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domenica 23 luglio 2017

Roma: la mafia non c’è.

La mafia nunesiste dice la sentezza. Buzzi e Carminati sono soci: uno corrompe e l’altro minaccia, ma non è metodo mafioso. Sarà contento di saperlo il padrino don Vito Corleone che girava con Luca Brasi: il primo corrompeva e il secondo minacciava e furono accusati di essere mafiosi. Però loro erano siciliani mentre Buzzi è di Roma e Carminati di Milano. Carminati santo subito.

Buzzi corrompeva Carminati minacciava: non è mafia

Dopo la sentenza del processo di primo grado a Buzzi-Carminati-&-company s’è appreso che nella Capitale la mafia
nunesiste. Emmenomale che Roma ci ha già tanti problemi. Oltre ai centurioni al Colosseo, l’immondizia che trasborda dai cassonetti, le buche, il traffico impazzito, i campi rom e, adesso pure la mancanza d’acqua ci mancava solo la mafia. Come se a un moribondo mancasse il raffreddore. Me per fortuna no, a Roma la mafia nunesiste. C’è solo corruzione. Alleluja, Alleluja.

La mafia (che poi è anche camorra-n’drangheta-sacra corona unita), cioè il metodo mafioso, che per essere considerato tale non necessariamente deve essere messo in pratica da uno nato in Trinacria-Calabria-Puglia-Campania, portare coppola e lupara, ha invaso la penisola, ma ha bypassato Roma. È stata a Bardonecchia, primo comune  del nord Italia ad essere commissariato per mafia, in Lombardia e Veneto, in Emilia e Romagna,  e poi anche nel Lazio e via via per il resto del Paese. Ma Roma, no. Roma, no.

Questa per la sindaca Raggi dovrebbe essere una buona notizia: sapere che il 37% dei dirigenti del comune sono indagati per i più vari reati ma non per mafia le farà senz’altro le piacere e soprattutto tirare un sospiro di sollievo. Almeno su questo il senatore Stefano Esposito, che poi è di Torino, le deputate Alessia Moran, che nasce a Saccocorvaroi e Anna Ascani, di Città di Castello, non potranno imputarle nulla. Hanno già il loro bel da fare ad accusare la sindaca Raggi del rumore delle cicale,di giorno e dei grilli di notte, del caldo afoso e dell’iceberg che s’è staccato dalla calotta dell’Antartide e che sta puntando dritto-dritto su Trinità dei Monti. Un lavoro in meno.

Che Buzi e Carminati fossero soci è appurato. Che il primo se comprasse politici e funzionari mentre il secondo ricorresse a vie più spicce, come da intercettazioni telefoniche,«sono Carminati … se non sai chi sono guarda su internet .., vengo e ti taglio la gola» è assodato. Epperò la mafia-camorra-n’drangheta-sacra-corona-unita a quanto pare non fa così. Come si usa dire ha metodi felpati: tipo via D’Amelio, si dirà. Ma quella era estrema ratio.

Certo che se l’avesse saputo don Vito Corleone che andava a finire così avrebbe spostato subito la sua famiglia a Roma altro che farla girare raminga tra New York e Las Vegas, Florida e Cuba. Lui e Luca Brasi sono stati gli antesignani del metodo Buzzi-Carminati. Don Vito corrompeva e Luca Brasi minacciava e poi magari anche sparava. E anche per Michael Corleone la vita sarebbe stata più facile. Ma tant’è.

Certo dopo questa sentenza sarebbe da rivedere il metodo di selezione dei magistrati dato che sulla questione mafia-Capitale si sono clamorosamente sbagliati il Procuratore della Repubblica, il Gip che ordinò gli arresti, il tribunale del Riesame che li ha confermati e la Cassazione. Errare humanum est

Adesso non resta che attendere la ciliegina sulla torna: la scarcerazione. Eh sì, perché aver incassato 20 anni di condanna, Carminati e 19, Buzzi, non vuol dire farli per davvero. Con il ricorso in appello l’avvocata Naso, legale di Carminati, conta nella riduzione di pena e si è sbilanciato col dire a Radio anch’io che «Carminati uscirà presto» (venerdì 21 luglio) Anzi a sentire l’avvocato Naso quello che ha fatto il Carminati Massimo son bagatelle rispetto a ciò che accade nel mondo e quindi perché accanirsi. In fondo Carminati è solo uno scavezzacollo. Anzi, Carminati. Santo subito.

sabato 15 luglio 2017

Peli corsari. (ovvero il rammarico di Corsaro Massimo)

Corsaro Massimo nel suo dire contro Emanuele Fiano si è rifatto, forse e se ne ha avuta memoria, ad una battuta di Mussolini. A seguito dell’affermazione sulle sopracciglia di Fiano, il Corsaro è stato definito fascista e razzista, e antisemita. S’è detto dei suoi sentimenti d’odio e di rancore ma non s’è scritto del suo sentimento principe: il rammarico.


L'on Emanuele Fiano e Corsaro Massimo 
Di peli in politica si è parlato poco o quasi nulla. Unico ricordo è una battutaccia di Mussolini nei confronti di Nicola Bombacci che alcuni dicono pronunciata all’epoca della scissione comunista dal Psi. Quindi quasi cento anni fa, da allora più nulla. A richiamare il pelo in politica, questa volta delle sopracciglia,  ci ha pensato Corsaro Massimo, ex Msi-An-Pdl-Forza Italia e attualmente deputato di uno dei tanti partitini nati negli ultimi anni e  che ha per nome un ossimoro: “conservatori riformisti”. Che di solito si è o l’uno o l’altro, ma la chiarezza di idee non è moneta corrente nei giorni attuali.

La vicenda è nota: il deputato del Pd Emanuele Fiano ha presentato un disegno di legge per punire «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco». L’idea gli è venuta dopo che un bagnino di Chioggia s’è messo a sproloquiare sul tema. Peraltro, se la legge passasse sarebbe un bel guaio per quelli di Predappio, città natale di Benito Mussolini, che sul merchandising nostalgico fatto di busti, poster, tazze e tazzine, accendini, biberon e bavaglini per i neonati. ci campano da sessanta anni e passa. Comunque sia, la proposta è stata depositata e allora il Corsaro Massimo, magari pensando di essere spiritoso, ha dichiarato che Fiano: «le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione» Che, tradotto,sarebbe come dire che Fiano è una testa di c…. Affermazione volgare oltre il giusto, ma alla volgarità in politica si sta facendo purtroppo l’abitudine: penultime in ordine di tempo le espressioni di Giachetti, «hai la faccia come il cu..»,  rivolte all’ex compagno di partito Roberto Speranza. Segni di ordinario imbarbarimento, ma d’altra parte a scorrere le liste di deputati e senatori su non pochi nomi c’è di che arrossire. E la presenza di Corsaro Massimo in queste, da due legislature, è la prova del nove.

In termini di produttività il Corsaro Massimo è al 500° posto su 630 deputati, risulta assente alle votazioni per il 49,63% delle volte. Sui 185 voti chiave (concorrenza, codice penale, testamento biologico, migranti, terremoto, proroga missioni militari, mezzogiorno, cessione Ilva ecc, ecc.) nella più parte non c’era. Fonte Openpolis. Giusto per dire di come lavora alla Camera. Come primo firmatario ha presentato un solo disegno di legge, 6 interrogazioni parlamentari a risposta orale e 7 a risposta scritta e 150 emendamenti, in circa quattro anni di legislatura.  La altre sue firme sono da co-firmatario. E ognuno ne pensi quel che vuole. Per inciso Emanuele Fiano è 16° posto per produttività.
Sull’uscita del Corsaro Massimo s’è detto molto ma non tutto. Lo si è definito fascista (per forza viene dal Msi) e razzista e antisemita, che poi sono tre modi per dire la stessa cosa, e si è fatto riferimento al rancore e all’odio . Nessuno però ha fatto cenno al sentimento principe che senz’altro deve agitare il Corsaro Massimo : il rammarico.

Rammarico per non essere stato in quelle squadre dotate di manganello che in dieci o più davano la caccia ai singoli. Preferibilmente disarmati. Rammarico per non aver fatto parte della banda Dumini, quella volta erano solo quattro o cinque armati di mazze, contro l’inerme Matteotti. Rammarico per non essere mai stato nominato federale, con tanto di aquila sul cappello, alla Tognazzzi. Rammarico per non essere stato nominato nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni dove s’approvava a comando. Rammarico per non essere entrato nella redazione di “La difesa della razza”. Rammarico per non aver rastrellato donne e bambini italiani di religione ebraica da mandare ad Auschwitz-Birkenau o a Mauthausen. Che a farlo ci voleva un coraggio da leoni. Rammarico per non aver fatto da servo ai tedeschi durante la Repubblica Sociale. Rammarico per non aver riso alle battute sarcastiche di Karl Wolf, SS-Obergruppenführer e generale delle WaffenSS che si divertiva a prendere per i fondelli Pavolini ed i suoi scardellati. Forse non prova rammarico e non avrebbe voluto esserci in quel di Dongo. Ma d’altra parte anche quelli che c’erano ci capitarono per caso e avrebbero preferito trovarsi altrove.

La battuta di Mussolini su Nicola Bombacci, dotato di grande barba e folti capelli, testualmente fu: «Troppi peli per un coglione solo.» Massimo Cordaro invece è calvo ma per essere come Mussolini definiva Bombacci la tricologia non c’entra affatto.

Ps. Il Corsaro Massimo è stato anche consigliere di zona e comunale in quel di Milano, e per tre mandati consigliere della regione Lombardia da cui incasserà ordinario vitalizio oltre a quello che sta maturando da parlamentare.



domenica 9 luglio 2017

Matteo Renzi: aiutiamolo a casa sua.

La migrazione da Firenze a Roma non gli ha portato bene. Per sbarcare il lunario ha accettato di tutto, anche fare due lavori contemporaneamente – oltre sedici/diciotto ore al giorno - e ne ha già perso uno. Vivere a Roma con stipendi da fame, pagare l’affitto e  mandare denari a casa per mantenere la famiglia Ha cambiato tre indirizzi in soli tre anni e ora vive da precario. La politica non ha il dovere morale di accettare tutti quelli che vogliono entrarci.

Matteo Renzi, solo lavori precari per 16/18 ore al giorno

Eh già, il nostro Matteo ha proprio bisogno di aiuto. Anche lui migrante da Firenze a Roma, ha dovuto, come tutti quelli che abbandonano terra natia, accettare più lavori per sbarcare il lunario. Come quelli che raccolgono in pomodori e le olive nella Capitanata. Lavori precari si intende: prima segretario di partito (che nel Pd non è più un posto fisso e sicuro come era nel Pci, dove essere eletti segretario era come vincere il conclave in Vaticano) e poi anche la presidenza del consiglio è un lavoro a termine. Più che precario. Talvolta addirittura  stagionale. Senza contare che gli stipendi per questi lavoretti sono da fame, soprattutto dopo che si sono mandati a casa i soldi per mantenere tre figli e la moglie che fa l’insegnante, rimane ben poco. Gli affitti a Roma sono carissimi e quei continui cambi di dimora, sono altri costi : tre cambi in solo tre anni che il postino non sa più dove raggiungerlo. Alla fine rimangono giusto i soldi per le bollette, qualche surgelato e le scarpe da ginnastica bisogna comprarle di secondo piede. Senza dire della sfortuna (o destino cinico e baro) che gli ha mandato a gambe all’aria tutte le iniziative che gli servivano per mantenersi quei posti di lavoro.

Si sa che i migranti non sempre sono accolti bene. All’inizio c’è un po’ di simpatia, quando sono pochi, ma se fai arrivare amici e amiche e magari anche qualche parente, che magari si mettono a portar via il lavoro agli autoctoni, la situazione cambia. La diffidenza, il sospetto e poi la reazione montano.
Anche le compagnie frequentate non son delle migliori: tutti quei vecchi ex-qualcosa, che gli stanno attorno come il gatto e la volpe facendogli fare la parte di Pinocchio qualche sospetto su di lui lo attirano. Sospetto che aumenta sentendo parlare gli ex-qualcosa di primo pelo che si dimostrano pronti ad immolarsi per lui ad ogni occasione: tutti foreign fighter che arrivano a Roma dalle più sperdute province dello stivale. Senza dire della sua radicalizzazione diventata oramai manifesta al craxo-democristianesimo che lo porta ad inneggiare continuamente alla guerra santa contro tutto e contro tutti. Anche se uno si salva dalla sua furia iconoclasta: un vecchio ergastolano, piazzista di patacche che il giovane Matteo è riuscito a rimettere in piedi. Per non dire a resuscitare: ogni profeta ha il suo Lazzaro.

E dire che di aiuti e aiutini ne ha avuto a iosa, bonus di tutti i tipi: bonus ottanta euro per i dipendenti, esoneri contributivi (2015 e 2016) bonus diciottenni, bonus aggiornamento e merito insegnanti (che sono due) bonus ottanta euro forze dell’ordine, bonus bebè, bonus nascita e bonus nido. Ma non sono bastati. Oltre 50 miliardi di euro che in lire neanche si riuscirebbe a dire. Altro che i fondi per gli altri migranti economici.

Vivere in terra straniera non è facile, lo sapeva ben l’Alighieri: qui il pane è salato e non scipito. E comunque non è che il grande circo della politica ha il dovere morale di accogliere tutti quelli che ci vogliono entrare. C’è il dovere morale di aiutare i più deboli questo sì. E aiutarli per davvero a casa loro.

E allora aiutiamolo a casa sua il Matteo Renzi. Magari può riprendere l’antico lavoro che fare il politico a Roma forse non fa proprio per lui.

martedì 4 luglio 2017

Anche per Renzi c’è il ritorno alle origini.

Quando si invoca il ritorno alle origini si ammette il proprio fallimento: non tattico ma strategico. I vecchi partiti della prima repubblica mai parlarono di ritorno alle origini. Il primo scostamento di Renzi fu accettare gli endorsement di Franceschini, Fassino e Chiamparino. Gli endorsement non si pagano una sola volta, sono un leasing e il leasing politico ha rate infinite.

Matteo Renzi il rottamatore già cercava endorsement

In tutte le situazioni ci sono degli accadimenti che sono prodromi di fatti molto importanti che di lì a breve capiteranno. Oltre che prodromi, questi accadimenti sono detti indicatori. Per esempio, le vendite di carrelli elevatori e di cartone ondulato sono indicatori che segnalano lo stato di salute dell’economia.  Anche il volo delle rondini è un indicatore: se basso significa che pioverà, mentre invece se è alto il tempo sarà bello. La politica non fa eccezione: ci sono delle frasi che sono indicatori.

Per esempio la topica frase: «dobbiamo tornare alle origini.» è un indicatore di cattiva salute per chi la pronuncia. Di solito viene declamata dopo una qualche sconfitta, e sta a significare che il leader di cui sopra è alla frutta o giù di lì.  Gli esempi storici non mancano. Mussolini dopo la liberazione ad opera del maggiore Otto Skorzeny affermò che: ora basta, si deve ritornare alle origini del fasismo (non sapeva pronunciare il nome del movimento che aveva fondato! Sic). E fu Repubblica sociale e s’è visto come è andata a finire. Lo disse anche il Berlusconi Silvio: «Bisogna ritornare allo spirito del 1994», dopo l’ultima batosta elettorale e adesso ha un partitello al 13-14%, che solo Renzi può far contare qualcosa.

Adesso a rievocare lo spirito delle origini  ci si sta mettendo anche il Renzi Matteo. Aria grama, allora. Più che per il suo partito per lui e per i suoi, specialmente quelli che proprio suoi-suoi non sono, essendosi scapicollati all’ultimo per arraffare uno strapuntino. C’è da dire che nessuno dei partiti della prima repubblica, dal Pci alla Dc al Pri financo al Pli e al Psdi, per non dire del Msi, aveva mai fatto riferimento al così detto spirito delle origini poiché tutti, bene o male, stavano perseguendo ciò da cui avevano tratto origine. Magari non sempre con la più definita determinazione, ma gli scostamenti erano quasi accettabili. Ad eccezione dl Psi craxiano che lo spirito delle origini se lo era proprio dimenticato e quindi neanche poteva tradirlo.

Richiamarsi allo spirito delle origini significa nella sostanza ammettere di non aver fatto quello per cui si era nati, come dire aver mancato alle promesse e, in definitiva, ammettere il proprio fallimento. Il Renzi Matteo aveva promesso la liberazione da un gruppo dirigente appiccicoso, più al potere che agli interessi del Paese. Un gruppo dirigente che, contrariamente a quanto fatto dai vietcong: appropriarsi delle armi del nemico per rivolgerglieli contro, ha utilizzato il mandato degli elettori per dar copertura a quello che gli avversari non sarebbero riusciti a far passare. E forse proprio per questo il Renzi del camper e delle origini mieteva applausi nelle Case del Popolo.

Il primo errore, o abbandono dello spirito delle origini, il Renzi Matteo l’ha commesso quando nel settembre del 2013 ha accettato l’endorsement prima di Franceschini e poi quello di Fassino. E quindi quelli di tutti gli altri. Con Renzi ci sono sono più ex dalemiani di quanti lo stesso D’Alema abbia mai incontrato.  Così, con l’aria di essere il nuovo che avanza, il Renzi s’è messo a fare caminetti e trattative e inciucetti con i capi corrente. Li chiamerà stra-apple-otto-punto-zero, ma quello sono e quello restano. E uno dopo l’altro pensava di esserseli pappati, tutti i vecchi appiccicaticci. Credeva di utilizzarli come fossero dei taxi: far la corsa, pagare e scendere. Ma, proprio perché appiccicosi, da certi taxi non è così facile scendere. Anzi è il taxi che ti segue anche dopo aver pagato. E adesso se ne sta rendendo conto. Pensava il Renzi che l’acquisto fosse fatto una volta per tutte, ingenuo. Quotidianamente sta scoprendo che certi accordi non hanno il prezzo fisso ma sono dei leasing. E soprattutto che accendere un leasing non è come accendere un cero alla madonna. Fatto una volta per tutte. Il leasing politico va acceso e riacceso e riacceso. Tante volte quanti sono gli impicci contro cui si va a sbattere.

A poco servirà al Renzi ed ai suoi scudieri richiamarsi alle primarie, perché in direzione  dovrà fare i conti con i Bettini, i Bianco, i Chiamparino, i Crocetta, i Damiano, i De Luca, i Franceschini, i Fassino, le Finocchiaro, i Minniti, i Mirabelli,  e poi i Pittella (che loro sono due) le Pollastrini, le Sereni, i Veltroni giusto per dirne alcuni, tutta gente dalla lunga militanza che sanno come si elegge ma anche come si affossa un segretario.  E quindi o i caminetti o la rivoluzione. Ma per fare la rivoluzione, quella vera, ci vogliono i rivoluzionari e Renzi tutto sembra meno che un rivoluzionario. Si accomoderà, come già fatto, nei caminetti. Altrimenti rottami, rottami senza pietà a cominciare da quelli che gli stanno vicino.

Per fare il nuovo ci vuol altro che la semplice citazione e alla lunga anche un po’ di sostanza aiuta o si finisce come a Trapani: perdere anche quando si corre da soli.

domenica 4 giugno 2017

Quanto è buono il pesto con i crauti.

Dopo il porcellum i bamboccioni di Camera e Senato vorrebbero far digerire il pesto con i crauti. Per il professor Pasquino un sistema funziona se rimane invariato se lo si manipola perde di efficacia. La bozza della nuova legge elettorale regala ancora novecento e briscola nominati. Ampie aree di incostituzionalità.

Grillo Salvini Renzi Berlusconi: pesto con i crauti
Gli italici, si sa, sono fantasiosi e creativi e quindi capaci di inventare qualsiasi oggetto o situazione. Basta dargli uno spunto e subito le rotelline si mettono in movimento, anche se talvolta l’ingranaggio è poco oliato e un tantinello arrugginito. Dopo aver ideato la “costituzione più bella del mondo” si sono dati alle leggi elettorali che per contrappasso hanno, a detta dell’ideatore, nominato “la porcata”, che la traduzione maccheronica in porcellum poco nobilita.

Adesso si è ancora alle prese  con la definizione di una nuova legge elettorale che si auspica quantomeno decente, poiché quella che aveva a che fare coi suini (massimo rispetto per gli animali che regalano il prosciutto, la coppa e altre leccornie) dopo ben otto anni s’è capito che era incostituzionale. Ci voleva poco. Incapaci di elaborazione propria ed originale, ma d’altra parte perché reinventare l’ombrello, i partiti si sono guardati attorno ed hanno scoperto il sistema tedesco. Applicarlo però non è come dirlo, anche se dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Chiosa il professor Gianfranco Pasquino che un sistema perché funzioni va preso così com’è altrimenti diventa altro da quel che è. E di norma non funziona. Logica cristallina.

Un po’ come se si decidesse di fare il pesto mettendo i crauti al posto del basilico. Nel pesto va il basilico e i crauti si sposano bene con i wurstel il mix sarebbe una bella porcata. Per giunta indigesta. Tuttavia i novecento e briscola bamboccioni che scaldano scranni tra Camera e Senato non sono particolarmente interessati alla logica. Come ampiamente dimostrato dalla legge sulla legittima difesa: al ladro si può sparare solo da una certa ora in avanti se in preda a turbamento psicologico.  Che fa il paio con quanto si è scritto sulla galera che non va scontata quando si è depressi. Regoletta sacrosanta, la carcerazione deve redimere e non reprimere,  ma con un piccolo dettaglio: la galera deprime sempre. Anche se, pare, poco i poveracci e molto gli abbienti che più spesso la scavallano. Detto per precisione il testo sulla legittima difesa sonnecchia in Senato mentre è stata una lepre l’approvazione della legge sulle pensioni dei deputati che non hanno svolto l’intera legislatura. Loro l’avranno con solo 4 anni di contributi versati e a 60 anni. Con un anticipo di 7 anni sui comuni mortali. La solita solfa.

Il fatto poi che alla nuova legge elettorale stiano mettendo mano gli epigoni della democrazia cristiana, legulei d’accatto, certo non aiuta. Già a occhio si intravvedono elementi di incostituzionalità e comunque si avrà un parlamento di nominati che risponderà ai capobastone. Nulla di nuovo sotto il sole.

giovedì 1 giugno 2017

Si scrive Angelino e si legge Alice.

«Chi ti promette la luna vuol rubarti la terra sotto i piedi» antico adagio che l’Alfano non ha mai imparato. Lo picchiano tutti, gli amici di più, e lui incassa che è un piacere. Si vendica con dei calcetti che però oggi sono poco efficaci.

Angelino Alfano: attento alle schegge

Se qualcuno dovesse definire Angelino Alfano con uno speech lift direbbe: «è un buon incassatore e dopo ogni pugno ricevuto si stupisce che a suonarlo sia stato un suo amico.» Come dire una via di mezzo tra il pugile James “Lights Out” Toney e l’Alice del reverendo Dodgson, in arte Lewis Carrol. Detto fuor di metafora,  l’incrocio tra il pugile considerato il miglior incassatore e la più stupefatta eroina della letturatura mondiale. Ecco Angelino Alfano  è così.
L’Angelino l’hanno picchiato più o meno tutti, chi fa satira con lui va a nozze,  ma i cazzotti più duri gli sono arrivati dagli amici. A partire dal suo mentore Silvio Berlusconi, un nome-una-marca-una-garanzia, che quando s’è trovato a scegliere un collaboratore o un delfino ha pensato bene di ispirarsi all’Armando. Testi e musica Iannacci-Fo.
Commissario, sa l’Armando 
mi picchiava col martello, 
mi picchiava qui sugli occhi 
per sembrare lui il più bello. 
Per far ridere gli amici, 
mi buttava giù dal ponte 
ma per non bagnarmi tutto 
mi buttava dov’è asciutto.
Il Berlusconi l’ha riempito di promesse, ma dopo averlo portato in Parlamento (eletto quattro volte) nominato ministro della giustizia (facendogli firmare leggi immonde) e quindi segretario politico del Pdl, l’ha bollato con una battuta: «gli manca il quid.» Come dire: è un tontolone. Chiunque dopo un quid così sarebbe stramazzato al tappeto, ma non se sei Angelino “James Torney” Alfano. Lui ha incassato con signorilità, stupendosi, sgranando gli occhioni e grattandosi la testa. Come ricompensa ha avuto, nel governo larghe-intese con Letta, la vicepresidenza del consiglio e il ministero dell’interno. Il che non gli ha impedito, appena ne ha avuto l’occasione, di sferrare il calcio dell’asino e staccarsi dal vecchio padre-padrone, fondare il suo partitino e allearsi il Renzi Matteo. Ovviamente anche il “nuovo che avanza.” ’ha riempito di promesse, la prima delle quali è stata mantenergli il posto. Quindi da ministro dell’interno a ministro degli esteri. Evviva, evviva. Poi è arrivato il quid renziano: la nuova legge elettorale con la soglia al 5%. Anche se il fiorentino in  precedenza aveva promesso il più abbordabile 3%. Ancora una volta stupore: occhi sgranati. Ma come? Dopo tutte quelle belle promesse? Ché credere alle promesse renziane bisogna proprio essere un’ Alice al cubo. Come ripicca ancora una volta il calcetto dell’asino, vecchia abitudine. Ma l’effetto è debolissimo soprattutto perché per sostituirlo a sostenere il governo c’è la fila. E allora Renzi ricopia il Berlusconi , guarda il caso, e dice: «Alfano ministro di tutto e non prende il 5%?» Un altro bel uppercut.  Da abbattere una quercia, ma non Angelino. Che un po’ piagnucolante dichiara: « Noi siamo stati leali e, anche se siamo stati malripagati, sì, torneremo a essere leali all'Italia. Anche se non abbiamo ottenuto dal partito con cui abbiamo lavorato (il Pd ndr) la stessa lealtà … accettiamo la sfida alla soglia del 5%. Però consideriamo conclusa la nostra collaborazione col Pd.» Calcetto bis.E poi la non smentita delle affermazioni dell’on Pizzolante «Renzi a febbraio ci chiese di far cadere Gentiloni.» Non ci sono le prove , ma ci sta. Basta ricordare, in quel di Roma, la caduta di Ignazio Marino con le firme di Alfio Marchini dal notaio. Ridicolo ma vero.

Però l’Angelino-Alice dovrà imparare che: «chi ti promette la luna vuol rubarti la terra sotto i piedi.» E le promesse di Renzi  (e Berlusconi) van ben oltre la luna e vogliono prenderti ben di più della terra che hai sotto i piedi. Memento.

lunedì 29 maggio 2017

Voucher: che allegra accozzaglia.

Quelli che hanno votato per la reintroduzione dei voucher sono gli stessi che votarono contro la riforma costituzionale renziana. Una differenza: in quella accozzaglia il Pd ha preso il posto del M5S. Questa volta a Salvini non è spiaciuto allearsi con Alfano-Berlusconi e lo stesso Renzi.


Berlusconi e Renzi prove di inciucio si riparte dai voucher
Chissà se il Renzi Matteo, venuto a conoscenza della decisione emersa dalla commissione Bilancio della Camera sulle nuove norme del lavoro accessorio, volgarmente definito voucher, si è domandato quali partiti l’abbiano partorita. Poi saputolo, magari abbia riflettuto sulla eterogenea compagine di supporter e infine l’abbia definita «accozzaglia». E quanto sia stato felice che il suo partito ora ne faccia parte. Di quell’accozzaglia. È sì, perché quella bella e inedita maggioranza della commissione Bilancio è per buonissima parte la stessa che ha votato contro la sua riforma costituzionale e che lui ha spregiatissimamente definito accozzaglia.
Le differenze rispetto al 4 dicenbre dello scorso anni stanno nel fatto che il M5S da quella accozzaglia è uscito mentre vi sono entrati il Pd e per sovramercato, peraltro del tutto ininfluente, anche Alleanza Popolare e Scelta Civica. Come dire saltare, in ritardo, sul carro del vincitore della passata competizione. Se fossero coscienti di quello che hanno fatto potrebbero parlare di politica dadaista, ma questo richiederebbe anche una buona dose di cultura, E su questo meglio non indagare.
Giusto per amor di cronaca va aggiunto che una parte dei piddini, quelli sedicenti di sinistra, hanno deciso di uscire dall’aula  per non votare. La solita politica suicida del né aderire né sabotare. La prima volta il leader era Costantino Lazzari mentre adesso si tratta di Andrea Orlando: la differenza di peso politico e di storia parlano da sole. Poi, fra qualche tempo, Orlando e i suoi diranno che sarebbe stato meglio essere più decisi nei mesi addietro. È un bel discorso che ha già fatto D’Alema dimenticando però di aggiungere che del senno di poi son piene le fosse.
Nell’accozzaglia ci stanno ben a braccetto, ovviamente per interposti peones, Berlusconi, Matteo Salvini e l’Angelino Alfano, quello definito #uomoinutile, quotidianamente sbertucciato, dal leghista e senza quid dal,’arcorino. A questo trio che mancasse il Renzi  era ipotesi da far venire i brividi per cui, con il supporto vincolante dei franceschiniani di Area Dem, altra accozzaglia che va da Ettore Rosato a Piero Fassino, s’è messo riparo ad un tragico errore della storia. Sic transeat gloria mundi.
Così quello che è stato cacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra e non si tratta di solo voucher ma anche di quanto ci sta sotto: inclusi inciuci, inciucini e caminetti vari. Tutto quello che l’ex nuovo che avanza ha sempre dichiarato di detestare, ma che  dal 2013 ad oggi non ha fatto altro che ricercare e mettere in pratica.

Senza contare che la nuova versione dei voucher presenta le stesse problematiche di quella vecchia e, se passerà, fra qualche tempo ci si ritroverà a contarli in decine di milioni. Altro che lotta al lavoro nero.

giovedì 11 maggio 2017

Macron non assomiglia a Renzi. Per ora.

Tre o quattro punti in comune non fanno una somiglianza. Le differenze ci sono e sono profonde, a cominciare dalla scelta degli amici e degli alleati. A Macron non piace riciclare Renzi invece per il riciclo ed il pallottoliere ci va matto. Se Macron non si guasta difficilmente assomiglierà a Renzi.



A seguire il senso del titolo non si può che aggiungere:«per fortuna» e poi concludere con «sperando che non si guasti, nel tempo. Cioè che non prenda la piega renziana.»
Apparentemente tra i due qualche somiglianza sembra esserci: la stessa voglia di cambiamento, lo stesso ottimismo, la stessa generazione, l’essere,i più giovani nel ruolo, la (quasi) stessa inesperienza. Ma il tutto finisce qui. Le differenze invece sono molte ma molte di più e senz’altro sostanziali e non formali.

La prima differenza sta sul versante del gusto. Renzi ha commentato la vittoria di quello che definisce “il mio amico Emmanuel” – chissà se Macron lo sa e soprattutto se condivide – dicendo: «Rosico perché lui ha vinto con il 20% mentre io ho perso con il 40%.» Caduta di stile che a Emmanuel Macron mai sarebbe venuta in mente. Anche perché essendo un nipote di Cartesio, dunque razionalista, mai metterebbe in parallelo due competizioni elettorali completamente diverse. Una cosa è un referendum e altro il primo turno per le presidenziali di Francia. Dopo di che, e questa è la seconda, anche i risultati non sono esattamente quelli che racconta il Renzi Matteo, ma a queste sviste oramai lo stivale ci ha fatta l’abitudine. Infatti: vero è che il Renzi ha raggiunto il 40% dei voti nel referendum ma ha dimenticato di ricordarsi che ha avuto contro il 60% dei votanti. Così come è vero che Macron ha avuto il 23,8% dei consensi ma si trattava solo della prima tornata mentre al ballottaggio ha raccolto il 66%. Quando anche il Renzi otterrà gli stessi risultati potrà, forse, tracciare paralleli. Anche se è sconsigliato.

La terza differenza, non solo di stile ma di politica pura, il Presidente di Francia l’ha marcata a soli tre giorni dall’elezione: a Manuel Carlos Valls i Galfetti che si offriva come candidato per la lista La France En Marche ha fatto rispondere: «no, grazie. Non corrisponde ai criteri. – con l’aggiunta di – Non abbiamo la vocazione a riciclare.» Ben altra la storia di Renzi: per lui la corrispondenza ai criteri non è la discriminante essendo più interessato ai voti. Come dire la logica del pallottoliere. Oddio, c’è da dire che i rottamatori, come si era qualificato, alla fin della fiera, sono dei riclatori: da loro escono i pezzi di seconda mano per chi vuol riparare in economia. E infatti il Renzi fu ben felice quando il 2 settembre del 2013 Francescini Dario a Otto e Mezzo comunicò coram populo che avrebbe sostenuto la sua candidatura a segretario del Pd. Franceschini Dario, già sottosegretario alla presidenza con Massimo D’Alema e già tre legislatura sulle spalle, nonché una bella carriera all’interno della vecchia Democrazia Cristiana certo non rientrava tra l’avanzante nuovo. Così come del nuovo non facevano (e non fanno) parte Piero Fassino, Luigi Lusi (l’ex tesoriere della Margherita), Sergio Chiamparino, Marina Sereni,Vincenzo De Luca, Marco Minnniti e via transfugando da ogni tipo di corrente e spiffero di partito. La corrente di Renzi dovrebbe chiamarsi:l’asilo politico.

Quarta differenza: Emmanuel Macron può vantare una carriera lavorativa, nel pubblico (ispettore delle finanze) e nel privato di tutto rispetto. Come dirigente della banca d’affari Rothschild & Cie Banque condusse nel 2010 una transazione da 11,9 miliardi di euro con le commissioni della quale è diventato milionario. Renzi ha lavorato, ammesso e non concesso, solo presso l’azienda di famiglia che coordinava gli strilloni della Nazione in Toscana. Non esattamente due esperienze paragonabili. Infine, ed è la quinta differenza: Emmanuel Macron arriva alla Presidenza della Repubblica Francese, dopo essere stato vice-segretario generale della presidenza della repubblica e poi, per due anni, Ministro dell’economia, dell’industria e del digitale. Noblesse oblige.

Come dire: se Emmanuel Macron non si guasta difficilmente potrà assomigliare a Renzi Matteo.

lunedì 8 maggio 2017

9 maggio: Ella fu. Siccome immobile.

Oggi si celebra l’Europa, ennesima giornata dedicata ad una festa che festa non è. Nei prossimi giorni il popolo tutto potrà visitare le stanze dove si è discettato della curvatura dei cetrioli, del calibro dei piselli e dei millimetri quadrati delle vongole. Napoleone, 1813, sull’Europa aveva ben altre idee.



A seguire il titolo verrà spontaneo ad alcune lettrici e ad alcui lettori di proseguire recitando, sottovoce o magari solo mentalmente: 
dato il mortal sospiro, 
stette la spoglia immemore 
orba di tanti spiro, 
così percossa attonita 
la terra al nunzio sta. 
E già, perché c’è proprio da rimanere attoniti a guardare questa povera Europa così ben disegnata sulle carte e così inefficiente ed inefficace nel concreto.

Oggi 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. Bell’Europa, che se avesse una faccia sarebbe ricoperta dal rossore. Però da qualche tempo a questa parte ci son più giorni dedicati a memorie e feste poco feste che tasselli nel calendario. Non che le intenzioni siano men che nobili, tutt’altro, ma è la retorica ed i discorsi di dozzina che in genere fan triste l’evento. E anche quello dell’Europa sotto questo penoso profilo non si farà mancare nulla. Inclusa la feroce e del tutto  involontaria autoironia.
Il primo colpo, autolesionistico, se lo danno le stesse istituzioni europee aprendo le porte delle loro sedi, Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo, al grande pubblico. Così il popolo tutto, composto da scolaresche in gita, pensionati e sfaccendati (i disoccupati saranno troppo impegnati per andarci) potrà aggirarsi per le stanze nelle quali politici trombati, o avidi di ogni Paese stanno a disquisire su tempi fondamentali per la vita degli europei tutti.

E’ in quelle stanze che si è discettato sulla curvatura del cetriolo, fosse dritto sarebbe meno gustoso o sul calibro dei piselli, troppo piccoli o troppo grandi sarebbero indigesti o ancora sui millimetri quadrati delle vongole. Tutti temi epocali , giustamente appuntiti, come il gambo delle trottole, e sui quali inequivocabilmente gira la vita della vergognosa Europa.

Di temi da trattare i settecentocinquantuno membri del Parlamento europeo ne avrebbero a iosa ma probabilmente difficilotti o peggio ancora ritenuti ormai demodè.  Con la brexit pare che torni in auge il francese l’ha fatto capire Monsieur Juncker. Temi vecchi sì, poiché quelli di cui varrebbe la pena di parlare in quegli enormi e smisurati emicicli, già diceva il Bonaparte Napoleone che la mamma, Maria Letizia, chiamava affettuosamente Napolione.

L’idea di unificare l’Europa e farne un unico popolo era proprio una fissazione per il Napoleone che in qualche modo portava le stigmate di questo suo desiderio di unificazione. Lui che, dagli austriaci era chiamato “francese” dai francesi “italiano”, dagli italiani "corso" e dai corsi "francese". Quel che è certo è che Lui, il franco-italo-corso, non vagheggiava di verdure e mitili: gli giravano per la testa temi decisamente più concreti.

Come ebbe a dire in una conversazione con il pessimo Fouché: « Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione europea,di un sistema monetario unico, di pesi e misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta l’Europa. Voglio fare di tutti i popoli un unico popolo…» E non parlava di migranti e disoccupazione solo perché all'epoca non erano questioni all'ordine del giorno.  Correva, salvo errori od omissioni, l’anno 1813. Un niente ad arrivare ad oggi. Solo 137 anni per raggiungere la dichiarazione di Schuman, 175 per definire la curvatura del cetriolo e 189 per avere una moneta unica. Per il resto ci sarà tempo a venire.
Dall’Alpi alle Piramidi 
dal Manzanarre al Reno 
di quel seguro il fulmine 
tenea dietro al baleno.

sabato 6 maggio 2017

La legittima difesa del Senato.

Renzi rientrato segretario del Pd torna nella parte che più gli riesce meglio: il capocomico.  Daltronde questo è l’anno della cinquantesimo anniversario della morte di Totò. Nella Commedia dell’Arte Italiana era immancabile il colpo di scena e anche in questa pièce non manca: Renzi difende il Senato che voleva abolire. Ping-pong-ping-pong.

Bastava che restasse a casa non era necessario ripartire

Nell’anno in cui, come tutti sanno, cade il cinquantesimo anniversario della morte di Totò, in arte principe De Curtis di Bisanzio,  il segretario del Pd non ha voluto mancare di rendere omaggio alla commedia dell’arte. Venendo a mancare sempre più i teatri l’ex giovane Renzi Matteo ha deciso di utilizzare come palcoscenico il Parlamento italiano. Spazio teatrale della migliore tradizione. Su quelli scranni si è visto di tutto, ma non ancora a sufficienza dato che il genio teatral-politico italico ha risorse pressoché illimitate. Ci fosse tant’acqua nel mondo quante sono le corbellerie che si pensano e soprattutto si fanno in quell’emiciclo il Sahara sarebbe il giardino dell’Eden.

Naturalmente visto l’anniversario e in considerazione della location il buon Renzi ha scelto un tema particolarmente sensibile: la legittima difesa. E come nella migliore tradizione ha scatenato le sue truppe,quasi esclusivamente formate da ex-qualcos- d’altro, all’attacco, con il candido supporto del vassallo Alfano, notoriamente sprovvisto di quid, e del frequentatore d’oratori Maurizio Lupi. Quest’ultimo il quid sembra averlo ma quello che gli manca è un buon orologio che gli dia i giusti tempi.

I prodi renziani che stanno scaldano con il dovuto sussiego gli scranni del Parlamento si sono lanciati a proporre prima e difendere poi, la legge “legittima difesa” esattamente come la cavalleria polacca nella battaglia di Krojanty: sciabole e lance, di legno, contro i panzer tedeschi. Nell’occasione renziana le sciabole e le lance sono state rappresentate dall’incapacità di definire quando scatti la notte, e quindi licenza di sparare ai malintenzionati che si introducono in casa-negozio-ufficio, dimenticando peraltro quelli randagi che attaccano per strada. Così come, per sopramercato, di definire quanto sia il grado il turbamento dell’aggredito. I panzer in questa situazione sono stati egregiamente illustrati dalla mancanza del senso del ridicolo. I renziani ne sono quasi del tutto sprovvisti. Sarcasmo, risatine e sfottò si sono sprecati.

Ecco allora che come nella migliore tradizione della commedia dell’arte si ha il colpo di scena: il segretario del partito di maggioranza che ha presentato la legge la sconfessa e scarica e suoi pasdaran. Non è la prima volta. Naturalmente ci vuole un colpevole che si individua subito in Anna Finocchiaro, anch’essa ex-qualsiasi-cosa, di recente nominata ministra in virtù dei servigi offerti nel corso della costituzionale. renziana riforma. Quella bocciata. E dato che il fiorentino non vuol essere da meno proclama che la legge potrà essere corretta in Senato. Altri sganascia menti. Perché il Renzi intende correggere la legge in quel Senato che la riforma voleva abolire. Troppi avanti e indietro diceva e nelle interviste si dilettava nell’imitazione, perfettamente riuscita, del  ping-pong-pong-ping.  Con questo il Renzi Matteo ha fornito al Senato la sua legittima difesa

I pasdaran inghiottono, oramai inghiottono tutto se vogliono sperare di mantenere un posto nelle prossime liste elettorali, anche se essere in lista non vuol dire finire eletti e continueranno a fare da stuoini. Contenti loro.

L’Italia, l’Europa, il mondo tutto assiste estasiato alla pre-penultima (ce ne saranno molte altre a venire) rappresentazione della Commedia dell’Arte Italiana e si tranquillizza. Dallo stivale potrà solo arrivare del buon umore.

domenica 26 marzo 2017

Mario Almerighi una vita per la giustizia.

Pretore d’assalto con lo scandalo dei petroli, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, Presidente di Sezione del Tribunale penale di Roma e infine Presidente del Tribunale di Civitavecchia. Amico di Bachelet e di Giovanni Falcone. Fu il primo a scoprire che Guido Calvi non si era suicidato ma fu assassinato. Tutto era cominciato con l’idea di fare più vacanza.



Nella notte del 24 marzo Mario Almerighi ha chiuso la sua ultima udienza. Purtroppo questa volta non gli è andata bene. Capita quando nella parte dell’imputato c’è il Cancro, qualche volta gli succede di farla franca. E l’altra sera è stata una di quelle.

Mario Almerighi è entrato in magistratura nel 1970 e fu per caso. O meglio per amore della pesca subacquea. Aveva vinto un paio di concorsi all’Inps e già stava lavorando in quel di Como quando durante una vacanza scoprì che le ferie di un amico, già magistrato, sarebbero durate molto più delle sue. Bei tempi quelli. Guardò il mare della Sardegna, pensò alle cernie e ai fondali rocciosi e in un lampo vide le nebbie del lago di Como: non c’era partita. Al primo concorso utile si presentò e vinse. Come capita ai pivelli fu mandato pretore in una sede disagiata, si trattava della Sardegna, solo che lui a Cagliari ci era nato ed era il nipote di Mario Mameli pilota decorato a cui è intitolato  l’aeroporto della città. Quello,dunque fu un buon inizio.

Non solo, cominciò ad innamorarsi di quel lavoro  che costringe a mettere le mani e la mente nelle peggiori vergogne dell’umanità. E non metaforicamente. Così vergogna dopo vergogna l’amore per quel mestieracccio crebbe e crebbe e crebbe. Fu trasferito a Genova dove con Carlo Brusco e Adriano Sansa forma il primo pool anticorruzione.  Anche se allora non lo si chiamava pool e furono più italianamente soprannominati i pretori d’assalto.  Si trattava dello scandalo dei petroli ed era il 1974, quando si inventarono le domenica senza auto e alle dieci di sera il black out di tutti gli esercizi pubblici. Ma di petrolio ce n’era  a bizzeffe, anzi i petrolieri dicevano di essere “a tappo” e tenevano le navi al largo in attesa della giusta legge. E indaga e indaga si arriva alla conclusione, come ti sbagli, che dove c’è petrolio c’è anche corruzione e, guarda il caso i corrotti appartenevano al ceto politico. In quell’anno gli italiani scoprirono ufficialmente la parola tangente. E già che c’erano Almerighi e i suoi colleghi per la prima volta nella storia della repubblica collegarono la parola tangente a partito di governo. Poi ci si è fatta l’abitudine.

Quella dei petroli fu anche la prima volta in cui fu emanata  una legge per impedire ai pretori di fare le intercettazioni telefoniche e, già che ci si era, una grande coperta mise tutto a tacere e ancora non si era a mani pulite, alla seconda repubblica e agli scandali a seguire. Beata gioventù.
Il mestiraccio quando ti entra nel sangue non lo scacci più e ti porta a stare con gli altri come te che magari si chiamano Vittorio Bachelet o Giovanni Falcone, tanto per dirne due, e allora con quest’ultimo ci fondi la corrente dei “verdi” e ti batti per sventare le pressioni che chissà chi vuole esercitare sui magistrati. 

La carriera prosegue: membro del Consiglio Superiore della Magistratura e poi Presidente di Sezione del Tribunale penale di Roma fino ad arrivare a Presidente del Tribunale di Civitavecchia. Ma il titolo a cui teneva di più era quello di Presidente della Fondazione Sandro Pertini, di cui era stato amico. E poi ancora indagini, tante indagini e, per citarne una, quella sul caso Guido Calvi che per primo identificò come omicidio e non suicidio.

Giulio Andreotti, dopo il processo di Palermo che lo riguardava, lo accusò di essere stato un "falso testimone che ha detto infamie e per il quale credo che dovremo inviare le carte al Csm. Se non lo facessimo sarebbe come lasciare una miccia in mano a un bambino".  Almerighi lo querelò per diffamazione e il divo Giulio dovette pagare spese e risarcimento. Qualche volta anche i super potenti perdono.

Amava il teatro fin dai tempi del liceo e fu entusiasta quando Fabrizio Coniglio e Bebo Storti gli proposero di mettere in scena Tre suicidi eccellenti. Vederlo seguire la scena standogli seduto accanto, in platea e non in prima fila, dava la misura del suo rispetto verso gli spettatori e gli attori e di quanto tenesse al contenuto più che alla forma. 

Oltre a Tre suicidi eccellenti ha scritto su altre inchieste scottanti del Paese: Diritto e Ambiente, I banchieri di Dio, Petrolio e politica, Mistero di Stato, e infine, La politica delle mani pulite. Quest’ultimo, una raccolta di dichiarazioni e scritti del Presidente Partigiano Sandro Pertini che Almerighi mette a disposizione del pubblico con l’auspicio che qualcosa si impari e non ci si faccia turlupinare dal pifferaio di turno. Sogno ardito a cui troppo spesso gli italici hanno disatteso.

Alla fine le sue vacanze sono state sempre più brevi e le immersioni più rare, ma disse che ne era valsa la pena. Buona pesca Mario.

domenica 19 marzo 2017

18 Marzo 2017: muore Chuck Berry, Alfano fonda Alleanza Popolare, la nazionale di rugby perde.

Con Chuck si sono shakerati nel ballo milioni di ragazze e ragazzi (e adesso anche di vecchietti). Era una leggenda da vivo lo sarà di più da morto? Alfano chiude il Nuovo Centro Destra ed apre Alleanza Popolare neanche fosse una pizzeria però non sarà “nuova gestione”. La nazionale italiana di rugby conquista con sudore e fatica il suo dodicesimo cucchiaio di legno e la settima Whitewash
 (imbiancata).


Il 18 marzo di quest’anno è caduto di sabato che a dire di Giacomo Leopardi è la più bella giornata della settimana pregna com’è delle tante aspettative per il dì di festa. Dal cilindro delle tante notizie quotidiane ne spuntano tre che di bello hanno poco e in comune ancora meno: Angelino Alfano fonda un nuovo partito, la nazionale di rugby chiude la sua partecipazione al Sei Nazioni all’ultimo posto e al di là dell’oceano muore Chuck Berry. Non necessariamente si deve vedere una correlazione tra i tre fatti anche se, per le note considerazioni sulla complessità, il battito d’ali di una farfalla sul mar della Cina può scatenare un tornado nel middle west americano. Con questo non si vuol considerare la fondazione del nuovo partito di Angelino Alfano alla stregua di  battito d’ali di farfalla. Si farebbe torto alla farfalla e sarebbe irrispettoso ancor prima che imperdonabile.

La notizia più seria  e importante è la morte di Chuck Berry. Di nome in verità faceva Charles Edward Anderson per l’abitudine che hanno quelli del sud di rimpinzare i nuovi nati di tanti nomi che poi condensano in un brevissimo funny name.  Accadde così anche a Jean-Louise Finch detta Scout protagonista di Il buio oltre la siepe. Chuck aveva novanta anni, che non sono pochi, e ha suonato e composto fino all’ultimo. Non ne aveva bisogno poiché già da vivo era una leggenda, ma lo faceva lo stesso. Con Jerry Lee Lewis ed altri è stato tra i padri fondatori del roch ‘n’ roll vera rivoluzione da cui derivano tutte le correnti della musica pop. Senza di lui non ci sarebbero stati gli Animals, gli Stones, i Beatles e tutti gli altri a seguire. Emozionanti i suoi duetti con Tina Turner, Keith Richards, John Lennon, Eric Clapton. Come talvolta succede ai mortali ha avuto diverse disavventure giudiziarie e, come si fa negli Usa, le pagò tutte con il carcere e multe salate. Roba da non credersi per gli italici parlamentari. Comunque con la sua musica milioni di ragazze e ragazzi si sono shakerati nei più disperati balli e si sono divertiti come pazzi. Adesso lo fanno ancora, ma da vecchietti. Many thanks Chuck.

Al dunque Angelino ha chiuso Ncd (nuovo centro destra) ed ha aperto Ap che sta per Alternativa Popolare. Un semplice cambio di insegna, come qualche volta si fa con le pizzerie, dove però si aggiunge anche un adesivo con la scritta “nuova gestione”. Nel caso di Alternativa Popolare invece neanche quella è nuova. Oltre ad Alfano ci saranno i soliti dioscuri, gli ex Forza Italia che non hanno voluto mollare il posto di ministro o sottosegretario quando i berluscones sono usciti dal governo, non uno di più ma, considerando quelli tornati all’ovile di Arcore, qualcuno di meno. Eminenza grigia dell’operazione Maurizio Lupi, che la sa lunga avendo studiato dai preti e frequentato l’oratorio. Ex demo(ne)cristiano. È lui che, orologio alla mano, detta i tempi della fondazione. Il nuovo partito non sarà di destra e neanche di sinistra ma solo di centro. Non andrà a sinistra, ma neanche a destra: resterà fermo dov’è. Nel vuoto pneumatico. È così sgombro di contenuti il nuovo partitino che i grafici, per connotarlo in un modo purchessia, nel logo ci hanno infilato un cuore. Il che è come dire che Alleanza Popolare ama sè stessa.   Almeno lei.


La nazionale italiana di rugby, su diciassette partecipazioni al 6 nazioni ha conquistato il suo dodicesimo cucchiaio di legno, trofeo appannaggio della squadra ultima classificata e settima Whitewash (imbiancata) che si merita chi arriva ultimo senza aver vinto neanche una partita. Alleluya. Un cronista del Corsera ha scritto che andare a vedere la nazionale italiana di rugby è come andare all’opera: si sa già come finisce ma si vuol solo vedere come cantano. Il risultato è quasi scontato e quindi, talvolta, la consolazione è sapere che contro i big di questa disciplina si possa solo contare sul “miglior peggior risultato”. Espressione che può nascere solo nella nazione dei Moro e dei Rumor, ahinoi. Il rugby evidentemente non è sport italico: si deve vincere tutti insieme e non uno solo, la palla va sempre lanciata indietro e alla conquista della meta partecipa tutta la squadra. Di filosofia italica non c’è quasi niente. Però ci si ostina a partecipare e questa è la sola buona notizia.

martedì 14 marzo 2017

A Flavio Briatore non piacciono i poveri. Ma neanche loro si piacciono tanto.

Non è vero che i poveri non creano lavoro. Gli esempi di Edoardo, Angelo e Leonardo. Sembra un balon d’essai ma le similitudini tra poveri e ricchi sono più d’una. Entrambi vivono di aspirazioni ed elemosine: i primi fuori dalle chiese i secondi dentro le banche. Entrambi non restituiscono quello che hanno avuto. E con un’elemosina l’Agenzia delle Entrate spera di attrarre ricchi-ricchi in Italia



In verità i poveri non si piacciono neanche loro. Su questo punto e su molti altri i poveri sono in perfetto accordo con Flavio Briatore. Sarò questione di pelle, di traspirazione e di aspirazione. Comunque è un dato di fatto che i poveri ai poveri non piacciano.  In compenso ai poveri piacciono i ricchi, come a Briatore, e questa senz’altro è questione di aspirazione. Infatti i poveri comprano i prodotti che pensano possano piacere ai ricchi. Si chiamano prodotti aspirazionali, per l’appunto e mediamente costano poco. Altrimenti i poveri non potrebbero permetterseli. Sapere che dopo cena si scarterà il cioccolatino che si trova anche nelle feste  dell’ambasciatore o nella Rolls-Royce della signora in giallo è un vero sballo. Basta sapersi accontentare e i poveri, di solito, si accontentano di poco e con poco.

Però il Briatore che ha azzeccato la scelta di Schumacher (ammesso e non concesso che l’idea sia stata sua) sbaglia quando dice che i poveri non creano lavoro. Errore colossale. Ci sono stati e ci sono ancora molti poveri che hanno creato e creano lavoro. Ma tanto di quel lavoro che il Renzi Matteo con il suo job act se lo sogna. Tra questi vengono alla mente Edoardo, Angelo e Leonardo, giusto per citarne tre, che di cognome fanno rispettivamente Bianchi, Rizzoli e Del Vecchio. Tutti e tre hanno cominciato senza il becco di un quattrino e già che c’erano si sono presentati ai nastri di partenza pure senza i genitori. Tutti e tre sono stati allevati ed educati in un orfanotrofio in quel di Milano che si chiama i Martinitt. E, all’ombra della madunina, “martinitt” è sinonimo di orfano povero che è ben diverso da povero orfano. Sottolineato questo a beneficio di Flavio Briatore da Cuneo, dove Totò ha fatto il militare per tre anni.

E i tre di cui sopra, da poveri, soldarello dopo soldarello, che vuol dire lavoro generato per sé e per altri hanno costruito grandi imprese. Edoardo Bianchi si è specializzato in biciclette, anche quella di Fausto Coppi era uascita dalla sua fabbrica, e poi pure in moto e auto. Angelo Rizzoli ho costruito un impero editoriale e Leonardo Del Vecchio è, in pratica, il produttore di quasi tutti gli occhiali che stanno sui nasi di mezzo mondo. E magari anche un po’ di più. Quindi il Briatore Flavio ha preso una grossa topica. Succede a tanti e, per dirla con Lucio Dalla «ai troppo furbi e ai cretini di ogni età.» 

Tuttavia a ben pensarci c’è una cosa che i poveri-poveri hanno in comune con i ricchi-ricchi: il bisogno, si potrebbe dire compulsivo che tanto oggi va di moda, di farsi dare il denaro dagli altri. Entrambi, i poveri-poveri e i ricchi-ricchi, vivono in un perenne stato di mendicità. Entrambi chiedono denaro per sopravvivere. I primi, i poveri-poveri, lo fanno, con il cappello in mano e un po’ piagnucolando, fuori dalle chiese o dai supermercati che a modo loro sono chiese anch’essi, mentre i secondi piagnucolano solo qualche volta, più spesso sono arroganti e lo fanno dentro le segrete stanze delle banche. I primi ricevono denaro da degli sconosciuti i secondi invece da degli amici. Un’altra caratteristica che hanno in comune i poveri-poveri e i ricchi-ricchi che mendicano è che non restituiscono i soldi avuti. Per i primi ci sta, l’elemosina non va restituita, mentre per i secondi ce lo si aspetterebbe perché quello che loro considerano elemosina in realtà si chiama prestito e, almeno in teoria, deve essere restituito e pure con gli interessi.  

Al Briatore questa fregola di dar addosso, più del solito,  ai poveri è venuta quando ha saputo come Governo ed Agenzia delle Entrate intendono invogliare i ricchi-ricchi a trasferire la loro residenza nello Stivale: far pagare loro un importo fisso sui redditi generati all’estero di centomila euro e di venticinque mila per ogni membro della famiglia a prescindere dall’ammontare dei ricavi. In altre parole se si trattasse della famiglia Obama, quattro persone, spenderebbero solo, si fa per dire, centosettantacinquemila euro. Il sistema è attivo in Gran Bretagna, Malta, Spagna e Portogallo e sembra funzionare.

Quando la notizia si è propalata pare che qualcuno, a sinistra, abbia storto il naso e allora san Briatore si è scatenato in difesa degli indifesi ricchi-ricchi. Una tempesta in una tazza da tè direbbero gli ex europei britannici. Anche perché il target che si è posto il governo è di un migliaio di famiglie che, a orecchio, potrebbero portare nelle casse statali un paio di centinaio di milioni, Non da buttar via ma neanche così tanti da risistemare il disastrato debito pubblico. Senza contare che per il ricco-ricco straniero pagare poche tasse è certamente condizione necessaria, ma senz’altro non sufficiente per mettere mano ad un trasloco. In genere, pare voglia anche infrastrutture, magari efficienti, facilità di comunicazioni, poca burocrazia, scarsa corruzione, veloce soluzione dei contenziosi, etc, etc. Chimere nel Belpaese, che se ci fossero e funzionassero sai quanti poveri si metterebbero a generare lavoro.