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venerdì 12 dicembre 2014

Papa Francesco non incontra il Dalai Lama. Si comporta come tutti.

Il Dalai Lama è simpatico e sempre sorridente ma nessuno lo vuole ricevere. Anche papa Francesco preferisce non incontrarlo. Vince sempre la politica dell’interesse di parte. La Chiesa si sta convertendo al relativismo: «meglio i tuoi che i miei.» Nel contempo monsignor Bregantini fa la morale a Napolitano.

Ancora una volta vince la realpolitik. Questa volta è realpolitik vaticana targata papa Francesco e a farne le spese è il solito Dalai Lama. Francesco non lo vuole ricevere. Alle porte in faccia il XIV Dali Lama ci è abituato. I cinesi l’hanno cacciato dal suo Paese, il Tibet, e molti capi di stato e di governo lo evitano come la peste. Non vogliono inimicarsi la Cina che se si arrabbia fa saltare un bel po’ di contratti e tanti bei dollaroni e euroni corrono il rischio di evaporare. E allora tanto vale chiudere un occhio sul genocidio culturale del Tibet e, già che ci si è, anche sulla mancanza di diritti civili nel ex celeste impero. Che adesso di celeste non ci ha proprio più nulla visto come ammazzano chi osa protestare e come cacciano in galera, e torturano, i dissidenti.

Tenzin Gyatso, questo il nome dell’attuale Dalai Lama agli sgarbi istituzionali perpetrati nel nome del profitto, perché di questo si tratta, forse ci ha fatto il callo e da buddista magari neanche se ne accorge. Già a Milano nel giugno del 2012 gli fu negata la cittadinanza onoraria, non era una gran medaglia ma un segnale che si può stare con la schiena dritta anche davanti ai potenti. In quella occasione il sindaco Pisapia fece un figurone: fu l’unica autorità ad incontrarlo. Meno onorevoli furono i sudafricani che gli impedirono di partecipare ai funerali di Nelson Mandela. Entrambi sono stati insigniti del Nobel per la Pace. Quindi un qualche motivo per consentirgli di esserci c’era.

Comunque se dai laici simili voltafaccia, per stare nel politicamente corretto, ce le si può aspettare da un’autorità religiosa viene un po’ più difficile. Soprattutto se questa passa per essere trasgressiva (per come lo può essere un papa cattolico) e sommamente democratica  (sempre per quanto lo può essere un papa cattolico) come è nel caso di papa Bergoglio.  Eh sì, il papa che si è dato il nome di Francesco  ha detto che non vuole entrare in quelle che, tra la Cina ed il Dalai Lama, sono definite «tensioni». Come sono gentili e ben educati ed elusivi in Vaticano. Come sanno scegliere bene le parole. D’altra parte duemila anni di storia avranno pur insegnato qualcosa. 

In queste «tensioni» papa Bergoglio non vuole entrare per timore che il governo cinese se la prenda a male e magari crei qualche problema con i cattolici locali. Allora a salvaguardia del proprio ce ne si può infischiare di quello che succede agli altri. Insomma come dire «non nel mio giardino» o se si vuole essere più diplomatici: «È meglio se ammazzano i tuoi piuttosto che i miei». C’è una nota di cinico relativismo in questo modo di ragionare che, forse, un po’ stupisce. La chiesa sta forse diventando laica?  O che magari invece indigna. La lezione della doppia verità oltre Tevere è stata ben appresa e, soprattutto, ben digerita. E in questa tradizione va letto l’attestato di stima di Bergoglio per il capo spirituale dei buddisti tibetani. Con una mano si dà e con l’altra si toglie. Come sempre.
Nelle stesse ore in cui Bergoglio volta le spalle ai tibetani (poi si dirà che non è proprio così, già ce lo si immagina) monsignor Bregantini uno dei capi della Cei contraddice Napolitano e afferma che: «Un politico corrotto è più eversivo di un antipolitico onesto.» Come battuta lapalissiana non è male, un bel sette più. Come demagogia un nove pieno. Come sincerità, trasparenza e coerenza un misero tre. Ma dato con lode.

E pensare che il Dalai Lama al momento dell’elezione di Bergoglio disse «Mi sono commosso quando ho saputo che ha scelto il nome di Francesco. Conosco san Francesco, la sua disciplina, la semplicità del suo stile di vita e il suo amore per tutte le creature sono qualità che trovo di profonda ispirazione». Magari adesso sull’amore per tutte le creature ci sarà un po’ da riflettere.

Come dire: papa Francesco è un uomo di potere e come tutti gli uomini di potere si comporta , con calcolo furbizia, quel tanto di demagogia che serve, eccetera, eccetera. Insomma non è diverso da tutti gli altri. Forse solo un po’ più simpatico, ma questo, forse, non basta.