Nobile discorso
dell’ex capogruppo dei deputati che però non ha nessun effetto sulla platea.
Renzi si comporta come il padrone del pallone: o si gioca come dice lui o lui
va a casa. Col pallone. In tanti pensano che il 2018 sia lontano e ci si
penserà quando arriverà. Quando l'interesse della "ditta" non corrisponde a quello del Paese.
E
tira e tira, alla fine o quasi fine, la minoranza del Pd, che a guardarne
alcuni esponenti c’è da mettersi le mani nei capelli, ha deciso (parola grossa)
per un atto di forza (anche questa espressione grossa): Roberto Speranza si
dimette. Cioè a dire il capogruppo dei deputati del Pd con un intervento che in
tempi passati sarebbe forse stato definito nobile, dichiara di non condividere
a tal punto la linea del suo partito da rassegnare le dimissioni.
Le
sue parole sono cariche di pathos, parola non ancora rottamata ma ci si è
vicino: «Non sono nelle condizioni
di guidare questa barca. Credo nel governo, credo nel Pd e nel gruppo ma in
questo momento (forse solo in questo
momento, ndr) è troppo ampia la differenza tra le scelte prese e quello che
penso. (comunque,ndr) Sarò leale al
mio gruppo e al mio partito ma voglio essere altrettanto leale alle mie
convinzioni profonde»
Bello, non c’è che dire, anche se ricorda tanto
il famoso: questo non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza e il veltroniano ma anche. Speranza Roberto a
questo punto dovrà spiegare, soprattutto a sé stesso, come farà a conciliare
lealtà al partito ed alle sue convinzioni poiché ormai alla storia della doppia
verità non crede più neppure la Chiesa e per mettere in pratica la doppia linea
ci vogliono comunisti alla Togliatti e in giro non se ne vedono. Quindi si va verso
la non speranza.
Miquel Gotor solo due settimane fa twittava «la
battaglia è ancora lunga» ma non aveva fatto i conti con la decisione del
toscanaccio e neppure con le astuzie degli scampati alla rottamazione: Franceschini,
Marina Sereni, Burlando, Finocchiaro, De Luca, Zanda giusto per dirne alcuni
che quelli che erano stati con Bersani la prima volta giravano intorno al sessanta
per cento. Adesso invece il tempo per la
battaglia si è fatto un po’ più breve e di penultimatum in penultimatum si può
anche morire. Politicamente parlando, ovvio. Ma d’altra parte è stata proprio
l’inanità dei vecchi dirigenti (D’Alema e Bersani in testa) a favorire l’ascesa
del giovane Renzi: avessero fatto politica e si fossero occupati dei casi degli
italiani anziché baloccarsi con gli organigrammi o come yuppy in carriera adesso la
musica sarebbe ben diversa. D’altra parte le chiacchiere sul «bene della ditta»
suonavano fesse fin dal primo rintocco. Se il bene della ditta non corrisponde
al bene del Paese la strada, per il Paese, sarà dura e non sempre, questa sì,
breve.
I renziani puri, quelli della prima ora,
qualche settimana fa, dopo l’evaporazione al terzultimo o del penultimo
penultimatum, ridacchiavano in transatlantico, ironizzando sul fatto che quasi
tutti, tra senatori e deputati, tengono famiglia e alcuni anche il mutuo da
pagare e quindi alla fine avrebbero mollato. Ora Renzi per essere certo del
risultato ha legato la sorte dell’Italicum a quella del governo che tradotto
significa: se si va alle elezioni le liste le faccio io e magari chi ha già
fatto tre mandati, se non è stato leale che per lui vuol dire fedele, sta a
casa. Il classico bambino padrone del pallone: detta le regole altrimenti non
si gioca. Quindi meglio per i più se il governo dura e il 2018, al momento, è
ancora lontano e quindi tutti a fare festa.
Apre le danze Lorenzo Guerini che a mezzanotte e ventidue twitta «Assemblea deputati pd si chiude con
grandissima maggioranza a favore proposta legge elettorale» dimostra un po’ di
pudore sottintendendo l’esistenza di una minoranza. Mancano invece di pudore la
pasdaran Simonetta Rubinato (tre legislature) «Renzi: se Pd si ferma, si ferma Italia. All'unanimità con
190 voti gruppo dà via libera Italicum senza modifiche» e la neofita Marina Sereni (quattro
legislature) che la ritwitta. Ma di simili ce ne saranno altri.
In un tale contesto al Pd mancherà, forse, Roberto Speranza ma di sicuro gli mancherà la speranza. Quella vera.