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giovedì 30 giugno 2016

UK: prima Brexit e poi arimortis

Ogni tanto i britannici sono bizzarri: organizzano un referendum inutile e potenzialmente dannoso per l’intero mondo, poiché il risultato non piace a chi ha perso e neppure a chi ha vinto
allora chiamano arimortis. Forse non sanno che anche arimortis ha delle regole. 
 
Boris Johnson e David Cameron: prima la brexit poi arimortis
Se non si fosse certi, inoppugnabilmente certi, che la pièce dall’improbabile titolo “Brexit” sia stata scritta e messa in scena come prima assoluta nelle isole britanniche, si sarebbe potuto nutrire il fondato sospetto che gli ideatori, gli sceneggiatori e gli attori fossero al minimo dei mediterranei. 
Se proprio non si volesse cadere nel banale e scommettere, dieci ad uno, con tanto di sorrisino sarkò-merkleriano, che testo e trama siano, di italico. conio E invece no. Questa volta i sudditi di God-save-the-queen si sono preparati con il giusto impegno ed hanno avuto l’ardire di superare il modello di riferimento. Come dire che ai britannici (per dirla da colti) o agli inglesi (per dirla come la dice il popolo) stare in Europa gli fa proprio male. Ma tanto. Hanno preso subito le cattive abitudini. che come noto sono le più facili da assimilare. Coautori dell’opera Brexit due britannici di stirpe inglese: David Cameron e Boris Johnson. Entrambi sono conservatori e rispondono come due gocce d’acqua al detto di  John Stuart Mill: «i conservatori non sono necessariamente stupidi, ma le persone più stupide sono conservatori.» E questo è il caso. Il primo ha indetto un referendum di cui non c’era alcuna necessità e il secondo, giocando contro, l’ha cavalcato alla cieca cioè senza sapere dove si va a parare. 

Il successo dell’opera, comunque, è stato travolgente avendo visto una fluentissima partecipazione di pubblico, ben il 72%. Che per quell’isola ha quasi del miracoloso e anche il risultato è stato chiaro: gli spettatori hanno scelto Leave nella misura del 52% versus 48% Remain. Quattro punti percentuali di scarto non sono pochi. Quindi ha vinto Boris Johnson nella parte di Leave e a perso David Cameron nella parte di Remain.Divertente quanto o forse più delle Allegre Comari di Windsor", Shakespeare perdonerà il parallelo.

A questo punto ci si sarebbe aspettati grandi feste da parte di Leave e: un, due, tre subito fuori da quella inospitale casaccia che è l’Unione Europea. E invece no. Colpo di scena: i britannici tutti, inglesi, gallesi, scozzesi, uomini e donne, giovani e vecchi, chi era per Leave e chi era per Remain, hanno scoperto, come per incanto, una parola per loro nuova: arimortis. Parola antichissima, pare risalga addirittura al tempo degli antichi romani, che però ancora nei giorni contemporanei viene utilizzata dai preadolescenti italici durante i giochi. Arimortis, che nella forma contratta fa arimo, è la parola magica che interrompe il gioco cristallizzando la situazione. Se a uno dei contendenti si slaccia una stringa o gli si è infilato un sassolino nella scarpa o si è sbucciato un ginocchio e perde una goccia di sangue o ha una fitta alla milza grida:«arimortis» e il gioco si ferma. Si riannoda la stringa, si toglie il sassetto dalla scarpa, si arrotola un fazzoletto sulla feritasi prende un po’ di fiato e il gioco ricomincia come prima. E tutto viene fatto con innocenza. Ecco, questo è quello che vogliono fare Leave e Remain nei confronti dell’Europa: risistemarsi e prendere fiato. Solo che arimortis durante i giochi preadolescenziali viene gridato senza malizia e quando effettivamente c’è un impedimento per qualcuno dei contendenti a proseguire il gioco. Ma questo non è il caso di UK con l’Europa.  Anzi, in questi ultimi quaranta e passa anni Uk ha partecipato solo per modo di dire alla UE, nel senso che quando ne aveva un vantaggio stava dentro e quando riteneva di rimetterci si chiamva fuori e il giochino gli è riuscito fino ad oggi quando i troppo furbi di ogni età, ma sono conservatori con quel che segue, non bisogna dimenticarlo, si sono incartati da soli. E allora: arimortis. 

C’è però una regola nell’uso di arinortis che forse gli anglosassoni non conoscono: quando la squadra avversaria scopre che gli arimortis chiamati sono solo pretestuosi e tendono all’imbroglio stabilisce che non valgono più. Li si può anche chiamare ma vengono ignorati. Magari l’italico premier, in arte Renzi Matteo, dovrebbe spiegare le regole dell’arimortis agli altri partners europei, quelli che di solito maramaldeggiano con i mezzi morti e diventano acquiescenti con i gradassi. Però va tenuto conto che la metafora di Stuart Mill si attaglia a tutti i conservatori. Non solo a quelli britannici.


sabato 25 giugno 2016

La Corte Costituzionale dice sì alla bambina con due mamme. Bene per adesso ma quando sarà adolescente?

Va bene l’interesse del minore nella fase dell’infanzia e della pubertà, ma questo interesse sarà lo stesso in quella dell’adolescenza? Avere due mamme può essere uno svantaggio per una ragazza. Chi se la sente di affrontare due suocere?L’adozione a tempo potrebbe essere una soluzione. Bene comunque che abbia trionfato il buon senso con buona pace di Alfano e company.

Una bambina con due mamme
E così la Corte Costituzionale ha stabilito in modo inequivoco che in una coppia dello stesso sesso la figlia o il figlio biologico di uno dei due partner può essere adottato anche dall’altro.  L’ha fatto, ovviamente, da par suo e cioè in punta di diritto considerando e ponzando sia sulla legge cosiddetta Cirinnà sia su quanto precedentemente la giurisprudenza aveva già fatto suo e , a fortiori ratione, rientra addirittura nel senso comune. Che proprio perché comune questo senso sfugge alla comprensione di Angelino Alfano e della sua piccola congrega, così come a personaggi di indubbia levatura e caratura come il Gasparri Maurizio o il Giovanardi Carlo, giusto per portare ad esempio due dall’acuminato sapere. 

Il senso comune vuole che in una disputa che veda coinvolto un minore il giudizio debba tener conto dell’interesse di questo e di null’altro. Ora detto così può parere fin troppo facile ed ecco allora la motivazione, orpellata come si conviene, che la Consulta, mai così benemerita, ha scritto: «Si rileva che la legge del 20 maggio 2016, numero76 (regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) entrata in vigore il 5 giugno, non si applica, ratione temporis, ed in mancanza di disciplina transitoria, alla fattispecie, dedotta in giudizio.» Il che, chiarissimo per il Gasparri ed il Giovanardi, tradotto per i comuni mortali, significa che la legge sulle unioni civili non c’entra in modo alcuno con la decisione se far adottare un bimbo oppure meno alla compagna (nel caso specifico) della mamma o al compagno del papà. E questo in base alla legge 184 del 1983 che disciplina le adozioni in generale. La qual legge 184 stabilisce che nel processo adottivo va tenuto conto dell’interesse del minore che è prevalente rispetto a quello degli adulti. E fin qui a parte quelli dall’acuminato sapere ci si poteva arrivare facilmente. E quindi evviva che anche la Consulta ci sia arrivata. Evviva Evviva.

Però, come in tutte le grandi questioni che toccano la summa del pensiero e della vita c’è anche un però. In termini pratici l’interesse del minore non è dato una volta per tutte, come sempre, non è che la briscola sia la stessa ad ogni partita. Il minore evolve nel tempo e il suo interesse, che deve prevalere sempre su quello dell’adulto, può anche cambiare di segno. Ed arrivare pure al suo opposto. Quindi se è lecito oltre che ragionevole, pensare che una bimbina, intesa qui come sineddoche,  di tre, ma pure di quattro e foss’anche nove anni abituata a vivere con due mamme veda nel suo interesse essere adottata da quella che non l’ha partorita, la stessa cosa con uguale facilità non può essere data per assodata nel momento in cui questa passa dalla pubertà all’adolescenza. Poiché l’interesse di una adolescente è di molto diverso da quello della bimbina che fu. L’adolescenza è quella fase della vita nella qualle all’affermazione «Di mamma ce n’è una sola» di solito risponde «E meno male»

Una adolescente già soffre di suo la presenza di una sola mamma, asfissiante, impicciona e ficcanaso quanto basta, figurarsi cosa significhi per lei combattere e difendersi da due dello stesso genere che per definizione hanno le stesse caratteristiche essendo ambedue mamme. Si provi un po’ a ricordare il risveglio del mattino e la ciabatta “educativa” e si moltiplichi il tutto pr due. Se già è difficile nascondere il diario ad una, che al confronto Sherlock Holmes è un pivello, diventa  missione impossibile, nasconderlo a due. Senza contare poi il controllo pre uscita fatto doppio, il dover mostrare d’avere indossata la condottiera due volte, nonché sottostare al doppio interrogatorio in fase di rientro. E il doppio controllo sulle date fatidiche. E anche la doppia spiegazione del perché piaccia quel ragazzo e non quell’altro e alla fine doversi sorbirsi il doppio predicozzo sui fatti della vita. Per non dire del doppio racconto e del doppio pianto per le pene d’amore. Uno strazio. Che se si passa la vita stressate dai genitori e angariate dai figli (se ci saranno) la prima parte con due mamme deve essere assolutamente mortale. 

Senza dire degli effetti collaterali che colpiscono chi per sua ventura si trova a gravitare intorno a questa bizzarra famiglia e che magari di mamma ne ha una sola (beato). Questo non si capaciterà di dover sottostare allo sguardo indagatore delle due mamme della fidanzata. E delle doppie critiche. Problema mica da ridere. Quanti in coscienza avrebbero l’ardire di affrontare due suocere? E dover trangugiare la famosa zuppa della suocera che poi sono due? Cioè anche due zuppe? E magari essere costretto a chiamare entrambe mamma con l’incredibile situazione di averne addirittura tre? Detto seriamente potrebbe essere addirittura causa di divorzio per crudeltà mentale. Senza contare che: quanto può essere viziato un bambino con tre nonne?
Tutto ciò considerato varrebbe la pena che qualcuno dei sonnolenti parlamentari considerasse con la dovuta serietà la questione e sollevasse le fondamentali obiezioni di merito fino alla proposta di  legiferare sul fatto che l’interesse del minore con due mamme lo si debba considerare “a tempo”.  E dunque vada rinegoziato, come il debito di Roma, considerandolo variabile dipendente dall’età dell’adottato.
Comunque bene che la Corte Costituzionale sia intervenuta per rendere il buon senso parte integrante del diritto con tanto di sentenza. Non capita spesso.


lunedì 20 giugno 2016

Il Pd nuovo perde a Roma, quello vecchio a Torino. A Milano vince Sala che però non è renziano.

Le sconfitte son tutte di Renzi. E però anche le vittorie, poche, gli vengono sottratte. Giachetti andrà al Divino Amore, A Fassino l’invito a godersi il vitalizio . La zia zitella, D’Alema Massimo, intonerà: si scopran le tombe, si levano i morti. Ma non è più tempo.

Piero Fassino, sostenitore di Renzi, ex sindaco
Brutta domenica quella del 19 giugno per il Pd. Per tutto il Pd perché a guardare i dati hanno perso proprio tutti: maggioranza e minoranza. A Roma ha perso il Pd nuovo o seminuovo, il sor Giachetti è un commensale della politica di lungo corso ma è stato tra i primi dei vecchi a mettersi con Renzi. Che un po’ è stata la sua fortuna: da quel giorno D’Alema non gli rivolge più la parola. Non è poco. E comunque la sconfitta, bella tonda tonda, gli ha evitato di dover scegliere tra una tribolata vita da sindaco e quella comoda da deputato nonché vicepresidente della Camera. E così si potrà godere meglio il casalone con cinque bagni e piscina di cui si era dimenticato. Farà un pellegrinaggio di ringraziamento al Divino Amore.

A Torino ha perso la vecchia guardia saltaquaglista: Piero Fassino una vita da funzionario di partito e poi da deputato. Che potesse perdere, in verità, lo si era intuito da un segnale inequivocabile: la sua profezia. Infatti durante una seduta del Consiglio di Torino il Piero rivolto all’Appendino, che contestava una sua decisione, disse:«vedremo quando lei sarà sindaco.» Appunto. Ha fatto il paio con: «Grillo, fondi un partito, prenda i voti e poi discuteremo.» Appunto. Adesso il suggerimento è di godersi il vitalizio anzi i vitalizi che in casa Fassino oltre al suo entra anche quello della moglie e son soldi. Magari faccia un giro in periferia adesso che ha tempo e impari.

A Milano invece ha vinto Beppe Sala, mr. Expo, anche se tutti sono ancora in attesa di vedere i conti della manifestazione. Chissà. Questa potrebbe essere una vittoria dello scout Renzi se non fosse che il Sala stesso, forse per mettersi al vento, una settimana prima del voto ha dichiarato:«Io non sono renziano. Chi mi vota, vota me e non Renzi.» Quindi questa vittoria non può finire oggettivamente nel carniere del Presidente del Consiglio. Con buona pace di Emanuele Fiano, della Quartapelle e degli altri renziani similmeneghini. Anche perché dovranno fare i conti con Basilio Rizzo che ha portato i voti decisivi e, per soprammercato, di sinistra se ne intende.

E neanche Bologna finisce con Renzi: Merola Virginio (come la Raggi) appena eletto pensa bene di attaccarlo. Con i tempi che corrono ci sta. Mentre invece all’ex nuovo avanzante vengono accreditate le sconfitte di Trieste e Pordenone, ci sono da tirare le orecchie alla Serracchiani che ha messo il becco a Roma anziché occuparsi dei territori suoi. E poi di Benevento riecco il Mastella Clemente, di Napoli dove il Pd non è arrivato neanche al ballottaggi, di Carbonia e Crotone, Savona, Grosseto, Olbia e naturalmente San Giuliano Milanese. E qui ci si ferma per carità di patria.

Come ovvio con le sconfitte del Renzi Matteo si scopron le tombe, si levano i morti i martiri nostri son tutti risorti. Questo auspicherebbero la zia zitella del Pd, in arte D’Alema Massimo che per fortuna della Raggi ha smentito, usualiter,il suo appoggio, il nipote secchione, Cuperlo Gianni, il cugino di campagna, Bersani Pierluigi e l’eterna speranza, Roberto Speranza per dire i primi quattro che vengono in mente, ma così non è. La sconfitta di Renzi non vuol dire vittoria dei vecchi piciisti incapaci che anziché fare la sinistra quando governavano si son messi a fare i neo lib-lab, più lib(eral) che lab(our). Per loro il tempo è auspicabilmente finito, si ritirino: hanno già avuto. E si accontentino.

Adesso che il Renzi non è più quello del 41% delle europee, ci sarà da vedere le mosse dei saltaquaglisti perché si sa: chi tradisce una volta tradisce sempre e di Verdini e della sua truppa. Magari ancora più indispensabili.  E poi gli scannamenti nel centrodestra e le cene del lunedì tra il  moderato (sic!) Berlusconi e il lepenista Salvini Matteo.  E infine gli auguri: a Giorgia Meloni perché si goda la maternità e ad Alfio Marchini la sua Ferrari. Entrambi l’hanno scampata bella.

mercoledì 15 giugno 2016

Un D’Alema a cinque stelle appoggerà Virginia Raggi.

La solita manfrina: far circolare un’indiscrezione per poi smentirla. Seguirà intervista in un salotto della televisione, magari dalla Gruber, e poi intervista al Corriere. Il direttorio M5S molto preoccupato l’appoggio di D’Alema una iattura. Virginia  Raggi non sa più che ferro toccare. Giachetti adesso è favorito.

Massimo D'Alema indica cinque. Voterà M5S e Virginia Raggi?
Lo schema è sempre il solito, ormai ampiamente collaudato, il lìder Massimo, quello più intelligente di tutti, come diceva Cossiga che poi ghignava alla grande, segue il metodo hegeliano: confidenza, notizia, smentita. Poi quasi certamente si aggiungerà l’intervista in un salotto televisivo, rigorosamente senza contraddittorio, Magari a OttoeMezzo e l’intervista al Corrierone. Qualche volta si aggiunge anche la minaccia di querela, giusto per dimostrare nei fatti, di poter superare il metodo impostato da Federico Hegel che di step ne aveva solo tre.

Nel caso odierno la vulgata suona così: un collaboratore, rigorosamente anonimo, bisbiglia ad un giornalista di la Repubblica che il D’Alema Massimo, di cui si erano senza rimpianto alcuno perse le tracce da diversi mesi, ha confidato ai “suoi” l’intenzione di appoggiare al ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma, nientepopodimeno che Virginia Raggi, la candidata del M5S. Noterelle a margine: è emblematico l’uso del sofisticato verbo “confidare” anziché quello più prosaico di “dire”. Certo che confidare dà quella patina un po’ complottista e truschina che fa tanto trame oscure e misteri di cui si pensa debba essere fatta la politica. E a D’Alema, come scrisse l’ambasciatore Romano questo piace da impazzire. E poi a chi avrà mai confidato? “Ai suoi”, ovviamente, dice sempre la vulgata. Ma gliene sono rimasti ancora di “suoi”?  A occhio e croce, ammesso e non concesso, devono essere proprio pochini, pochini visti i molti saltaquaglisti che ha allevato nel corso dei decenni e che sono passati in un batter d’ali da dalemiani doc a renziani doc.  Dove la costante è doc. Basta dare un’occhiata ai nuovi portavoce di Renzi, fedelissimi, per farsene un’idea. 

Naturalmente il giornale pubblica. D’altra parte i giornali sono stati inventati proprio per questo. Dopo i primi turbamenti in campo dem ecco arrivare puntuale la smentita da parte della portavoce dalemiana, una delle fedelissime rimaste. E così si conclude anche il terzo momento hegeliano Ad ora, ma non è passato tempo a sufficienza, non c’è ancora salotto e intervista sul quotidiano. Ma c’è tempo. E neppure c’è ancora la minaccia di querela ma questo deve essere dovuto probabilmente ad un appannamento dei riflessi, gli anni passano per tutti e non c’è più la reattività dei bei tempi. Quando ogni minchionata veniva immediatamente doppiata da un’altra. Magari pure più grossa. 

Immediatamente si sparge il panico. Dove? Ma tra i cinque stelle, questo è ovvio. Chi mai sarebbe così pazzo da farsi appoggiare da chi non ne ha mai azzeccata una? E l’elenco è lunghissimo, magari, per comodità di memoria, si può far riferimento anche solo alle passate amministrative: tutti i suoi candidati alle primarie furono strabattuti: a partire da Milano in giù. Senza contare di quando, con la consueta umiltà, affermò che da sempre veniva eletto a segretario del Pd il suo candidato. Appunto. Si è visto come è andata a finire. Con il nuovo segretario, Renzi, che gli ha dimostrato come il posto da lui occupato non fosse quello di capotavola ma di uno qualsiasi e neppure tanto gradito. Comunque da fine stratega il D’Alema, credendo di aver qualcosa da scambiare, ha cercato anche un accordo con il nuovo che avanzava, dicono. Basta guerriglie in cambio del posto di mister. PESC. Renzi fece finta, si prestò a presentargli un libro e per quell’incarico  nominò Federica Mogherini. Cvd, come volevasi dimostrare. 

Di poscia il D’Alema Massimo, con l’aria della zia zitella, che gli vien tanto bene, rilasciò ancora qualche intervista per dire che il suo interesse oramai era solo per le grandi questioni internazionali e tutti tirarono un sospiro di sollievo. Poi all’improvviso ti apostrofa Renzi come arrogante, che lui di arroganza se ne intende, quindi si mette a confidare ai collaboratori il suo interesse per Tor Bella Monaca. Comunque da che si è sparsa la notizia Virginia Raggi è disperata e non sa più che ferri toccare. I ballottaggi sono una lotteria, ma aver dalla propria il D’Alema vuol dire partire con l’handicap. Neanche fosse un torneo di golf. In ogni caso i suoi ex compagni dell’ex Pci che sono stati allevati a feste del l’Unità e stalinismo, come Matteo Orfini,  l’hanno ben impacchettato. Preso atto della smentita l’hanno invitato (eufemismo) a fare volantinaggio pro Giachetti ad un banchetto. Si vede proprio che a quelli del Pd Roma non interessa. 
Però per volantinare bisogna essere svegli e anche un po' psicologi. Chissà se D’Alema ce la fa.

giovedì 9 giugno 2016

Renzi: la reificazione di Rambo

Rambo e Renzi sono quasi coetanei uno del 1981 e l’altro del 1975. Come tutti i fan compulsivi anche Renzi si crede la reificazione del suo eroe. «Dopo i ballottaggi il lanciafiamme» ha dichiarato il segretario del Pd. Quando si dice che i conti con gli avversari si sistemano in quel modo si comincia a sentire puzza di bruciato.

A Renzi Matteo l’ex marine Rambo John è sempre piaciuto. Sarà che sono quasi coetanei: Renzi è del 1975 mentre la prima uscita di Rambo John in cinemascope è del 1981. E di lì sono cresciuti insieme. Non è un caso se i compagni di classe avevano soprannominato il piccolo Matteo “bomba”. Un po’ è che era cicciottello, un po’ che le sparava grosse, e un po’ che doveva aver confessato il suo amore per Rambo che con le bombe, a mano, non ci andava leggero. Poi il Renzi ha fatto outing quando qualche mese addietro per attaccare i talk-show che non gli piacciono ha comunicato all’universo mondo che la share di Rambo in centoventinovesima replica era più alta dell’attualità di Ballarò e di Martedì messi assieme. Naturalmente come tutti i fan compulsivi ha cimeli a iosa, ma soprattutto crede di esserne la reificazione. Non reincarnazione ma proprio reificazione cioè quando si rende concreto il contenuto di un’esperienza astratta. E Rambo è il massimo dell’astrazione.

Per dimostrarsi come reificazione di Rambo John il Renzi Matteo ha scelto uno dei salotti buoni della televisione, quello di Lilli Gruber. In realtà era una comparsata per giustificare-spiegare-annacquare i risultati del primo turno delle amministrative. Questa volta non ha detto che “è finito il tempo” e neppure che bisogna “cambiare verso”, ha lasciato in pace i poveri gufi e anche i profeti di sventura. Insomma stava quasi cavandosela quando il timido Massimo Franco ha buttato là una battuta sul partito: neanche avesse lanciato un petardo nel barbecue. Il Rambo che è in Renzi è uscito allo scoperto prepotentemente. «Dopo il ballottaggio userò il lanciafiamme» e qui s’è fatto prendere un po’ la mano Rambo di solito usa una mitragliatrice che imbraccia senza neanche il trepiede. Il lanciafiamme non sembra sia mai stato usato.

La scelta di quell’arma cioè del fuoco qualcosa dice. Elias Canetti scrisse: «il fuoco attrae l’uomo che vi si identifica» e, un po’ senz’altro il Renzi Matteo pensa di essere il fuoco purificatore della politica italiana, ma anche europea e se pure non l’ha ancora detto, mondiale. E poi al fuoco si associano le simbologie universali del potere, del sacro e del divino. E scusate se è poco.

Col fuoco sono state combattute (e uccise) le streghe, i gatti neri e gli eretici, Giordano Bruno, tanto per dirne uno e le minoranze. E dopo la sua azione il fuoco lascia dietro di sé solo un filino di fumo e tanta, tanta cenere. Difficile anche rimettere insieme i cocci.

Cuperlo, Speranza e compagnia, compreso Bersani le cui metafore agresti stanno aumentando di volume essendo passato dal tacchino sul tetto alla mucca in corridoio, farebbero bene a darsi una regolata e a immaginarsi il segretario del Pd con tanto di bandana e  coltellaccio infilato nella cinta dei pantaloni. Magari quando avranno messa l’immagine a fuoco, ops ancora il fuoco, gli scappa da ridere. Peggio di quando slo videro con il chiodo. Ma attenzione Rambo non è mai stato spiritoso anzi, è un po’ permalosetto. E in questo con Renzi la sovrapposizione è totale. Sarà divertente adesso vedere gli sherpa della comunicazione, Andrea Romano in testa, dare giustificazione all’infelice scivolata del segretario del Pd. Anche il bronzo col fuoco si scioglie.
Però attenzione per davvero, quando si pensa di sistemare i conti con i lanciafiamme l’aria non è buona anzi si comincia a sentire puzzo di bruciato.

sabato 4 giugno 2016

Michele Serra difende Roberto Benigni.

Il Benigni pensiero:«Allora c’era un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune». «L’attuale Costituzione farebbero bene ad attuarla prima di cambiarla». «Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua della Costituzione? Sottoscrivo  ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla» Il nulla è l’attuale Costituzione.

Roberto Benigni  accaldato. forse per l'ultima giravolta
Michele Serra in una l’amaca di qualche giorno fa aveva motivato l’adesione al partito renziano del “sì” per il prossimo futuro referendum con questa frase: «Ora la sola idea che qualcosa accada è più convincete dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata.» E faceva risalire l’origine di questa sua trista considerazione sui giorni nostri al riflusso degli anni ottanta e agli errori di una sinistra parolaia e, anche se non lo dice esplicitamente, arrampicatrice sociale e, come tutti quelli di siffatta specie, un bel po’ cialtrona.  Si parla quindi di un percorso lungo quasi quarat’anni che l’amacante Serra ha tuttavia ben vissuto, come molti (ma non tutti) della sua e delle precedenti generazioni, senza accorgersi di alcunché. Ci sta. Quale umorista e fustigatore di costumi non ha perso le chiavi di casa qualche volta nella vita?

Ora un simile campione del “sì” non poteva non mettersi a difesa di un ritrovato campione della sua stessa parte, Roberto Benigni, che prima s’era detto per il “sì”, poi per il “no” e poi finalmente ancora per il “sì”. Ma ci sono davanti ancora un tot di mesi per rettificare la posizione. L’ultimo “sì” è stato pronunciato in una surreale e tragicomica intervista a la Repubblica, lo stesso giornale su cui trova spazio l’amaca. Ovviamente la notorietà del Benigni, il fatto che più volte abbia magnificato l’attuale Costituzione ha influito, come dire, negativamente sul giudizio del cambio di casacca. Gli insulti, sempre deprecabili, nella rete si sono sprecati  Il Serra Michele, da par suo, ha preso spunto per la difesa del neopositivo Benigni da una frase di Dario Fo: «sarà ripagato» Frase infelice che sta o starebbe a sottintendere chissà quale mercimonio. Sospetto che, essendo l’Italia risultata penultima nel rapporto 2015 sulla corruzione in Europa, può apparire ai più fuori luogo. E comunque il Benigni, per i meriti della sua carriera, si dice sia ben fornito di pecunia e quindi da questo lato praticamente inattaccabile. Che poi lo stesso sia stato sfiorato dal timore di  un’ipotetico neoeditto bulgaro per tenerlo fuori dalla Rai e magari dalle feste de l’Unità e dalle piazze dei comuni con sindaco piddino è anch’esso pensiero basso. Il Benigni ha fama e consensi tali da poter organizzare spettacoli a suo piacimento dove e quando vuole. E sempre fare il pieno di spettatori. Ci riesce anche Travaglio. E allora un suo difensore d’ufficio, magari non richiesto, avrebbe dovuto scorrere l’intervista incriminata e mostrare la logica (a trovarla)  che sta dietro la novella posizione positiva.

E dunque lo si scorra il Benigni-pensiero sulla nuova ipotesi di Costituzione. Dice il nostro, dopo aver raccontato del primo referendum,  repubblica o monarchia, e della mancata abolizione delle feste del 2 giugno e 25 aprile nonché della poca memoria degli italici,  che dietro la Costituzione « c’era un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune» dei padri fondatori che pure erano avversari. Praticamente come ora, che le modifiche sono state fatte a maggioranza. E aggiunge che la Costituzione «farebbero bene ad attuarla prima di cambiarla.» Che, anche se sembra, non è proprio idea peregrina. E quindi su Renzi:« Mi ricorda più un giocatore di poker, quelli che si puntano l’intera posta spingendo le fiches con le mani: all in . Ma guardi bene e ascolti meglio, perché può esserci il trucco all’italiana.» E qui il Renzi Matteo se avrà letta l’intervista non sarà stato contento, ma forse questa frase nella rassegna stampa i suoi l’hanno censurata. Quindi la dichiarazione: «Col cuore mi viene da scegliere il “no”. Ma con la mente scelgo il “sì”.» mirabile esempio di dissonanza cognitiva. Infine il giudizio sulla nuova Costituzione: «Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua della Costituzione? Sottoscrivo  ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla.» Tutto perfetto ad eccezione che il nulla a cui si riferisce il toscanaccio sia l’attuale Costituzione.  Su queste pezze d’appoggio dovrebbe, l’amacante Serra Michele, difendere il suo neocompagno di positività lasciando perdere le scempiaggini bagatellari  che si sparano a caldo sulla rete perché ci si sente traditi. Naturalmente se ne è capace e se riesce a trovarvi appigli foss’anche lontanamente logici. Non gli dovrebbe venir difficile.

Comunque, di interessante, a latere della questione Costituzione, nell’intervista del Benigni Roberto ci sono altre due cosucce. La prima: con l’ultima sua frasetta «il meglio del nulla» riannoda drammaticamente il filo rosso che lo lega al pensiero di Serra e di Cacciari (1): l’esaltazione del fare purché sia. Che sarebbe come dire meglio sbattere la testa contro il muro piuttosto che star seduti a pensare soluzioni di buon senso. De gustibus. La seconda: «Se qualcuno volesse provare a farsi dittatore  nell’Italia di oggi sa cosa verrebbe fuori? Un dittatore da operetta» Appunto. Come la storia ha mostrato. E tutt’oggi fa intravvedere.
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(1) http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2016/05/massimo-cacciari-e-michele-serra-non.html