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giovedì 2 aprile 2015

D’Alema: niente di penalmente rilevante.

Nel caso Ischia sta sbagliando molto per non dire tutto. Uno specialista di comunicazione avrebbe suggerito una strategia in tre mosse: querela all’infangatore, disponibilità per i giudici e la spiegazione che un fornitore di vini e libri e pagine pubblicitarie può non conoscere le malefatte dei suoi clienti.

Una delle prime regolette che si insegna alla scuola di giornalismo recita più o meno così: una smentita, o una rettifica, è una notizia data due volte. 
Massimo D’Alema, giornalista professionista dal 1991 e direttore de l’Unità dal 1988 al 1990, di questo insegnamento se ne deve essere dimenticato.  Infatti da tre giorni non sta facendo altro che rilasciare interviste e minacciare querele, prontamente riprese dai giornali e dalle televisioni, semplicemente perché accostato, magari un po’ maliziosamente, ad un certo scaldaletto di corruzione in quel di Ischia. In verità i magistrati hanno tenuto fin da subito a precisare che Massimo D’Alema non è indagato. Cioè non c’è nulla di penalmente rilevante a suo carico.

Il busillis sta tutto in un paio di fatterelli di cui, qui, ci si limita a riportare solo per la cronaca. Il primo racconta di una conversazione telefonica di tal Franco Simone, responsabile dei rapporti istituzionale della Cpl Concordia,  con il suo collega dell’area commerciale Nicola Verrini nella quale viene pronunciata la frase: «D'Alema mette le mani nella merda come ha già fatto con noi e ci ha dato delle cose» La seconda è che la cooperativa Concordia abbia acquistato 2000 bottiglie di vino  dall’azienda dello stesso oltre a 500 volumi di un suo libro e qualche pagina pubblicitaria nella rivista Italianieuropei. Per amor di verità bisogna dire che non sono stati gli unici: pure Finmeccanica ha investito qualche soldarello nella rivista in questione oltre, naturalmente, alcuni altri. Certo il bilancio della fondazione Italianieuropei non è pubblico ma pensare che non sia più che perfetto è solo una perfida illazione tenuto conto che fino a poco fa Giuliano Amato era il presidente dell’Addvisory Board.

Quindi, non indagato e senza nulla di penalmente rilevante sul groppone non si capisce il perché di tanta frenetica voglia di smentire il nulla e di lanciar minacce di querele a giornali,radio, televisioni e, ovviamente, giornalisti come non si sapesse che questi sono come le mosche: perennemente affamati e alla ricerca di cibo. Piuttosto il D’Alema Massimo dovrebbe querelare il Simone per aver infangato la sua persona e oltre ad aver millantato credito.

Così la notizia è stata data una volta, tre giorni addietro ed è stata rilanciata dal D’Alema stesso per altri due. E dire che era partito benino dichiarandosi offeso ed indignato, la qual cosa è addirittura ovvia, però ha, come dire, confuso gli obiettivi. Se l’è presa con i magistrati e le loro maledette intercettazioni telefoniche, addirittura invocando l’intervento del Csm e dell’Anm invece di ben mazzolare il solito Franco Simone perché dalla sua bocca è partito il tutto. Va bene essere imbufaliti ma chi aspirava a diventare Mr Pesc dovrebbe manifestare un cicinin più di autocontrollo.

Pare, comunque che i magistrati siano interessati a sentire il D’Alema come persona informata dei fatti e lui ha già detto di non aver nulla da dire. Un po’ come fece Napolitano per la trattativa Stato mafia e poi si fermò a chiacchierare con i giudici per tre ore che per dire un semplice niente è stato un bel lasso di tempo. Forse il D’Alema ci metterà meno tempo o forse di più se si perderanno a parlare di vitigni francesi trapiantati in Umbria e della crisi dell’editoria.

Si fa un gran parlare dell’importanza del marketing e della comunicazione in politica ma, come spesso succede ai politici, lo si fa a sproposito e per sentito dire. Un consulente con un po’ d’esperienza, e dando ovviamente per scontato l’estraneità del D’Alema ai fatti,  avrebbe impostato una strategia tutt’affatto differente. Strategia in tre mosse:  querelare (o anche solo attaccare) il volgare millantatore, ampia disponibilità all’incontro con gli inquirenti e non ultima la spiegazione che un semplice fornitore di vini, ancorché ex primo ministro (per due volte) non può conoscere le eventuali malefatte dei suoi clienti. Anche se pagano a centoventi giorni, mal vezzo che peraltro sta diventando tristemente la norma.  

Qualche ammaestramento D’Alema avrebbe dovuto coglierlo dal recente caso del collega Lupi. Neanche a lui fu riscontrato nulla di penalmente perseguibile (fino ad ora direbbe un maligno) anche se certo è inopportuno, come ministro della cosa pubblica, ricevere regali dai propri appaltatori. Nel caso in questione sic stanti bus rebus non si può biasimare chi fornisce agli assetati di cultura e di vino la giusta soluzione. Poi domani si vedrà, Non si dice in vino veritas?

1 commento:

  1. Battista Bissi2 aprile 2015 12:56

    Se io o qualsiasi scrittore scrive un libro,nessun partito ne comprerà una copia per quanto si possa essere bravi o superiori. Se io o un altro contadino coltiva carciofi o grano a nessun partito verrebbe in mente di comprare il pane per darlo in beneficenza ai poveri. Che questo Nobel della cultura sia caduto in una trappola a sua insaputa è una storia che non regge ne in cielo e ne in terra . Prendere per il culo i propri iscritti è una scelta personale ma considerare dei coglioni tutti gli italiani è un pensiero molto grave. Io chiederei scusa senza pensarci molto.

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