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giovedì 30 giugno 2016

UK: prima Brexit e poi arimortis

Ogni tanto i britannici sono bizzarri: organizzano un referendum inutile e potenzialmente dannoso per l’intero mondo, poiché il risultato non piace a chi ha perso e neppure a chi ha vinto
allora chiamano arimortis. Forse non sanno che anche arimortis ha delle regole. 
 
Boris Johnson e David Cameron: prima la brexit poi arimortis
Se non si fosse certi, inoppugnabilmente certi, che la pièce dall’improbabile titolo “Brexit” sia stata scritta e messa in scena come prima assoluta nelle isole britanniche, si sarebbe potuto nutrire il fondato sospetto che gli ideatori, gli sceneggiatori e gli attori fossero al minimo dei mediterranei. 
Se proprio non si volesse cadere nel banale e scommettere, dieci ad uno, con tanto di sorrisino sarkò-merkleriano, che testo e trama siano, di italico. conio E invece no. Questa volta i sudditi di God-save-the-queen si sono preparati con il giusto impegno ed hanno avuto l’ardire di superare il modello di riferimento. Come dire che ai britannici (per dirla da colti) o agli inglesi (per dirla come la dice il popolo) stare in Europa gli fa proprio male. Ma tanto. Hanno preso subito le cattive abitudini. che come noto sono le più facili da assimilare. Coautori dell’opera Brexit due britannici di stirpe inglese: David Cameron e Boris Johnson. Entrambi sono conservatori e rispondono come due gocce d’acqua al detto di  John Stuart Mill: «i conservatori non sono necessariamente stupidi, ma le persone più stupide sono conservatori.» E questo è il caso. Il primo ha indetto un referendum di cui non c’era alcuna necessità e il secondo, giocando contro, l’ha cavalcato alla cieca cioè senza sapere dove si va a parare. 

Il successo dell’opera, comunque, è stato travolgente avendo visto una fluentissima partecipazione di pubblico, ben il 72%. Che per quell’isola ha quasi del miracoloso e anche il risultato è stato chiaro: gli spettatori hanno scelto Leave nella misura del 52% versus 48% Remain. Quattro punti percentuali di scarto non sono pochi. Quindi ha vinto Boris Johnson nella parte di Leave e a perso David Cameron nella parte di Remain.Divertente quanto o forse più delle Allegre Comari di Windsor", Shakespeare perdonerà il parallelo.

A questo punto ci si sarebbe aspettati grandi feste da parte di Leave e: un, due, tre subito fuori da quella inospitale casaccia che è l’Unione Europea. E invece no. Colpo di scena: i britannici tutti, inglesi, gallesi, scozzesi, uomini e donne, giovani e vecchi, chi era per Leave e chi era per Remain, hanno scoperto, come per incanto, una parola per loro nuova: arimortis. Parola antichissima, pare risalga addirittura al tempo degli antichi romani, che però ancora nei giorni contemporanei viene utilizzata dai preadolescenti italici durante i giochi. Arimortis, che nella forma contratta fa arimo, è la parola magica che interrompe il gioco cristallizzando la situazione. Se a uno dei contendenti si slaccia una stringa o gli si è infilato un sassolino nella scarpa o si è sbucciato un ginocchio e perde una goccia di sangue o ha una fitta alla milza grida:«arimortis» e il gioco si ferma. Si riannoda la stringa, si toglie il sassetto dalla scarpa, si arrotola un fazzoletto sulla feritasi prende un po’ di fiato e il gioco ricomincia come prima. E tutto viene fatto con innocenza. Ecco, questo è quello che vogliono fare Leave e Remain nei confronti dell’Europa: risistemarsi e prendere fiato. Solo che arimortis durante i giochi preadolescenziali viene gridato senza malizia e quando effettivamente c’è un impedimento per qualcuno dei contendenti a proseguire il gioco. Ma questo non è il caso di UK con l’Europa.  Anzi, in questi ultimi quaranta e passa anni Uk ha partecipato solo per modo di dire alla UE, nel senso che quando ne aveva un vantaggio stava dentro e quando riteneva di rimetterci si chiamva fuori e il giochino gli è riuscito fino ad oggi quando i troppo furbi di ogni età, ma sono conservatori con quel che segue, non bisogna dimenticarlo, si sono incartati da soli. E allora: arimortis. 

C’è però una regola nell’uso di arinortis che forse gli anglosassoni non conoscono: quando la squadra avversaria scopre che gli arimortis chiamati sono solo pretestuosi e tendono all’imbroglio stabilisce che non valgono più. Li si può anche chiamare ma vengono ignorati. Magari l’italico premier, in arte Renzi Matteo, dovrebbe spiegare le regole dell’arimortis agli altri partners europei, quelli che di solito maramaldeggiano con i mezzi morti e diventano acquiescenti con i gradassi. Però va tenuto conto che la metafora di Stuart Mill si attaglia a tutti i conservatori. Non solo a quelli britannici.


domenica 6 settembre 2015

Tedeschi brava gente

I tedeschi oltre che ingegneri e laureati ci scippano anche gli appellativi migliori. Accolgono i profughi con vestiti, vettovaglie e la scritta wilkommen. Nei Landër dell’Est c’è un po’ di paura, ma la supereranno. Ai nuovi venuti insegneranno guten tag e guten morgen per Kant ed Hegel c’è tempo.

E così mentre il Salvini Matteo riempie il tendone della Lega a Buglio, nota località balneare della Valtellina che ha 2.036 abitanti, sbrodolando contro, nell’ordine, i profughi, i migranti, il governo,  mafia capitale, Angelino Alfano, Renzi Matteo, papa Francesco e magari anche Angela Merkel, i tedeschi accolgono festosi i migranti, per lo più siriani.. Lo fanno, ovviamente a modo loro: con organizzazione.
I tedeschi arrivano alla loro frontiera con auto proprie piene di vettovaglie, coperte, vestiti e, dato che come noto hanno un cuore ed amano i bambini,anche giocattoli e peluche. Naturalmente non dimenticano le bandiere, nera rosso e oro e gli striscioni dove hanno scritto wilkommen che vuol dire benvenuti. I britannici hanno che hanno ereditato dai conquistatori sassoni la stessa radice l’hanno trasformata in wellcome ma al momento non la usano con chi cerca di salvarsi la pelle.

Comunque, i tedeschi, che ci stanno scippando l’appellativo di brava gente,oltre che ingegneri e laureati vari e in un sol giorno si sono portati a casa qualche migliaio di profughi. Ovviamente si saranno preparati per tempo e con teutonica precisione smisteranno i nuovi arrivati in giro per i Landër, gli daranno un appartamento, li iscriveranno a scuola e, si può star certi che le prime parole che insegneranno saranno guten morgen, guten tag, bitte e danke. Per Kant, Fichte, Schelling ed Hegel e maghari anche Heideger  ci sarà tempo, se vorranno. E alcuni tra i nuovi quasi sicuramente vorranno. Le parolacce le lasceranno alla libera iniziativa dei nuovi venuti.

Poi senz’altro gli spiegheranno che sui mezzi pubblici si paga il biglietto, come fanno tutti loro, e che se si trova un lavoro, magari da badante o da raccoglitori d’uva dalle parti della Mosella, bisogna essere messi in regola e i datori di lavoro devono versare i contributi e che l’affitto delle case popolari va pagato. Faranno, insomma, come hanno fatto con un milione e passa di turchi, molti dei quali sono anche diventati cittadini tedeschi e come tali si comportano e si sentono. Nulla di particolarmente impegnativo. Solo buon senso.

Non che la Germania sia diventato il paradiso in terra ma, come spiega l’astro nascente della filosofia teutonica Markus Gabriel: «Ora l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la  cittadinanza tedesca e parlare la lingua.» Poi aggiunge che sì, anche lì c’è qualche problema specialmente nei Landër dell’Est: «Opposizioni ci sono anche nel Baden-Würtemberg, il Land più ricco. A Est la popolazione è meno benestante e ha più paura della concorrenza di chi arriva da fuori.» Avevano anche paura dell’idraulico polacco ma poi se ne sono fatta una ragione e hanno scoperto che l’importante è essere un buon idraulico e non importa il paese d’origine.  Quindi c’è anche una Germania razzista, ma ne sono coscienti e la Cancelliera non ha difficoltà ha bollarne gli aderenti come tali. La coscienza nazionale non le farà perdere voti.

È da aggiungere anche che i tedeschi non hanno la parola “peracottaro”, se copiano due righe nella tesi di laurea, anche loro hanno un tot di furbetti,  si dimettono e magari anche si vergognano pure. Da loro a nessun ex Cancelliere verrebbe mai in mente di dire come augurio di matrimonio che le «donne, come le case e le barche si devono affittare.» E non approverebbero mai una legge per poi definirla: «Una porcata.» Tedeschi brava gente.

sabato 13 ottobre 2012

Se Bersani fosse un leader.



Breve premessa: non so se Matteo Renzi rappresenti effettivamente il nuovo per il partito democratico, così come non so se con la sua guida il nuovo governo potrà effettivamente portare equità e sviluppo nel nostro Paese.  Dato che il capitolo lacrime e sangue lo stiamo già giocando con Monti.
Quel che so per certo è che Matteo Renzi si è posizionato come alternativa all'attuale leadership del pd.  E in questo non ci vedo nulla di scandaloso, soprattutto se il partito si chiama democratico e,a maggior ragione se così si definisce. Da che mondo è mondo in ogni partito hanno sempre trovato posto  una maggioranza ed un'opposizione e questo anche nel PCUSS di Leonid Il'ič Brežnev e pure nel pci di Gramsci-Togliatti-Longo-e-Berlinguer.
Magari un'opposizione che non si sbandierava ai quattro venti con comunicati stampa e interviste ma c'era. Eccome se c'era. Peraltro ce lo potrebbe raccontare, con dovizia di particolari, Giorgio Napolitano che nella sua lunga carriera di iscritto al pci ha giocato  in entrambe le squadre. E che fece arrabbiare Berlinguer più di una volta.
All'interno del pci si faceva opposizione  dura, anzi aspra, e si arrivava a prendere decisioni dopo laceranti discussioni e un dibattito era franco e leale come si usava dire nel gergo piciista per significare che c'era disaccordo.  E talvolta uomini di spessore come Giorgio Amendola o Giancarlo Pajetta o Pietro Ingrao ne facevano qualche accenno nei libri che scrivevano. Ma erano altri tempi. Allora si giocava tutto in casa e chi non era d'accordo usava iniziare i suoi interventi con bel “condivido nei punti e nelle virgole quello che ha detto il segretario”. Per poi significare, con allusioni e giri di parole, esattamente il contrario.  Il livello era di qualità. A quei tempi.
E. Berlinguer con G.Napolitano
Altro che so per certo è che l'attuale nomenclatura (sempre come si diceva una volta) o  l'attuale leadership (come si usa dire oggi) si sta opponendo a Renzi in un modo che ha del surreale. Surreale perché infantile. Leggere di Fassina che accusa Renzi di “copiare” il programma del pd come se questi non ne facesse parte è ridicolo ancor prima che sciocco. Che poi oggi neanche più i bimbi delle elementari dicono “maestra, Matteo mi ha copiato”.
Così come affermazioni tipo “scegliete le perle e non la bigiotteria” di Rosy Bindi, che bisogna dimostrarlo di essere delle perle, o addirittura “Renzi potrebbe farsi male” di D'Alema portano il ridicolo oltre la soglia del patetico.
Come alcuni forse sanno per poter partecipare alle primarie non basta candidarsi, occorre presentare 18.000 firme di iscritti al partito o l'adesione di 95  componenti dell'assemblea nazionale.
Ora sembra che al team di Renzi sia stato negato l'accesso all'elenco degli iscritti e che dall'ufficio del tesseramento sia stato risposto che gli elenchi se li devono andare a cercare città per città. Che è come dire “non puoi partecipare”. Ritorna alla memoria quell'odioso bambino che solo perché proprietario del pallone pretendeva di vincere la partita anche senza saper giocare. Ma ci sono ancora bambini del genere?
 A parte quelli un po' cresciutelli che stanno dentro il pd?
Che poi se ragionano in questo modo che affidabilità possono dare alle loro proposte politiche? Davanti ad Angela Merkel che diranno? “Vatti a cercare i conti da te?” E magari gli daranno l'indirizzo sbagliato e gli nasconderanno la calcolatrice. O addirittura si rifiuteranno di fare le fotocopie.  Su siate seri. Se potete.
Che, per dirla tutta,che immagine ne ricaverebbe il pd ed il suo segretario se Renzi non potesse partecipare alle primarie per mancanza di firme? Come ne godrebbero Vittorio Ferltri e compagnia. E che figura di palta a livello internazionale. Altro che tener su il perizoma con il filo spinato.
Bersani dovrebbe impedire queste miserie anzi sarebbe un grande atto, di sostanza, se lui decidesse di essere il primo a firmare, per consentire a Renzi ma anche a Laura Puppato e a Sandro Gozi di partecipare alle primarie.  Atto di grande generosità.
Atto rivoluzionario e da grande leader.
Se così facesse Bersani dimostrerebbe, certezza nelle proprie idee, voglia di mettersi in discussione, capacità di innovare ma soprattutto grande forza e autorevolezza. Se si è in grado di aiutare il proprio competitore a superare la burocrazia si ha già vinto.
Così farebbe scendere dalla teoria la famosa frase: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere.” 
In questo caso Bersani si tranquillizzi, non è necessario mettere in gioco la pelle, basta una firma. Fatta magari anche con una biro di scarto.
Pierluigi Bersani da Bettola, lei ce l'ha questa forza? Che poi è come dire, lei è un vero leader?

By the way onorevole Bersani ma chi si occupa della sua immagine e della strategia della sua campagna elettorale? Si spera non un apparatiniko. Anche se sembra. Lo cambi. Nel suo interesse.