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giovedì 16 aprile 2015

IL PD UN PARTITO SENZA SPERANZA

Nobile discorso dell’ex capogruppo dei deputati che però non ha nessun effetto sulla platea. Renzi si comporta come il padrone del pallone: o si gioca come dice lui o lui va a casa. Col pallone. In tanti pensano che il 2018 sia lontano e ci si penserà quando arriverà. Quando l'interesse della "ditta" non corrisponde a quello del Paese.

E tira e tira, alla fine o quasi fine, la minoranza del Pd, che a guardarne alcuni esponenti c’è da mettersi le mani nei capelli, ha deciso (parola grossa) per un atto di forza (anche questa espressione grossa): Roberto Speranza si dimette. Cioè a dire il capogruppo dei deputati del Pd con un intervento che in tempi passati sarebbe forse stato definito nobile, dichiara di non condividere a tal punto la linea del suo partito da rassegnare le dimissioni.

Le sue parole sono cariche di pathos, parola non ancora rottamata ma ci si è vicino: «Non sono nelle condizioni di guidare questa barca. Credo nel governo, credo nel Pd e nel gruppo ma in questo momento (forse solo in questo momento, ndr) è troppo ampia la differenza tra le scelte prese e quello che penso. (comunque,ndr) Sarò leale al mio gruppo e al mio partito ma voglio essere altrettanto leale alle mie convinzioni profonde»

Bello, non c’è che dire, anche se ricorda tanto il famoso:  questo non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza e  il veltroniano ma anche.  Speranza Roberto a questo punto dovrà spiegare, soprattutto a sé stesso, come farà a conciliare lealtà al partito ed alle sue convinzioni poiché ormai alla storia della doppia verità non crede più neppure la Chiesa e per mettere in pratica la doppia linea ci vogliono comunisti alla Togliatti e in giro non se ne vedono. Quindi si va verso la non speranza.

Miquel Gotor solo due settimane fa twittava «la battaglia è ancora lunga» ma non aveva fatto i conti con la decisione del toscanaccio e neppure con le astuzie degli scampati alla rottamazione: Franceschini, Marina Sereni, Burlando, Finocchiaro, De Luca, Zanda giusto per dirne alcuni che quelli che erano stati con Bersani la prima volta giravano intorno al sessanta per cento. Adesso invece  il tempo per la battaglia si è fatto un po’ più breve e di penultimatum in penultimatum si può anche morire. Politicamente parlando, ovvio. Ma d’altra parte è stata proprio l’inanità dei vecchi dirigenti (D’Alema e Bersani in testa) a favorire l’ascesa del giovane Renzi: avessero fatto politica e si fossero occupati dei casi degli italiani anziché baloccarsi con gli organigrammi o come yuppy  in carriera adesso la musica sarebbe ben diversa. D’altra parte le chiacchiere sul «bene della ditta» suonavano fesse fin dal primo rintocco. Se il bene della ditta non corrisponde al bene del Paese la strada, per il Paese, sarà dura e non sempre, questa sì, breve.

I renziani puri, quelli della prima ora, qualche settimana fa, dopo l’evaporazione al terzultimo o del penultimo penultimatum, ridacchiavano in transatlantico, ironizzando sul fatto che quasi tutti, tra senatori e deputati, tengono famiglia e alcuni anche il mutuo da pagare e quindi alla fine avrebbero mollato. Ora Renzi per essere certo del risultato ha legato la sorte dell’Italicum a quella del governo che tradotto significa: se si va alle elezioni le liste le faccio io e magari chi ha già fatto tre mandati, se non è stato leale che per lui vuol dire fedele, sta a casa. Il classico bambino padrone del pallone: detta le regole altrimenti non si gioca. Quindi meglio per i più se il governo dura e il 2018, al momento, è ancora lontano e quindi tutti a fare festa.

Apre le danze Lorenzo Guerini che a mezzanotte e ventidue twitta «Assemblea deputati pd si chiude con grandissima maggioranza a favore proposta legge elettorale» dimostra un po’ di pudore sottintendendo l’esistenza di una minoranza. Mancano invece di pudore la pasdaran Simonetta Rubinato (tre legislature) «Renzi: se Pd si ferma, si ferma Italia. All'unanimità con 190 voti gruppo dà via libera Italicum senza modifiche» e la neofita Marina Sereni (quattro legislature) che la ritwitta. Ma di simili ce ne saranno altri.

In un tale contesto al Pd mancherà, forse, Roberto Speranza ma di sicuro gli mancherà la speranza. Quella vera.