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martedì 27 ottobre 2015

Lo vedi, là c’è Marino

La storia vista a ritroso. Fra cinquant’anni i nonni racconteranno ai nipoti la storia del sindaco Marino che inventò il giochino “dai e ritira”. Il gioco divenne popolarissimo e i bookmakers di Londra accettavano scommesse. A Marino fu eretta una statua.

«Lo vedi, là c’è Marino.» Diranno i nonni «La sagra c’è dell’uva» risponderanno i nipoti e si beccheranno uno scappellotto. «No – ripeteranno i nonni – Là c’è  Marino» e indicheranno la statua piazzata nel centro del Campidoglio. I nipoti estasiati guardando la statua e chiederanno ai nonni di raccontare la storia del sindaco Marino e i nonni li accontenteranno. Spiegheranno della venuta a Roma di un genovese che di professione faceva il trapiantatore di fegato e che, un po’ per sfizio e un po’ per follia, decise di mettersi in politica. La sua ultima follia, che neanche Mel Brooks avrebbe immaginato, fu di essere il sindaco di Roma. E aveva la voglia di risanare la vecchia caput mundi che da oltre duemila anni si barcamena tra palazzinari, briganti, trattorie, cialtronaggine e turismo. Come una bella fetta del Belpaese, d'altronde. Solo che gli altri, del Belpaese, non se ne fanno quasi accorgere.
Era un po’ ingenuo e un po’ furbastro, il sindaco Ignazio Marino, non aveva dimestichezza con le carte di credito e lasciava le auto dove gli capitava, però  e mise nel sacco, spesso senza volerlo, politici ben più scaltri. 

La statua, che in realtà è un gigantesco gruppo marmoreo, lo rappresenta in bicicletta arrancante in salita con uno zainetto sulle spalle mentre due gli stanno addosso. Uno lo tira per farlo cadere e l’altro non si capisce bene cosa faccia. Perché visto da destra sembra che lo spinga, visto da sinistra invece pare che dia man forte a quell’altro. I due sono chiamati genericamente i «due Mattei.» Chi siano stati, in effetti nessuno se lo ricorda più, E poi nel gruppo  c’è pure un altro che pare gli stia sgonfiando una gomma. Questo è detto «l’esposito» che ormai è diventata parola d’uso comune per dire di uno che con la scusa di darti una mano fa di tutto per affossarti.

Marino divenne sindaco su istigazione di alcuni uomini de panza del suo partito che pensavano di piazzare in quel posto un citrullo da manovrare a piacimento. Ma come spesso accade ai troppo furbi quando si mettono con gi ingenui il gioco della strumentalizzazione gli si ritorse contro. Anzi, in quell’epoca, gli si avvitò in mano e mentre quelli tentavano di strumentalizzare il genovese questi strumentalizzava loro e venne eletto con percentuali da sbornia. Poi come gli ingenui che non sanno quel che fanno cominciò a raddrizzare qualche quadro storto a mandare a lavare qualche tappeto sporco a spostare qualche ninnolo a mettere in piedi statue che stavano coricate e nel farlo scoprì che tutte quelle cose fuori posto non lo erano per caso ma stavano così a bell’apposta a coprire chi un buco, chi una macchia, chi a nascondere la polvere. E questa fu la goccia che fece tracimare l’acqua, si fa per dire, dal vaso

Apriti cielo a questo punto tutti si misero a guardare le buche nelle strade anziché quelle nei bilanci e a discutere sui ritardi dei bus anziché su quelli delle delibere e a dire della sporcizia sulle strade piuttosto che di quelle sugli appalti. Fu allora che venne in mente ad alcuni di fare il gioco delle dimissioni. Che poi è il motivo per cui fu eretta l’equestre statua a Marino. Il giochino consisteva in questo: trovare come far dimettere il sindaco Marino. Una specie di caccia al tesoro. Si partì da funerali, poi ci si spostò sui viaggi fino ad arrivare agli scontrini. E alla fine quasi ci riuscirono, nel senso che Marino dette le dimissioni. Ma c’era un ma. Anche Marino spizzicando tra le carte inventò un giochino che assomigliava al vecchio rimpiattino: dare le dimissioni e poi ritirarle a due giorni dalla scadenza loro esecuzione. Il gioco ebbe risonanza planetaria ed i bookmakers di Londra accettavano scommesse sul tempo tra la consegna delle dimissioni e la loro revoca. Ci fu chi divenne ricco con questo sistema. 

Marino governò la capitale per cinque anni e poi per altri cinque e ancora altri cinque. Nessuno si ricorderà più se con lui sindaco le strade furono asfaltate o la burocrazia fu più spedita o le gare d’appalto furono più pulite. Tutti ricordaranno il suo giochino e ci sarà chi avrà nostalgia di quei tempi e si commuoverà guardando i bambini giocare a a"dai e ritira". Le dimissioni del sindaco Marino".

domenica 18 ottobre 2015

La minoranza del Pd ci riprova.

Dopo le notizie sul contenuto della Legge di Stabilità la minoranza del Pd rialza la testa e minaccia. Saranno fatti o solo grida manzoniane? Parlano in cinque tre fanno la parte dei duri e due già tentennano. Se la negoziazione parte da un “ni” vien difficile pensare che otterranno risultati.

La minoranza del Pd non si è ancora ripresa dalla scoppola sulla questione del senato che già ci riprova con la legge di stabilità. Come dire che la perseveranza, virtù apprezzabilissima, supera l’intelligenza, che per essere tale deve esserci. Almeno in qualche forma.

Dopo aver minacciato sfracelli per il senato dei nominati, poi ingollato nascondendosi dietro un miserrimo cavillo, quelli della minoranza del Pd, per dimostrare di avere la schiena dritta, hanno mandato il tenero Gotor, Miguel Gotor, a difendere la vergognosa delibera che versa denaro nelle casse dei partiti. Che se avessero voluto dimostrare piaggeria chissà cosa avrebbero combinato. «Principio di garanzia democratica» ha tuonato nel suo intervento il Gotor che ricorda tanto il mitico Miguel el merendero. Dimentica, ma ci sta, che el merendero non ricordi, che la democrazia dei cittadini abbia stabilito nella misura del 82,60%, ben ventidue anni fa nel 1993, che i partiti non debbano essere finanziati dallo Stato. Il quesito era semplice ed altrettanto semplice fu la risposta. Ma con altrettanta semplicità i partiti, tutti, se ne impiparono.

Adesso il testimone del mal di pancia della minoranza passa dai senatori, che si riposeranno, ai deputati. E già cinque hanno preso la parola. Cinque veri campioni. Il primo è stato Bersani Pierluigi, lo sconfitto di un’elezione già vinta, ma si può pure fare di peggio, che ha raccontato: «non bisogna insultare l’intelligenza degli italiani». Sarà. Ma non sembra che questi se ne abbiano a male. Far la parte dei tonti ogni tanto conviene.

Poi ha parlato Cuperlo, l’ex scrivano di D’Alema (che pare voglia emigrare: auguri, Si spera biglietto di sola andata), per dire che questa Legge di Stabilità è «Poco ambiziosa. Poco innovativa. Serve maggior equità.» Che come petizione di principio non c’è male. Adesso quel che bisognerà vedere saranno i fatti che a parole quella minoranza sa tuonare come già Pascoli scrisse: «il tuono rimbombò di schianto: rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo e tacque e poi rimaneggiò rinfranto e poi vanì.» Le immagini dei poeti spesso diventano realtà nello sviluppo del futuro. Avesssero detto a Pascoli a chi sarebbe stata accostata la sua poesia forse non l’avrebbe scritta o magari avrebbe imposto dei distinguo.

Terzo a dire del suo malessere è stato il D’Attorre Alfredo, che tra i tre sembra il più agguerrito: minaccia. E le minacce della minoranza assomigliano alle grida di manzoniana memoria che più erano feroci e meno si dimostravano efficaci.  Lui dice che se si va avanti con quella legge è disposto ad andarsene. Gli fan da controcanto in due: Zoggia Davide che ha dispetto del nome già si sfila e Speranza Roberto che speranza dimostra di non averne più e infatti dichiara che:«dal partito non me ne vado neanche con le cannonate.» E già si dice disposto a votare una legge che non condivide. Che come strategia di negoziazione di peggio viene difficile trovare. Meglio di così cosa potrebbe desiderare Renzi? «Non per fedeltà, ma per lealtà e senso di responsabilità» che poi è la stessa cosa, è il refrain del fiorentino che oramai anche i sassi hanno imparato a memoria e tra questi ci sta pure la minoranza del Pd.

Comunque, per non fare i gufi: auguri. E si starà a vedere.

mercoledì 14 ottobre 2015

Papa Francesco si scusa e altri fatterelli di giornata.

Scuse intriganti queste di Francesco si rifanno a fatti attuali. I porporati sono sempre stati refrattari alle indicazioni calate dall’alto. Quarantatre anni fa la prima di Ultimo tango a Parigi. Solita visita della Finanza al palazzo della regione Lombardia. Falstaff alla Scala canta: «il furto è un’arte e  va fatto con garbo e a tempo»

Papa Francesco oggi si è scusato con tutti i fedeli presenti in piazza San Pietro e ci si immagina che le scuse si debbano intendere come estese a tutti i cattolici italiani e magari anche a quelli sparsi nel globo terracqueo. Scuse intriganti queste di Francesco perché non sono come quelle precedenti di Giovanni Paolo II o Benedetto XVI che facevano riferimento a fatti lontani ancorché dal ricordo ancora doloroso e sanguinante. No, queste hanno un bel tocco di originalità poiché vengono porte durante un Sinodo, anzi il Sinodo sulla famiglia. E soprattutto fanno riferimento a fatti contemporanei. In più queste scuse seguono un’altra frase dallo stesso Pontefice ben declamata: «Il Sinodo non è un parlamento dove bisogna cercare mediazione» Ciò che Francesco ha detto stamane suona così:«Prima di iniziare la catechesi, in nome della chiesa voglio chiedervi perdono per gli scandali che ci sono stati recentemente sia a Roma che in Vaticano. Vi chiedo perdono". In effetti lo spettacolo che in queste settimane si sta rappresentando in quel quel del Vaticano non è dei più edificanti e senz’altro lo Spirito Santo avrà il suo bel daffare a dover raggruppare tutte quelle pecorelle e a scendere su tutte quelle berrette porporate. Quanto poi a metterci a forza anche del sale è tutta un’altra fatica.

I porporati si sa sono sempre stati un po’ refrattari alle indicazioni cadute dall’alto, a loro il centralismo democratico tanto caro a Renzi non è mai andato giù. Però prima si spicciavano tutte le loro beghette nel felpato silenzio delle mura vaticane. Oggi, nell’epoca di internet, la faccenda si fa un po’ più complessa e la voglia di apparire e di dire non sempre è trattenuta. Come quel cardinale Agostino Vallini che scrive ai romani che occorre "ripartire dalle molte risorse religiose e civili presenti a Roma" per realizzare la "formazione di una nuova classe dirigente nella politica". E come non bastasse aggiunge che la si deve sentire "stimolata a rinascere" e "ad avere una scossa".  Evidentemente il cardinal Vallini ha sbagliato indirizzo. Quella lettera doveva essere inviata al Sinodo altro che ai romani.

Alla fine una qualche ragione l’aveva la Ferilli Sabrina: è meglio che ognuno guardi in casa sua. Di polvere negli angoli e sotto i tappeti, e magari non solo sotto, ce n’è in tutte le case. Quindi:« a cardinà, guarda un pò gli amichi tua che ce n’hai d’avanzo.»

Comunque oggi cade anche il quarantatresimo anniversario della prima newyorkese di Ultimo tango a Parigi. Forse l’unico film mandato al rogo, come si faceva coi libri ai tempi di Giordano Bruno e si continua a fare nei giorni moderni quando appare all’orizzonte il solito pataccaro ego riferito. È stato un grande film, uno dei migliori di Bertolucci con un Marlon Brando spettacolare. Peccato per Maria Schneider che dopo quel sofferto esordio avrebbe meritato una miglior carriera. 

Magari c'è qualche porporato che notando la sovrapposizione di date pensa che questo del sinodo sia l'ultimo tango di Jorge Bergoglio

I finanzieri hanno fatto l’ormai periodico giro al palazzo della regione Lombardia e come al solito sono tornati in caserma accompagnati da un paio di quelli che siedono in giunta. Ormai è una abitudine. Il caso vuole che proprio oggi sia in cartellone alla Scala, in un allestimento molto divertente, Falstaff che nel primo quadro del primo atto canta che: «Il furto è un’arte e va fatto con garbo e a tempo.» Grande Arrigo Boito, il librettista. Evidentemente non son tanti i melomani in regione Lombardia

mercoledì 7 ottobre 2015

Rondolino spiega il “tradimento” di Verdini.

In un articolo su l’Unità Rondolino svela l’arcano: perché Verdini è passato da Berlusconi a Renzi. Nella foga dello scrivere gli sfugge una mezza verità, ma rimedia cacciando la bufala della settimana. Senza Verdini Forza Italia è spacciata? Rondolino dice di sì anche se i sondaggi lo smentiscono.


C’è a chi piacciono i traditori e a chi no. C’è chi pensa che chi tradisce una volta tradisce sempre (antica massima popolare) e chi invece no.  C’è chi è convinto che la gestione della politica abbia pur sempre delle regole in qualche modo etiche e morali e chi no. C’è chi se non è d’accordo se ne va e chi invece cambia semplicemente di casacca e indossa, guarda il caso, quella del vincitore. Magari essendo già stato in precedenza con altri due vincitori, oggi fortunatamente bolliti. 

La quistione, direbbe Gramsci, sta tutta qui.  Per Rondolino Fabrizio che ha ripreso a scrivere sull’Unità la scelta di Verdini va capita e difesa. In fondo, dice il Brondolino, con il tradimento, pardon con l’abbandono di  Verdini s’è dato  il colpo di grazia a Forza Italia. E di questo, magari, si dovrebbe essere contenti. In verità se questo colpo di grazia ci sia stato ancora non si sa: con Verdini nella pancia Forza Italia veleggiava intorno ad un mal contato 13/15%  delle intenzioni di voto senza di lui la percentuale, largo circa, è rimasta la stessa. S’è solo portato via un tot di senatori di cui non si conosce l’esatto peso elettorale che se lo si valuta a scurrilità e volgarità dev’essere senz’altro ingente. Ma non è detto che questo sia il metro. E per certo questa non si chiama politica. Che poi, dice il Rondolino il Pd di quei voti neanche ha bisogno essendo il partito «che ha più parlamentari di tutti gli altri messi assieme,» Fatto senz’altro è vero, ma un conto è avere tanti senatori e altro è farli votare insieme. Magari ci vuole una proposta politica chiara-pulita-onesta e non una di quelle che non si può rifiutare. È tutto un altro film. 

Comunque tornando al punto: perché il Verdini ha voluto imitare Scilipoti e Razzi e altri tre di cui le cronache faticano a ricordare i nomi? «In cambio della fine, si riporta la frase testuale, della guerra civile fredda che ha segnato il ventennio berlusconiano.» Capperi. E magari si può legittimamente aggiungere anche un urca.  A simile afflato di romantico e metafisico idealismo (magari anche disinteressato) non si arriva neppure sommando il samaritano, la Maddalena, il ladrone pentito sulla croce e per soprammercato ci si mette pure il Cireneo.  

Il senatore che ha convinto, difficile immaginare con che argomentazioni, i cinque responsabili di antica memoria, a proseguire la guerra civile fredda  oggi folgorato come neanche Saulo sulla via di Damasco ha deciso di fare il percorso opposto. In realtà a questa bubbola che neppure i grulli più grulli possono mandar giù è stata smentita solo qualche riga prima: « (Vedini) ha capito per tempo che il declino del berlusconismo è inesorabile, e che l’unico modo per restare politicamente in gioco è partecipare al processo.» Ecco, così va meglio. Ma queste parole devono essere dal sen fuggite. Visto che sono state smentite dalla bufala successiva. Più sopra riportata. 

Forse la prosaica risposta esatta al perché di questo changer-la-femme è stato è la stessa che a suo tempo convinse Razzi, Scilipoti e gli altri. In fondo a stare in Senato si faran le ore piccole, si mangerà disordinatamente, si incontrano personaggi di dubbio gusto e talvolta di dubbia reputazione, il rischio dell’ulcera è dietro l’angolo, ma in fondo è sempre meglio che lavorare. E questo probabilmente basta e avanza.  Certo si fosse in Senato, nel gruppo di Verdini, l’articolo del Rondolino Fabrizio sarebbe stato commentato con più appropriate e argomentate parole ma non si è in Senato e neppure nel gruppo di Verdini. Qualche volta la fortuna arriva inaspettata.

sabato 3 ottobre 2015

Grillo la dice giusta, poi smarrona. Vendola non dice tutta la verità.

In Grillo alberga uno strano desiderio nichilista. Vendola fa del vittimismo d’accatto e dimentica diciannove anni di vita. Con solo ventinove anni di contributi avrà due vitalizi. Se ha una professione si cerchi un lavoro. Come tutti.

È il difetto di Beppe Grillo: cercare l’applauso sempre e comunque anche con battute grasse.  L’ha fatto anche questa volta con Nichi Vendola. Dopo aver denunciato l’indecente vitalizio dell’ex presidente della regione Puglia ritwitta un altrettanto indecente messaggio omofobo. Una vergogna. Meglio, sono due vergogne che si sommano.

Alla fine di questo mese Nichi Vendola, di professione dichiarata giornalista, alla incredibile e venerandissima età di 57 anni percepirà dalla regione Puglia il miserrimo vitalizio di cinquemila euro lordi al mese. Importo che tradotto su base annua, per 13 o forse 14 mensilità, significa 65.00/70.000€. Urca. Una bazzecola per una bella fetta di italiani e per un bel tot di esodati. E questa è la denuncia che Beppe Grillo ha lanciato su twitter. Giusto, più che giusto.

Grazie alla Fornero, amorevolmente appellata dai colleghi dell’università di Torino la cenerentola del canavese, i normali italici possono percepire la pensione di anzianità a 67 anni o alternativamente smettere di lavorare a 63 anni e 3 mesi ma avendo versato contributi per 42anni e 6 mesi. Questo quadretto non si attaglia  per nulla al Vendola che di anni ne ha molti meno e soprattutto ha versato, si spera, contributi solo per dieci, cioè meno di un quarto di quanto previsto per legge.

Nichi Vendola dopo qualche ora risponde al tweet grilliano con una debolissima argomentazione: «rinuncerei se fossi ricco come lui.» Che detto da uno che ha appena ricevuto una indennità di fine mandato pari a198mila euro, ancorché lordi, suona male. Come a maggior ragione suona male il fatto che il Vendola si dimentichi di aver passato circa diciannove anni della sua vita, dal 1994 al 2013, comodamente assiso sugli scranni della Camera italiana. Anche questi diciannove anni hanno fruttato una buona uscita di fine mandato e fruttano o frutteranno un altrettanto bel vitalizio. In totale quindi il Vendola ha lavorato per ventinove anni e beccherà due vitalizi. Niente male. Dieci anni prima e tredici annualità in meno di contributi. Urca. Di nuovo.


Di professione Nichi Vendola si dice giornalista, bene. Ora che non è più alle dipendenze degli italiani e dei pugliesi può darsi da fare per cercarsi un posto di lavoro. Per uno con le sue conoscenze magari non gli verrà difficile. Anche da disoccupato non sarà mai uguale a tutti gli altri disoccupati. Se ne faccia una ragione.  Fin qui avrebbe dovuto arrivare Beppe Grillo e sarebbe stato più che sufficiente. Perché rovinare tutto con delle indegne volgarità? Sembra che in Grillo alberghi un maledetto spirito nichilista che lo porta a smarronare e distruggere quello che ha appena costruito. Come quei bambinetti, 3 o 4  anni, che dopo aver eretto la torre, mattoncino dopo mattoncino, provano il massimo godimento nell’abbatterlo. Che per quell’età ci sta, dice Donald Winnicott pediatra e psicanalista, Indice di immaturità e infantilismo regressivo se a far la stessa operazione, metaforicamente parlando,  è un bambino di 67 anni. Non solo non è bello è demente. E un geriarta potrebbe preoccuparsi per tale precocità. Per onor di cronaca va aggiunto che il comico genovese ha ritirato il tweet ma è come piangere sul latte versato. Ormai è andato. 

Dire poi del tweet, che non viene volutamente riportato, di tale Nadia Fusini @comehellas, l'autrice di quegli schifosi 140 caratteri, non ha senso e non vale la pena. Basta il disprezzo.