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domenica 23 luglio 2017

Roma: la mafia non c’è.

La mafia nunesiste dice la sentezza. Buzzi e Carminati sono soci: uno corrompe e l’altro minaccia, ma non è metodo mafioso. Sarà contento di saperlo il padrino don Vito Corleone che girava con Luca Brasi: il primo corrompeva e il secondo minacciava e furono accusati di essere mafiosi. Però loro erano siciliani mentre Buzzi è di Roma e Carminati di Milano. Carminati santo subito.

Buzzi corrompeva Carminati minacciava: non è mafia

Dopo la sentenza del processo di primo grado a Buzzi-Carminati-&-company s’è appreso che nella Capitale la mafia
nunesiste. Emmenomale che Roma ci ha già tanti problemi. Oltre ai centurioni al Colosseo, l’immondizia che trasborda dai cassonetti, le buche, il traffico impazzito, i campi rom e, adesso pure la mancanza d’acqua ci mancava solo la mafia. Come se a un moribondo mancasse il raffreddore. Me per fortuna no, a Roma la mafia nunesiste. C’è solo corruzione. Alleluja, Alleluja.

La mafia (che poi è anche camorra-n’drangheta-sacra corona unita), cioè il metodo mafioso, che per essere considerato tale non necessariamente deve essere messo in pratica da uno nato in Trinacria-Calabria-Puglia-Campania, portare coppola e lupara, ha invaso la penisola, ma ha bypassato Roma. È stata a Bardonecchia, primo comune  del nord Italia ad essere commissariato per mafia, in Lombardia e Veneto, in Emilia e Romagna,  e poi anche nel Lazio e via via per il resto del Paese. Ma Roma, no. Roma, no.

Questa per la sindaca Raggi dovrebbe essere una buona notizia: sapere che il 37% dei dirigenti del comune sono indagati per i più vari reati ma non per mafia le farà senz’altro le piacere e soprattutto tirare un sospiro di sollievo. Almeno su questo il senatore Stefano Esposito, che poi è di Torino, le deputate Alessia Moran, che nasce a Saccocorvaroi e Anna Ascani, di Città di Castello, non potranno imputarle nulla. Hanno già il loro bel da fare ad accusare la sindaca Raggi del rumore delle cicale,di giorno e dei grilli di notte, del caldo afoso e dell’iceberg che s’è staccato dalla calotta dell’Antartide e che sta puntando dritto-dritto su Trinità dei Monti. Un lavoro in meno.

Che Buzi e Carminati fossero soci è appurato. Che il primo se comprasse politici e funzionari mentre il secondo ricorresse a vie più spicce, come da intercettazioni telefoniche,«sono Carminati … se non sai chi sono guarda su internet .., vengo e ti taglio la gola» è assodato. Epperò la mafia-camorra-n’drangheta-sacra-corona-unita a quanto pare non fa così. Come si usa dire ha metodi felpati: tipo via D’Amelio, si dirà. Ma quella era estrema ratio.

Certo che se l’avesse saputo don Vito Corleone che andava a finire così avrebbe spostato subito la sua famiglia a Roma altro che farla girare raminga tra New York e Las Vegas, Florida e Cuba. Lui e Luca Brasi sono stati gli antesignani del metodo Buzzi-Carminati. Don Vito corrompeva e Luca Brasi minacciava e poi magari anche sparava. E anche per Michael Corleone la vita sarebbe stata più facile. Ma tant’è.

Certo dopo questa sentenza sarebbe da rivedere il metodo di selezione dei magistrati dato che sulla questione mafia-Capitale si sono clamorosamente sbagliati il Procuratore della Repubblica, il Gip che ordinò gli arresti, il tribunale del Riesame che li ha confermati e la Cassazione. Errare humanum est

Adesso non resta che attendere la ciliegina sulla torna: la scarcerazione. Eh sì, perché aver incassato 20 anni di condanna, Carminati e 19, Buzzi, non vuol dire farli per davvero. Con il ricorso in appello l’avvocata Naso, legale di Carminati, conta nella riduzione di pena e si è sbilanciato col dire a Radio anch’io che «Carminati uscirà presto» (venerdì 21 luglio) Anzi a sentire l’avvocato Naso quello che ha fatto il Carminati Massimo son bagatelle rispetto a ciò che accade nel mondo e quindi perché accanirsi. In fondo Carminati è solo uno scavezzacollo. Anzi, Carminati. Santo subito.

sabato 15 luglio 2017

Peli corsari. (ovvero il rammarico di Corsaro Massimo)

Corsaro Massimo nel suo dire contro Emanuele Fiano si è rifatto, forse e se ne ha avuta memoria, ad una battuta di Mussolini. A seguito dell’affermazione sulle sopracciglia di Fiano, il Corsaro è stato definito fascista e razzista, e antisemita. S’è detto dei suoi sentimenti d’odio e di rancore ma non s’è scritto del suo sentimento principe: il rammarico.


L'on Emanuele Fiano e Corsaro Massimo 
Di peli in politica si è parlato poco o quasi nulla. Unico ricordo è una battutaccia di Mussolini nei confronti di Nicola Bombacci che alcuni dicono pronunciata all’epoca della scissione comunista dal Psi. Quindi quasi cento anni fa, da allora più nulla. A richiamare il pelo in politica, questa volta delle sopracciglia,  ci ha pensato Corsaro Massimo, ex Msi-An-Pdl-Forza Italia e attualmente deputato di uno dei tanti partitini nati negli ultimi anni e  che ha per nome un ossimoro: “conservatori riformisti”. Che di solito si è o l’uno o l’altro, ma la chiarezza di idee non è moneta corrente nei giorni attuali.

La vicenda è nota: il deputato del Pd Emanuele Fiano ha presentato un disegno di legge per punire «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco». L’idea gli è venuta dopo che un bagnino di Chioggia s’è messo a sproloquiare sul tema. Peraltro, se la legge passasse sarebbe un bel guaio per quelli di Predappio, città natale di Benito Mussolini, che sul merchandising nostalgico fatto di busti, poster, tazze e tazzine, accendini, biberon e bavaglini per i neonati. ci campano da sessanta anni e passa. Comunque sia, la proposta è stata depositata e allora il Corsaro Massimo, magari pensando di essere spiritoso, ha dichiarato che Fiano: «le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione» Che, tradotto,sarebbe come dire che Fiano è una testa di c…. Affermazione volgare oltre il giusto, ma alla volgarità in politica si sta facendo purtroppo l’abitudine: penultime in ordine di tempo le espressioni di Giachetti, «hai la faccia come il cu..»,  rivolte all’ex compagno di partito Roberto Speranza. Segni di ordinario imbarbarimento, ma d’altra parte a scorrere le liste di deputati e senatori su non pochi nomi c’è di che arrossire. E la presenza di Corsaro Massimo in queste, da due legislature, è la prova del nove.

In termini di produttività il Corsaro Massimo è al 500° posto su 630 deputati, risulta assente alle votazioni per il 49,63% delle volte. Sui 185 voti chiave (concorrenza, codice penale, testamento biologico, migranti, terremoto, proroga missioni militari, mezzogiorno, cessione Ilva ecc, ecc.) nella più parte non c’era. Fonte Openpolis. Giusto per dire di come lavora alla Camera. Come primo firmatario ha presentato un solo disegno di legge, 6 interrogazioni parlamentari a risposta orale e 7 a risposta scritta e 150 emendamenti, in circa quattro anni di legislatura.  La altre sue firme sono da co-firmatario. E ognuno ne pensi quel che vuole. Per inciso Emanuele Fiano è 16° posto per produttività.
Sull’uscita del Corsaro Massimo s’è detto molto ma non tutto. Lo si è definito fascista (per forza viene dal Msi) e razzista e antisemita, che poi sono tre modi per dire la stessa cosa, e si è fatto riferimento al rancore e all’odio . Nessuno però ha fatto cenno al sentimento principe che senz’altro deve agitare il Corsaro Massimo : il rammarico.

Rammarico per non essere stato in quelle squadre dotate di manganello che in dieci o più davano la caccia ai singoli. Preferibilmente disarmati. Rammarico per non aver fatto parte della banda Dumini, quella volta erano solo quattro o cinque armati di mazze, contro l’inerme Matteotti. Rammarico per non essere mai stato nominato federale, con tanto di aquila sul cappello, alla Tognazzzi. Rammarico per non essere stato nominato nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni dove s’approvava a comando. Rammarico per non essere entrato nella redazione di “La difesa della razza”. Rammarico per non aver rastrellato donne e bambini italiani di religione ebraica da mandare ad Auschwitz-Birkenau o a Mauthausen. Che a farlo ci voleva un coraggio da leoni. Rammarico per non aver fatto da servo ai tedeschi durante la Repubblica Sociale. Rammarico per non aver riso alle battute sarcastiche di Karl Wolf, SS-Obergruppenführer e generale delle WaffenSS che si divertiva a prendere per i fondelli Pavolini ed i suoi scardellati. Forse non prova rammarico e non avrebbe voluto esserci in quel di Dongo. Ma d’altra parte anche quelli che c’erano ci capitarono per caso e avrebbero preferito trovarsi altrove.

La battuta di Mussolini su Nicola Bombacci, dotato di grande barba e folti capelli, testualmente fu: «Troppi peli per un coglione solo.» Massimo Cordaro invece è calvo ma per essere come Mussolini definiva Bombacci la tricologia non c’entra affatto.

Ps. Il Corsaro Massimo è stato anche consigliere di zona e comunale in quel di Milano, e per tre mandati consigliere della regione Lombardia da cui incasserà ordinario vitalizio oltre a quello che sta maturando da parlamentare.



domenica 9 luglio 2017

Matteo Renzi: aiutiamolo a casa sua.

La migrazione da Firenze a Roma non gli ha portato bene. Per sbarcare il lunario ha accettato di tutto, anche fare due lavori contemporaneamente – oltre sedici/diciotto ore al giorno - e ne ha già perso uno. Vivere a Roma con stipendi da fame, pagare l’affitto e  mandare denari a casa per mantenere la famiglia Ha cambiato tre indirizzi in soli tre anni e ora vive da precario. La politica non ha il dovere morale di accettare tutti quelli che vogliono entrarci.

Matteo Renzi, solo lavori precari per 16/18 ore al giorno

Eh già, il nostro Matteo ha proprio bisogno di aiuto. Anche lui migrante da Firenze a Roma, ha dovuto, come tutti quelli che abbandonano terra natia, accettare più lavori per sbarcare il lunario. Come quelli che raccolgono in pomodori e le olive nella Capitanata. Lavori precari si intende: prima segretario di partito (che nel Pd non è più un posto fisso e sicuro come era nel Pci, dove essere eletti segretario era come vincere il conclave in Vaticano) e poi anche la presidenza del consiglio è un lavoro a termine. Più che precario. Talvolta addirittura  stagionale. Senza contare che gli stipendi per questi lavoretti sono da fame, soprattutto dopo che si sono mandati a casa i soldi per mantenere tre figli e la moglie che fa l’insegnante, rimane ben poco. Gli affitti a Roma sono carissimi e quei continui cambi di dimora, sono altri costi : tre cambi in solo tre anni che il postino non sa più dove raggiungerlo. Alla fine rimangono giusto i soldi per le bollette, qualche surgelato e le scarpe da ginnastica bisogna comprarle di secondo piede. Senza dire della sfortuna (o destino cinico e baro) che gli ha mandato a gambe all’aria tutte le iniziative che gli servivano per mantenersi quei posti di lavoro.

Si sa che i migranti non sempre sono accolti bene. All’inizio c’è un po’ di simpatia, quando sono pochi, ma se fai arrivare amici e amiche e magari anche qualche parente, che magari si mettono a portar via il lavoro agli autoctoni, la situazione cambia. La diffidenza, il sospetto e poi la reazione montano.
Anche le compagnie frequentate non son delle migliori: tutti quei vecchi ex-qualcosa, che gli stanno attorno come il gatto e la volpe facendogli fare la parte di Pinocchio qualche sospetto su di lui lo attirano. Sospetto che aumenta sentendo parlare gli ex-qualcosa di primo pelo che si dimostrano pronti ad immolarsi per lui ad ogni occasione: tutti foreign fighter che arrivano a Roma dalle più sperdute province dello stivale. Senza dire della sua radicalizzazione diventata oramai manifesta al craxo-democristianesimo che lo porta ad inneggiare continuamente alla guerra santa contro tutto e contro tutti. Anche se uno si salva dalla sua furia iconoclasta: un vecchio ergastolano, piazzista di patacche che il giovane Matteo è riuscito a rimettere in piedi. Per non dire a resuscitare: ogni profeta ha il suo Lazzaro.

E dire che di aiuti e aiutini ne ha avuto a iosa, bonus di tutti i tipi: bonus ottanta euro per i dipendenti, esoneri contributivi (2015 e 2016) bonus diciottenni, bonus aggiornamento e merito insegnanti (che sono due) bonus ottanta euro forze dell’ordine, bonus bebè, bonus nascita e bonus nido. Ma non sono bastati. Oltre 50 miliardi di euro che in lire neanche si riuscirebbe a dire. Altro che i fondi per gli altri migranti economici.

Vivere in terra straniera non è facile, lo sapeva ben l’Alighieri: qui il pane è salato e non scipito. E comunque non è che il grande circo della politica ha il dovere morale di accogliere tutti quelli che ci vogliono entrare. C’è il dovere morale di aiutare i più deboli questo sì. E aiutarli per davvero a casa loro.

E allora aiutiamolo a casa sua il Matteo Renzi. Magari può riprendere l’antico lavoro che fare il politico a Roma forse non fa proprio per lui.

martedì 4 luglio 2017

Anche per Renzi c’è il ritorno alle origini.

Quando si invoca il ritorno alle origini si ammette il proprio fallimento: non tattico ma strategico. I vecchi partiti della prima repubblica mai parlarono di ritorno alle origini. Il primo scostamento di Renzi fu accettare gli endorsement di Franceschini, Fassino e Chiamparino. Gli endorsement non si pagano una sola volta, sono un leasing e il leasing politico ha rate infinite.

Matteo Renzi il rottamatore già cercava endorsement

In tutte le situazioni ci sono degli accadimenti che sono prodromi di fatti molto importanti che di lì a breve capiteranno. Oltre che prodromi, questi accadimenti sono detti indicatori. Per esempio, le vendite di carrelli elevatori e di cartone ondulato sono indicatori che segnalano lo stato di salute dell’economia.  Anche il volo delle rondini è un indicatore: se basso significa che pioverà, mentre invece se è alto il tempo sarà bello. La politica non fa eccezione: ci sono delle frasi che sono indicatori.

Per esempio la topica frase: «dobbiamo tornare alle origini.» è un indicatore di cattiva salute per chi la pronuncia. Di solito viene declamata dopo una qualche sconfitta, e sta a significare che il leader di cui sopra è alla frutta o giù di lì.  Gli esempi storici non mancano. Mussolini dopo la liberazione ad opera del maggiore Otto Skorzeny affermò che: ora basta, si deve ritornare alle origini del fasismo (non sapeva pronunciare il nome del movimento che aveva fondato! Sic). E fu Repubblica sociale e s’è visto come è andata a finire. Lo disse anche il Berlusconi Silvio: «Bisogna ritornare allo spirito del 1994», dopo l’ultima batosta elettorale e adesso ha un partitello al 13-14%, che solo Renzi può far contare qualcosa.

Adesso a rievocare lo spirito delle origini  ci si sta mettendo anche il Renzi Matteo. Aria grama, allora. Più che per il suo partito per lui e per i suoi, specialmente quelli che proprio suoi-suoi non sono, essendosi scapicollati all’ultimo per arraffare uno strapuntino. C’è da dire che nessuno dei partiti della prima repubblica, dal Pci alla Dc al Pri financo al Pli e al Psdi, per non dire del Msi, aveva mai fatto riferimento al così detto spirito delle origini poiché tutti, bene o male, stavano perseguendo ciò da cui avevano tratto origine. Magari non sempre con la più definita determinazione, ma gli scostamenti erano quasi accettabili. Ad eccezione dl Psi craxiano che lo spirito delle origini se lo era proprio dimenticato e quindi neanche poteva tradirlo.

Richiamarsi allo spirito delle origini significa nella sostanza ammettere di non aver fatto quello per cui si era nati, come dire aver mancato alle promesse e, in definitiva, ammettere il proprio fallimento. Il Renzi Matteo aveva promesso la liberazione da un gruppo dirigente appiccicoso, più al potere che agli interessi del Paese. Un gruppo dirigente che, contrariamente a quanto fatto dai vietcong: appropriarsi delle armi del nemico per rivolgerglieli contro, ha utilizzato il mandato degli elettori per dar copertura a quello che gli avversari non sarebbero riusciti a far passare. E forse proprio per questo il Renzi del camper e delle origini mieteva applausi nelle Case del Popolo.

Il primo errore, o abbandono dello spirito delle origini, il Renzi Matteo l’ha commesso quando nel settembre del 2013 ha accettato l’endorsement prima di Franceschini e poi quello di Fassino. E quindi quelli di tutti gli altri. Con Renzi ci sono sono più ex dalemiani di quanti lo stesso D’Alema abbia mai incontrato.  Così, con l’aria di essere il nuovo che avanza, il Renzi s’è messo a fare caminetti e trattative e inciucetti con i capi corrente. Li chiamerà stra-apple-otto-punto-zero, ma quello sono e quello restano. E uno dopo l’altro pensava di esserseli pappati, tutti i vecchi appiccicaticci. Credeva di utilizzarli come fossero dei taxi: far la corsa, pagare e scendere. Ma, proprio perché appiccicosi, da certi taxi non è così facile scendere. Anzi è il taxi che ti segue anche dopo aver pagato. E adesso se ne sta rendendo conto. Pensava il Renzi che l’acquisto fosse fatto una volta per tutte, ingenuo. Quotidianamente sta scoprendo che certi accordi non hanno il prezzo fisso ma sono dei leasing. E soprattutto che accendere un leasing non è come accendere un cero alla madonna. Fatto una volta per tutte. Il leasing politico va acceso e riacceso e riacceso. Tante volte quanti sono gli impicci contro cui si va a sbattere.

A poco servirà al Renzi ed ai suoi scudieri richiamarsi alle primarie, perché in direzione  dovrà fare i conti con i Bettini, i Bianco, i Chiamparino, i Crocetta, i Damiano, i De Luca, i Franceschini, i Fassino, le Finocchiaro, i Minniti, i Mirabelli,  e poi i Pittella (che loro sono due) le Pollastrini, le Sereni, i Veltroni giusto per dirne alcuni, tutta gente dalla lunga militanza che sanno come si elegge ma anche come si affossa un segretario.  E quindi o i caminetti o la rivoluzione. Ma per fare la rivoluzione, quella vera, ci vogliono i rivoluzionari e Renzi tutto sembra meno che un rivoluzionario. Si accomoderà, come già fatto, nei caminetti. Altrimenti rottami, rottami senza pietà a cominciare da quelli che gli stanno vicino.

Per fare il nuovo ci vuol altro che la semplice citazione e alla lunga anche un po’ di sostanza aiuta o si finisce come a Trapani: perdere anche quando si corre da soli.