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martedì 14 novembre 2017

La sconfitta della nazionale di calcio con la Svezia.

L’Italia perde con la Svezia e non potrà andare ai mondiali di Russia. Con la sconfitta pallonara arriveranno sciagure sociali ed economiche: calerà il PIL e si innalzerà il limite per andare in pensione. Il barista del filosofo Cacciari perderà quarantamila euro.

La sconfitta con la Svezia:perdere una partita come fosse una guerra

Narra la vulghata che Winston Churchill abbia detto:«gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre.» Ora, per età, non avendo mai avuto la ventura di vivere una guerra e tanto meno di vederla persa, mi manca e pure molto, il triste sentimento che si prova quando si perde una partita di calcio.

Ho assistito invece, ancora per età, a vittorie e sconfitte di partite di calcio per cui so benissimo cosa si può provare quando si vince o si perde una guerra.  La recente sconfitta patita dalla nazionale italica ad opera della squadra di Svezia, che impedirà di partecipare ai mondiali di Russia dell’anno prossimo, da questo punto di vista è paradigmatica. Tutti i quotidiani, non solo quelli sportivi, hanno esibito titoli da tregenda. Al confronto l’incipit che Snoopy recita con la dovuta computa serietà risulta essere quasi una barzelletta berlusconiana. Le scarne parole “era una notte buia e tempestosa” paiono l’attacco di un musical degli Abba, anche loro svedesi, guarda il caso e il titolo, per ironia recita:. Mama mia.

Parole lievi quelle di Snoopy se le si raffrontano con quelle usate a commento del triste evento: catastrofe, apocalisse (che secondo un giornalista di la Repubblica si tinge di azzurro), disastro che La Stampa fa diventare  superlativo con l’aggiunta di “mondiale”,. E poi: sfacelo, sciagura, tutti fuori, notte da incubo (così ha titolato il paludato IlSole24ore) , dramma. E ancora: disperazione, azzurro tenebra (l’istituzionale Corriere della Sera), azzurro vergogna (il  misericordioso Avvenire) per non dire della rosea Gazzetta dello Sport che lapidariamente scrive: “fine” e, per giust’appunto, finire con Tuttosport: “tutti a casa”. Che vorrebbe essere una sorta di mal comune mezzo gaudio, ma non è così: tutti gli altri a Mosca ci andranno. Perché di norma se uno perde la guerra qualcun altro la vince.
Non è poi mancata la ricerca delle responsabilità e quindi: dai addosso al povero commissario tecnico della nazionale che ha anche la sventura di chiamarsi Ventura. E allora sberleffi e storpiature sul suo povero cognome che a Cadorna furono risparmiati, anzi a quest’ultimo gli sono state dedicate piazze e corsi e vie. Ma d’altra parte quella del Cadorna aveva il sapore di una sconfitta di calcio. E chi dei giovani l’ha mai assaporata una sconfitta di guerra negli ultimi settanta anni?

E come ogni sconfitta guerresca anche quella della nazionale di calcio avrà enormi strascichi economici e sociali. Il filosofo Cacciari tenta anche di spiegarlo e per essere piano e chiaro porta ad esempio il titolare del bar dove lui da sempre vede tutte le partite della nazionale. Il povero barista perderà quarantamila-euro-quarantamila per questa improvvida sconfitta con la Svezia. Magari il fisco dovrebbe fare un giro sulla dichiarazione dei redditi di quel bar. E questo è un danno vero all’economia italica. Senza contare i cento-milioni-cento che pare (pare) si perderanno per mancate sponsorizzazioni e spot tv eccetra, eccetra. Un vero dramma: mica come vedere bombardata una città.
Senza dire degli alti lai per le (future) perdite per il turismo, L’idea che la nazionale di calcio fosse un motore turistico tutti gli economisti l’hanno sempre avuta in testa e la insegnano nelle facoltà universitarie. Poi ci si chiede perché gli economisti non ne azzecchino una: la palla è rotonda. E naturalmente ci sarà il crollo del commercio di magliette e bandierine e cappellini, oggi si chiama  merchandising, che provocherà perdite di punti di PIL che i nipoti dei nipoti si troveranno a dover pagare. Causa questa sconfitta aumenterà il debito pubblico e i costi della previdenza sociale andranno alle stelle. L’età pensionabile verrà portata alle estreme conseguenze: vi si potrà accedere solo cinque anni dopo aver attraversato lo Stige. E naturalmente fame, disperazione e disoccupazione e miseria. E dell’onore nazionale sarà fatto strame.
Certo sarebbe meglio vivere una bella sconfitta di guerra, di quelle con sangue, morti e feriti che poi si torna a casa un po’ tristi, pensando agli errori commessi dalle due ali dello schieramento e dal mancato sfondamento al centro, ma poi una battuta di spirito, magari un buon piatto di spaghetti, una carezza e tutto passa. Come il vecchio Winston diceva dove succedere dopo una partita persa a calcio. Che è un gioco come il cricket e il tennis

sabato 11 novembre 2017

Il fisco vuole aiutare il contribuente. Grazie, no.

L’Agezia delle Entrate, tramite il suo direttore generale dottor Ruffini Ernesto Maria, annuncia la sparizione del modello 730. Si invertiranno i ruoli: il fisco farà la dichiarazione e il contribuente la controllerà. Una nuova edizione del Gattopardo.



Con una intervista, brillante come non mai, il direttore della Agenzia delle Entrate, dottor Ruffini Ernesto Maria, ha comunicato all’universo mondo che entro cinque anni cinque i contribuenti non dovranno più compilare il modello 730. E l’Agenzia smetterà il suo ruolo di controllore per metterlo nelle mani, niemtepopodimenoche, del contribuente stesso. Notizia iperfantastica, E anche super dadaista. Quindi gioia gaudioque. Ma poi, come nelle migliori commedie all’italiana arriva il contrappasso: sarà l’Agenzia a compilare il futuro 730 e il contribuente quando riceverà il modellino dovrà decidere se ritenerlo buono oppure no. A questo punto i più avranno pensato che il carnevale sia stato anticipato. E a leggere l’intervista del direttore generale Ernesto Maria Ruffini il sospetto diviene quasi una solida certezza. 

L’Agenzia delle Entrate da sempre si è distinta per cercare i denari non dove sono realmente, ma dove è più facile prenderli: quindi non tra i grandi evasori ma tra i lavoratori a reddito fisso e i pensionati. Come dire che è più facile vuotare la cassetta delle elemosine che quelle di sicurezza che stanno nei caveau. Quindi per dirla con una vivida metafora, la sola ipotesi che il fisco smetta i panni del lupo per indossare quelli dell’agnellino oltre che irrealistica è ridicola e mette a dura prova la sanità mentale degli italici. Come crederci?

Negli ultimi anni si è assistito a esilaranti perfomance di suddetto ente. E a voler andare con ordine gli esempi non mancano. Come quando per recuperare le tasse non pagate da una impresa, il fisco ha pensato bene di pignorarne gli strumenti di lavoro: idea geniale. Quindi che si possa generare reddito per pagare il debito senza avere gli strumenti di lavoro, che venduti all’asta rendono un decimo del loro valore, è stata una ipotesi del tutto originale. In più recenti tempi la precedente direttrice dell’Agenzia stessa si è esaltata e autocomplimentata per essere riuscita ad ottenere tra il 30/40% (il rapporto tra incasso e dovuto non è mai stato cristallino) dello spettante al netto, naturalmente, di more e sanzioni. Se si considerassero anche queste ultime l’importo raccolto sarebbe stato percentualmente di molto inferiore. Magari intorno al 10%? 

Ora si immagini, grande sforzo di fantasia, che un contribuente qualsiasi debba al fisco 2.000€ al netto di more e sanzioni. Che farà l’Agenzia delle Entrate? Risposta A: si accontenta di 600,00€. Risposta B: L’Agenzia fissa un termine di pagamento tassativo per 2.000€ più more e sanzioni. E in caso di mancato pagamento minaccia di sequestrare lo stipendio, la casa, l’auto, il televisore e già che c’è anche il canarino. In mancanza di cane, gatto, criceto o furetto. 

Nell’intervista il dottor Ernesto Maria Ruffini ha dichiarato di aver reso nell’anno all’incirca 10 miliardi di IVA e 2 miliardi di imposte sui redditi. Notevole. Però dai 2 miliardi mancano i ventisette-euro-ventisette che il fisco mi deve da cinque anni. Pardon per la digressione personale. 

Sempre il dottor Ruffini Ernesto Maria batte sul tasto della responsabilità del fisco e del controllo che sarà esercitato dal contribuente. In realtà il controllo del contribuente c’è già. A supporto un fatto realmente accaduto in sette step. Step uno,  accade che il fisco non legga, non si sa perché, dei versamenti effettati e allora, step due, manda una gentile letterina di sollecito. Il contribuente, step tre, si rivolge al commercialista, Questi, step quattro, contatta l’Agenzia e dimostra che il versamento è stato effettivamente effettuato, Step cinque: l’Agenzia invia lettera di annullamento  della comunicazione precedente. Step sei: il commercialista invia al contribuente la fattura. Step sette: il contribuente paga il commercialista. Per l’errore dell’Agenzia delle Entrate. C’è possibilità per il consumatore di ottenere il rimborso di quanto è stato pagato al commercialista? La risposta è semplice: no. Quindi quello che il dottor Ruffini Ernesto Maria prospetta con la bizzarra teoria dell’inversione dei ruoli tra Agenzia delle Entrate e contribuente è semplicemente l’ennesima riedizione del Gattopardo. E questa non è una novità. Già visto. Purtroppo.

lunedì 11 settembre 2017

Pisapia Giuliano: il veltrorenziano.

Un bel mix di volemose bene e di temperata arroganza. La confusione tra centrosinistra e sinistra centro. Nessuno l’ha chiamato, ma minaccia di andarsene. Ama il suo lavoro di avvocato: rinunci al masochismo e si abbandoni al piacere. Il nuovo “nuovo che avanza” non è poi tanto nuovo.

Giuliano Pisapia Fondatore di Campo Progressista

Agli italici, in politica come del resto in tutto, piace non farsi mancare nulla. E anche quando pare che il tutto sia stato raggiunto nella sua completezza ecco apparire ancora qualcosa di nuovo: magari la sintesi di due precedenti esperienze. È il caso di Pisapia Giuliano che si presenta come il nuovo “nuovo che avanza”.

Nel febbraio del 2017 il Pisapia Giuliano lancia, come ti sbagli, un nuovo soggetto politico, quelli che già ci sono pare non gli bastino, e lo battezza Campo Progressista. Nome confuso a sufficienza dato che a far la conta di quelli che si dichiarano progressisti, anche a destra, ci vuol più di un pallottoliere e un campo in più o in meno non fa differenza. In ogni caso il Pisapia in questo nuovo campo decide di gettare i semi di due esperienze di centrosinistra: il buonismo un po’ ingenuo e un bel po’ frescone del veltronismo e le voglie, tipiche del renzismo, d’essere “leader richiesto” e, come aggiunta, di andarsene con il pallone.

La summa di cosa sia il veltrorenzismo il Pisapia Giuliano l’ha ben confezionata con l’intervista al Corriere della Sera di venerdì 8 settembre. Già la data è significativa ed il titolo dell’articolo tutto un programma; «Basta fuoco amico o farò un passo indietro.»  Da capire chi gli ha chisto di fare un passo avanti.

Il busillis sta tutto nel suo posizionamento che, confuso il giusto, definisce di «centrosinistra o sinistracentro.» Come dire che i due termini, un per l’altro pari sono, e neppure lo sfiora il dubbio che stiano a significare posizioni politiche diverse. Dovrebbe essere ovvio, ma qui la fa da padrone il buonismo, per l’appunto un po’ frescone, del veltronismo. Così come, laddove si parla di elezioni in Sicilia, la sua ricetta per rimettere insieme i cocci di una coalizione che veda partecipe anche la sinistra consiste nel consigliare a Micari, candidato di Renzi ed Alfano, e a Fava, candidato di SI e Mdp, di parlarsi. Come dire: vogliatevi bene. Che umanamente potrebbe anche essere anche un bel manifesto, ma politicamente, viste le posizioni,  e gli alleati, che si trovano agli opposti, proprio non ci sta. Per sopramercato di veltronismo e anche con un bel po’ di renzismo, la dichiarazione di modestia: «fare il leader non era la mia intenzione» Dove però, oltre al fatto che quello da lui  imbastito è un movimento di vertice che poco ha a che vedere con la mitica base, solo lui non coglie la contraddizione in termini: se si fonda una qualsiasi  impresa, a maggior ragione se politica, è ovvio ed evidente che se ne è leader. Altrimenti non ci si fa fondatore ma ci si contenta del ruolo di gregario semplice e magari di sostenitore. Il che però vuol dire sparire dai monitor: nessuna intervista, nessuna richiesta di “autorevoli pareri” e, soprattutto, nessuna apparizione televisiva in prime-time. Per sé e per i parenti di contorno.

La proposta politica poi, al di là dello stucchevole volemose bene, racconta, nell’ordine, di «giusta miscela tra la novità e le esperienze» per quanto riguarda le candidature. Che tradotto significa: in lista ci saranno dinosauri, molti, e poche giovani promesse, però ossequienti. Aggiunge che «la manovra non può essere un aut aut ma si può trovare lo spazio per nuova occupazione, nuovi investimenti, lotta alle disuguaglianze, mondo della scuola – e poi – approvare leggi sullo ius soli temperato (temperato, si capisce) e il bio testamento.» Il che non è male se non avesse precedentemente chiosato: «non basta dire cose di sinistra, bisogna farle.» Appunto.

E se tutto ciò non accadesse? «Basta col fuoco amico o farò un passo indietro.» Il che, oltre terribile minaccia, paventa un dramma. Chissà per chi oltre a lui. Dopo aver portato il pallone, non richiesto, ce ne sono a sufficienza, minaccia di andarsene e portarselo. L’ha minacciato anche Renzi, ma quando gli hanno risposto «vai pure» è rimasto. E così farà anche il Pisapia Giuliano. Dice che è innamorato del suo lavoro di avvocato e allora rinunci al masochismo e si abbandoni al piacere.

Giusto a corollario è bene ricordare che in realtà il Pisapia Giuliano, classe1949, di nuovo ha ben poco. È già stato deputato per due volte., nella XIII e XIV legislatura con Prc (Partito della rifondazione comunista), come indipendente. Ma, come si chiedeva Lenin:  indipendente da chi e da che cosa? Non è lo si è mai capito. È stato presidente della commissione giustizia della Camera. Ha provato l’ebbrezza di passare dal gruppo parlamentare di Prc a quello misto dove la compagnia, per definizione, è bizzarra. Alle elezioni del 2006 non si ricandida o non lo ripresentano. Quindi dopo un po’ di riposo, nel 2010 si presenta per il posto di sindaco di Milano: vince le primarie di coalizione del centrosinistra contro il candidato del Pd e poi supera la Moratti Letizia che per arroganza e presunzione ci ha messo del suo. Nel 2016 termina il mandato di sindaco e nel 2017 lancia Campo Progressista. Il palazzo non gli è sconosciuto.




venerdì 1 settembre 2017

Stefano Zurlo, la statistica, lo stupro, gli italiani e gli stranieri.

Articolo choc di Zurlo Stefano su il Giornale. Laddove si cerca di dimostrare che il quattro sia superiore del sei. Quando la statistica obnubila la mente. Evidentemente lo Zurlo non ha frequentato La Statistica di Trilussa.
 
Stefano Zurlo, scrive su il Giornale
Stefano Zurlo lo scorso 28 agosto, ha redatto un illuminante articolo dall’emblematico titolo «Stupratori, il dato choc: stranieri quattro su dieci». Probabilmente la responsabilità del titolo non è sua ma sua è la capacità di choccare. Ed in effetti a leggere l’articolo, ci vuole uno stomaco forte, si rimane più che choccati. Addirittura allibiti. Interdetti. Costernati.  Lo Zurlo, infatti, si pone l’arditissimo obiettivo di dimostrare che la percentuale del “quasi quaranta per cento” è assai maggiore a quella del “più del sessanta per cento”. Impresa titanica nella quale neppure Pitagora e tutti gli altri illustri matematici che l’hanno seguito, hanno avuto l’ardire di cimentarsi. E lo Zurlo invece sì. E ci riesce pure. Nella sua logica. Ma solo nella sua, poiché fin dalle classi elementari ai bimbi dell’universo mondo si spiega che il quattro è di molto inferiore al sei o se si preferisce il sei è di molto superiore al quattro. 

Nessuno mai, e tanto meno un Vicario Imperiale, avrebbe posto attenzione ad un simile argomentare se la questione, non facesse perrno sullo stupro. E sullo stupro non si scherza. 

Lo Zurlo, che in alcuni siti viene indicato come docente di giornalismo presso la Link University di Roma, ma il suo nome non appare tra i docenti attualmente in carica, si lancia in un’ardita operazione di logica, oltre che di aritmetica, mettendo in relazione la percentuale di stupratori stranieri con la percentuale di stranieri residente nel Belpaese. Quindi l’8% della popolazione (gli stranieri)  responsabile del 39% degli stupri. E poiché è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui piuttosto che la trave nel proprio ecco che lo Zurlo passa sopra al fatto che gli stupri denunciati sono commessi in più del sessanta dei casi da italiani. Senza contare che, come hanno raccontato diverse inchieste, molti italici stupri (e in questi sono da includersi oltre a quelli perpetrati sulle donne anche le violenze su bambine e bambini) avvengono tra le mura domestiche, sono opera di familiari e non vengono denunciati. Ma baloccarsi creativamente con le statistiche è tentazione a cui pochi sanno resistere. E lo Zurlo Stefano è certamente tra questi. Vien da pensare che lo Zurlo, in questa sorta di campionato Italia contro tutti, sarebbe più contento se le proporzioni fossero rispettate e cioè vedessero gli italici responsabili del 91,9% degli stupri. Lui, probabilmente, sarebbe in pace e i lettori sarebbero  mallevati dal sacrificio di leggerlo.. Ogni medaglia ha un suo rovescio.
Nell’articolo zurliano ovviamente si parla di «buonismo», di «immigrazione fuori controllo», di «non voler generalizzare» (però sottolinea che i rumeni rappresentano solo l’1,8% della popolazione ma a loro vengono addebitati l’8%degli stupri) e di «non voler assolvere frettolosamente i nostri connazionali.» Deo gratias. A Zurlo interessa solo la statistica. La media, che dev’essere sempre uguale. Trilussa docet.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì,la media è sempre eguale


By tha way lo Zurlo Stefano scrive per il Giornale uno dei pochi fogli di carta stampata che ha creduto alla bufala che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Questo vorrà dire qualcosa?

giovedì 24 agosto 2017

Meeting Rimini: la fiera delle ballità.

Solita passerella di ministri e politici vari. Ovvia demagogia a go-go e la platea plaude. Ma l’hanno sempre fatto da Berlusconi a Formigoni. Gentiloni si vergogna, Delrio chiede regole nuove, Fedeli vuole allungare l’obbligo scolastico diminuendo gli anni delle superiori, Poletti promette bonus. Poi ci sono gli sketch di Brugnaro e Nardella: penosi.



Ballità: neologismo dannunziano che sta per balle sparate a raffica. E questo sta succedendo alla trentottesima edizione della manifestazione organizzata da Comunione e Liberazione, nota presso i maligni come comunione e fatturazione, dati i trascorsi affaristici.. Fatto non nuovo È sempre andata così.

Questa volta sono di turno i ministri e le ministre del governo Gentiloni. Ed è stato proprio il presidente Gentiloni, da alcuni definito il bradipo o lento pede, a tenere la prolusione di inaugurazione. Discorsetto accademico in cui spuntano frasette demagogicheggianti ad uso e consumo della cattoplatea: «Mi vergogno di un pianeta – ha detto il Gentiloni - in cui un banchiere può guadagnare in un anno 185 milioni di dollari.» Non spari così alto signor Gentiloni – verrebbe da dire – provi, con sforzo, a  vergognarsi di meno e a  fare qualcosa di più. Magari potrebbe cominciare a vergognarsi dei suoi due stipendi (114.796,68€  annui/lordi che incassa come presidente del consiglio da sommarsi alle sue non piccole indennità come deputato) o delle lentezze parlamentari sulle pensioni-vitalizzi e magari anche degli sgamuffi sul gioco d’azzardo. L’ultimo tentato proprio il giorno di chiusura del Parlamento. I ciellini comunque l’hanno applaudito.

Il ministro Delrio ha seguito la strada tracciata dal Gentiloni, mettendoci un carico da 90. Con l’aria del democristiano sfatto, sembra sempre reduce da una notte insonne, ha dichiarato, parlando degli abusi edilizi, che vi è la necessità di creare nuove regole e di procedere alla demolizione degli immobili costruiti illegalmente. Complimenti. Forse qualcuno dovrebbe spiegare al signor ministro Delrio che lui è lì proprio per far questo: creare nuove regole e procedere con azioni per metterle in pratica. Ma forse lui non lo sa e neppure se ne è accorto. Lo hanno applaudito.

In ogni kermesse che si rispetti c’è anche l’angolino dei debuttanti: è stata la volta dei sindaci di Venezia e Firenze. Il primo, Luigi Brugnaro, ha dichiarato che: «Se uno si mettere a correre in piazza San Marco urlando Allah Akbar noi lo abbattiamo … dopo tre passi.» Che sia un’idiozia è evidente, definirla provocazione è nobilitarla, eppure qualcuno in platea ha applaudito. Spirito cristiano. Poi il sindaco ha aggiunto: «A Venezia abbiamo arrestato 4 terroristi.» magari qualcuno dovrebbe spiegare al signor sindaco che ad arrestare sono le forze dell’ordine e non le forze politiche. Ma forse sarebbe fiato sprecato. Comunque auguri a Venezia.
A far da contraltare la performance  di Dario Nardella, sindaco di Firenze, che si è messo a correre nel corridoi gridando «Allah Akbar.» Non l’hanno abbattuto. Forse l’ha salvato la legge Basaglia. Anche a Firenze, auguri.

Special guest è stata la ministra Valeria Fedeli, per intenderci la senatrice eletta al posto del marito e nel medesimo collegio senatoriale, si direbbe dinastico. È la stessa Fedeli che ad una trasmissione radiofonica ha dichiarato di non potersi permettere una cena in un ristorante stellato e che poi è risultata la più ricca del Senato. Cose che capitano. Come ministra del Miur (ex pubblica istruzione) la Fedeli si è dichiarata a favore della riduzione da cinque a quattro anni della scuola superiore e al meeting ha aggiunto che è per l’obbligo scolastico fino a 18 anni. Che le due affermazioni non stiano insieme è evidente. Se si deve stare a scuola fino alla maggiore età e si vuol ridurre la durata delle superiori non resta che aumentare le bocciature o gli anni delle medie o delle elementari. Salvo il fatto che non si vogliano tenere i bimbi per un anno in più alle materne. I pargoli ne sarebbero felici. Auguri agli  studenti.

Dopo la Fedeli non poteva mancare il ministro Polettisecond special guest. Per intenderci quello che ha suggerito ai giovani di non spedire il curriculum ma di andare a giocare a calcetto o che si felicitava per i giovani rompiscatole che abbandonano il Paese. Lui. Questa volta è arrivato con la proposta di un bonus assunzione che dovrebbe generare 300.000 nuovi posti di lavoro. Ancora non ha afferrato, il Poletti ed il governo tutto con lui, che i posti di lavoro non si creano con i bonus. Se non lo capisce è inutile spiegarglielo. Ha aggiunto il Poletti che:«Dobbiamo assolutamente evitare ci siano comportamenti furbeschi che cerchino di utilizzare in qualche modo le norme.» Il fatto che si sia accorto  delle furbate di alcuni imprenditori depone a suo favore. Anche se una rondine non fa primavera.

Nei prossimi giorni sarà la volta di Angelino Alfano, Andrea Orlando e Fausto Bertinotti. Il divertimento continua.
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Il meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione è la passerella che segna il gradimento del mondo cattolico (quello più integralista e numeroso) verso il governo di turno ed i suoi partiti. Che, però, gli son sempre piaciuti, a prescindere. Come dimenticare le ovazioni per Berlusconi Silvio mentre si faceva le leggi a suo uso e consumo, poi  condannato a quattro anni per frode fiscale, e quelle per il Roberto Formigoni, condannato a sei anni, nei bei tempi in cui veleggiava con il suo coinquilino Perego, che mai s’accorse che il “celeste” era anche fidanzato. Come si conviene a chiunque faccia voto di castità. 

martedì 15 agosto 2017

Qualche domanda sul caso Regeni

Il poker Alfano-Fassino-Latorre-Casini interviene sul caso. Cala come asso a tresette la telefonata di Gentiloni ai Genitori. La lucida analisi di Maurizio Caprara, che per essere lucida per davvero va letta tra le righe. Ancora una volta: chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato, scordammoce o’ passato siamo italiani paesà. E la dirittura morale,  il prestigio e l’amor proprio? roba da governi seri.
Claudio Regeni e Paola Deffendi Genitori di Giulio

Le agenzie di giornata hanno battute le dichiarazioni di quattro personaggi, tra i maggiori, se non i maggiori, esperti di politica estera italiana. Ha aperto il poker d’assi, ne poteva essere diversamente il ministro degli esteri, Angelino Alfano. Per intenderci quell’Alfano sbertucciato dal segretario del Pd Renzi, perché dopo aver coperto due tra i più importanti ministeri non si sente in grado di portare il suo miserrimo (per numeri) partito a superare la soglia del 3%. L’esimio statista,  ha detto: «L’invio di Contini (prossimo ambasciatore a Il Cairo ndr) contribuirà, tramite rapporti al più alto livello con le competenti autorità egiziane al rafforzamento della collaborazione giudiziaria e alla intensificazione di ogni attività utile a progressi nelle attivtà investigative, perché nessuno spazio sia lasciato in ombra.»

A cotanto acume, a parte la forma approssimativa, ha fatto eco la dichiarazione di Petro Fassino. Per intenderci si tratta di quel Pietro Fassino che, da sottosegretario agli Esteri, passò ore nell’anticamera di Milutinovic ministro degli esteri serbo  e che è noto altresì per le sue improvvide dichiarazioni su Beppe Grillo e Chiara Appendino: «quando avrete i voti ...». Il Fassino ha quindi twittato: «Il rientro dell’ambasciatore italiano in Egitto consentirà di seguire direttamente l’accertamento della verità sulla morte di Giulio Reggeni.» Chi potrebbe smentire sì autorevole dicitore.

Ovviamente non poteva mancare l’esternazione del presidente della commissione Difesa di Nicola Latorre. «La presenza al Cairo del nostro Ambasciatore renderà più proficuo il lavoro di ricerca della verità.» Il Latorre in questione, ex dalemiano ora renziano, è quello che disse a proposito di Fassino: «non capisce un tubo»

Per finire il poker non poteva mancare Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione esteri del Senato: «L’intensificarsi della collaborazione giudiziaria sul caso Reggeni e le nuove difficoltà sulla stabilizzazione della Libia hanno reso indispensabile questo passo.» Il Pier Ferdinando Casini di cui si tratta è quello che definì Totò Cuffaro “un perseguitato politico” e poi … impossibile riportare trent’anni di valzer politici in poche righe.

Allora tre domande: se la presenza dell’ambasciatore a Il Cairo  è così importante e i suoi compiti così ben descritti dai quattro di cui sopra perché quindici mesi addietro il rappresentante dello Stato fu richiamato in Patria? Furono forse minchioni i governanti di allora? O sono minchionate le dichiarazioni di adesso?

Interviene, ça va sans dire, anche il presidente del consiglio Gentiloni che parla con i Genitori di Giulio Regeni. Naturalmente via telefono, che si sa quanto questo mezzo infonda in chi chiama un caraggio da leoni. Nella telefonata il presidente del consiglio ha detto: «L’ambasciatore italiano al Cairo avrà il compito di contribuire  all’azione di ricerca della verità sull’assassinio di vostro figlio Giulio. Un impegno al quale non rinunceremo.» Se la frase fosse stata recitata in un teatro questo sarebbe venuto giù… dalle risate.
Una domanda al presidente Gentiloni: se Giulio fosse stato figlio suo, come avrebbe reagito a cotanta telefonata?

Poi, per fortuna, c’è l’articolo di Maurizio Caprara che, sul Corriere della Sera 15 agosto, racconta il fatto nella sua interezza. A leggerlo tra le righe e poi neanche tanto. In sostanza dice Caprara che l’Egitto è una «nazione troppo importante» (tra le righe: mica come l’Italia), per questioni economiche (tra le righe: non dimenticate il ruolo dell’Eni e che quando fu assassinato Regeni a il Cairo vi era una delegazione di un centinaio di industriali italici accompagnati dalla allora ministra Guidi), per questioni di geopolitica (tra le righe: al Sisi potrebbe aprire le porte a milioni di disperati e riversarli in Libia e da lì in Italia) e per questioni militari (tra le righe: l’Egitto potrebbe, se non lo fa già, armare il generale Haftar che governa la Cirenaica e questi bombardare le navi italiane).

Conclusione, sempre tra le righe: ormai è passato tempo, non si può continuare a perdere denaro e a correre rischi per uno solo. E poi Giulio è morto e nulla lo riporterà in vita. Quindi: una bella spolveratina di retorica e avanti come se niente fosse. In fondo chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordammoce o' passato, siamo italiani, paesà.

Ultima domanda: e la dirittura morale, il prestigio e l’amor prorio? Qui la risposta ce la si ha già ed è chiara: tutta roba da governi seri.

domenica 13 agosto 2017

Gli esilaranti primi quindici giorni di agosto 2017.

Sei notizie tengono allegro il Paese. In Parlamento tentano di far passare una legge a favore del gioco d’azzardo, ma posticipano quella sui vitalizzi. In quel di Foggia si sparano da trent’anni, ma ce ne si accorge solo ora, mentre a Bergamo non basta sparare per avere la patente di socialmente pericoloso. A Viareggio il sindaco fa sapere al mondo di aver speso 250€ per un paio di bermuda a Licata il Sindaco è sfiduciato perché vuole abbattere villette abusive.


Agosto, si sa, è il mese principe delle vacanze degli italici e le vacanze, come altre umane importanti attività, non vogliono pensieri. I pensieri intristiscono e rendono difficile il divertimento. Ma il Belpaese ha i suoi anticorpi per ogni stagione e quindi da subito li mette in circolo.

La prima trovata è stata quella di tentare di far approvare, nell’ultimo giorno di apertura delle Camere l’ultima bozza sul «riordino» del gioco d’azzardo. Che però non è definito «gioco d’azzardo», fa poco fino, ma «gioco pubblico» che suona più nazionalpopolare e richiama alla memoria le allegrie di «un-due-tre-stella» e di «palla avvelenata.» Paccato si trattasse, invece, di slot machine a cui il Governo, raccolta erariale del 2016 ben 96 miliardi, voleva garantire una equa distribuzione sul territorio neanche si trattasse di scuole, biblioteche  o tribunali.  Di nulla s’erano accorti gli uffici di presidenza delle Camere, magari con la testa già al mare, come dire sotto la sabbia. Dal che si deduce il grado di cialtronagine che alberga sui sacri scranni. Sai come si ride.

In compenso gli stessi personaggetti (op.cit.Vincenzo De Luca) e negli stessi giorni, pari pari, hanno trovato che non vi fosse necessità di urgenza per la discussione ed approvazione in Senato sulla vexata quaestio dei vitalizzi dei parlamentari. Il capogruppo Pd al Senato  ha comunque garantito che il provvedimento sarà approvato nel prossimo settembre. Che poi se non sarà settembre sarà ottobre o novembre o dicembre o gennaio o febbraio. Poi ci penserà il nuovo parlamento. Perché, mai come in questo caso è la somma che fa il totale e soprattutto le risate.

Se di qualcosa ci si dimentica di altro torna a galla il ricordo. È la storia della mafia garganica che sta nel dimenticatoio nazionale da trenta anni e, si dice, trecento morti. Questo sussulto di memoria ha raccontato pure che a Foggia, capitale della Capitanata, non c’è il Tribunale di Corte dìAppello. A proposito della equa distribuzione di slot machine.Una nuova faticaccia per il ministro Minniti che assume sempre più nell’eloquio toni dalemiani, che quando era dalemiano doc neanche si permetteva. Ha detto, il ministro, che la risposta dello Stato sarà durissima, a voler dimostrare di aver letto e, magari, poco colto l’ironia manzoniana in quel pezzo dei Promessi Sposi dove si racconta delle grida spagnole. Le reazioni durissime si mettono in pratica e non si annunciano. Che se lo si dice prima tutto saranno fuorché dure. Comunque arriveranno nella Capitanata «centonavantadue unità» che tradotto dal minnitese vuol dire centonavantadue uomini di esercito-polizia-carabinieri e magari anche guardia di finanza. Riso amaro.   

In compenso, in quel di Bergamo, un paio di quelli che hanno partecipato ad una sparatoria e susseguente rissa con tanto di feriti, in una faidina ina-ina tra due famiglie, non sono stati definiti degni di beccarsi l’onorifico titolo di «pericolosi socialmente» Alcuni reati precedenti sono caduti in prescrizione e quelli nuovi considerati di poco conto. I due sperano nella prossima volta. Sono ancora giovani. Umorismo come se piovesse.

A Viareggio invece c’è un sindaco che non sa decodificare quanto scritto sul cartello di ingresso ad un circolo: «Dopo le 19,00 i soci e i loro ospiti potranno accedere ai locali della sede e del ristorante indossando i pantaloni lunghi.» Chissà che avranno voluto dire? E quindi lui, che si è presentato in bermuda, è stato, giustamente, allontanato dal locale. Scandalo ed orrore, cui il Corriere della Sera dedica una mezza paginata. In via Solferino hanno carta da perdere. A sua giustifica il sindaco ha elencato i prezzi dei singoli capi indossati. Tamarritudine di provincia. Tra questi spicca il costo dei bermuda: 250€. Beppe Severgninbi lo sbeffeggia dicendo che, al mercato, ne ha comprato un paio uguale spendendo 18 euro. Ora, se il sindaco non decodifica il senso dell’italica lingua e spende 250€ per un paio di bermuda, i viareggini avran di che stare allegri.

E per non buttarla in politica viene a fagiolo il caso di Angelo Cambiano, Sindaco di Licata in quel di Agrigento , Da sempre il giovane Angelo si batte contro le villette  abusive. Anche qui, come nella Capitanata, il numero ricorrente è trent’aani. Là di ammazzamenti di uomini mentre qua di ammazzamenti ambientali. Cioè: condoni. Già in passato questo Sindaco era stato minacciato e il ministro dell’interno dell’epoca, Angelino Alfano, gli ha dimostrato tutta la sua solidarietà con una telefonata e dotandolo di scorta. Alleluja. Poi però succede che nella giunta di Cambiano ad avere villette abusive siano anche assessori e a votare contro il Sindaco sono quelli del partito di Alfano. Come non sganasciarsi?

Post scriptum
Dopo i clamore sollevato dal sindaco in bermuda, ci sarà una cena riparatrice, come se a dover riparare sia il circolo e non il bermudante. Saranno tutti in bermuda. Come dire che lungo lo stivale c’è sempre qualcuno più uguale degli altri. Ma questo si sapeva già. E non fa ridere.

domenica 23 luglio 2017

Roma: la mafia non c’è.

La mafia nunesiste dice la sentezza. Buzzi e Carminati sono soci: uno corrompe e l’altro minaccia, ma non è metodo mafioso. Sarà contento di saperlo il padrino don Vito Corleone che girava con Luca Brasi: il primo corrompeva e il secondo minacciava e furono accusati di essere mafiosi. Però loro erano siciliani mentre Buzzi è di Roma e Carminati di Milano. Carminati santo subito.

Buzzi corrompeva Carminati minacciava: non è mafia

Dopo la sentenza del processo di primo grado a Buzzi-Carminati-&-company s’è appreso che nella Capitale la mafia
nunesiste. Emmenomale che Roma ci ha già tanti problemi. Oltre ai centurioni al Colosseo, l’immondizia che trasborda dai cassonetti, le buche, il traffico impazzito, i campi rom e, adesso pure la mancanza d’acqua ci mancava solo la mafia. Come se a un moribondo mancasse il raffreddore. Me per fortuna no, a Roma la mafia nunesiste. C’è solo corruzione. Alleluja, Alleluja.

La mafia (che poi è anche camorra-n’drangheta-sacra corona unita), cioè il metodo mafioso, che per essere considerato tale non necessariamente deve essere messo in pratica da uno nato in Trinacria-Calabria-Puglia-Campania, portare coppola e lupara, ha invaso la penisola, ma ha bypassato Roma. È stata a Bardonecchia, primo comune  del nord Italia ad essere commissariato per mafia, in Lombardia e Veneto, in Emilia e Romagna,  e poi anche nel Lazio e via via per il resto del Paese. Ma Roma, no. Roma, no.

Questa per la sindaca Raggi dovrebbe essere una buona notizia: sapere che il 37% dei dirigenti del comune sono indagati per i più vari reati ma non per mafia le farà senz’altro le piacere e soprattutto tirare un sospiro di sollievo. Almeno su questo il senatore Stefano Esposito, che poi è di Torino, le deputate Alessia Moran, che nasce a Saccocorvaroi e Anna Ascani, di Città di Castello, non potranno imputarle nulla. Hanno già il loro bel da fare ad accusare la sindaca Raggi del rumore delle cicale,di giorno e dei grilli di notte, del caldo afoso e dell’iceberg che s’è staccato dalla calotta dell’Antartide e che sta puntando dritto-dritto su Trinità dei Monti. Un lavoro in meno.

Che Buzi e Carminati fossero soci è appurato. Che il primo se comprasse politici e funzionari mentre il secondo ricorresse a vie più spicce, come da intercettazioni telefoniche,«sono Carminati … se non sai chi sono guarda su internet .., vengo e ti taglio la gola» è assodato. Epperò la mafia-camorra-n’drangheta-sacra-corona-unita a quanto pare non fa così. Come si usa dire ha metodi felpati: tipo via D’Amelio, si dirà. Ma quella era estrema ratio.

Certo che se l’avesse saputo don Vito Corleone che andava a finire così avrebbe spostato subito la sua famiglia a Roma altro che farla girare raminga tra New York e Las Vegas, Florida e Cuba. Lui e Luca Brasi sono stati gli antesignani del metodo Buzzi-Carminati. Don Vito corrompeva e Luca Brasi minacciava e poi magari anche sparava. E anche per Michael Corleone la vita sarebbe stata più facile. Ma tant’è.

Certo dopo questa sentenza sarebbe da rivedere il metodo di selezione dei magistrati dato che sulla questione mafia-Capitale si sono clamorosamente sbagliati il Procuratore della Repubblica, il Gip che ordinò gli arresti, il tribunale del Riesame che li ha confermati e la Cassazione. Errare humanum est

Adesso non resta che attendere la ciliegina sulla torna: la scarcerazione. Eh sì, perché aver incassato 20 anni di condanna, Carminati e 19, Buzzi, non vuol dire farli per davvero. Con il ricorso in appello l’avvocata Naso, legale di Carminati, conta nella riduzione di pena e si è sbilanciato col dire a Radio anch’io che «Carminati uscirà presto» (venerdì 21 luglio) Anzi a sentire l’avvocato Naso quello che ha fatto il Carminati Massimo son bagatelle rispetto a ciò che accade nel mondo e quindi perché accanirsi. In fondo Carminati è solo uno scavezzacollo. Anzi, Carminati. Santo subito.

sabato 15 luglio 2017

Peli corsari. (ovvero il rammarico di Corsaro Massimo)

Corsaro Massimo nel suo dire contro Emanuele Fiano si è rifatto, forse e se ne ha avuta memoria, ad una battuta di Mussolini. A seguito dell’affermazione sulle sopracciglia di Fiano, il Corsaro è stato definito fascista e razzista, e antisemita. S’è detto dei suoi sentimenti d’odio e di rancore ma non s’è scritto del suo sentimento principe: il rammarico.


L'on Emanuele Fiano e Corsaro Massimo 
Di peli in politica si è parlato poco o quasi nulla. Unico ricordo è una battutaccia di Mussolini nei confronti di Nicola Bombacci che alcuni dicono pronunciata all’epoca della scissione comunista dal Psi. Quindi quasi cento anni fa, da allora più nulla. A richiamare il pelo in politica, questa volta delle sopracciglia,  ci ha pensato Corsaro Massimo, ex Msi-An-Pdl-Forza Italia e attualmente deputato di uno dei tanti partitini nati negli ultimi anni e  che ha per nome un ossimoro: “conservatori riformisti”. Che di solito si è o l’uno o l’altro, ma la chiarezza di idee non è moneta corrente nei giorni attuali.

La vicenda è nota: il deputato del Pd Emanuele Fiano ha presentato un disegno di legge per punire «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco». L’idea gli è venuta dopo che un bagnino di Chioggia s’è messo a sproloquiare sul tema. Peraltro, se la legge passasse sarebbe un bel guaio per quelli di Predappio, città natale di Benito Mussolini, che sul merchandising nostalgico fatto di busti, poster, tazze e tazzine, accendini, biberon e bavaglini per i neonati. ci campano da sessanta anni e passa. Comunque sia, la proposta è stata depositata e allora il Corsaro Massimo, magari pensando di essere spiritoso, ha dichiarato che Fiano: «le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione» Che, tradotto,sarebbe come dire che Fiano è una testa di c…. Affermazione volgare oltre il giusto, ma alla volgarità in politica si sta facendo purtroppo l’abitudine: penultime in ordine di tempo le espressioni di Giachetti, «hai la faccia come il cu..»,  rivolte all’ex compagno di partito Roberto Speranza. Segni di ordinario imbarbarimento, ma d’altra parte a scorrere le liste di deputati e senatori su non pochi nomi c’è di che arrossire. E la presenza di Corsaro Massimo in queste, da due legislature, è la prova del nove.

In termini di produttività il Corsaro Massimo è al 500° posto su 630 deputati, risulta assente alle votazioni per il 49,63% delle volte. Sui 185 voti chiave (concorrenza, codice penale, testamento biologico, migranti, terremoto, proroga missioni militari, mezzogiorno, cessione Ilva ecc, ecc.) nella più parte non c’era. Fonte Openpolis. Giusto per dire di come lavora alla Camera. Come primo firmatario ha presentato un solo disegno di legge, 6 interrogazioni parlamentari a risposta orale e 7 a risposta scritta e 150 emendamenti, in circa quattro anni di legislatura.  La altre sue firme sono da co-firmatario. E ognuno ne pensi quel che vuole. Per inciso Emanuele Fiano è 16° posto per produttività.
Sull’uscita del Corsaro Massimo s’è detto molto ma non tutto. Lo si è definito fascista (per forza viene dal Msi) e razzista e antisemita, che poi sono tre modi per dire la stessa cosa, e si è fatto riferimento al rancore e all’odio . Nessuno però ha fatto cenno al sentimento principe che senz’altro deve agitare il Corsaro Massimo : il rammarico.

Rammarico per non essere stato in quelle squadre dotate di manganello che in dieci o più davano la caccia ai singoli. Preferibilmente disarmati. Rammarico per non aver fatto parte della banda Dumini, quella volta erano solo quattro o cinque armati di mazze, contro l’inerme Matteotti. Rammarico per non essere mai stato nominato federale, con tanto di aquila sul cappello, alla Tognazzzi. Rammarico per non essere stato nominato nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni dove s’approvava a comando. Rammarico per non essere entrato nella redazione di “La difesa della razza”. Rammarico per non aver rastrellato donne e bambini italiani di religione ebraica da mandare ad Auschwitz-Birkenau o a Mauthausen. Che a farlo ci voleva un coraggio da leoni. Rammarico per non aver fatto da servo ai tedeschi durante la Repubblica Sociale. Rammarico per non aver riso alle battute sarcastiche di Karl Wolf, SS-Obergruppenführer e generale delle WaffenSS che si divertiva a prendere per i fondelli Pavolini ed i suoi scardellati. Forse non prova rammarico e non avrebbe voluto esserci in quel di Dongo. Ma d’altra parte anche quelli che c’erano ci capitarono per caso e avrebbero preferito trovarsi altrove.

La battuta di Mussolini su Nicola Bombacci, dotato di grande barba e folti capelli, testualmente fu: «Troppi peli per un coglione solo.» Massimo Cordaro invece è calvo ma per essere come Mussolini definiva Bombacci la tricologia non c’entra affatto.

Ps. Il Corsaro Massimo è stato anche consigliere di zona e comunale in quel di Milano, e per tre mandati consigliere della regione Lombardia da cui incasserà ordinario vitalizio oltre a quello che sta maturando da parlamentare.



domenica 9 luglio 2017

Matteo Renzi: aiutiamolo a casa sua.

La migrazione da Firenze a Roma non gli ha portato bene. Per sbarcare il lunario ha accettato di tutto, anche fare due lavori contemporaneamente – oltre sedici/diciotto ore al giorno - e ne ha già perso uno. Vivere a Roma con stipendi da fame, pagare l’affitto e  mandare denari a casa per mantenere la famiglia Ha cambiato tre indirizzi in soli tre anni e ora vive da precario. La politica non ha il dovere morale di accettare tutti quelli che vogliono entrarci.

Matteo Renzi, solo lavori precari per 16/18 ore al giorno

Eh già, il nostro Matteo ha proprio bisogno di aiuto. Anche lui migrante da Firenze a Roma, ha dovuto, come tutti quelli che abbandonano terra natia, accettare più lavori per sbarcare il lunario. Come quelli che raccolgono in pomodori e le olive nella Capitanata. Lavori precari si intende: prima segretario di partito (che nel Pd non è più un posto fisso e sicuro come era nel Pci, dove essere eletti segretario era come vincere il conclave in Vaticano) e poi anche la presidenza del consiglio è un lavoro a termine. Più che precario. Talvolta addirittura  stagionale. Senza contare che gli stipendi per questi lavoretti sono da fame, soprattutto dopo che si sono mandati a casa i soldi per mantenere tre figli e la moglie che fa l’insegnante, rimane ben poco. Gli affitti a Roma sono carissimi e quei continui cambi di dimora, sono altri costi : tre cambi in solo tre anni che il postino non sa più dove raggiungerlo. Alla fine rimangono giusto i soldi per le bollette, qualche surgelato e le scarpe da ginnastica bisogna comprarle di secondo piede. Senza dire della sfortuna (o destino cinico e baro) che gli ha mandato a gambe all’aria tutte le iniziative che gli servivano per mantenersi quei posti di lavoro.

Si sa che i migranti non sempre sono accolti bene. All’inizio c’è un po’ di simpatia, quando sono pochi, ma se fai arrivare amici e amiche e magari anche qualche parente, che magari si mettono a portar via il lavoro agli autoctoni, la situazione cambia. La diffidenza, il sospetto e poi la reazione montano.
Anche le compagnie frequentate non son delle migliori: tutti quei vecchi ex-qualcosa, che gli stanno attorno come il gatto e la volpe facendogli fare la parte di Pinocchio qualche sospetto su di lui lo attirano. Sospetto che aumenta sentendo parlare gli ex-qualcosa di primo pelo che si dimostrano pronti ad immolarsi per lui ad ogni occasione: tutti foreign fighter che arrivano a Roma dalle più sperdute province dello stivale. Senza dire della sua radicalizzazione diventata oramai manifesta al craxo-democristianesimo che lo porta ad inneggiare continuamente alla guerra santa contro tutto e contro tutti. Anche se uno si salva dalla sua furia iconoclasta: un vecchio ergastolano, piazzista di patacche che il giovane Matteo è riuscito a rimettere in piedi. Per non dire a resuscitare: ogni profeta ha il suo Lazzaro.

E dire che di aiuti e aiutini ne ha avuto a iosa, bonus di tutti i tipi: bonus ottanta euro per i dipendenti, esoneri contributivi (2015 e 2016) bonus diciottenni, bonus aggiornamento e merito insegnanti (che sono due) bonus ottanta euro forze dell’ordine, bonus bebè, bonus nascita e bonus nido. Ma non sono bastati. Oltre 50 miliardi di euro che in lire neanche si riuscirebbe a dire. Altro che i fondi per gli altri migranti economici.

Vivere in terra straniera non è facile, lo sapeva ben l’Alighieri: qui il pane è salato e non scipito. E comunque non è che il grande circo della politica ha il dovere morale di accogliere tutti quelli che ci vogliono entrare. C’è il dovere morale di aiutare i più deboli questo sì. E aiutarli per davvero a casa loro.

E allora aiutiamolo a casa sua il Matteo Renzi. Magari può riprendere l’antico lavoro che fare il politico a Roma forse non fa proprio per lui.

martedì 4 luglio 2017

Anche per Renzi c’è il ritorno alle origini.

Quando si invoca il ritorno alle origini si ammette il proprio fallimento: non tattico ma strategico. I vecchi partiti della prima repubblica mai parlarono di ritorno alle origini. Il primo scostamento di Renzi fu accettare gli endorsement di Franceschini, Fassino e Chiamparino. Gli endorsement non si pagano una sola volta, sono un leasing e il leasing politico ha rate infinite.

Matteo Renzi il rottamatore già cercava endorsement

In tutte le situazioni ci sono degli accadimenti che sono prodromi di fatti molto importanti che di lì a breve capiteranno. Oltre che prodromi, questi accadimenti sono detti indicatori. Per esempio, le vendite di carrelli elevatori e di cartone ondulato sono indicatori che segnalano lo stato di salute dell’economia.  Anche il volo delle rondini è un indicatore: se basso significa che pioverà, mentre invece se è alto il tempo sarà bello. La politica non fa eccezione: ci sono delle frasi che sono indicatori.

Per esempio la topica frase: «dobbiamo tornare alle origini.» è un indicatore di cattiva salute per chi la pronuncia. Di solito viene declamata dopo una qualche sconfitta, e sta a significare che il leader di cui sopra è alla frutta o giù di lì.  Gli esempi storici non mancano. Mussolini dopo la liberazione ad opera del maggiore Otto Skorzeny affermò che: ora basta, si deve ritornare alle origini del fasismo (non sapeva pronunciare il nome del movimento che aveva fondato! Sic). E fu Repubblica sociale e s’è visto come è andata a finire. Lo disse anche il Berlusconi Silvio: «Bisogna ritornare allo spirito del 1994», dopo l’ultima batosta elettorale e adesso ha un partitello al 13-14%, che solo Renzi può far contare qualcosa.

Adesso a rievocare lo spirito delle origini  ci si sta mettendo anche il Renzi Matteo. Aria grama, allora. Più che per il suo partito per lui e per i suoi, specialmente quelli che proprio suoi-suoi non sono, essendosi scapicollati all’ultimo per arraffare uno strapuntino. C’è da dire che nessuno dei partiti della prima repubblica, dal Pci alla Dc al Pri financo al Pli e al Psdi, per non dire del Msi, aveva mai fatto riferimento al così detto spirito delle origini poiché tutti, bene o male, stavano perseguendo ciò da cui avevano tratto origine. Magari non sempre con la più definita determinazione, ma gli scostamenti erano quasi accettabili. Ad eccezione dl Psi craxiano che lo spirito delle origini se lo era proprio dimenticato e quindi neanche poteva tradirlo.

Richiamarsi allo spirito delle origini significa nella sostanza ammettere di non aver fatto quello per cui si era nati, come dire aver mancato alle promesse e, in definitiva, ammettere il proprio fallimento. Il Renzi Matteo aveva promesso la liberazione da un gruppo dirigente appiccicoso, più al potere che agli interessi del Paese. Un gruppo dirigente che, contrariamente a quanto fatto dai vietcong: appropriarsi delle armi del nemico per rivolgerglieli contro, ha utilizzato il mandato degli elettori per dar copertura a quello che gli avversari non sarebbero riusciti a far passare. E forse proprio per questo il Renzi del camper e delle origini mieteva applausi nelle Case del Popolo.

Il primo errore, o abbandono dello spirito delle origini, il Renzi Matteo l’ha commesso quando nel settembre del 2013 ha accettato l’endorsement prima di Franceschini e poi quello di Fassino. E quindi quelli di tutti gli altri. Con Renzi ci sono sono più ex dalemiani di quanti lo stesso D’Alema abbia mai incontrato.  Così, con l’aria di essere il nuovo che avanza, il Renzi s’è messo a fare caminetti e trattative e inciucetti con i capi corrente. Li chiamerà stra-apple-otto-punto-zero, ma quello sono e quello restano. E uno dopo l’altro pensava di esserseli pappati, tutti i vecchi appiccicaticci. Credeva di utilizzarli come fossero dei taxi: far la corsa, pagare e scendere. Ma, proprio perché appiccicosi, da certi taxi non è così facile scendere. Anzi è il taxi che ti segue anche dopo aver pagato. E adesso se ne sta rendendo conto. Pensava il Renzi che l’acquisto fosse fatto una volta per tutte, ingenuo. Quotidianamente sta scoprendo che certi accordi non hanno il prezzo fisso ma sono dei leasing. E soprattutto che accendere un leasing non è come accendere un cero alla madonna. Fatto una volta per tutte. Il leasing politico va acceso e riacceso e riacceso. Tante volte quanti sono gli impicci contro cui si va a sbattere.

A poco servirà al Renzi ed ai suoi scudieri richiamarsi alle primarie, perché in direzione  dovrà fare i conti con i Bettini, i Bianco, i Chiamparino, i Crocetta, i Damiano, i De Luca, i Franceschini, i Fassino, le Finocchiaro, i Minniti, i Mirabelli,  e poi i Pittella (che loro sono due) le Pollastrini, le Sereni, i Veltroni giusto per dirne alcuni, tutta gente dalla lunga militanza che sanno come si elegge ma anche come si affossa un segretario.  E quindi o i caminetti o la rivoluzione. Ma per fare la rivoluzione, quella vera, ci vogliono i rivoluzionari e Renzi tutto sembra meno che un rivoluzionario. Si accomoderà, come già fatto, nei caminetti. Altrimenti rottami, rottami senza pietà a cominciare da quelli che gli stanno vicino.

Per fare il nuovo ci vuol altro che la semplice citazione e alla lunga anche un po’ di sostanza aiuta o si finisce come a Trapani: perdere anche quando si corre da soli.

domenica 4 giugno 2017

Quanto è buono il pesto con i crauti.

Dopo il porcellum i bamboccioni di Camera e Senato vorrebbero far digerire il pesto con i crauti. Per il professor Pasquino un sistema funziona se rimane invariato se lo si manipola perde di efficacia. La bozza della nuova legge elettorale regala ancora novecento e briscola nominati. Ampie aree di incostituzionalità.

Grillo Salvini Renzi Berlusconi: pesto con i crauti
Gli italici, si sa, sono fantasiosi e creativi e quindi capaci di inventare qualsiasi oggetto o situazione. Basta dargli uno spunto e subito le rotelline si mettono in movimento, anche se talvolta l’ingranaggio è poco oliato e un tantinello arrugginito. Dopo aver ideato la “costituzione più bella del mondo” si sono dati alle leggi elettorali che per contrappasso hanno, a detta dell’ideatore, nominato “la porcata”, che la traduzione maccheronica in porcellum poco nobilita.

Adesso si è ancora alle prese  con la definizione di una nuova legge elettorale che si auspica quantomeno decente, poiché quella che aveva a che fare coi suini (massimo rispetto per gli animali che regalano il prosciutto, la coppa e altre leccornie) dopo ben otto anni s’è capito che era incostituzionale. Ci voleva poco. Incapaci di elaborazione propria ed originale, ma d’altra parte perché reinventare l’ombrello, i partiti si sono guardati attorno ed hanno scoperto il sistema tedesco. Applicarlo però non è come dirlo, anche se dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Chiosa il professor Gianfranco Pasquino che un sistema perché funzioni va preso così com’è altrimenti diventa altro da quel che è. E di norma non funziona. Logica cristallina.

Un po’ come se si decidesse di fare il pesto mettendo i crauti al posto del basilico. Nel pesto va il basilico e i crauti si sposano bene con i wurstel il mix sarebbe una bella porcata. Per giunta indigesta. Tuttavia i novecento e briscola bamboccioni che scaldano scranni tra Camera e Senato non sono particolarmente interessati alla logica. Come ampiamente dimostrato dalla legge sulla legittima difesa: al ladro si può sparare solo da una certa ora in avanti se in preda a turbamento psicologico.  Che fa il paio con quanto si è scritto sulla galera che non va scontata quando si è depressi. Regoletta sacrosanta, la carcerazione deve redimere e non reprimere,  ma con un piccolo dettaglio: la galera deprime sempre. Anche se, pare, poco i poveracci e molto gli abbienti che più spesso la scavallano. Detto per precisione il testo sulla legittima difesa sonnecchia in Senato mentre è stata una lepre l’approvazione della legge sulle pensioni dei deputati che non hanno svolto l’intera legislatura. Loro l’avranno con solo 4 anni di contributi versati e a 60 anni. Con un anticipo di 7 anni sui comuni mortali. La solita solfa.

Il fatto poi che alla nuova legge elettorale stiano mettendo mano gli epigoni della democrazia cristiana, legulei d’accatto, certo non aiuta. Già a occhio si intravvedono elementi di incostituzionalità e comunque si avrà un parlamento di nominati che risponderà ai capobastone. Nulla di nuovo sotto il sole.

giovedì 1 giugno 2017

Si scrive Angelino e si legge Alice.

«Chi ti promette la luna vuol rubarti la terra sotto i piedi» antico adagio che l’Alfano non ha mai imparato. Lo picchiano tutti, gli amici di più, e lui incassa che è un piacere. Si vendica con dei calcetti che però oggi sono poco efficaci.

Angelino Alfano: attento alle schegge

Se qualcuno dovesse definire Angelino Alfano con uno speech lift direbbe: «è un buon incassatore e dopo ogni pugno ricevuto si stupisce che a suonarlo sia stato un suo amico.» Come dire una via di mezzo tra il pugile James “Lights Out” Toney e l’Alice del reverendo Dodgson, in arte Lewis Carrol. Detto fuor di metafora,  l’incrocio tra il pugile considerato il miglior incassatore e la più stupefatta eroina della letturatura mondiale. Ecco Angelino Alfano  è così.
L’Angelino l’hanno picchiato più o meno tutti, chi fa satira con lui va a nozze,  ma i cazzotti più duri gli sono arrivati dagli amici. A partire dal suo mentore Silvio Berlusconi, un nome-una-marca-una-garanzia, che quando s’è trovato a scegliere un collaboratore o un delfino ha pensato bene di ispirarsi all’Armando. Testi e musica Iannacci-Fo.
Commissario, sa l’Armando 
mi picchiava col martello, 
mi picchiava qui sugli occhi 
per sembrare lui il più bello. 
Per far ridere gli amici, 
mi buttava giù dal ponte 
ma per non bagnarmi tutto 
mi buttava dov’è asciutto.
Il Berlusconi l’ha riempito di promesse, ma dopo averlo portato in Parlamento (eletto quattro volte) nominato ministro della giustizia (facendogli firmare leggi immonde) e quindi segretario politico del Pdl, l’ha bollato con una battuta: «gli manca il quid.» Come dire: è un tontolone. Chiunque dopo un quid così sarebbe stramazzato al tappeto, ma non se sei Angelino “James Torney” Alfano. Lui ha incassato con signorilità, stupendosi, sgranando gli occhioni e grattandosi la testa. Come ricompensa ha avuto, nel governo larghe-intese con Letta, la vicepresidenza del consiglio e il ministero dell’interno. Il che non gli ha impedito, appena ne ha avuto l’occasione, di sferrare il calcio dell’asino e staccarsi dal vecchio padre-padrone, fondare il suo partitino e allearsi il Renzi Matteo. Ovviamente anche il “nuovo che avanza.” ’ha riempito di promesse, la prima delle quali è stata mantenergli il posto. Quindi da ministro dell’interno a ministro degli esteri. Evviva, evviva. Poi è arrivato il quid renziano: la nuova legge elettorale con la soglia al 5%. Anche se il fiorentino in  precedenza aveva promesso il più abbordabile 3%. Ancora una volta stupore: occhi sgranati. Ma come? Dopo tutte quelle belle promesse? Ché credere alle promesse renziane bisogna proprio essere un’ Alice al cubo. Come ripicca ancora una volta il calcetto dell’asino, vecchia abitudine. Ma l’effetto è debolissimo soprattutto perché per sostituirlo a sostenere il governo c’è la fila. E allora Renzi ricopia il Berlusconi , guarda il caso, e dice: «Alfano ministro di tutto e non prende il 5%?» Un altro bel uppercut.  Da abbattere una quercia, ma non Angelino. Che un po’ piagnucolante dichiara: « Noi siamo stati leali e, anche se siamo stati malripagati, sì, torneremo a essere leali all'Italia. Anche se non abbiamo ottenuto dal partito con cui abbiamo lavorato (il Pd ndr) la stessa lealtà … accettiamo la sfida alla soglia del 5%. Però consideriamo conclusa la nostra collaborazione col Pd.» Calcetto bis.E poi la non smentita delle affermazioni dell’on Pizzolante «Renzi a febbraio ci chiese di far cadere Gentiloni.» Non ci sono le prove , ma ci sta. Basta ricordare, in quel di Roma, la caduta di Ignazio Marino con le firme di Alfio Marchini dal notaio. Ridicolo ma vero.

Però l’Angelino-Alice dovrà imparare che: «chi ti promette la luna vuol rubarti la terra sotto i piedi.» E le promesse di Renzi  (e Berlusconi) van ben oltre la luna e vogliono prenderti ben di più della terra che hai sotto i piedi. Memento.