Ciò che possiamo licenziare

martedì 1 febbraio 2022

Un nonno al servizio delle istituzioni.

Finalmente abbiamo il nostro nonno al servizio delle istituzioni. Ma non è quello che si era proposto. La settimana dedicata alla elezione del Presidente della Repubblica ha insegnato che i peones non sono così peones, che i leader non sono così leader e altro ancora.


E così, dopo neanche una settimana le istituzioni hanno avuto il loro nonno. In verità non si tratta del nonno che si era prefissato, apertis verbi et ore rotundo, di salire al colle Quirinale, in vece sua c’è andato, anzi ritornato o meglio rimasto il nonno che già c’era. Così talvolta vanno le cose nel mondo. Quindi il Presidente Sergio Mattarella, che peraltro mai si è definito nonno al servizio delle istituzioni, è rimasto al posto che ha occupato negli ultimi sette anni e adesso, suo malgrado, gliene toccano altri sette. Anche il Draghi Mario, pure lui suo malgrado, deve starsene a palazzo Chigi dato che nessuno l’ha voluto alla presidenza della Repubblica. Non si fa fatica a immaginare che i partiti pagheranno, in un modo o nell’altro, questo sgarbo. Il giornalista Cazzullo Aldo ha pronosticato che il Draghi Mario tornerà come il conte di Montecristo  ricco, perché ritenuto indispensabile, e spietato, per lo stesso motivo di cui prima. E non si stenta a credere che nei prossimi consigli dei ministri il Draghi accentuerà l’ironia e il disprezzo già palesato con cui guarda i partiti. Al dunque però il migliore dei migliori non ci ha comunque fatto una bella figura: trombato da chi non conta. Giornali e televisioni, che l’hanno fino ad ora osannato, non cessano l’opera di beatificazione e si sono inventati un pannicello caldo: che il Mattarella Sergio abbia accettato la presidenza non in omaggio ai settecento e briscola voti del Parlamento, espressione della volontà popolare, ma per la mediazione del Draghi Mario.  A riprova narrano di un colloquio privatissimo, durato circa trenta minuti, tra il Draghi e il Mattarella, dove il primo ci ha messo del bello e del buono per convincere il secondo ad accettare l’elezione già avvenuta. Ma in realtà s’ha il dubbio che le cose siano andate proprio così. Ovviamente non ci sono evidenze, però, pur non avendo le prove, ma ben sapendo come direbbe Pier Paolo Pasolini, si ritiene sia stato il Mattarella a consolare il Draghi e a fargli balenare o magari anche promettergli chissà che. Forse la presidenza della Repubblica, al prossimo e non troppo lontano giro, questo per impedirgli di andarsene con il pallone. Cioè a dire che dia le dimissioni prima della scadenza naturale della legislatura e lasci i soliti peracottari in braghe di tela. Evvabbé. Se questa è stata la prima lezione delle settimana la seconda è che i leader non leadereggiano proprio per niente, con buona pace dei teorici delle élite. A parte la Meloni, gli altri hanno dimostrato di contare meno dei peones. Anzi sono stati i peones che più peones non si può, prima timidamente e poi sempre più esplicitamente, a decidere chi volevano come Presidente. Adesso al fenomeno dei fenomeni non resta che mettere a terra il pnrr e a farlo funzionare. Teoricamente da quanto s’è capito ci potrebbe riuscire anche un cretino. Vedremo se ci riesce lui. Che farlo non è come dirlo

Buona settimana e buona fortuna.

1 commento:

  1. in effetti, a pensarci bene, si è trattato di una vera sfida fra nonni: Mattarella, Berlusconi, Draghi.
    Forse, più che donne si dovevano proporre, come alternativa, delle nonne.

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