Ciò che possiamo licenziare

giovedì 6 ottobre 2022

Arieccoli: Veltroni, D’Alema & Bersani.

Nello stesso giorno i tre ex leader (supposti) del PD tornano alla ribalta intervistati da La Stampa, Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera. Non dicono nulla di nuovo. Ma soprattutto non fanno autocritica e dovrebbero. Considerazioni politicamente scorrette.

Per uno strano scherzo del destino o per la perfida strategia di tre uffici stampa, evidentemente obnubilati dal 19% di voti raccolti dal PD, tre autonominatisi come megaleader galattici (sai le risate del ragionier Fantozzi) del partito classificato come plastico esempio della fusione a freddo,  hanno deciso di parlare nello stesso giorno. Non se ne sentiva la mancanza e neppure la necessità, ma così è stato. Ovviamente nessuno può e soprattutto vuole togliere a Veltroni, D’Alema e Bersani il diritto di parlare e di dire la loro sul partito che, per la prima volta da undici anni a questa parte, non sarà nel prossimo governo. E questo non solo per amore della democrazia, ma perché un po’ di amarcord fa bene alla salute, Fellini docet. Senza contare quanto il ricordo dei brutti tempi andati faccia apparire un po’ meno ridicoli i personaggi che si agitano oggi sul proscenio del partito. E infine ultimo, ma non ultimo, è tragicamente divertente vedere come chi ha posto le solide fondamenta dell’attuale disastro abbia, forse, corta memoria, ma senz’altro una vera passione per il bronzo e la sua applicazione alle facce.  Tra i tre c’era chi, con esaltazione, propugnava la teoria del partito liquido, aveva malamente letto Zygmunt Bauman, non capendo come la positività o negatività di una caratteristica non lo sia in assoluto, ma vada contestualizzata. Altrimenti sarebbe come mettere una barretta di  titanio nella brioche del mattino. Addio denti. E poi c’era chi pensava di essersi sprovincializzato perché salutava Pedro e Tony e gli altri dando del tu, biascicando in inglese e chi nel nome del neoliberismo s’era messo a vendere l’argenteria dello Stato a prezzo di saldo sostenendo che tutto sarebbe costato meno, non sapendo neppure compitare la parola  o-li-gop-po-lio. La cui traduzione è: i pochi padroni del vapore si mettono d’accordo e non si fanno concorrenza. Discorso vecchio, già affrontato da un filosofo tedesco nel 1848, ma vaglielo a spiegare. Soprattutto a quei tre invaghiti fino allo spasimo per il neoliberismo con un’illusione: fosse diverso e meglio del liberismo di sempre. E così passetto dopo passetto si scopre che ci si allontana dal punto di partenza e quasi senza accorgersene, o magari accorgendosene per davvero, si arriva in zona ztl. Avessero avuto l’umiltà di chiedere consiglio a Cacasenno, questi avrebbe spiegato loro come neoliberismo vada perfettamente d’accordo con disuguaglianza, contratti atipici, pagamenti in nero, lavoro precario, massimo ribasso, sub-appalto, evasione ed elusione fiscale. E magari anche corruzione e chissà che altro.. Giusto per dirne alcune. Adesso lacrime di coccodrillo. Inutili. Non ci fossero stati questi tre difficilmente si sarebbe visto un Renzi all’orizzonte. Nessuno lo dimentichi: la sua scalata alla segreteria si poggiava sulla "rottamazione" di quei tre. Poi il Renzi, ottenuti i voti alle primarie, si è fatto irretire, magari non aspettava altro, da Franceschini che in una “storica” puntata di otto-e-mezzo disse di appoggiarlo. Come se belzebù facesse società con l’arcangelo. E adesso il trombato dalle primarie finalmente può dire senza ritegno quanto le detesti, come dire: il ristretto gruppo dirigente si auto perpetua e sa lui cosa serve. Follia. Senza contare che non ci sia chi non veda come la corrente renziana del PD non abbia alcun progetto politico e sociale se non mantenere lo status quo. Comunque: per la quasi totalità vanno in giro in due, ma dopo la rivelazione di Colleoni può succedere che girino pure in tre. Ma sempre di quelli si tratta.

Buona settimana e buona fortuna.



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