Lemme lemme con metodo anfibio si procede “istituzionalmente” alla riabilitazione del fascismo. Questa volta il percorso è a ritroso e si parte dal 26 dicembre 1946. Fra non molto si arriverà al 22 ottobre 1922. Ma alla fine la magagna salta fuori.
Come succedeva un tempo, magari ancora oggi, le feste natalizie erano, o sono i momenti in cui ai bimbi si raccontano fiabe. Fiabe che grondano bontà e amore. Specialmente quelli più piccini ne restano affascinati e, di solito, chiedono il bis o addirittura ne pretendono un’altra. E così sfruttando il momento il Presidente del Senato La Russa Ignazio con l’aria del nonno s’è messo a raccontare una favoletta ai più grandicelli e pure a quelli decisamente più âgèe. La favola non comincia con il sognante “C’era una volta”, ma con un più prosaico “Era il 26 dicembre del 1946”, come nonno il Larussa Ignazio si deve ancora fare la mano. Comunque: “Era il 26 dicembre del 1946 quando un gruppo di uomini” si riunirono nello studio di un assicuratore, il Michelini Arturo, per dar vita ad un nuovo soggetto politico. Erano uomini “sconfitti dalla storia – ricorda, bontà sua, nonno La Russa - sconfitti dalla guerra, sconfitti nella loro militanza che era stata per l’Italia in guerra, l’Italia fascista”. La favola, come tutte le favole richiede un po’ di fantasia e la capacità di accettare l’inverosimile e il fantastico e nonno La Russa ce la mette tutta. Gli uomini di cui racconta il nonno La Russa erano inverità tipetti poco raccomandabili, venivano dalle repubblica di Salò, il governo fantoccio del Mussolini Benito agli ordini della Germania nazista. In quel gruppetto c’era,per dire di quello in seguito più famoso, il redattore capo della rivista razzista ed antisemita Difesa della razza. Il suo primo articolo fu contro nientepopodimenoche l’imperatore Caracalla, cosa vuol dire non avere il senso del ridicolo, reo di aver concesso la cittadinanza ai provinciali ed aver promosso il meticciato. Naturalmente, come ti sbagli, gli italiani di religione ebraica non erano italiani. Quindi d’un tratto ci perdevamo gli scienziati Bruno Pontecorvo, Emilio Segrè, Gino Fano, Adriana Enriques, Alessandro Terracini, Bruno Levi, Giorgio Mortara e Beniamino Segre, tanto per citarne alcuni e anche Amedeo Modigliani, Italo Svevo, Arrigo Minerbi, Angelo Sraffa... Gran brutto affare per l’Italia. In un altro articolo scrisse: “Il razzismo deve essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia e viva in tutti noi la coscienza della razza”. Idiozie sesquipedali allo stato puro. Il suo nome era Almirante Giorgio. Gli altri di quel “gruppo di uomini” erano fatti sullo stesso modellino. Quindi c’era e c’è poco da stare allegri. La narrazione di nonno La Russa prosegue favoleggiando: “quegli uomini non si arresero (avrebbero dovuto, almeno all’intelligenza) e non chiesero neanche per un attimo di tornare indietro”. Sarebbe stato paradossale per degli sconfitti dalla storia. Come parola d’ordine scelsero “non rinnegare e non restaurare”. Ora sul restaurare, a quei tempi, non c’era proprio possibilità alcuna. Sul rinnegare invece c’è molto da dire. Sarebbe stato onesto se avessero rinnegato la vigliaccheria delle quadre d’azione abituate a colpire in dieci contro uno, salvo poi scappare a gambe levate come quando Emilio Lussu prese a fucilate quelli che volevano assaltare la sua casa di Cagliari. Sarebbe stato onesto se avessero rinnegato gli assassinii di don Minzoni, dei fratelli Rosselli, di Matteotti... E anche le guerre coloniali, le leggi razziali, l’aver mandato soldati con mezzi insufficienti ad essere carne da macello, aver varato le leggi fascistissime (alcune delle quali sono richiamate sotto mentite spoglie da alcune aspiranti attuali), l’essere stati spie e servi dei nazisti, torturatori e fucilatori di partigiani, loro sì difensori dell’onore dell’Italia. Quindi magari dolersi per il male fatto,tanto comunque la storia non si cancella, e per quante fole si raccontino resta sempre lì a indicare torti e ragioni. Poi nell’esaltazione del momento la confusione si fa palpabile e dilaga: “quegli uomini” fondarono un partito ma non lo chiamarono partito bensì movimento (pensavano al futuro) e aggiunsero “sociale, perché volevano che la loro azione fosse a favore della gente, della gente comune” (cosa mai successa, neppure adesso che i nipotini di quegli uomini sono al governo, anzi) e poi la terza parola: italiano, “l’identità nazionale il punto forte”. Sai la novità: dimentica il La Russa come tutti i partiti di quel periodo, ad eccezione della Democrazia Cristiana, avevano come terza parola italiano: dal PRI al PLI, al PSI, al PSDI, financo allo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e al PCI. E per finire in gloria l’esaltazione del simbolo, la fiamma, e qui casca l’asino. Il nonno, oramai stanco per la lunga favola. si lascia scappare: la fiamma “è un simbolo di continuità, un simbolo di amore, di resilienza, si direbbe oggi. Un simbolo che guarda all’Italia del domani e non del ieri, senza dimenticare la nostra storia”. Filotto. A parte il pasticcio semantico il senso è chiaro. Ahinoi!
Buona settimana e Buona fortuna.
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