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sabato 27 marzo 2010

Berlusconi è diventato comunista

Sì, io so.
Io so e ne ho le prove.
Berlusconi è diventato comunista.
No, non perché ha frequentato Putin e la sua dacia.
No, non perché ha deciso di comprare anche il partito dell’uomo di Bettola – d’altra parte per trasformare il PD nel partito dell’amore è un attimo, basta aggiungere una semplice L.
Sì, io so e ne ho le prove.
Berlusconi è diventato comunista.
No, non perché ha voluto riconquistare la rossa Veronica.
No, non perché ha sentito Rossella parlare della sua gioventù e dei cortei del ’68.
No, non perché Ferrara gli ha raccontato di quando era “responsabile fabbriche” della federazione del PCI di Torino.
La colpa è di Bondi.
Bondi il rosso. Bondi il comunista di Toscana.
Sì. io so e ne ho le prove.
Bondi teneva ben nascosta tra i numeri della sua collezione de “il giornale” la prima copia della prima edizione, scritta in cirillico, del “Che fare?”, con tanto di dedica autografa di Lenin.
La dedica recita: “Al caro pupilloski Sandroski. Con ammirazione!” Firmato, Lenin.
Quando Berlusconi ha trovato il libro è rimasto annichilito, si è accasciato sulla rigida sedia modello savonarola che Sandro, l’austero monaco, usa e guardandolo con gli occhi annebbiati ha mormorato: “Tu quoque Sandro, fido coordinatore mio.”
Ma Bondi buttandosi in ginocchio e bagnandogli le mani con rosse e calde lacrime e con la sua voce stentorea ha scandito:”leggi … leggi…leggi…. sembra scritto da te, mio piccolo Lenin”
Berlusconi allora, colto da improvvisa glossolalia, ha iniziato a leggere il cirillico e ad ogni pagina il suo sorriso si allargava e si allargava e si allargava fino a aggiungere e addirittura superare il limite delle orecchie e ripeteva: “bellissimo …bellissimo …. bellissimo… come l’avessi scritto io….ma questo sono io”
Poi guardò Bondi e, con gli occhi scintillanti per la passione, disse: “ecco … ecco … questo è il punto: il centralismo democratico”
Le note dell’Internazionale risuonarono improvvise mentre il coro dell’Armata Rossa, diretto da Apicella, intonava:
           Союз нерушимый республик свободных
           Сплотила навеки Великая Русь.
           Да здравствует созданный волей народов
           Единый, могучий Советский Союз!
(in lingua originale, tanto lui capisce. Non come voi) e un raggio di sole lo avvolgeva.
Poi, in piedi sulla savonarola, sporgendosi oltre la spalliera, con il braccio destro teso (proprio un Lenin) guardò il fedele coordinatore e prese ad urlare (con amore):”il centralismo democratico ….il centralismo democratico, la maggioranza decide e la minoranza applaude. Convinta.”
Ieri, venerdì 26 marzo*, finalmente Berlusconi si è scoperto e ha detto: “…si sa che in un partito del 40% esistono diverse sensibilità e l’importante è arrivare comunque a una decisione a maggioranza e che la minoranza l’accetti”.
Berlusconi-Ленина(Lenin) è diventato comunista.
Io lo so e ora lo sapete anche voi. E ne avete le prove.
Effetti collaterali:
1- Cicchitto, da ex socialista di sinistra, per la gioia ora sta saltando come un indemoniato.
2- Gasparri conferma: “l’ho sempre saputo ma non dicevo niente”.
3- Capezzone ha commentato:”Lenin, copiando Berlusconi è sempre stato un liberale e un liberista”
4- Feltri titola: “Ecco finalmente il vero comunismo!” (caratteri di scatola, ovviamente)
5- Daniela Santanchè ha avuto un mancamento.




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* Corsera, pag.6, articolo di Marco Galluzzo

venerdì 26 marzo 2010

I gatti nel regno di Isache

Si narra che “nel mondo che c’è” si trovi un antico regno, oramai ridotto a poca cosa come estensione territoriale ma ancora assai potente ed influente.
E’ un regno molto antico la cui nascita risale a migliaia e migliaia di anni fa. Pochi all’epoca della sua fondazione  avrebbero scommesso sulla durata di Isache, questo è il nome del regno, che si presentò sul proscenio della storia con scarsissime ambizioni materiali e di fortissime nell’ambito dello spirito. Il regno si fondava su poche regole e tutte di grandissima nobiltà, una per tutte: “avete sentito che è stato detto di amare il tuo prossimo e odiare il tuo nemico. Ma io dico:  amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.” Come scrive Temato (5:44), uno dei quattro estensori dei libri sacri su cui si fonda il regno di Isache.
Era quella, come tutte le altre che ne formavano il corpus ideologico, una regola assolutamente innovativa, anzi rivoluzionaria, per il tempo in cui veniva dichiarata. Così rivoluzionaria  che il regno cominciò, quasi senza parere, ad attrarre  genti da ogni dove e ad ingrandirsi fino ad annettere , ancora una volta senza parere, territori sempre più vasti  senza dover condurre guerra alcuna. Ma con l’allargarsi della popolazione e della sfera di influenza i reggitori del regno, che erano eletti in modo democratico, ancorché da pochi, anche questa cosa assolutamente nuova per i canoni dell’epoca, cominciarono a coltivare l’idea che fosse necessaria una gerarchia e poi qualche ritocco nell’applicazione  delle regole e poi un esercito e poi che le conquiste fino a quel momento fatte solo con le armi della critica dovessero finalmente fondarsi sulla critica delle armi.
Così il regno di Isache divenne uguale in tutto e per tutto agli altri regni suoi confinanti. 
Anzi si applicò così tanto e così bene all’obiettivo di diventare un regno normale che mosse guerre sanguinose, saccheggiò, bruciò, torturò, deportò, confinò. Arrivò addirittura a negare le leggi più evidenti della pariteticità dell’uomo: se non si aderiva formalmente (che oramai di sostanza ne era rimasta assai poca)  all’ideologia professata da Isache si era considerati esseri di livello inferiore. Quasi un gradino sotto l’uomo. Chi si rifaceva ai principi originari fu guardato con sospetto  e combattuto con asprezza, anche fino alla morte.
Si diede spazio ed incoraggiamento alla costituzione di veri e propri corpi speciali  come i “cani del signore” per combattere ogni forma di non conformismo. Furono negate le leggi delle scienze: le scoperte in ambito astrofisica anziché essere vanto di progresso divennero pericoloso esercizio.
Il regno di Isache fece lega con i più retrivi, cui forniva costantemente l’alibi dell’ideologia.. Arrivò a negare l’evidenza ed usò le segrete  come strumento di cultura. E chi bruno scrisse de la causa fu torturato e poi bruciato come chi tentò di suonare la piccola campana della città del sole dopo immonde pressioni dovette fingersi pazzo per avere salvala vita.
Intere biblioteche vennero bruciate e saccheggiate ed anche i gatti, quelli neri, per un certo periodo passarono non pochi guai.
Fino a ieri il regno di Isache era retto da Gipi II che lo ha governato per molti decenni con decisione e mano ferma.
L’epoca di Gipi II finita pochi anni or sono, si può dividere in tre fasi. E qui si è quasi nella cronaca.
La prima fase, quando Gipi II era ancora giovane e pieno d’energia, è stata caratterizzata dal suo correre in lungo ed in largo per i territori  in cui un tempo i suoi predecessori erano padroni assoluti. Il suo atteggiamento era duro, richiamava costantemente all’ordine e avva l’ambizione di presentarsi come il padre giusto ma severo. Più severo che giusto.
Determinato nell’indicare la strada, disposto a sorreggere i sudditi che voleva fedeli ed ubbidienti ma al tempo stesso pronto a punirli con veemenza.
La seconda fase, assai più breve della prima, sembrava essere di segno assai diverso. Forse sentendo prossima la fine  il vecchio Gipi II cominciò a riconsiderare, con ambizione, tutta la storia del regno e con grande stupore dei più iniziò un altro giro per i territori  non più per ammonire ma per chiedere perdono.
Chiese perdono a tutti coloro che il regno nelle sue diverse epoche  aveva offeso e trattato con disprezzo, chiese perdono a chi a chi era stato segregato nei ghetti, chiese perdono a chi era stato condannato per aver pensato in modo, anche di poco, diverso.
Chiese perdono a chi fu rubata la terra, la tradizione, la cultura, la dignità.
Chiese perdono a tutti financo a chi aveva osato giocare con l’astrofisica anche se oramai era assolutamente assodato che avesse ragione.
Ma fece anche di più: decise di porsi sullo stesso livello di tutti gli altri e di non vantare primati. E si disse disponibile a discutere con tutti su tutto. Sembrava quasi un ritorno alle origini. Un lento ritorno chè i millenni non si cancellano a clpi di desideri e di pie intenzioni.
Poi la terza fase, questa non più fatta solo in prima persona ma anche di sponda, facendo muovere le truppe scelte, quei “cani del signore”, che tanto latrarono e azzannarono. Ed ecco che nel giro di poche settimane accadde ciò che poco prima sembrava impensabile.. E cadde la maschera.
In prima battuta fu nobilitato un suo predecessore tale Opi IX che si era caratterizzato per le sue posizioni retrive, la capacità di dividere e l’arroganza e la cattiveria con cui aveva trattato gli abitanti del ghetto. Poi uno tra i più prestigiosi fra i suoi “cani del signore” ribadì il principio che il regno di Isache era il perfetto, il solo, l’unico. E che fuori di quello non c’è altro se non il vuoto. Infine consentì che un altro dei suoi “cani del signore” ribadisse con protervia il concetto portandolo dalla teoria alla pratica: l’ospitalità deve essere concessa solo a coloro che dichiaratamente dicono di appartenere al regno. La diversità è negata. Gli altri, ancora una volta sono ad un gradino inferiore. Forse neppure uomini. Come peraltro era accaduto quando i “cani del signore” avevano accompagnato i conquistatori nelle nuove terre e quando avevano penosamente taciuto sulla barbarie che distribuiva stelle di vario colore e poi trasformava l’uomo in fumo.
E così il regno di Isache è tornato a mostrare il suo vero volto quello che per millenni ha mostrato. Arroganza, prevaricazione, protervia, intolleranza, violenza.
Forse questa volta i gatti, quelli neri, si salveranno. Ma non è detto. 

giovedì 25 marzo 2010

Ma chi era Ikarus? La vera storia dell'idolo di D'Alema

Massimo D'Alema, come tutti, battezza le sue barche. si chiama antropomorfismo. Spesso i nomi propri dati alle cose o agli animali disvelano caratteristiche della personalità del proprietario.



Quando un uomo (o una donna, per pari opportunità) ama in modo particolare un animale od anche una cosa gli attribuisce caratteristiche e qualità umane. Questa attitudine si definisce antropomorfismo, parola che, neanche a dirlo deriva dal greco. Anzi da ben due parole greche: άνθρωπος (anthrōpos), "umano", e μορφή (morphē), "forma".

Chi ha “forma umana”- ça va sans dire - deve avere anche un nome, che lo faccia ancora più umano.       Di solito questo nome è ben rappresentativo del carattere e delle intenzioni di chi lo ha imposto. Ecco perché il cavallo di Tex Willer si chiama Dinamite mentre quello di Don Chisciotte si chiama Ronzinante, la spada di Re Artù si chiama Excalibur, che in celtico significa acciaio lucente o acciaio indistruttibile, il cane di Ulisse si chiama Argo, che significa veloce (da notare il fine accostamento). Così come al più grande, veloce e lussuoso transatlantico del mondo, anno 1912, fu assegnato il nome di Titanic. Nome perfetto. Anche se oggi difficilmente si può trovare un armatore disposto a battezzare il suo naviglio, foss’anche un gozzo con quel nome. E poi c’è chi ha chiamato Ikarus la sua “barca”. Che non è proprio quel che si definisce un gozzo.

Già, ma chi era Ikarus?                                                                                                                              
Era il figlio di un architetto ateniese, tale Dedalo che inventò e disegnò il labirinto nel quale Minosse, mitico re di Creta, fece rinchiudere il Minotauro e già che c’era anche il suo architetto preferito con tanto di figlio. Dedalo, che era un geniaccio del bricolage, riuscì a fuggire costruendo per sé e Icaro due belle paia d’ali le cui piume erano tra loro saldate con della cera. Naturalmente la raccomandazione di babbo Dedalo al figliolo fu di  star lontano dal sole, perché si sa che la cera col calore si scioglie. Icaro, che se fosse stato figlio di un padano, sarebbe stato definito “un trota”, al sole si avvicinò. Anche troppo. Evidentemente il fatuo (e perverso) desiderio di essere accarezzato anche se per pochi secondi da quel calore lo eccitava. Ma il brillante risultato di tanta eccitazione fu la caduta. Icaro precipitò in mare ed andò a fondo.

Ora la domanda è: perché ci si ostina a chiamare, per ben due volte, la propria barca  con questo nome da “trota”? Evidentemente perché si ha il recondito desiderio di solcare il fondo. Ma allora bisognava chiamarla Nautilus. Più appropriato. Questo l’aveva capito anni fa nonno Nanni – detto il moretto - quando disse “con questi non andremo da nessuna parte”. E aveva ragione.



mercoledì 24 marzo 2010

La fenomenologia delle corna

Le corna non hanno sempre lo stesso significato. Ci sono quelle da offesa e quelle da difesa. La differenza tra le prime e le seconde dipende dalla postura, del movimento e dal contesto. Oltre che dal fine dell'atto.

Le corna: tipico gesto italico dal non univoco significato, se si soppesa la questione si scopre che anch’essa è cornuta.
E questo già dalla forma: indice e mignolo tesi verso l’esterno, a saluto romano, mentre pollice medio e anulare scompaiono vergognosi nel palmo della mano, quasi a dire “noi non c’entriamo”. Poi c’è il fatto della gestualità: questa definisce il senso. L’apparire definisce l’essere.
Già perchè la postura della mano, del braccio e, alla fine, del corpo muta col mutare del senso sotteso all’atto.
Non tutte le corna sono uguali, esiste la fenomenologia delle corna.
La pratica dice di almeno due categorie: quelle a difesa e quelle ad offesa. E la distinzione non sta solamente nel fine dell’atto ma anche nella definizione del contesto, nel tono della movenza e financo nella postura
Le corna a difesa prevedono corpo lievemente curvo, spalle cadenti, braccio arcuato e mano vicina ai genitali o al massimo ad alzo zero, puntate cioè verso il cuore o gli occhi dell’avversario. Di norma vengono elaborate quando il cornificatore è fatto oggetto di anatemi evocanti immediate e sconce sciagure.
Quelle invece ad offesa, che dicono di tradimenti, di profanazioni e maligne alludono a incapacità ed impotenze, godono di altra postura: sono gagliardamente, ferocemente, sfacciatamente lanciate verso il cielo, corpo dritto, quasi in punta di piedi, braccio teso. Travalicano il bersaglio, ambiscono alla notorietà massima. Tutti devono sapere che il cornuto è tale.
E non si deve dimenticare lo sguardo.
Lo sguardo nella esibizione delle corna è fondamentale e questo – così vuole la tradizione e dunque la storia – ha da essere parte integrante dell’atto,che in qualche modo avvolge ed enfatizza.
Nell’azione a difesa lo sguardo attinge all’ibrida mistura del preoccupato-rassegnato, si ricordino le espressioni di Totò e quelle, ancor più comiche di un antico presidente della repubblica specializzato in ogni tipologia di corna che, abbondantemente riprese dalla stampa sia nazionale sia estera, raccontavano di uno sguardo tragicamente spiritato e per ciò stesso voglioso di infinite divine (cornute) protezioni.
Di tutt’altra specie è invece quello ad offesa, anch’esso sguardo bastardo poiché ha da essere aggressivo e allo stesso tempo irridente. E questo connubio non è facile. Solo dall’unione incestuosa dei due opposti si può scatenare la potenza devastante che quelle due ditina, così lontane tra loro eppure così connesse, possono mettere in campo.
Dicotomia bizzarra questa delle corna che rivive peraltro, come quasi sempre accade, anche in natura. Tanti animali sono portatori di corna, e dalle forme le più strane, ma due sono molto simili tra loro per forma e struttura: il toro e il bue.
Il primo simbolo di virilità e selvaggia potenza, protagonista (obtorto collo) di tragici miti e di cruente corride, a lui fanno riferimento sia il padre del “bell’Antonio” che lo sfortunato protagonista di “Fiesta” mentre l’altro, mite e generoso è simbolo di forza buona e tranquilla tanto da meritare l’appellativo (involontariamente ironico) di “pio” e prima ancora spazio anche nell’iconografia del presepe accanto all’asino, simbolo di sapienza, e Maria, che invece rappresenta la bellezza.
E in così opulenta compagnia anche le corna si nobilitano.

PS. Le corna di secondo tipo, se vere, sono così forti da non essere scalfite neppure dal denaro. Questo, come noto e tragicamente visto nei secoli, può comprare uomini e donne, rinfoltire capigliature, far ottenere magniloquenti titoli (anche accademici) magari allungare gambette che voglie irridenti hanno fatto troppo corte ma con le corna non ha alcuna possibilità di successo.
Quando quelle sono conficcate nel ancorché angusto spazio della fronte lì stanno e lì restano.

martedì 23 marzo 2010

Finalmente sono d’accordo con Feltri

E’ da tanti anni che mi domando “ma quando mai potrò essere d’accordo con lui?” Dove lui sta per Vittorio Feltri
Il suo modo di ragionare è così spiccio, ma che dico spiccio è così diretto, ma che dico diretto, è così semplice ma che dico semplice è così …semplicemente banale.
Usa argomentazioni che di solito si è costretti a sentire dal barbiere o al bar mentre si aspetta l’agognato caffé. E poi quel suo modo di scrivere che è così graffiante, ma che dico graffiante è così rude ma che dico rude è così greve ma che dico greve è così volgare che se avesse odore ….
Sempre aggressivo, sempre strafottente con l’aria di dire verità rivelate. Ma quali verità, ma quali rivelazioni.
Eppure questa volta ce l’ha fatta: mi ha convinto, sono d’accordo con lui.
Questa volta ha svolto l’argomento in modo fino, ma che dico fino sopraffino quando per definire l’attuale situazione elettorale ha scritto*: “Una competizione tra cretini e mascalzoni: questa purtroppo è la sintesi” Bravo. Bravissimo.
Semplice, chiaro senza sbavature. Giusto. L’ho pensato anch’io.
Però poi mi sono chiesto, lui che è così sanguigno, così virulento così sempre schierato così drastico nei suoi giudizi ma da che parte è stato fino ad ora? E chi sta difendendo con tanto ardore: i cretini o i mascalzoni?

* Il giornale, Editoriale del 10 marzo 2010

lunedì 22 marzo 2010

dove Fredo scopre il senso del dolore


“Come ti senti Fredo?” chiede Ananke.
Lei è in piedi, da qualche minuto, sulla soglia dello studio e lo sta osservando. Prima di rivolgergli la domanda ha percorso con lo sguardo, più volte, tutta la stanza, in ogni suo angolo. I suoi occhi verdi prima si sono posati su Fredo, poi hanno accarezzato le stampe dei ronin, quindi ispezionato per intero il tappeto turco che copre buona parte del pavimento, è una “preghiera che acquistarono a Konya molti anni prima. Quindi una veloce perlustrazione sulla scrivania che si presenta in un disordine non abituale e quindi sono tornati su Fredo. Lui è calato nella bergère rococò di pelle marrone che dà le spalle alla finestra. I due coprirotelle in ottone delle gambe anteriori della poltrona sono sfiorate da un raggio di sole che ne evidenzia la preziosità e infine, con tatto, rotola sul tappeto e ne fa più luminoso il rosso di fondo. Fredo ha il mento appoggiato sul petto. Gli occhi chiusi. Gli avambracci stesi sui braccioli e le mani che da questi penzolano morbide.
“Come ti senti Fredo” ripete delicatamente Ananke.
“Bene “ risponde Fredo senza muovere la testa di un millimetro
“Perché non mi guardi?” chiede Ananke
“Perché non posso” sussurra Fredo
“Sì che puoi” ribatte dolcemente Ananke e poi aggiunge con fermezza, “Se vuoi”
Fredo lentamente alza il volto verso Ananke. Le guance sono scavate, gli zigomi sporgenti, le labbra pallide, la fronte lucida, di sudore. Gli occhi celati dalle lenti scure degli occhiali da sole.
“Perchè quegli occhiali?” chiede Ananke
Fredo risponde scuotendo la testa. Una volta, due volte, tre volte.
“Su... dai... lo sai anche tu che non hanno senso. Sopratutto in casa”
Fredo è immobile. Anche le mani, solitamente così mobili ed espressive sono ferme. Come inchiodate all'altezza dei polsi, sulla punta arrotondata dei braccioli della poltrona.
“Ti prego, Fredo, togli quegli occhiali”
Le labbra di Fredo si tendono, prima quasi impercettibilmente poi con sempre maggior evidenza verso gli angoli della bocca. Quasi il segno di una fatica sofferta. Contemporaneamente l'avambraccio sinistro si scolla dalla bracciolo, si piega di novanta gradi e sale. Quando la mano è all'altezza della tempia l'indice ed il pollice si stringono a pinzetta nel punto di congiunzione tra la stanghetta e il cerchietto di acetato di
cellulosa che contiene la lente. Lentamente gli occhiali si staccano dalle tempie e si sfilano dal naso. La mano li porta all'altezza della cintura.
Gli occhi di Fredo sono chiusi.
“Apri gli occhi” ordina in un sussurro Ananke
Fredo ubbidisce.
Ananke abbassa e rialza le sue palpebre.
Dagli occhi di Fredo scivolano quieti e continui due rigagnoli. Superano gli zigomi, s'infossano nelle guance scavate e proseguono il loro fluire fino a scomparire, inghiottiti, sotto il collo della camicia.
Un brivido percorre tutta la figura di Ananke
“Come ti senti Fredo?” chiede con voce calma
“Sto male”
“Hai dolore?”
“Sì. Tanto”
“Ti dolgono gli occhi?”
“No”
“Ti duole da qualche altra parte? Dove?”
“No. Da nessuna parte.”
“Mi hai detto che provi dolore”
Fredo fa un cenno del capo a confermare che sì, prova dolore
“Allora dove?”
Fredo tace. La sua mano destra inizia a percorrere un cerchio che passa sul volto si alza a sfiorare la fronte, scende sul cuore, sfiora lo stomaco e si ferma, appoggiandosi delicatamente, sull'inguine.
“Cosa senti?”
“Un dolore forte. Che mi spacca”
“Come? Dove? Fredo, dimmi quello che senti”
“Non so spiegare Ananke.” Fredo volge lo sguardo verso di lei, la intravede, sfuocata, come se fosse lontana eppure la sente così vicina.
Così vicina come non mai.
Apre la bocca per dire, poi la richiude. Riprova, ma le parole non escono. Uno spasmo alla bocca dello stomaco. Poi un secondo. Sente che, pur da seduto, si sta piegando in due. Gli addominali sono tesi. Il busto, libero da comandi, si china in avanti fino ad avere la testa perpendicolare alle ginocchia mentre le braccia si incrociano sullo stomaco. Stringono. Stringono forte, a contenere tutto il freddo che si sta irradiando progressivamente dal centro verso l’esterno.
Quanto freddo. Quanto freddo.
Com’è duro il freddo specialmente quello che ti sta dentro, quando non vuole uscire. E non può uscire. E quello che è fuori ti stringe come in una morsa
Freddo dentro. Freddo fuori.
Fredo si sente come Sally Carrol, un'amica conosciuta tanti anni addietro, che si era persa in palazzo fatto di ghiaccio e come lei tende miseramente le braccia verso la parete. Un metro di spessore, avevano detto … un metro di spessore.
Ancora una contrazione. Poi solo l’evanescente scia di una sensazione che passa. E che, secondo dopo secondo, scema.
Ananke fa per muoversi verso Fredo, accenna ad un passo ma poi rimane sul posto.
“E’ difficile. E' difficile spiegare il dolore che provo.” dice Fredo “parte improvviso da un punto qualsiasi. Quasi mai lo stesso. E sono fitte, spasmi, contrazioni. Non capisco…non capisco. E non so spiegare. Nulla mi fa male veramente eppure il dolore che provo è tremendo. E’ difficile. E’ difficile”
Già.
Parlare del dolore non è facile. Anzi è decisamente difficile.
Parlare del dolore, descriverlo, farne partecipi gli altri è pericoloso. Si corrono rischi. Il dolore è difficile da spiegare. Il dolore è difficile da capire. Per chi non lo vive.
Con-dividere il dolore non è un fatto così semplice come dirlo.
Il rischio maggiore è di scivolare fuori dalla onorabilità della parola. Dal suo senso. Dai suoi significati intrinseci.
Il tema del dolore è delicato. E' complesso.
Il dolore ha confini sfumati, labili, per chi non lo patisce. Per chi lo vive, invece, questi sono definiti in modo inequivoco, sono confini secchi, sono confini precisi sono così profondi e cosi alti da essere totalizzanti.
Dolore è termine poliedrico, dalle mille sfaccettature, dalle molte interpretazioni, dalle molte comprensioni, dalle molte accettazioni, dalle molte incomprensioni, al punto da soffrire antinomie anche laceranti nel suo farsi senso.
Il dolore è concreto ma anche, astratto è biologico ma anche animico, è privato ma anche pubblico, è singolo ma anche di massa, è individuale ma anche sociale, è normale ma anche straordinario, è naturale ma anche fuori dalla norma delle cose. Fuori dalla natura.
Il dolore sta nella vita. Il dolore sta nella morte,
Morte, vita, felicità, infelicità: i quattro coinemi che formano la mappa strutturale dell’essere. I primi due dicono il quando, i secondi raccontano del come. E il dolore, nel suo sincretismo, se ne sta schiacciato tra i due come.
I due: come vivere la vita. Apparentemente perno, in realtà risultato del saldo dei due stati dell’essere.
Già nella scelta di queste due visioni, essere perno o essere saldo, si consuma,almeno in parte, il senso della parola.
Quando è perno la parola dolore viene spesso investita di sensi non suoi, più usata per spaventare e deviarne il senso, per confondere piuttosto che per spiegare. Spesso più confusa che compresa. Più barattata che spesa. Parola di struttura che va liberata da banali sciocchezze sovrastrutturali. Dalle retoriche delle mille strumentalizzazioni, di norma sostenute dalle mille superstizioni delle mille chiese.
“Partorirai i figlioli con dolore” si legge in slavate traduzioni del libro dei libri.
Ma non è così, l'esatta versione racconta d'altro: “Havà, concepirà, partorirà con sforzo, con fatica. Non avrà l'agilità, la facilità naturale delle altre creature femminili. Diventerà madre con maggior impegno”.
E maggior consapevolezza.
Perché Havà è diversa dalle femmine di tutti gli animali che partoriscono con banalità. Senza sforzo. Senza avere sul collo il fiato unto dell'ignoranza che strumentalizza.
La parola centrale del testo non è dolore è sforzo. Il dolore, se proprio ha da esserci, viene prima o dopo dello sforzo. E' snodo d'entrata in una situazione o, se accade dopo, ne è d'uscita. Comunque sempre quando sale sul palcoscenico quello del dolore è un ruolo di derivazione. Prima c'è sempre altro. Poi arriva, sopra-giunge, o scompare, il dolore. A saldo di due condizioni date da un prima e un poi.
Il fatto è che il dolore se ne sta acquattato dentro di ognuno e sonnecchia, sbadiglia, si annoia, inquilino moroso che si fa beffe del suo inconsapevole affittacamere e che, in qualche modo, soffre esso stesso della inattività a cui è costretto. E tutto questo fino al momento in cui una qualche contrarietà, magari anche piccola, lo prende per mano e lo porta sul palcoscenico della vita. E allora eccolo lì, il dolore, prendere tutto il proscenio e, da consumato attore, blandire gli spettatori specie, quelli più sdolcinati, e farli pietosi e addirittura compatenti.
Già. Com-patenti.
Patenti insieme, che patiscono insieme, se non fosse che di quest'ultima parola solo pochi conoscono il senso significato.
Il dolore, prima che altrove, sembra nascere nella testa.. Nell'astrazione del pensiero, piuttosto che nella concretezza del corpo. Anche se, quasi sempre, si tende a definirlo corporeo sopra ogni altra cosa.
Anzi, è, spesso, il pensiero dolente quello che decide di far calare, come levatoi abbandonati, tutte le difese perché anche la materialità del corpo prenda coscienza del senso concreto della parola. E non è il contrario perché: il trauma colpisce me ma non la cosa che io sono.
Il dolore si prova quando a essere colpito è quel che io veramente sono. E non solo l'involucro che mi contiene.
Trauma é quello che si prova urtando uno spigolo acuto o quando si sente lo scricchiolio sordo di un'articolare: un fatto provocato da cause esterne. Un fatto meccanico. Riparabile. Anche dall'esterno, come la crepa di un muro. Così superficiale nella sua apparente gravità che spesso é sufficiente un moto di spirito, ben posto, o la distrazione della mente per farlo cessare, dimenticare. Momentaneamente, dimenticare.
Il trauma parte da un punto qualsiasi del corpo e per terminazioni nervose arriva al cervello.
Il dolore invece nasce da un'idea nel cervello e da questo parte per approdare concretamente dovunque. La sua terminazione nervosa è lo sfogo d'uscita, ché non si può trattenere solo all'interno della concezione ideale e del fantastico.
Il vero io, dunque, è il facitore cosciente del dolore. E questo inizia la sua opera quando si sente perso ed impotente. Quando non trova più la forza per poter resistere alle pressioni che gli vengono dagli assedianti che lo circondano. Insetti di poco o punto valore che con le continue estenuanti richieste simili a micro punture sono capaci, come la goccia d'acqua, di sgretolare la pietra più dura. E se anziché pietra la sventura ha voluto che la corazza fosse fatta anche di sensibilità, di troppa sensibilità, non c'è scampo. E' il sapere con certezza che nella grande casa di ghiaccio si scivolerà perché sul fondo delle soprascarpe si è formata una pellicola di ghiaccio. E nel palazzo di ghiaccio non c'è appiglio: le pareti sono lisce e fredde e dure.
Il senso della complessità del sentire e, al tempo stesso, della parola sta tutta nell'angoscia dello scivolare e del timore del non noto.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in quel principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato
Prova pena e tormento: l'insicurezza e la fragilità percepita del sé danno spessore e senso al dolore. Le parole fondano nell'astrattezza la loro forza.
E' la consapevolezza della propria debolezza quella che colpisce allo stomaco e fa danzare le febbri e impazzire le cellule e perdere il controllo dei sensi.
E il dolore si trasforma in trauma. In malattia.
E la malattia spaventa i temporaneamente sani che fiutano gli umori del dolore e ne fuggono spaventati, abituati come si sono ad eliminare il senso della complessità e a temere l'apparente eccezionalità che sta fuori da una norma artefatta e costruita su misura del “tutto deve andare bene”.
Il dolore quindi come fatto eccezionale.
Non è accettato che sia avvenimento quotidiano continuativo.
La normalità dell’accadimento dolore rapportata alla norma del giorno dopo giorno rappresenta elemento di turbativa che viene esorcizzato con l’immediato clamore e poi con il suo tranquillo superamento che si esplicita nella giornaliera indifferenza e dimenticanza. Nell’oblio.
Come dire che si nasconde la polvere sotto il tappeto.
Ecco quindi che quando il dolore assume carattere sociale e di larga minoranza subito si corre ai ripari con l’invenzione della giornata del ricordo.
Quasi che il ricordo non debba essere normalmente quotidiano, e dunque incidente sulla vita e sui comportamenti di ogni giorno.
Giornata singolare che esce dalla norma e che immediatamente viene riassorbita, triturata e maciullata dal quieto, tranquillo flemmatico non ordinario.
Il dolore si fa senso in modo anfibio: drammatica ed inscindibile sinapsi che amalgama spirito e materia, astrazione e concretezza.
Sintesi che è intrinsecamente generatrice di ansietà.
E la motivazione ansiogena è data dall'incomprensione dell'origine, dalla circoscrivibilità al solo tattile.
E poiché la materia, il concreto, quel che si tocca è, apparentemente, di più facile comprensione ed individuazione ecco che l’attenzione, con superficialità, si catalizza verso la sfera del biologico in alternativa a quella dello spirito.
Con coscienza e determinazione si decide di confondere la parte per il tutto. Metonimia.
I cinque sensi prendono il sopravvento ed ecco che si qualifica come dolore ciò che si vede, ciò che si ode, ciò che si odora, ciò che si disgusta e ciò che si tocca.
Ed il resto, il non apparente, il non visto, per definizione non esiste.
Che invece è vivo più che mai e costantemente presente.
E per chi lo patisce individualmente si apre uno scenario caleidoscopico fatto di continui cambi di disegno e prospettiva. E dunque basta girare la ghiera e ad ogni clack una nuova visione.
E’ il dolore della coscienza del ricordo: di ciò che si era e non si sarà mai più.
E’ il dolore della coscienza dell’impotenza: del volere e del non potere.
E’ il dolore della coscienza della speranza: che giorno dopo giorno ti ruba il tempo che non si potrà recuperare.
E’ il dolore della coscienza dell’illusione: quello che avviluppa quando eccezionalmente e per poco tempo si è sotto gli invadenti riflettori dell'apparente interesse degli altri.
E’ il dolore della coscienza del disinganno: perché sono tutti veramente ma veramente molto dispiaciuti…. ma non gliene importa assolutamente nulla.
“Dimmi Fredo, come ti senti” richiede Ananke.