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martedì 28 ottobre 2014

Udienza al Quirinale e arresti per mafia a Milano: casualità ad orologeria.

Nello stesso giorno i carabinieri arrestano 13 ‘ndranghetisti e il Presidente della Repubblica viene interrogato nell’ambito del processo “Stato mafia”. I carabinieri danno massimo risalto mediatico alla loro azione. Il Quirinale pretende il massimo della segretezza.  I segreti non si possono tenere come sanno gli americani e la cancelliera Merkel

Sarà un caso o forse anche no, ma a poche ore di distanza dall’inizio della più segreta udienza della storia della Repubblica i carabinieri del Ros hanno fatto un altro colpaccio. Chissà quanto saranno contenti a Roma.  Per essere meno criptici si passa ai fatti: nelle recenti ore, su indicazione della procura antimafia di Milano  sono state arrestate 13 persone accusate di appartenere a cosche di ‘ndrangheta.  A quanto si dice sembra che sia coinvolto anche un politico, come ti sbagli. I reati sono, quasi per ovvietà quelli di sempre, connessi ad appalti e subappalti e nel caso specifico quelli di Expo 2015. Le province interessate sono Milano, Como, Monza-Brianza e, neanche a dirlo, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Ne hanno data notizia i carabinieri stessi che a quanto pare non pensano che parlare pubblicamente di mafia o ‘ndrangheta, che a parte piccoli interessi di bottega è lo stesso, sia cosa disdicevole. Anzi. 

L’operazione è avvenuta a poche ore di distanza dall’inizio dell’udienza sull’affaire “Stato mafia” . Anche se sempre di mafia, in senso lato, si tratta, i due fatti sono distanti in quanto responsabilità, codice penale e fattispecie degli attori. Tuttavia qualcuno, magari malizioso, ci potrà vedere un qualche collegamento, almeno nella forma. Da un lato un comunicato stampa che rende edotto il globo terraqueo dell’azione dello Stato italiano contro il crimine organizzato e dall’altro la segretezza che più segretezza non si può. Nell’udienza che si tiene al Quirinale non sono ammessi gli imputati, che magari con un ricorso potranno invalidare l’intero processo (non sarà mica questo il subdolo obbiettivo?) e non è ammessa la stampa che, a parte Il Fatto Quotidiano, poco se ne lamenta. Non ci saranno neppure riprese e per essere certi di questo dovranno essere consegnati all’ingresso cellulari, tablet e altre diavolerie tecnologiche. Come a dire che nessuno potrà avere prova documentale in video e audio di quel che lì accade. Evidentemente al Quirinale c’è chi crede alle favole e che i bimbi nascano sotto i cavoli. È di qualche mese fa il caso di come gli americani spiassero la cancelliera Merkel e tutti gli altri primi ministri. Pensare quindi che di viver nel segreto è pia illusione.  Altro sarà capire quando e come  e a vantaggio di chi quella documentazione vedrà la luce.

Un filo rosso lega nella sostanza i due fatti, gli arresti effettuati dai carabinieri e l’udienza al Quirinale: l’obiettivo di sconfiggere la mafia e fare emergere i suoi manutengoli all’interno delle istituzioni. Poiché sull’esistenza di questi legami, anche a voler essere dubitativi, qualche sentore lo si ha e  la lettera (di seguito riportata per intero) di Loris D’Ambrosio  a Giorgio Napolitano in diversi passaggi lascia ampi margini di perplessità.  

Adesso magari si tirerà fuori il trito e ritrito refrain dei fatti di giustizia che vengono alla luce al momento giusto e nel modo giusto. Sarà, forse che sì o forse che no. Però i due fatti nella forma stridono drammaticamente e averne consapevolezza è meglio che vivere con la testa nel sacco o come un ciuccio in mezzo ai suoni. E poi come dice quella massima: male non fare paura non avere.. E a metter ostacoli alla conoscenza fa crescere dubbi, venire sospetti e poi non suona bene.
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Testo integrale della lettera di Loris D’Ambrosio a Giorgio Napolitano.


"I fatti di questi giorni mi hanno profondamente amareggiato personalmente, ma, in via principale, per la consapevolezza che la loro malevola interpretazione sta cercando di spostare sulla Sua figura e sul Suo altissimo ruolo istituzionale condotte che soltanto a me sono invece riferibili".

"Come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze".

"Con quelle autorità giudiziarie, mi sono comportato con lo stesso rispetto che, sia in questi anni sia dall'inizio della mia attività professionale, ha ispirato i miei comportamenti con chi è chiamato a esercitare in autonomia e indipendenza le funzioni di magistrato, Qualunque mio collega puo esserne testimone".

"Quel che, con espresso riguardo ai procedimenti sulle stragi, ho invece sempre ritenuto e poi stigmatizzato in qualunque colloquio è che le criticità e i contrasti sullo svolgimento di quei procedimenti non giovano al buon andamento di indagini che imporrebbero, per la loro complessità, delicatezza e portata, strategie unitarie, convergenti e condivise oltre che il ripudio di metodi investigativi non rigorosi o almeno, non sufficientemente rigorosi nella ricerca delle prove e nella loro verifica di affidabilita; oltre che, ancora, l'abiura di approcci disinvolti non di rado più attenti agli effetti mediatici che alla finalità di giustizia".

"Il procuratore generale della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Commissione parlamentare antimafia sanno bene che le criticità e i contrasti esistono e sono gravi, ma che a essi non si riesce a porre effettivo rimedio. Mi ha turbato leggere nei resoconti di un'audizione all'Antimafia, le dichiarazioni di chi ammette che della c.d. trattativa Stato-mafia uffici giudiziari danno interpretazioni diversificate e spesso confliggenti, ma che ciò è fisiologicamente irrimediabile come se, fosse la stessa cosa trattare lo stesso soggetto da imputato o da testimone o parte offesa da fonte attendibile o da pericoloso e interessato depistatore".

"A tutto ciò consegue però un effetto perverso. Quello che anche interventi volti a stimolare adeguati coordinamenti finalizzati a raggiungere o consentire univoche verità processuali vengano poi letti come modi obliquamente diretti a favorire l'una o l'altra interpretazione di fatti o situazioni indiziarie o solo sospette su episodi gravissimi della nostra Storia. E, in genere -perchè mediaticamente più conveniente- come un modo per impedire che escano 'dai cassetti' procedimenti che toccano o lambiscono apparati o rappresentanti istituzionali".

"E' cosi accaduto che qualche politico o qualche giornalista sia arrivato ad accostare o inserire chi, come me, non accetta schemi o teoremi prestabiliti all'interno di quella zona grigia che fa di tutto per impedire che si raggiungano le verità scomode del 'terzo livello' o, per dirla con altre parole, è partecipe di un 'patto col diavolo', non sta dalla parte degli italiani onesti ed è disponibile a fare di tutto per ostacolare un pugno di 'pubblici ministeri solitari che cercano la verita' sul più turpe affare di Stato della seconda Repubblica: le trattative fra uomini delle istituzioni e uomini della mafia".

"Tutto ciò è inaccettabilmente calunnioso, Ma non mi è difficile immaginare che i prossimi tempi vedranno spuntare accuse ancora più aspre che cercheranno di 'colpire me' per 'colpire Lei.Non conosco il contenuto delle conversazioni intercettate, ma quel tanto che finora è stato fatto emergere serve a far capire che d'ora in avanti ogni più innocente espressione sarà interpretata con cattiveria e inquietante malvagità. Ne saro ancor più amareggiato e sgomento anche perchè, come ho detto anche quando sono stato sentito a Palermo come persona informata sui fatti del 1992 e 1993, sono il primo a desiderare che sia fatta luce giudiziaria e storica sulle stragi; perchè quei tempi li vissi accanto a Giovanni Falcone poi dedicandomi, assieme a pochi altri, senza sosta a comporre quel sottosistema normativo antimafia che ha minato la forza di Cosa Nostra e di organizzazioni similari".

"Lei sa che di ciò ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989- 1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi - solo ipotesi- di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi".

"Non Le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all'Antimafla di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche io a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato, ucciso dal terroristi.Ecco, che tutti questi sentimenti
siano ignorati per compromettere la mia credibilità e, quel che è peggio, per utilizzare tale compromissione per "volgerla" contro di Lei, non è per me sopportabile. Sono certo che, per come mi ha conosciuto in questi anni e nel dieci anni precedenti, Lei comprende ll mio stato d'animo.
A Lei rimetto perciò, il prestigioso incarico di cui ha voluto onorarmi, dimostrandomi affetto e stima. Con devozione e deferenza, suo Loris D'Ambrosio".

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