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venerdì 17 ottobre 2014

Caso Ruby ultimo atto (si spera)

Depositate le motivazioni della sentenza. A leggerle si coglie che il corpo diplomatico italico è stato scippato di  una grande risorsa dalla magistratura . Il presidente della corte si dimette. L’ex capo di gabinetto della Questura di Milano non ci fa una gran figura. Ma questa neanche altri che però se ne fregano.

A tre mesi (quasi) esatti dalla assoluzione del domiciliato di Arcore è stata depositata la sentenza con le relative motivazioni. Si tratta di 330 pagine e si può facilmente immaginare che chi le ha scritte abbia ampiamente usato i famosi 15 giorni di ferie (aggiunte) che toccano ai magistrati. Giorni dati, e questo Renzi Matteo dovrebbe coglierlo al volo, proprio per scrivere le sentenze. Durante le vacanze. Se di solito luglio e agosto, per il clima, son mesi che invitano i normali a non aver pensieri per i magistrati sono al contrario il tempo giusto per scrivere. 

Trecentotrenta pagine sono un bel malloppetto, un romanzo cicciottello, e per renderne piacevole e scorrevole la lettura bisogna avere una certa qual arte. Che nel caso specifico pare, a legger i resoconti dei quotidiani, sia stata dispensata a piene mani. Sempre a dedurre da quello che è riportato dai giornali, la trama in taluni punti viene dipanata quasi si trattasse di un romanzo giallo laddove le premesse servono solo a sviare l’attenzione dal maggiordomo  assassino mentre in talaltri il tocco rammenta la leggerezza di Wodhouse quando narra del cameriere Jeeves. Poi ci sono le parti e sembrano le più in cui l’abilità diplomatica la fa da padrona. Verrebbe da dire che la magistratura abbia scippato una promettente risorsa al corpo diplomatico. Alla fine un meraviglioso esempio di complessità.

Per la logica sequenziale è ovvio che due più due faccia quattro mentre invece quando si ragiona per complessità due più due può fare cammello o cicoria. E questo è il caso. Il fatto che il Capo del governo abbia chiamato 7 volte in poco meno di due ore il funzionario della Questura non significa fare «minaccia esplicita o implicita» ma più semplicemente «una richiesta». E neanche (troppo) pressante. Soprattutto se dall’altra parte del telefono c’è un funzionario che vuol «compiacere» per «timore autoindotto.» Perché l’Ostuni Piero, oggi vicario del questore sempre a Milano, che forse è una promozione rispetto al ruolo di capo di gabinetto, «sacrificando l’interesse obiettivo della minore» dimostra una «accondiscendenza incautamente e frettolosamente accordata» al primo ministro e lo fa «per timore reverenziale, compiacenza o timore autoindotto, debolezza o desiderio di non sfigurare a fronte della rappresentazione soggettiva, condizionata dall’autorevole accreditamento del premier, di una effettiva possibilità di affidamento di Ruby consona al suo interesse.» Bingo. Le giuste doti del vicario del questore. Rassicurante.

A questo si aggiunga che tutto il contorno viene appurato: le cene non erano propriamente eleganti, un qualche lezzo di prostituzione è sentito, e Karima El Mahroug vi ha partecipato almeno 8 volte con quel che ne segue. Ma, ma c’è un ma. Anzi di ma ce ne sono due. Il primo è che il padrone di casa non sapesse della minore età di Ruby. Credibile. E il secondo è che chi l’aveva procurata, Emilio Fede, «non aveva alcun interesse a rivelarla a Berlusconi.» Questo invece molto credibile. Soprattutto alla luce di talune intercettazioni telefoniche. Ma è proprio per ciò che i romanzi di Wodhouse e il suo cameriere Jeeves sono piaciuti tanto. È il nonsense che acchiappa. E quindi in questa miscela di pesi e contrappesi, di senso e di nonsenso, tutto si tiene, tutto quadra e tutto si salva. Magari si spera che alla corte di Strasburgo, dove il domiciliato di Arcore ha presentato ricorso, si trovi meno ambizione letteraria, meno diplomazia e meno spirito umoristico.


Effetto collaterale, questa volta serio, di queste 330 pagine, stese in quest’ultima piovosa estate che se il tempo fosse stato bello forse sarebbero state di meno e magari più secche, è stata la lettera di dimissioni del dottor Enrico Tranfa, Presidente della Corte d’Appello di Milano. Che non era una toga rossa anzi, se proprio proprio quasi bianca, di centro. Probabilmente i suoi colleghi se ne faranno una ragione, magari anche velocemente, pensando che in fondo si libera un posto. Chi invece non se la farà tanto facilmente sarà proprio il dottor Tranfa ma da pensionato potrà, volendo e con sforzo, pensare ad altro.

4 commenti:

  1. Massimo Canella18 ottobre 2014 15:08

    non so se sia l'ultimo atto, la presunzione di "innocenza" se così si può dire per la minore età della prostituta (non: per la prostituzione della minore!) effettivamente può andare, ma che veramente quelle sette telefonate in questura fossero un comportamento non illecito perché non esiste più la figura dell'induzione mi pare meritevole di un altro grado di giudizio, più che per il fatto in sè, per il principio

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  2. Marco Fariello18 ottobre 2014 15:10

    Toghe Nere, nere come la Notte della Repubblica!

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  3. Marco Fariello18 ottobre 2014 18:16

    Un giudice "molto cattolico" ha assolto il politico leader dei cattolici italiani. Cosa c'è da stupirsi... siamo in Italia.

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  4. io trovo plausibile che berlusconi non sapesse che ruby fosse minorenne, fisicamente non c'è gran differenza tra una 17enne e una 19enne soprattutto se coperte da uno strato di trucco, il punto importante è la prostituzione e, soprattutto, il successivo abuso d'ufficio (o come dirsi voglia, non sono un avvocato) che potrebbe essere frutto della tardiva scoperta (e conseguente ricattabilità): evidentemente solo per spiderman vale la regola "da grandi poteri derivano grandi responsabilità"

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