Cadillac Eldorado color verde acqua - 1#puntata



La vidi a circa cento metri di distanza: era bellissima. Rallentai per poterla guardare meglio e gustarmene tutta la bellezza. L'avevo sempre vista solo in fotografia ma dal vero una Cadillac Eldorado lascia senza fiato. Era di colore verde acqua e a giudicare dall'assenza delle pinne posteriori doveva essere degli inizi degli anni settanta. Era parcheggiata in un piccolo spiazzo della strada che da Cagliari porta a Chia, sul lato destro. Notai che i sedili e la capote erano color panna. Sembrava abbandonata, lì attorno non c'era anima viva. Purtroppo non potevo fermarmi, ero atteso da amici per un giro in barca e la cosa un poco mi dispiacque. Non è da tutti i giorni vedere una simile opera d'arte. Allontanandomi, diedi un'ultima occhiata dallo specchietto retrovisore alla vistosa griglia cromata anteriore. Gli americani l'avevano soprannominata “il sorriso del dollaro”.Quando arrivai dai miei amici raccontai di quella meraviglia ma non vollero credermi. Dissero che in Sardegna mai si era vista un'auto simile, passammo ai preparativi per la partenza e così me ne dimenticai. Il vento di giugno in quella zona è meraviglioso e noi avevamo una voglia matta di divertirci. Bordeggiando la costa doppiammo Capo Teulada, facemmo a gara con qualche barca, ignara di essere stata selezionata per la nostra specialissima coppa di Sardegna. Quasi sempre vincevamo noi. Un po' ci raccontavamo fesserie, tanto per ridere e un po' litigavamo, sempre per ridere e così giungemmo fino all'isola di sant'Antioco. Ci fermammo in una caletta dalle parti di Torre Cappai per il pranzo. Ci divertimmo come liceali che marinano la scuola. Come sanno fare solo gli uomini quando sono tra loro. Eravamo in cinque: due divorziati, un separato in casa, un convivente free, nel senso che le cose con il suo compagno erano altalenanti e quindi un po' ci conviveva e un po' no e quando era no stava a casa mia e poi c'ero io l'unico vero scapolo. Impenitente dicevano i pochi amici e le molte amiche. Spiegavo il fatto col non aver ancora trovato “quella giusta-giusta.”

Verso le diciotto eravamo di ritorno, per un po' aiutai gli altri a sistemare la barca ma avevo fretta di tornare in città. Ero riuscito a procurarmi un biglietto, terza fila centrale, per il teatro Lirico. Quella sera davano la prima del Don Carlos, versione cinque atti. Avevo giusto il tempo di tornare a casa per una doccia, mangiare due cucchiaiate di casu axeddu con un po' di pane pistoccu, vestirmi e correre al teatro.

Quando fui nei pressi di Nora la rividi. Anche questa volta rallentai e pensai che ero fortunato perché anche ora l'Eldorado era parcheggiata nel mio senso di marcia e questa non era l'unica differenza rispetto a qualche ora prima. Appoggiata alla portiera di sinistra con l'aria più annoiata del mondo c'era una donna. Man mano che mi avvicinavo avevo modo di osservarla meglio, la donna. Era alta, sopra la media, un enorme paio di occhiali, a nasconderle il viso quasi per intero i capelli castani, leggermente ramati, erano tirati sulla nuca e finivano in una lunga coda sciolta. Deve proprio avere una gran massa di capelli, pensai. Notai anche che aveva gambe molto lunghe. Indossava una camicia bianca, maniche arrotolate all'altezza dei gomiti, che era di foggia larga e le cadeva fuori dai pantaloni di colore giallo canarino, modello Capri, che si fermavano alla caviglia, una gran bella caviglia. Era bellissima.

Fermai la mia Duetto un paio di metri oltre la Cadillac, dallo specchietto retrovisore vidi che il mio
arrivo le era rimasto del tutto indifferente: non aveva neppure girato la testa per vedere se mi fossi fermato per lei. Era nella stessa posizione nella quale l'avevo vista pochi istanti prima. Sembrava indifferente al mondo. “Bella ed impenetrabile” fu il mio primo pensiero. Spensi il motore, aprii la portiera e scesi. Con studiata lentezza percorsi i pochi passi che ci separavano. Per lei proprio non esistevo. Quando le fui vicino le chiesi se potevo esserle di qualche aiuto. Finalmente girò il viso verso di me, mi osservò per qualche secondo, neanche avesse avuto l'intenzione di comprarmi e sebbene non potessi vedere i suoi occhi immaginai che il suo sguardo fosse di fuoco.Quando finalmente parlò disse: “Crede di riuscire a farla ripartire?” Non fece neppure il gesto di indicare l'auto, era scontato. Alla definizione di bella ed impenetrabile aggiunsi di poche parole e pragmatica e abituata al comando.

La guardai, cercando invano di infrangere la barriera di quegli occhiali e mi dissi che aveva proprio un bell'ovale, poi fissai l'auto e quindi ritornai su di lei. Lei rimase impassibile. Attendeva una risposta. Allora mossi leggermente il capo per farle intendere che avevo capito a cosa si riferisse e con il sorriso più disarmante del mio repertorio risposi: “Assolutamente no.”
La sua testa ritornò nella posizione iniziale e si mise a guardare qualcosa nell'altra parte della strada. E con questo, probabilmente, intendeva comunicarmi che la nostra conversazione era finita.
“Però posso provarci – aggiunsi - al massimo non partirà.”
Lei mi riguardò e questa volta abbozzò un sorriso. Aveva bei denti, regolari e bianchi e le sue labbra erano carnose. Aggiunsi alla lista delle caratteristiche, piazzandola tra i primi posti anche sense of humor.

Le chiesi di salire in auto, e di aprire il cofano motore, toccai qua e là a casaccio: prima le candele, poi quello che immaginavo fosse lo spinterogeno, aprii e richiusi i tappi dei serbatoi dell'acqua e dell'olio. Dopo ogni tentativo le chiedevo di mettere in moto, giusto per vedere l'effetto delle mie manovre. La risposta era sempre la stessa: l'avviamento girava a vuoto un paio di volte e poi lei toglieva il contatto.
Feci uscire la testa da dietro il cofano motore e dissi: “Ci vorrebbe un meccanico.”
Lei non rispose, scese dall'auto e quando mi fu accanto disse: “Pensiero originale. Altre idee simili?”
Avere una così in ufficio ti uccide, pensai mentre abbassavo il cofano. In un lampo ricordai che nella serata dell'indomani sarei tornato a Milano. Lunedì mi aspettava una giornataccia : il mercato era in crisi e la nostra società pure. I danesi cui apparteneva l'azienda di cui ero amministratore delegato mi stavano mandando un loro esperto per discutere la situazione. Fu un attimo. Scacciai subito il pensiero. Brutto.
“Se dico che la accompagno a destinazione supero l'esame di originalità?” chiesi.

(continua il 10/08/2014 - http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2014/08/la-cadillac-eldorado-color-verde-acqua_10.html)