Dietro
il ravvicinamento tra Cuba e Washington pare ci sia la manina di papa Francesco: un paio di lettere e qualche
telefonata. L’Italia in tre anni ha fatto sempre la stessa cosa: figura di
palta. E se la si affidasse a Bergoglio
la questione dei marò?
Grande notizia sui
giornali di tutto il mondo: finalmente il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. Dopo 63 anni riprenderanno a parlarsi e si riconosceranno reciprocamente. Bel
colpo di cui (quasi) tutto il mondo è felice. Saranno un po’ perplessi i
sognatori: mitizzatori del Che e di Fidel. Ma pazienza, forse sono rimasti pure
in pochi. Gli statunitensi hanno scoperto che l’isolazionismo non funziona
mentre i cubani da oggi rientrano nella grande famiglia americana. «Todos somos
americanos.» lo ha detto Obama. Che tanto lo erano anche prima ma un bollino
yankee fa sempre comodo.
Gli effetti collaterali
non sono pochi. Innanzi tutto il nome di Cuba verrà depennato dalla lista nera
degli stati canaglia (brillante invenzione USA) poi lo zucchero potrà potrà
essere venduto a poche miglia di distanza e non fare il giro del mondo e infine
i cubani residenti potranno ricevere più soldi da quelli espatriati: da 500 a
2.000 dollari per trimestre. Per gli USA il primo e più importante beneficio
sarà che la Cia potrà smettere di scervellarsi sul come ammazzare Fidel. Ci
hanno provato 638 volte compresa quella di avvelenare suoi sigari. A riprova
che più il consesso è serio e più l’umorismo ha libero accesso. La seconda è che Michele Obama e figlie
potranno farsi un altro viaggetto. Sulla porta di casa, ma comunque esotico
dove potranno visitare il più grande museo all’aria aperta d’auto d’epoca
yankee. Fine tessitore del miracolo: Jorge Bergoglio in arte papa Francesco, da
solo diciotto mesi residente a Roma. Gli sono bastate un paio di lettere e qualche
telefonata.
Mentre tutto questo
succedeva ad occidente della città eterna da oriente arrivava allo Stato
italico l’ennesimo smataflone. Targato
India, naturalmente. Da tre anni la Corte Suprema indiana tiene in ostaggio due
fucilieri, Latorre e Girone, senza emettere un capo di imputazione. Anche qui c’è
la perfida ironia delle cose umane. E italiche in particolare. I fucilieri sono
nella sostanza prigionieri ma senza accusa. Non sono in carcere, ma all’ambasciata.
Ogni tanto hanno fruito di permessi, quasi delle licenze e qualche volta moglie
e figli li hanno raggiunti. Un brillante ministro degli esteri durante una loro
venuta sul patrio suolo non li voleva far ritornare nonostante la parola data.
E per essere certo che la cosa girasse bene lo fece sapere alla stampa. Gli
indiani, alle spalle una civiltà millenaria hanno capito in breve che degli
italici non ci si può fidare. Per loro deve essere stata una scoperta. Pari a
quella di Colombo Cristoforo quando trovò le indie occidentali. Per cui Latorre, in Italia per curarsi, deve
tornare nei tempi stabiliti e Girone non si può allontanare. Meglio tenersene
uno ben stretto avranno pensato a New Delhi.
Comunque, dal momento del
fermo dei due del San Marco sono passati tre governi e non è successo nulla. O
meglio è stato reiterato per tre il solito atto: figura di palta. Adesso con
due ministri di polso: alla difesa Pinotti, che non è parente di Gianni perché
quello è il cognome e di nome fa Roberta e agli esteri Gentiloni Paolo, la
situazione è rimasta nelle orme della tradizione manzoniana. Grida ferocissime e
fegato di burro. Anche perché tuonare aggiungendo dei “ma” raramente ha portato
da qualche parte. Rivolgersi a Veltroni Walter per spiegazioni in merito. Se
poi si cerca di intervenire sulla Corte Suprema, istituzione indipendente,
facendo pressioni sul governo indiano si dimostra che «non tutto il mondo è
paese.» Ché magari si fosse chiesto subito l’arbitrato internazionale la cosa
sarebbe ormai risolta. Ma non ci si può aspettare
da chi è senza denti di mordere.
In tutto questo
bailamme è intervenuto anche il Colle. Napolitano si è detto «fortemente contrariato»,
in inglese «very dissatisfied.» La Corte Suprema indiana sarà rimasta
impressionata da quel «fortemente.» Si fosse trattato di Regno Unito, USA o
Germania o anche Francia sarebbe bastato «contrariato» Ma questi non sono loro,
avranno pensato i giudici indiani. Dagli
torto.
Naturalmente in questi
tre anni solidarietà a fiumi, qualche lacrima, alcuni viaggi ministeriale a
spese del contribuente. Insomma la solita rappresentazione. Magari un suggerimento
a Renzi e Napolitano, prima che se ne vada, lo si potrebbe dare: perché non
chiedere a Bergoglio di occuparsi della questione? Questi del Vaticano a volte
sono lenti, mai quanto i diversi inquilini della Farnesina, ma quando si
fissano ottengono quel che vogliono.
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