Il
Dalai Lama è simpatico e sempre sorridente ma nessuno lo vuole ricevere. Anche
papa Francesco preferisce non incontrarlo. Vince sempre la politica
dell’interesse di parte. La Chiesa si sta convertendo al relativismo: «meglio i
tuoi che i miei.» Nel contempo monsignor Bregantini fa la morale a Napolitano.
Ancora una volta vince
la realpolitik. Questa volta è realpolitik vaticana targata papa Francesco e a
farne le spese è il solito Dalai Lama. Francesco non lo vuole ricevere. Alle
porte in faccia il XIV Dali Lama ci è abituato. I cinesi l’hanno cacciato dal
suo Paese, il Tibet, e molti capi di stato e di governo lo evitano come la
peste. Non vogliono inimicarsi la Cina che se si arrabbia fa saltare un bel po’
di contratti e tanti bei dollaroni e euroni corrono il rischio di evaporare. E
allora tanto vale chiudere un occhio sul genocidio culturale del Tibet e, già
che ci si è, anche sulla mancanza di diritti civili nel ex celeste impero. Che
adesso di celeste non ci ha proprio più nulla visto come ammazzano chi osa protestare
e come cacciano in galera, e torturano, i dissidenti.
Tenzin
Gyatso, questo il nome dell’attuale Dalai
Lama agli sgarbi istituzionali perpetrati nel nome del profitto, perché di
questo si tratta, forse ci ha fatto il callo e da buddista magari neanche se ne
accorge. Già a Milano nel giugno del 2012 gli fu negata la cittadinanza
onoraria, non era una gran medaglia ma un segnale che si può stare con la
schiena dritta anche davanti ai potenti. In quella occasione il sindaco Pisapia
fece un figurone: fu l’unica autorità ad incontrarlo. Meno onorevoli furono i
sudafricani che gli impedirono di partecipare ai funerali di Nelson Mandela.
Entrambi sono stati insigniti del Nobel per la Pace. Quindi un qualche motivo
per consentirgli di esserci c’era.
Comunque
se dai laici simili voltafaccia, per stare nel politicamente corretto, ce le si
può aspettare da un’autorità religiosa viene un po’ più difficile. Soprattutto
se questa passa per essere trasgressiva (per come lo può essere un papa
cattolico) e sommamente democratica (sempre
per quanto lo può essere un papa cattolico) come è nel caso di papa
Bergoglio. Eh sì, il papa che si è dato
il nome di Francesco ha detto che non
vuole entrare in quelle che, tra la Cina ed il Dalai Lama, sono definite
«tensioni». Come sono gentili e ben educati ed elusivi in Vaticano. Come sanno
scegliere bene le parole. D’altra parte duemila anni di storia avranno pur
insegnato qualcosa.
In
queste «tensioni» papa Bergoglio non vuole entrare per timore che il governo
cinese se la prenda a male e magari crei qualche problema con i cattolici
locali. Allora a salvaguardia del proprio ce ne si può infischiare di quello
che succede agli altri. Insomma come dire «non nel mio giardino» o se si vuole
essere più diplomatici: «È meglio se ammazzano i tuoi piuttosto che i miei».
C’è una nota di cinico relativismo in questo modo di ragionare che, forse, un
po’ stupisce. La chiesa sta forse diventando laica? O che magari invece indigna. La lezione della
doppia verità oltre Tevere è stata ben appresa e, soprattutto, ben digerita. E
in questa tradizione va letto l’attestato di stima di Bergoglio per il capo
spirituale dei buddisti tibetani. Con una mano si dà e con l’altra si toglie.
Come sempre.
Nelle stesse ore in cui Bergoglio volta le
spalle ai tibetani (poi si dirà che non è proprio così, già ce lo si immagina)
monsignor Bregantini uno dei capi della Cei contraddice Napolitano e afferma
che: «Un politico corrotto è più eversivo di un antipolitico onesto.» Come
battuta lapalissiana non è male, un bel sette più. Come demagogia un nove
pieno. Come sincerità, trasparenza e coerenza un misero tre. Ma dato con lode.
E pensare
che il Dalai Lama al momento dell’elezione di Bergoglio disse «Mi sono commosso
quando ho saputo che ha scelto il nome di Francesco. Conosco san Francesco, la
sua disciplina, la semplicità del suo stile di vita e il suo amore per tutte le
creature sono qualità che trovo di profonda ispirazione». Magari adesso
sull’amore per tutte le creature ci sarà un po’ da riflettere.
Come dire: papa Francesco è un uomo di potere e
come tutti gli uomini di potere si comporta , con calcolo furbizia, quel tanto
di demagogia che serve, eccetera, eccetera. Insomma non è diverso da tutti gli
altri. Forse solo un po’ più simpatico, ma questo, forse, non basta.