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martedì 23 dicembre 2014

Napolitano e papa Francesco: corruzione, malattie e protagonismo.

Nello stesso giorno il Capo dello Stato italiano si stupisce dei mali del Paese mentre il Papa dà nome e cognome alle malattie che affliggono la Chiesa. Tutta roba vecchia già detta e ridetta. Magari qualche proclama di meno e qualche azione di più.

Con l’avvicinarsi del 25 dicembre si tende ad essere tutti buoni e magari, a quelli che sono più anziani punge il desiderio di essere maggiormente saggi e offrire importanti consigli di vita. Lo fanno i nonni, le zie zitelle e anche qualche capoufficio paternalista. Quindi è normale che l’abbiano fatto anche papa Francesco e il Presidente Giorno Napolitano. A scelta la categoria nella quale infilarli. Soprattutto se per quest’ultimo le possibilità di continuare a dispensare moniti si stanno restringendo con il veloce scorrere dei giorni, viste le dimissioni già annunciate. Ma non ancora rese operative.

In entrambi i casi, comunque, si è trattato di incontri per lo scambio degli auguri natalizi e del nuovo anno. Il Capo dello Stato si è rivolto all’assemblea plenaria del Csm mentre il capo della Chiesa si è rivolto a cardinali e vescovi. Magari non sono proprio la stessa cosa e non hanno la stessa funzione ma nelle singole specifiche son due consessi di un qualche peso. Sono stati auguri agri ancorché vivi e vibranti. Per la soddisfazione, che di solito si accompagna ai due aggettivi, c’è stato poco spazio, ma questo è fatto più che vecchio. Addirittura antico.

Il Presidente Napolitano si è detto «colpito dal dilagare della corruzione e della criminalità.» E ci si immagina il vibrante stato d’animo che senz’altro assomiglierà a quello del disoccupato che ha appena appreso dalla moglie che anche per questa volta sarà dura arrivare alla fine del mese. Chi poteva mai prevederlo? Nel Paese che ha avuto due volte a capo del governo uno con sulle spalle un discreto numero di  processi, molti dei quali scavallati per prescrizione e altri per leggi confezionate su misura e che ha portato in parlamento un bel tot di avvocati e pure qualche miss, perché anche l’occhio vuole la sua parte, e che alla fine è stato condannato per truffa ai danni dello Stato, beh, il dilagare della corruzione se proprio non ci sta ci va vicino. Senza contare che è anche il Paese dove le spese pubbliche costano, al minimo, il triplo che nel resto d’Europa e  dove i parlamentari da sempre si aumentano lo stipendio a piacimento e a ripetizione (qualche volta su quei banchi ad approvare quella spesa c’era pure l'attuale Presidente, anche allora vibrante di soddisfazione) e dove la questione tangentopoli scoperchiata oltre vent’anni fa non è ancora arrivata a buon fine. Sic stantibus rebus non c’è da rimaner colpiti. Sempre che non si siano trascorsi gli ultimi cinquant’anni della propria esistenza a confezionare collanine in Paupasia. Che può anche essere. Almeno con la mente.

Papa Francesco, che viene dalla fine del mondo (parole sue) anche se non si tratta della Paupasia, ha pensato bene di fare un piccolo bilancio. Ne è scaturito un bel elenco di quindici malattie della Chiesa. Si va dall’eccessiva operosità  all’alzheimer spirituale, dalla vanità alla schizofrenia esistenziale.  A occhio e croce le ha individuate tutte, o quasi, con tanto di nome e  cognome. Non deve essere stato un grande sforzo. Sono le solite da quasi duemila anni a questa parte. E le ricadute, nel grande e nel piccolo, sono pressoché quotidiane. E comunque già altri, tra cui anche Francesco d’Assisi. magari con meno scienza medica, già le avevano individuate e denunciate. Ma poi non è successo nulla. E anche adesso quanto a parole non si è lesinato, anzi. Ma sono i fatti, fino ad ora, ad essere stati lesinati.

A fare i protagonisti delle chiacchiere, in entrambi i casi, è un attimo. Magari ci fosse un po’ meno retorica, meno roboanti proclami e qualche fatterello in più, anche a far da esempio: l’intero Paese lo apprezzerebbe. Anche il disoccupato di cui sopra.

1 commento:

  1. Una bella accoppiata. Due gran ricconi, certo il Papa lo è di più, e poi, governa finché crepa

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