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Emma Bonino amica di Miriangela Melato |
Che già è difficile intendere quella ordinaria dello Stato figurarsi quella leguleia e sempre zeppa di contorcimenti e frasi mezze fatte e mezze sfatte che esce dagli uffici, di solito sacri, che stanno al di là del Tevere.
Bene. Dov'è lo scandalo?
A qualche malizioso è venuto il dubbio
che il divieto sia stato posto per via della speaker: la radicale
Emma Bonino. Perché questa, e non solo a titolo personale, con il
Vaticano ha aperti ben più di un contenzioso e che si definisce
rigorosamente laica. Chissà che mai avrebbe potuto dire in quel
contesto siffatta laicista, come sempre più spesso vengono definiti
dalle gerarchie vaticane coloro che hanno deciso di non voler credere
nel trascendente.
Quindi meglio vietare ed impedire la
parola. Ri-bene.
Ancora: dov'è lo scandalo?
Vien da dire che quasi ogni attore di
questa rappresentazione abbia adempiuto, con coscienza e coerenza,
alla sua parte. Uno vieta, al solito giustificato, e l'altro si
scandalizza.
Non stupisce che la gerarchia sia poco
tollerante e un tantino dogmatica, che spruzzi ogni suo fare e dire
con l'acre polverina dell'integralismo e dell'ortodossia. E che sia
sempre lanciata in battaglie di retroguardia o addirittura di
oscurantismo. Sempre disposta a giustificare e a chiudere gli occhi,
sui propri falli.
Fa il suo mestiere. Nulla di più e
nulla di meno. Perché scandalizzarsi della norma?
Specialmente quando riesce, e a ben
vedere non importa come, ad ottenere il consenso.
Sarebbe come scandalizzarsi del fatto
che in piazza san Marco, giusto per citarne una famosa, i piccioni,
sgancino quelle schifose e micidiali bombette bianche e gialle che
han la prerogativa di centrare sempre quelli che se ne vanno in giro
col vestito della festa. Li si maledice un po', i piccioni, ma poi
neanche tanto. Fanno il loro mestiere.
Non è un bel fare ma così è. E ce ne
si fa una ragione.
Stupisce piuttosto quell'aria di
ingenua sorpresa.
Se ci fosse tolleranza e disponibilità
e voglia di guardare in faccia la realtà, senza gli occhiali della
ideologia posta a difesa dei propri tornaconto e delle salvaguardie,
con grande probabilità non si tratterebbe di una chiesa ma solo e
magari più nobilmente, di una religione.
O forse ancora meglio di religiosità.
Poiché questa, di norma, non ha bisogno di sovrastrutture
burocratiche e, come soprammercato non è appannaggio esclusivo dei
credenti nell'ultra terreno ma, assai spesso, ha l'ardire di lambire
o addirittura di insinuarsi anche nell'animo di chi crede che prima
dell'aldilà sia meglio arredare, pure se con modestia, l'aldiqua.
Il sentimento della sorpresa sarebbe
meglio impegnarlo per quelli che, (auto) definiti laici, della
laicità dimenticano il senso e le conseguenti implicazioni etiche e
morali che poi portano ai comportamenti. E soprattutto la sua
scomodità. Perché contrariamente a quel che con superficialità si
pensa, gestirla, la laicità, è tutt'altro che confortevole.
Il rigore è gravoso. Come il
rinunciare al privilegio, che per definizione non è laico, o
portare rispetto e comprensione delle ragioni altrui.
Il che non significa omettere la
denuncia per i mal fatti che devono, laicamente, sempre essere resi
noti. Ma se accanto a questi si potessero citare dei ben fatti di
robusta fattura ce ne sarebbe di vantaggio. E magari di sana pulita,
laica, credibilità.