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mercoledì 24 marzo 2010

La fenomenologia delle corna

Le corna non hanno sempre lo stesso significato. Ci sono quelle da offesa e quelle da difesa. La differenza tra le prime e le seconde dipende dalla postura, del movimento e dal contesto. Oltre che dal fine dell'atto.

Le corna: tipico gesto italico dal non univoco significato, se si soppesa la questione si scopre che anch’essa è cornuta.
E questo già dalla forma: indice e mignolo tesi verso l’esterno, a saluto romano, mentre pollice medio e anulare scompaiono vergognosi nel palmo della mano, quasi a dire “noi non c’entriamo”. Poi c’è il fatto della gestualità: questa definisce il senso. L’apparire definisce l’essere.
Già perchè la postura della mano, del braccio e, alla fine, del corpo muta col mutare del senso sotteso all’atto.
Non tutte le corna sono uguali, esiste la fenomenologia delle corna.
La pratica dice di almeno due categorie: quelle a difesa e quelle ad offesa. E la distinzione non sta solamente nel fine dell’atto ma anche nella definizione del contesto, nel tono della movenza e financo nella postura
Le corna a difesa prevedono corpo lievemente curvo, spalle cadenti, braccio arcuato e mano vicina ai genitali o al massimo ad alzo zero, puntate cioè verso il cuore o gli occhi dell’avversario. Di norma vengono elaborate quando il cornificatore è fatto oggetto di anatemi evocanti immediate e sconce sciagure.
Quelle invece ad offesa, che dicono di tradimenti, di profanazioni e maligne alludono a incapacità ed impotenze, godono di altra postura: sono gagliardamente, ferocemente, sfacciatamente lanciate verso il cielo, corpo dritto, quasi in punta di piedi, braccio teso. Travalicano il bersaglio, ambiscono alla notorietà massima. Tutti devono sapere che il cornuto è tale.
E non si deve dimenticare lo sguardo.
Lo sguardo nella esibizione delle corna è fondamentale e questo – così vuole la tradizione e dunque la storia – ha da essere parte integrante dell’atto,che in qualche modo avvolge ed enfatizza.
Nell’azione a difesa lo sguardo attinge all’ibrida mistura del preoccupato-rassegnato, si ricordino le espressioni di Totò e quelle, ancor più comiche di un antico presidente della repubblica specializzato in ogni tipologia di corna che, abbondantemente riprese dalla stampa sia nazionale sia estera, raccontavano di uno sguardo tragicamente spiritato e per ciò stesso voglioso di infinite divine (cornute) protezioni.
Di tutt’altra specie è invece quello ad offesa, anch’esso sguardo bastardo poiché ha da essere aggressivo e allo stesso tempo irridente. E questo connubio non è facile. Solo dall’unione incestuosa dei due opposti si può scatenare la potenza devastante che quelle due ditina, così lontane tra loro eppure così connesse, possono mettere in campo.
Dicotomia bizzarra questa delle corna che rivive peraltro, come quasi sempre accade, anche in natura. Tanti animali sono portatori di corna, e dalle forme le più strane, ma due sono molto simili tra loro per forma e struttura: il toro e il bue.
Il primo simbolo di virilità e selvaggia potenza, protagonista (obtorto collo) di tragici miti e di cruente corride, a lui fanno riferimento sia il padre del “bell’Antonio” che lo sfortunato protagonista di “Fiesta” mentre l’altro, mite e generoso è simbolo di forza buona e tranquilla tanto da meritare l’appellativo (involontariamente ironico) di “pio” e prima ancora spazio anche nell’iconografia del presepe accanto all’asino, simbolo di sapienza, e Maria, che invece rappresenta la bellezza.
E in così opulenta compagnia anche le corna si nobilitano.

PS. Le corna di secondo tipo, se vere, sono così forti da non essere scalfite neppure dal denaro. Questo, come noto e tragicamente visto nei secoli, può comprare uomini e donne, rinfoltire capigliature, far ottenere magniloquenti titoli (anche accademici) magari allungare gambette che voglie irridenti hanno fatto troppo corte ma con le corna non ha alcuna possibilità di successo.
Quando quelle sono conficcate nel ancorché angusto spazio della fronte lì stanno e lì restano.

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