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venerdì 4 ottobre 2013

I morti sono 300 le parole 3000

D’accordo sulla commozione e sulla vergogna e sull’orrore, dopo di che cosa si fa? Se si prendessero i giornali degli ultimi vent’anni si scoprirebbe  che son tutti sentimenti e discorsi e articoli fotocopia. Si cede sempre alla logica che «domani è un altro giorno e la vita deve andare avanti.»


Grande ennesima tragedia sulle spiagge di Lampedusa. 
Questa volta il numero dei morti ha superato di gran lunga quello dei sopravvissuti, di quelli cioè che l’hanno scampata al deserto, alla fame, alla sete, al caldo, al freddo, agli stupri, alle sevizie, alle torture, ai ladrocini e a qualsiasi altra cosa possa venire in mente ad un caldo e ben pasciuto benpensante..I morti sono trecento e le parole tremila o magari anche trecentomila o tre milioni. Il numero delle parole supera sempre per quantità ed intensità qualsiasi evento disastroso.  Non è la prima volta che una simile sciagura  accade in quell’isola così bella e così martoriata per essere il punto d’Europa più vicino all’Africa. Però questa è la prima volta che su quelle spiagge muoiono in così tanti e in un solo tentativo di sbarco. 

Diceva Karl Wolff che «se se ne ammazzano  dieci o venti si fa una strage se invece il numero sale, soprattutto se s’impenna a dismisura, si compila più semplicemente una statistica». E lui se ne intendeva essendo un generale delle Waffen SS. Probabilmente per  qualcuno non è così: che siano solo trecento o anche solo tredici o anche solo tre i morti affogati che vogliono scappare dalla fame e dalla miseria, per non dire dalla guerra perché la retorica piace punto per non dire nulla, fa ancora un certo effetto. Per fortuna.

Ma anche qui c’è però da intendersi sul tipo di effetto e sulla conseguenza che quello sortisce. Eh già perché su questioni del genere non si può andare un tanto al chilo, bisogna essere precisi. E ancor più che precisi, selettivi, sofisticati anzi sofisticatissimi nell’intendersi sul tipo di effetto che questi eventi hanno. E soprattutto su chi hanno effetto. Anche se molto spesso il combinato disposto tra il ‘tipo d’effetto’ e il ‘chi’ mette quasi ancor più tristezza che non le stesse morti.

Infatti c’è chi si commuove, come ai funerali. E quindi? C’è chi piange. E quindi? C’è chi si indigna. E quindi? C’è chi butta corone di fiori in mare. E quindi? C’è chi fa discorsi. E quindi? C’è chi maledice. E quindi? C’è chi grida «vergogna!» E quindi? C’è chi alla «vergogna aggiunge orrore», quasi si fosse alla gara di chi le spara più grosse. E, comunque, e quindi? C’è chi porta solidarietà, che tanto non costa nulla. E quindi? C’è chi abbraccia. E quindi? C’è chi propone premi Nobel. E quindi? C’è chi chiama in soccorso gli altri. E quindi? C’è chi vuol cambiare o abolire le leggi. E quindi? C’è chi sostiene che il problema è ben altro. E quindi? E poi senz’altro ci sarà chi applaudirà ai funerali. E per questi non val la pena di sprecare un «e quindi?»

Sì perché sulla retorica molti son campioni ma di solito è sul «e quindi?» che cascano, e non sono solo gli asini.  E sul «e quindi?» Se con pazienza si andassero a riprendere i giornali degli ultimi vent’anni si noterebbe con sconsolata tristezza che gli articoli, i discorsi e financo i sentimenti e le lacrime sono in formato fotocopia. Un tempo andavano per la maggiore le sciagure dell’Adriatico: c’era la questione albanese poi ha preso il sopravvento quella africana. Gli albanesi possono arrivare in Europa anche via terra. Per gli africani è un po’ più difficile.

E quindi dopo l’indignazione, la vergogna, l’orrore, la solidarietà e tutto il resto che compone il merchandising del buonismo che si fa? Le risposte «siamo impotenti» o «tocca ad altri» o «non abbiamo le risorse » non sono ammesse. Paccottiglia d’accatto che lascia il tempo che trova. Perché questo è il momento del fare. Ma fare veramente. Salvo frignare ora, per poi consolarsi con il fatto che «domani è un altro giorno e la vita deve andare avanti». Che poi è come dire che si è tutti veramente molto dispiaciuti ma in realtà non gliene frega niente a nessuno. Che se così è almeno lo si dicesse chiaramente e non ci si nascondesse vigliaccamente dietro le parole «vergogna ed orrore». Che tanto qui, questa sera si cenerà uguale, come i pesci davanti a Lampedusa.

Sulla questione hanno parlato anche i leghisti, ma di loro non val la pena di tener conto.

4 commenti:

  1. Andrea Galimberti4 ottobre 2013 23:21

    Domani sará uguale a oggi,anzi un po' peggio..

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  2. Sergio Grisanti6 ottobre 2013 15:47

    É tragica la morte di 300 persone come diventano inutili 3000 parole !

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  3. Mikela Ampelli6 ottobre 2013 15:48

    Ma nessuno parla della sopravvissuta su quel barcone che nella traversata ha subito uno stupro di gruppo. shhhh nn diciamo niente di questo altrimenti scema l'immagine di sconforto

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