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martedì 30 settembre 2014

Riecco D’Alema

Arriva buon quarto a criticare Renzi. Non ha proposte,non solo serie ma neanche divertenti. Esalta l’introduzione dei co.co.pro e delle altre decine di forme di flessibilità. Dà anche un piccolo omaggio alla Fornero. Deluso per mancate nomine? Va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti.

Dopo Ferruccio De Bortoli, dopo il segretario della Cei, Nunzio Galatino, dopo Diego Della Valle, ecco che buon quarto (quindi fuori dalla zona medaglie) arriva a criticare il Presidente del Consiglio anche Massimo D’Alema. 
Evidentemente il vice-conte vaticano se da un lato deve cedere il passo alle gerarchie di oltre Tevere dall’altro dà la sensazione di alzarsi tardi la mattina e di aver bisogno di parecchio tempo per carburare. Comunque, il Corriere della Sera gli regala un intero  paginone per dire la sua. Al solito l’intervistatore è Dario Di Vico, meglio apprezzato quando scrive su Style. Che fare la spalla (dire trombonista non sarebbe fine) non è mai bello. Comunque ognono ha la sua: Renzi ha Cazzullo.

Nella lunga intervista Massimo D’Alema non dice granché anche se lo illustra con gran dovizia di parole e una certa bella dose di supponenza che De Vico riesce a trasmettere con grande vigore. Che risultare saccenti anche quando le parole sono riportate per scritto non è da tutti. In ogni caso l’ex  aspirante al ruolo di commissario agli esteri dell’Unione butta là con non chalance anche una citazione che vorrebbe essere colta e anche questa è una sua caratteristica. La citazione viene tratta addirittura dai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, dice il D’Alema, e riguarda i giovani che si devono misurare con le generazioni precedenti. L’originalità è scarsa ed il senso è ovvio per non dire banale. Avrebbe potuto dirla anche lo zio di Bonanni e magari con qualche maggior ragione. E comunque pare che la cosa fosse già nota anche agli antichi egizi: i giovani non sono più come quelli di una volta.  Dopodiché D’Alema rivela all’orbe terracqueo che Matteo Renzi è in difficoltà con Bruxelles ma in questo non è solo poiché lo sono anche i socialdemocratici tedeschi e pure Draghi è attaccato dalla Merkel. Novità zero-punto-zero.  

Indi poscia l’ex navigatore D’Alema (pare che la barca Ikarus sia stata venduta, chissà a chi) si dice fermo sostenitore delle riforme istituzionali ma Renzi le fa in mal modo così come sbaglia quando affronta la questione dell’articolo 18 e più in generale del lavoro. Ovviamente lui, il D’Alema, con la vecchia guardia del Pd:«Abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che con il tempo si sono dimostrate perfino eccessive.» Bene, vien da dire. Finalmente c’è qualcuno che fa l’elogio dei contratti co.co.pro. e delle altre decine di cui è composto l’italico mercato del lavoro. Uomini di tanto fegato vanno conservati. Magari in naftalina. Dimentica di dire, il vignaiolo D’Alema, che oramai le forme sono così tante che non ci si raccapezza più. Comunque, che bravo l’ex (per fortuna) deputato D’Alema. 

Ovviamente «Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati – ha proseguito il  nostro – da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte.» Per responsabilità di chi? Verrebbe da chiedersi, ma non c’è alcuna risposta a verbale. Che se ci fosse la colpa ricadrebbe al solito sul destino che non solo è cinico ma pure baro. Ovviamente al D’Alema non viene in mente di considerare che quanto lui sta così disprezzando piace, Pagnoncelli docet, al 73% dell’elettorato del Pd. Una bazzecola. Naturalmente, per chi è laico e ghibellino, non basta essere maggioranza per avere ragione, come peraltro scriveva Hanna Arendt. Ma neppure l’essere minoranza dà dei punti per scalare la classifica della ragione. E come tocco finale, perché no? Anche un piccolo riconoscimento alla legge Fornero. In fondo degli oppositori a Renzi non si butta niente, come con il maiale.

Ciò che in tutta l’intervista manca, come sbagliarsi, è lo straccio di una concreta proposta alternativa a quella renziana il che trasformerebbe una semplice minoranza in un’opposizione seria con cui confrontarsi. Perché considerare l’allungamento del periodo di prova fino a sei anni per mantenere l’articolo 18 non è una proposta ma come direbbe un genovese una belinata  o un toscano una bischerata o un veneziano una monata . Sugli altri dialetti meglio non esercitarsi perché il politicamente scorretto è dietro l’angolo. Insomma il solito D’Alema che parla tanto per non dire nulla.


Qualche sospetto che l’intervista sia stata dettata più dal dispetto per mancate soddisfazioni che dalla vera voglia del confronto (mancano visioni alternative) senz’altro c’è. Tuttavia va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti. Buon’anima.

domenica 28 settembre 2014

Brigitte Bardot: «J'ai quatre-vingts ans: je m'en fous.»

Una vita all'insegna della trasgressione e della contraddizione. Ha lavorato con grandi registi ma non ha mai posato ad intellettuale. La canzone Je t'aime ...moi non plus è stata scritta per lei e non poteva essere diversamente. Anche Nando (il fratello di Mafalda) era innamorato di lei.


«Ho ottant'anni anni e me ne frego.» Non si sa se questa frase l'abbia pronunciata per davvero o invece sia la solita invenzione giornalistica, fatto sta che tutti l'hanno presa per buona. È una frase da B.B. Anzi è la frase di B.B. Anche se non l'ha mai detta. È il vero fascino di B.B.  Tutto qui. In quella bella, bellissima anzi quasi normale faccia da schiaffi, che a dirla impertinente, sembra di essere fuori luogo. Già, perché quello che colpisce di più e più rimane impresso nella mente di chi la guarda(va) è proprio la sua faccia da schiaffi con quella espressione strafottente che pare rispondere ad ogni appunto il solito: je m'en fous.

Brigitte Bardot è stata l'incarnazione e l'essenza della rivolta e della contraddizione. Trasgressiva in largo anticipo contro la morale bigotta e gretta della borghesia. Proprio lei che è nata borghese e borghese lo è stata per tutta la vita. Borghese tutta di un pezzo, tanto da votare per il generale de Gaule e da vantarsene, ma comunque sempre anticonformista e libera da schemi: j'ai m'en fous.

Ha cominciato giovanissima facendo la ballerina classica poi di evoluzione in evoluzione la modella , l'attrice, la cantante e infine l'attivista animalista. Ma sempre battendo tutti sul tempo. E spiazzandoli. A diciotto anni il primo film e il primo matrimonio, con Roger Vadim, a ventidue il debutto come attrice impegnata in E Dio creò la donna. E di lì in avanti tanti registi importanti, Louis Malle e Jean-Luc Godard tra gli altri e film di spessore come La vita, Il riposo del guerriero e Il disprezzo. Ma non si mette a posare da intellettuale esistenzialista. ce ne sono già troppe e a lei la massa non piace. Gioca, anche se ogni tanto con qualche fatica, e quando può si diverte. Va negli Stati Uniti ma è troppo vivace per gli yankee degli anni cinquanta: j'ai m'en fous.

Lancia il bikini e anche il monochini oltre a far scoprire al mondo Saint Tropez. Nel 1962 diventa animalista e lo dichiara durante una trasmissione televisiva aggiungendo di essere vegetariana. Nel 1986 crea la Fondazione Brigitte Bardot per il Benessere e la Protezione degli Animali che finanzia con la vendita dei suoi gioielli. Il suo impegno a favore della causa animalista è stato costante fino ad oggi. Meno costante è stata in amore. Per la cronaca quattro matrimoni e un tot di fidanzati, ma questi comunque sono fatti suoi. E lei chioserebbe: j'ai m'en fous. Tra i milioni che l'hanno amata da lontano c'è anche Nando, il fratello piccolo di Mafalda che probabilmente è anche l'unico che lei apprezzerebbe. Nel 1960 Miguel Gustavo le dedica la canzone nota in tutto il mondo che ha come refrain: «Brigitte Bardot Bardot/Brigitte beijou beijou». È un samba e non poteva essere diversamente. E non è stata l'unica canzone. Anche Je t'aime … moi non plus fu scritta per lei e in verità non poteva essere diversamente.

A quaranta anni, nel 1974, dopo aver ultimate le riprese di Colinot l'alzasottane decide che ne ha abbastanza del cinema e di tutto il resto. Si ritira mentre molte altre alla stessa età si fanno (ri)tirare la pelle della faccia per sembrare quello che non sono più. B.B invece lascia il set e anche che le rughe traccino qualche disegno sul suo viso che comunque rimane quello di sempre con quei pomelli perennemente in forma e la pettinatura a nido d'ape. Nessuno se l'aspettava e a quelli che le dicevano di quanto stava perdendo avrà risposto: je m'en fous. D'altra parte solo le grandi sanno quando è il momento di andarsene e magari ricominciare da un'altra parte e su un altro tema.

Oggi, 28 settembre, B.B. festeggia 80 anni e e lo fa in compagnia del suo quarto marito, Bernard d'Ormale, che vive con lei da 22 anni, a riprova che in amore quello che conta non è il primo ma l'ultimo. Che se glielo avessero detto sessanta anni fa avrebbe ribattuto: je m'en fous.


Buon compleanno Brigitte. 

sabato 27 settembre 2014

I vescovi in Italia giocano a tutto campo.

Bergoglio fa arrestare il cardinale Wesolowski. Pare abbia oltre centomila files di filmini e foto pedopornografiche. Galantino spiega a Renzi quel che deve fare. Che non è na novità, lo stanno facendo tutti. Poi è arrivato il cardinale australiano Pell che ha tracciato un ardito parallelo tra i preti pedofili e i camionisti. Forse Bergoglio legge Tex.

Per fortuna ci sono i vescovi. Senza di loro, le loro azioni, i loro interventi e le loro dichiarazioni, le pagine dei giornali di questi giorni sarebbero state semi vuote e anche un po' più banalotte.
La prima news ha riguardato l'arresto di un vescovo polacco che di nome fa Wesolowski. L'accusa è di pedofilia. Il Papa lo ha rimosso dall'incarico che esercitava in Santo Domingo, l'ha fatto rientrare in Vaticano e poi l'ha fatto arrestare. Pare che il cardinale polacco non possa reggere la prigione e quindi prima del processo è stato posto agli arresti domiciliari. Chissà dove finirà se lo condanneranno. E questa posssibilità è assai concreta. Primo perché pare che la svolta impressa da papa Francesco sulla questione riservatezza, che in altri ambienti si chiama omertà, sia ragionevolmente decisa e poi, dato non trascurabile, le prove sembrano schiaccianti. Possedere oltre centomila files di foto e filmini deve avere il suo peso. Adesso la cosa da scoprire è se il monsignore agiva da solo o se facesse parte di un network. Ipotesi magari probabile. Si tratterà di aspettare: non solo per scoprire quanti amici abbia nel mondo il cardinale ma soprattutto per verificare se la politica di Francesco stia avanzando per davvero.

Poi è stata la volta di Nunzio Galatino, segretaio generale della Cei, che ha redarguito Renzi. Sta diventando un'abitudine. Anche monsignor Galantino ha rilevato che gli slogan qualche volta sono carini ma quando sono troppi stroppiano. E aggiungere “parola di lupetto” non aiuta a trasformarli in fatti e comunque non bastano certo per governare un Paese. Bella scoperta. Come un buon padre Galatino ha consigliato il che fare: cambiare agenda. Che è come dirlo. Poi, come di consueto, dopo la botte è stato colpito anche il cerchio ed ha ammonito i sindacati. Anche per loro non è la prima volta. Anzi anche per loro, sta diventando un'abitudine. Così Renzi e i sindacati potranno dire d'aver qualcosa in comune. Poi per chiudere in bellezza Galatino ha dichiarato che i vescovi non sono interessati a Renzi e non vogliono fare il terzo con il Corriere della Sera e Marchionne. Almeno in modo evidente. La questione come si sa è grave ma drammaticamente non è seria. D'altra parte non si dice fare scherzi da prete?


Infine c'è stato il cardinale Pell. Pare che papa Francesco l'abbia soprannominato «il ranger». Così magari si scopre che Bergoglio legge Tex Willer. Però gli piace, Pell, tanto da averlo inserito nel C9, il gruppo di coordinamento che lavora a supporto di papa Francesco. In altre parole il cerchio magico bergogliano. Pell pare che abbia la fissazione di difendere al di là di ogni ragionevolezza la Chiesa. In Australia aveva escogitato la “Melbourne Reponse” la pratica dei risarcimenti per le questioni pedopornografiche dei suoi preti. Con il suo metodo cercava di controllare le vittime per far uscire alla meno peggio l'istituzione ecclesiastica. Nell'ultimo suo intervento ha tracciato un parallelo tra cardinali pedofili e camionisti stupratori. L'idea è che se un camionista stupra una autostoppista la responsabilità non è del management della compagnia per cui lavora il camionista. Ragionamento ardito che vuol essere un modo elegante per dire che non sta in piedi. Comunque da un ranger forse non ci si può aspettare nulla di meglio. Anche se Tex Willer fa ragionamenti più fini.

mercoledì 24 settembre 2014

De Bortoli sente odore di massoneria.

Chi è il peggior nemico di Renzi? Cosa c’è scritto nel patto del Nazareno? C’è forse la massoneria dietro quel patto? Sciocco luogo comune o il direttore del Corsera sa qualcosa di importante? Se è così lo dica. E sia sincero.

Con il tono del fratello maggiore che dà consigli a quello più giovane ed un po’ scavezzacollo Francesco de Bortoli nel suo editoriale (Corsera, 23settembre) ha messo in guardia il giovane Renzi. dal peggior nemico. Che a detta del direttore del Corriere, è proprio il Renzi stesso. Fatica vana perché chi è affetto da bulimico egocentrismo non mortificherà certo il suo modo d’essere solo perché qualcuno glielo consiglia. Ma non è tanto questo saggio ancorché inutile consiglio quel che colpisce nell’editoriale debortoliano quanto un criptico accenno «allo stantio odore di massoneria.»

In dettaglio de Bortoli scrive: «Sarebbe opportuno conoscere tutti i reali contenuti [del patto del Nazareno]. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e non ultimo dallo stantio odore di massoneria.»

Ora che nessuno la racconti giusta sul patto siglato lo scorso 18 gennaio tra Renzi ed il domiciliato di Arcore è lapalissiano. Richiedere spiegazioni dopo oltre otto mesi da quella data è un po’ ridicolo. Così come fu ridicolo Toti, consigliere politico del domiciliato di cui sopra  quando con grande serietà affermò che si trattava di quattro o cinque punti scritti sulla carta del pane. Giusto un promemoria. Aggiunse anche, il Toti, che lui quel foglietto non l’aveva visto ma che aveva saputo da chi l’aveva visto per davvero che era proprio un foglietto da niente. Come se fosse necessaria chissà quale pergamena per dare spessore ad un accordo. Una volta i contadini si sputavano nelle mani e se le stringevano. E tanto bastava e il contenuto era chiaro a tutti.  Comunque il direttore del maggior giornale nazionale arriva un po’ tardi. Quella richiesta, retorica, è già stata fatta da quasi tutti: da Travaglio al M5S. a Repubblica (bisogna tenersi aggiornati sulla concorrenza) a qualcuno della minorarza del Pd. Gli unici a non chiedere nulla sono stati Angelino Alfano e quelli di Scelta Civica, ma con entrambi non bisogna essere troppo esigenti. D’altra parte a nessun richiedente è pervenuta risposta e così alfaniani ed ex montiani si sono risparmiati la fatica. Di pensare.

Tornando al punto, una domanda al direttore: in cosa consiste lo «stantio odore di massoneria?» Quali sono gli elementi che lo portano a questa sibillina affermazione? Forse che il direttore sa qualcosa che nessun altro conosce? Ha delle informazioni di prima mano?  Magari anche solo delle evidenze o meno, ancora meno, dei segnali deboli di un qualche complotto che veda i «figli della vedova» tessere oscure trame? La sensazione è che stia diventando un luogo comune tirare in ballo la misteriosa massoneria per ogni questione. E così nel bestiario dei luoghi comuni accanto «ai giovani che non sono più come quelli di una volta» e alle  « mezze stagioni che non ci sono più le » o che «la colpa è tutta dei sindacati»  fino ad arrivare ai «poteri forti», banale tautologia dalemiana, come se ci potesse essere un potere non forte, ci si può aggiungere anche questa.  Evviva la creatività.

Se invece il de Bortoli sa qualcosa la tiri fuori con la grinta del giornalista di razza. A proposito di giornalista di razza c’era anche lui nel furibondo coro che ha protestato per il nuovo ingresso del Farina Renato nell’ordine dei giornalisti?  Così raccontando quel che sa sventerà eversive manovre non butterà sabbia negli occhi del lettore e soprattutto darà sostanza alla frase con cui inizia il suo editoria: «Devo essere sincero.»

Al piacere di leggerla direttore de Bortoli.

giovedì 18 settembre 2014

A Giuliano Ferrara piace il triangolo in amore (politico)

Gli amori (politici) di Ferrara da Craxi in incognito a Berlusconi con dichiarazioni pubbliche e ora Renzi. Continuando ad amare Silvietto. E' come tifare Roma e Lazio in contemporanea e nel giorno del derby. Magari vuol forzare la geometria e farsi un harem (politico).


Giuliano (l'apostata) Ferrara continua a stra-amare. Prima Craxi, senza dichiarazioni esplicite, quasi in incognito, che il Bettino non era tipo da prendere per gioco certe affermazioni e poi lasciarle impunite. Poi Berlusconi con infuocate dichiarazioni d'amore mandate a mezzo stampa. Che neanche Romeo ci avrebbe mai pensato per Giulietta.Ma il Silvio è un dadaista che ha iniziato suonando il piano sulle navi da crociera e stare al centro del palcoscenico anche solo per interposta citazione gli piace. E poi lui, il Silvietto, è uno che ama le barzellette e il Giuliano ha tutto per essere il tipo giusto per raccontarle. E adesso Renzi. Sempre con attestati pubblici da far arrossire anche la più scatenata delle valchirie berlusconiane. Ma non si pensi che il nuovo amor renziano scacci quello antico. Anzi, la passione per Renzi rinfocola quella berlusconiana. Che a sua volta fa più vigoroso il trasporto d'amorosi sensi per il fiorentino. Perché i due, Berlusconi e Renzi, sono amati dal Ferrara in contemporanea e di eguale passione. E ciascuno  sa dell'altro e un pochino i due si piaciucchiano. Insomma un triangolo bello e buono. Forse dei più perfetti e forse dei più forsennati. Che al confronto la storia di Jules e Jim con Catherine pare un bigino per le suore Clarisse.

Difficile però rimane impassibili di fronte a tanta travolgente passione e non essere anche un po' spiazzati. Va bene che l'amore supera gli ostacoli più ardui e travolge le barriere più spesse ma come si possono amare i due campioni di schieramenti avversi? Avversi almeno nella teoria visto l'attuale triste gioco politico. Sarebbe come mettere il sale nel caffè o lo zucchero nella pastasciutta o come, contemporaneamente, tifare per la Roma e per la Lazio. E magari durante il derby. O, nei tempi andati, essere bartaliano e contemporaneamente coppiano. Una volta Bartali passò la borraccia a Coppi, sorta di larghe intese ciclistica, ma fu cosa di un momento finì lì. Insomma, come vedere destra e sinistra votare insieme per eleggere il capo dello stato. Per una volta ci stà.

Va bene che i due, il vecchio tronco ed il giovane virgulto, amano smodatamente sia l'apparire sia il potere ma hanno fini politici (almeno in teoria) diversi: uno oltre impegnarsi a schivare gli articoli del codice penale pensa a come togliere regole su tutto mentre l'altro, per fare un esempio, non vuole consumare  suolo e quindi mettere(rebbe) quindi regole più dure. Almeno per le concessioni edilizie.
Ecco: come si fa ad amare, anche pubblicamente, due così diversi?

Forse la voglia smodata di dare amore del Giuliano gli deriva da un antico desiderio insoddisfatto: la brama bulimica di essere amato che senz'altro la manciata di lettori de il foglio non soddisfa. E la poca autorevolezza ne va di conseguenza: un editoriale sul il foglio ad un governo o ad un politico non riesce a procurare neanche un raffredore in autunno. E mettere al vento mutande o pitturarsi siccome immagina debbano fare le meretrici certo non aiuta. E allora? Non resta che amare smodatamente e soprattutto pubblicamente un capo per sperare in un poco d'amore di ritorno. Forse tanta passione risponde ad un trauma d'adolescenza: quando a soli 22 anni fu  spedito dalla direzione del Pci a Torino, ad assumere la carica di responsabile del coordinamento proviciale Fiat. Uno shock che deve avere devastato il suo tenero ed acerbo cuore così tanto da farlo diventare un assetato d'amore. Perché un conto era giocare nel grasso ventre del partitone comunista dell'epoca vivendo al Testaccio nel palazzone definito il Cremlino romano, bozzolo tutto amore, coccole e inni dell'armata rossa e altro battere i denti a Mirafiori. Per il suo bene, dissero, e per fare carriera. 

A Torino il giovane Ferrara scoprì l'esistenza degli operai e anche cosa vuol dire avere a che fare con due padroni duri: la Fiat e il partito. E allora lui piccolo (lo è sempre stato), fragile (forse quando era infante) e senza padre politico accanto s'è messo alla ricerca del suo surrogato. E quindi via alla sarrabanda: dai miglioristi a Craxi, da Craxi a Berlusconi e da questo al duo Berlusconi-Renzi. Si spera non voglia ulteriormente forzare la geometria inserendo altri (teorici) opposti: magari tirando nel partouze (politico) anche D'Alema. Giusto per fare un esempio. Salvo che l'obiettivo del Giulianone non sia di costruirsi un harem. Nel qual caso: auguri.

domenica 14 settembre 2014

Piccole storie crescono

Sette anni per decidere se un investimento può essere fatto, si tratta di 70 milioni. La Bosina senza i finanziamenti dello Stato chiude e i leghisti varesini credono nella padania ma non tanto da finanziarne la scuola. Per la Moretti, ex portavoce di Bersani, la bellezza è un valore anche in politica, magari lo racconterà anche al parlamento europeo. Maria Rosaria Rossi cerca soldi per Forza Italia e minaccia i deputati di non ricandidarli. Auguri Italia.

Maria Rosaria Rossi
Lasettimana  ha visto i titoli di prima pagina monopolizzati dai fatti di sempre: il solito iperattivismo renziano, le tipiche bacchetate dell’Europa, le faide all’interno dei partiti e quella, ormai finita tra Marchionne e Montezzemolo. C’è stato qualche spazio anche per le “piccole” notizie che tuttavia sembrano significativi indicatori della situazione del Paese. 

Di Allison Deighton il grande pubblico non sapeva nulla fino ad un paio di giorni fa quando a cominciato ad occupare qualche colonnina nelle pagine interne del Corriere della Sera (12 e 13 settembre). La signora Allison è americana, sposata con il sottosegretario al Tesoro nel governo Cameron, di cui porta il cognome e di lavoro fa l’immobiliarista. Sei anni fa, diconsi sei anni fa, con un socio ha comprato un terreno in quel di Nardò, Puglia, per costruire un mega resort stellare composta da 250 villette. Investimento 70milioni e un qualche centinaio di posti di lavoro. Secondo Mrs. Deighton nessuno in Puglia è interessato al suo investimento mentre secondo Vendola e la sua assessore all’Urbanistica, Angela Barbanente, la costruzione non rientra nei parametri paesaggistici. Che potrebbe pure essere. Dopo il primo rifiuto il ricorso al Tar e adesso l’ attesa della decisione del Consiglio di Stato. Il punto non sta, paradossalmente, su chi abbia ragione ma che: primo le regole non siano chiare e secondo che siano necessari sei e forse sette anni per sapere se, come e quando i progetto potrà andare avanti o addirittura fermarsi. E questo dopo che s’è già acquistato il terreno. Che se le carte fossero state chiare magari neanche lo si comprava. Adesso la ministra Federica GuidiGuidi interviene. Per sanare una stortura burocratica o perché sono in ballo settanta milioni, a prescindere? Concepibile un simile fatto altrove nel mondo?

In quel di Varese chiude una scuola: la Bosina, proprietà e gestione di Manuela Marrone seconda moglie di Umberto Bossi. La scuola portava come sottotitolo «Libera scuola dei popoli padani» ma viveva, forse prevalentemente di sovvenzionamenti dello Stato italiano. Come dire allevarsi una serpe in seno. La storia inizia nel 1998 con l’idea di forgiare i futuri nuovi padani e pensava di farlo insegnando loro il dialetto. Cosa che forse non gli doveva venire troppo difficile, magari il dialetto lo conoscevano già.  E così anno dopo anno e fiananziamento dopo finanziamento (statale) e presenza dopo presenza del marito al governo e elargizione dopo elargizione da parte di Belsito Francesco la Bosina è arrivata ad avere anche 360 alunni. Poi i finanziamenti spariscono il marito viene fatto fuori dal partito e in più viene inquisito dalla magistratura, i voti calano e la cassa del partito piange. A questo punto le famiglie ritirano gli alunni che un conto è credere nella padania e altro è sovvenzionare la scuola della moglie di Bossi. Ecco che la scuola fallisce. Evidentemente non era troppo solida. Culturalmente. E magari neanche così ben radicata nel territorio. Come se tutto questo non bastasse gli insegnanti sono in credito di diversi stipendi. Manuela Marrone in Bossi dice ci credere nel progetto, se così è non avrà difficoltà ad investirvi i suoi risparmi e magari anche quelli del marito. Sarebbe poco padano non saldare il conto degli insegnanti.

Rosy Bindi in parlamento da sei legislature ha pensato bene di attaccare le giovani ministre del governo Renzi, fanno parte dello stesso partito, con argomentazioni vagamente maschiliste, Chi mai l’avrebbe immaginato? Che oltre a tutto hanno strana somiglianza con le battute berlusconiane che la ferirono.. Che dire? Comunque a dimostrare che il Pd non è partito di trinaricciute è intervenuta la Moretti. Per intendersi quella Alessandra Moretti che è stata portavoce di Bersani durante le primarie del 2012 quando Renzi fu sconfitto e che poi si è scoperta renziana quando nel dicembre 2013 Renzi ha vinto diventando segretario. Insomma una dalle convinzioni profonde. E questo rallegra. Per Alessandra Moretti la bellezza in politica è un valore e, a ben interpretarla, suggerisce che si dovrebbero essere belli anche i ministri maschi. Forse vorrebbe trasformare le consultazioni politiche in casting? Potrebbe anche essere un’idea. Che la sua a ben guardarla non è molto distante da quella della Bindi che non è molto distante da quella del domiciliato di Arcore. E poiché è stata pizzicata, come altri personaggi pubblici, dai paparazzi ha pensato bene di suggerire loro di seguire anche i parlamentari e ministri maschi. Poi già che c’era ha stilato un elenco dei belli in parlamento. Chissà se vorrà esportare il suo pensiero forte anche nel parlamento europeo. Giusto per farsi conoscere.

E poi c’è il caso di Maria Rosaria Rossi. Forza Italia nonostante il capo sia miliardario è alla canna del gas. I soldi sono finiti e fra un po’ non sapranno come pagare l’affitto e la bolletta della luce. Allora il domiciliato di Arcore decide di affidare a Maria Rosaria il reperimento dei fondi. Questa, un vero mastino, si mette in caccia e va a bussare cassa da deputati e senatori che non hanno versato le quote al partito. Lo fa con la delicatezza degna di Giuliano Ferrara: o si paga la quota o ci si scorda la prossima candidatura. Sarà efficace, forse, ma messa così assomiglia alla richiesta di una tangente. Cosi funzionano i partiti?


Quattro pezzi d’Italia, ma forse l’Italia non è tutta qui. O no?

venerdì 12 settembre 2014

L'incontro 3#puntata

«Ho dei nipoti … ho dei nipoti e non lo sapevo» mormorò Donnino «e loro non sapranno nulla di me.»
«No. Di te come te non sanno nulla. – rispose Mario e aggiunse – Ma sanno che dove tramonta il sole hanno tanti zii e anche tante zie e nonni e nonne. Vedi, per loro non è facile capire che ci si odi in una famiglia e quando capita è un fatto eccezionale, una punizione voluta dal cielo per qualche grave mancanza. Allora io ho preso in prestito dalle favole e da vecchi film i personaggi della mia famiglia. Ci sono i miei fratelli Robin (Hood) e Johm (Wayne) e Tex (Willer) e poi le mie sorelle Biancaneve e Ginevra che ha sposato un re, che è Artù e poi c’è Pocahontas. E così ho reinventato la famiglia che avrei voluto e gliela ho regalata.»
«E loro sono felici di quella famiglia? » chiese Donnino
«Si, sono felici di quella famiglia.» rispose Mario
«Ma io non ci sono in quella famiglia.» mormorò Donnino
«No. Tu non ci sei in quella famiglia.» mormorò Mario
«Sarebbe un peccato sconvolgere quella grande costruzione.» disse Donnino, più a sé stesso che non al fratello.
«Non è necessario sconvolgere tutto. Forse basta fare delle aggiunte. Come nei film quando si gira ‘il ritorno’.» disse Mario.
«Già. Il ritorno. Ma in questo caso non sarebbe un ritorno ma la prima entrata in una scena già disegnata.» commentò Donnino.
«Vero.» rispose Mario
«Bisogna essere molto bravi per farlo.» disse Donnino.
«Sì. Molto bravi.» ammise Mario
«Ho la testa che mi scoppia. - disse Donnino - devo rilassarmi e riprendermi. Tu e tutto quello che ci siamo detti e i tuoi figli e tua moglie: è tanto. È troppo per essere assorbito in un solo colpo. Devo rilassarmi. Devo riprendermi.»
«È giusto. Anch’io farei così.» disse Mario
«Dove vivi Mario? Voglio dire, in che città?»
«Non viviamo in città. Viviamo in campagna.»
«Dove?»
«Nella steppa. La famiglia di Oyunbileg è nomade. Ci spostiamo a seconda della qualità dei pascoli.»
«Vivi in una tenda?»
«Sì. In una tenda.»
«Sì. In una tenda.» ripeté meccanicamente Donnino con gli occhi socchiusi e appoggiò la testa al pilone.
«Signore …. Signore …..»
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Sentì una mano che gli toccava la spalla destra. All’inizio era un tocco leggero, delicato poi si faceva via via più forte e vigoroso. Aprì gli occhi, sollevò la testa e disse: «Che c’è Mario?»
«Signore … signore … Non sono Mario.»
Donnino girò la testa e vidi dinnanzi a sé un agente di polizia.
«Dov’è Mario?.» chiese Donnino
«Mario, chi?» domandò l’agente
«Mario. Mio fratello Mario.»rispose Donnino con fare spazientito
«Si calmi signore. Qui c’è solo lei. Suo fratello sarà qui. In giro. Da qualche parte.»
«Mi scusi. agente. – disse Donnino poi chiese - Sono partiti degli aerei?»
«No. Non partirà nessun aereo fino a domani. Stiamo facendo sgomberare l’aeroporto. E anche lei deve andare ai pullman.»
«Sì, certo. - ripose Donnino - raccolgo il cappotto e sono pronto.»
Si inchinò e vide che sul cappotto c’era uno zaino. L’aprì e dentro vi trovò della carne secca, un po’ di formaggio secco e un biglietto su cui era scritto. «Che bella nottata. Arrivederci. Mario.»
Donnino indossò il cappotto si mise lo zaino a tracolla. e addentò un boccone di carne secca.
Mentre seguiva gli agenti verso l’uscita vide la sua cartella senza manico, La raccolse, l’aprì e trovò il libro Giuseppe il nutritore. Sorrise e masticò la carne con più gusto. (fine)
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Il significato dei nomi mongoli: Oyunbileg (f): dono di saggezza; Delger (f): abbondanza; Ariun (m): sacro; Bayan (m): gioia; Munkhiargal (f) : eterna felicità; Tolui (m) specchio

Daniza muore mentre i citrulli son sempre in giro.

Di norma gli orsi fanno gli orsi e anche Daniza non è sfuggita alla regola. Prima dicevano che danneggiava il turismo adesso che è stata uccisa. La lista delle dichiarazioni strappacuore è lunghissima. Tra i dichiaranti non poche bestie (in senso pirandelliano). Che poi se l’avessero presa le avrebbero fatto fare, un corso di bon ton?

Dell’orsa Daniza si sa quasi tutto. Che l’hanno trasportata dalla Croazia per ripopolare la zona, che ha compiuto la sua missione mettendo al mondo due orsetti e che è stata sfortunata. La sua disgrazia è doppia: è finita in Italia, che non è poco, ed ha incontrato un umano che quando l’ha vista anziché filarsela quatto quatto s’è nascosto dietro un albero. E oltre a tutto si è messo in sfavore di vento. Daniza ha trovato il suo odore strano, probabilmente neanche tanto gradevole e per proteggere i suoi pargoli, come qualsiasi madre, ha scacciato l’intruso. Purtroppo l’ha graffiato. Verrebbe da dire: come naturale. Un’orsa non è un’orsacchiotta di peluche.Fin qui quello che si sa. E quello che si capisce.

Quello che non si sa e non si capisce invece è molto, molto di più. Non si sa e non si capisce perché qualche citrullo invece di congratularsi con il fungarolo per lo scampato pericolo abbia gridato allo scandalo. Come se un’orsa dovesse comportarsi come una crocerossina. L’orsa fa l’orsa. Come inevitabile. Poi qualcun altro ha sproloquiato sul fatto che l’orsa metteva a repentaglio il turismo. E qualcun altro ancora ha lanciato l’idea di ucciderla. Come dire via il dente via il dolore. Nel frattempo la notizia ha fatto il giro del mondo e al solito si è fatta la figura dei peracottari. Questa mancava da qualche tempo.

Ma in ogni situazione c’è un genio della lampada con un’idea ovviamente luminosa. L’idea è di catturare l’orsa. Grande. Sembra di assistere alla parodia del dialogo tra Togliatti e Pajetta quando nel 1945 questi chiamò Roma per informare il partito di aver occupato la prefettura di Milano. Il migliore (Togliatti) con voce melliflua rispose:«Bravo. E adesso che ce l’hai che te ne fai?» Già che ce ne si fa di un’orsa catturata? Magari qualche citrullo pensava di farle fare un corso di bon ton o forse di ammaestrarla o chi sa che. Peccato che nel gruppo non ci fosse un simil Togliatti in miniatura.

Quindi la macchina si mette in moto, avvistano l’orsa e finalmente le sparano. Narcotico, ovviamente. Ma qualcosa va storto e Daniza muore. Faranno l’autopsia probabilmente per iniziare il solito scaricabarile ed è facile pensare che la colpa sarà dell’orsa. Narcotizzano anche un cucciolo. Bene e adesso che se ne faranno? E dell’altro? Dell’altro non c’è traccia. Quindi nella foresta trentina si aggira un cucciolo ancora da svezzate che sarà affamato ed impaurito. Si spera non incontri un altro cercatore di funghi. La notizia come facile immaginare avrà già fatto il giro del mondo e a poche settimane si replicherà la figura da peracottari. Pazienza. Non è la prima e con ogni probabilità non sarà neppure l’ultima. Purtroppo.

A uccisione avvenuta si scatenano gli animalisti sia quelli di base, il web impazza,  sia quelli di vertice, sia quelli storici sia quelli improvvisati. E così a protestare per l’animalicidio tutte le associazioni animaliste e per dirne alcune: Lipu (Lega italiana protezione uccelli), il Wwf, la Lega Antivivisezione e l’Enpa (Ente protezione animali)  che chiede le dimissioni del ministro all’ecologia Gianluca Galletti, che è favorevole all’energia nucleare in Emilia.  Si scatenano anche i politici o simil tali e i giornalisti e simil tali e chi più ne ha più ce ne metta:  Michela Vittoria Brambilla e Maurizio Gasparri (lui c’è sempre) e Matteo Salvini e Paolo Romani e Franco Frattini (redivivo) e Beppe Grillo e Laura Puppato e Oscar Giannino (semi-redivivo) e Riccardo Fraccaro e Barbara Saltamartini e Roberta Bruzzone e Giuliano (apostata) Ferrara e Angelo Bonelli e Manuela Repetti (moglie di Sandro Bondi) e Loredana De Petri e Lia Celi (che paragona l’orsa alla brigatista rossa Mara Cagol) e tanti altri. A scorrerne la lista, lunghissima, si capisce che ci sono anche molti imbucati e pure qualcuno che in quanto bestia (in senso pirandelliano) ha equivocato cosa comporti essere animalisti. Che non ce la ci si cava con una trombonesca dichiarazione. Per fortuna i più, pwer non dire tutti, sono ignoti alla stampa internazionale e così si scavalla un’altra figura da peracottari.

giovedì 11 settembre 2014

Renzi: per la rivincita bisogna aspettare il 2017.

Con il comizio di chiusura della festa de l’Unità Renzi si è risparmiato l’hashtag «#volemosebene». Vecchi elefanti e giovani triceratopi dovranno aspettare il novembre del 2017 per giocare di nuovo. Se ci saranno ancora. Però ha offerto una segreteria unitaria. Cioè con un unico pensiero. Unitario.

Probabilmente tutto si può dire di Renzi Matteo, come di ognuno d’altronde, ma non che non parli chiaro. Come pochi, in verità. Magari nelle sue lunghe prolusioni, in genere a braccio, non sempre dice granché ma è un fatto che sa dirlo con estrema chiarezza. Lo pensano in molti. A dimostrazione che nei comizi contano di più le orecchie di quelli che stanno con il naso all’insù che le parole che escono dalla bocca di quello che sta sul palco. Ma è sempre stato così.

Durante il discorso di chiusura alla festa del l’Unità il Renzi ha elencato tutte le meravigliose cose che il governo cioè lui ha fatto in questi sei mesi, che poi di concreta-concreta c’è stata sola l’elargizione degli 80 euro. Sono quegli eurini che, almeno nelle intenzioni avrebbero dovuto accendere un pochino la ripresa, ma non è andata, almeno fino ad ora, così. Gli italici, gente di lunga memoria oltre che incalliti risparmiatori, in previsione di altri guai che sospettano siano sempre dietro l’angolo, si sono ben guardati dallo scialare e li hanno conservati. 

Tutti gli altri provvedimenti doverosamente elencati sono in divenire anche se sono stati talmente ben enunciati che in molti, compresi quelli del governo e il Renzi in testa, li danno per cosa già fatta. Basta crederci. Ciò di cui comunque dovranno farsi una ragione i suoi oppositori interni è che per loro la vita sarà più che grama e questa volta Renzi non l’ha gabellata da furbetto. Dato che se li trovava tutti lì, dai vecchi elefanti come D’Alema e Bersani, ai giovani triceratopi come Fassina e Cuperlo, si è evitato di sprecare l’hashtag che tiene in serbo da un po’: «#volemosebene». E quindi, guardandoli ben benino, ha scandito chiaro chiaro che la partita di rivincita, se proprio ci tengono, si giocherà nel 2017. Puntualizzando che sarà il novembre 2017. Quindi verso la fine dell’anno. Sottintendendo: con chi ci sarà ancora e se potrà. Perché anche questo è da tenere in debito conto e qualche mano è corsa velocemente ad infilarsi in tasca. Poco importa se a questo annuncio di calendario qualche istante prima aveva ecumenicamente offerto la formazione di una segreteria unitaria. Tanto tutti sanno che per unitaria si deve leggere «che abbia un unico pensiero.» Cioà il suo: quello del Renzi. Perché stare nella segreteria, ancorché unitaria, non vuol dire giocare ma solo guardare più da vicino Renzi che gioca. Comunque il Matteo l’ha giocata bene, come quasi sempre. Così se gli altri non ci staranno la colpa sarà solo loro.

Certo che per tutti quelli abituati ai complottini strapaesani in stile pci che scimmiottavano quelli più legnosi del pcuss deve essere stato un bel colpo. Perché un conto è ficcare i denti nella mortadella, che più o meno son buoni tutti e altro azzannare un bel blocchetto di marmo. Che qualche dolorino lo procura. Chissà se i rottamati  hanno riflettuto, magari anche per un solo minuto, sui tanti errori fatti negli ultimi trent’anni e si sono resi conto di quanto il giovane virgulto che li sbertucciava dal palco ne era il frutto.  Eh già perché Renzi è proprio il frutto dell’inanità e della cecità di quelli che non hanno saputo leggere la partita che stavano giocando. Fossero stati vagamente capaci probabilmente sarebbero ancora lì.


Comunque, forse, vecchi elefanti e giovani triceratopi si saranno consolati pensando che uguale sorte, quasi negli stessi momenti veniva riservata a Luca Cordero di Montezzemolo, licenziato da Marchionne in diretta tv. Ma la relazione finisce lì. Montezzemolo ha vinto tanto e loro quasi niente. Montezzemolo se ne va con una buona uscita “privata” di 27milioni ben guadagnati e loro quando si ritireranno avranno il vitalizio “pubblico” da parlamentari. Che sia ben guadagnato è tutto da vedere.

L'incontro 2#puntata

Continuava a spingere e faceva piccoli passi nella direzione stabilita. Ormai mancavano pochi metri a raggiungere la parte esterna della folla quando avvertì un forte strappo e perse la cartella. Gli era rimasto in mano solo il manico. Lo lasciò cadere. Ancora pochi metri e da superare due imbecilli che spingevano per entrare nel girone dei pazzi e sarebbe stato completamente fuori. Quando ne fu uscito era sudato, ansante e affaticato.  Si appoggiò con la schiena ad un pilone e scivolò fino a terra. In quel momento si accorse che erano saltati quasi tutti i bottoni del suo bel cappotto di cachemire . Ne era rimasto solo uno, quello più in basso. Gli era stato strappato anche il taschino della giacca e con lui se n’era andato pure il fazzoletto giallo che considerava il suo portafortuna. Controllò il cellulare e scoprì che era rotto. Non aveva retto alla pressione. «Peggio di così non può andare.» pensò Donnino. Quindi pur rimanendo seduto a terra iniziò a circumnavigare il pilone. Voleva portarsi nella posizione più tranquilla per rilassarsi con calma e concentrazione.
Quando fu dalla parte opposta a dove stava la folla decise che quello era il punto giusto per iniziare una sessione di training autogeno. Si tolse il cappotto e per ottenere una sorta di sgabello, lo appallottolò e lo mise sopra uno zaino abbandonato che si trovava lì attorno. Ci si sedette sopra ed assunse la posizione del cocchiere. Pensò che si sarebbe rilassato meravigliosamente, che non avrebbe più sentito il vociare della gente, che il tempo sarebbe passato senza dargli fastidio e che nessuno l’avrebbe disturbato. Scostò la schiena dal pilone e la fletté in avanti appoggiando gli avambracci sulle cosce e lasciando ciondolare le mani. Fece scendere la testa verso il petto e chiuse gli occhi. Dopo pochi istanti sentì che la rilassatezza cominciava a spandersi dolcemente nel suo corpo. Partiva dalla testa e scendeva verso i piedi. La testa era leggera e iniziava a perdersi nel nulla.
Chissà da quanto tempo era in quella posizione quando sentì una mano che gli toccava la spalla destra. All’inizio era un tocco leggero, delicato poi si faceva via via più forte e vigoroso. Aprì gli occhi, sollevò la testa, la ruotò verso destra e si trovò dinanzi il viso di suo fratello. Non ne era certo ma gli pareva proprio suo fratello.
«Donnino, sono io, Mario» disse l’uomo che gli stava toccando la spalla
Donnino sbatté le palpebre un paio di volte poi, senza dire parola, si strofinò le mani tre volte e se le passò prima sul viso e poi sulla testa. Compì anche questa operazione per tre volte quindi riguardò suo fratello, sorrise e si alzò.
Non si vedevano da anni e da anni non si parlavano e non si scrivevano. In qualche modo avevano cercato di dimenticarsi l’uno dell’altro.
«Ciao Mario – disse Donnino - che ci fai qui?»
«Stavo cercando di partire, come immagino volessi fare anche tu.» rispose Mario
« Già – disse Donnino poi chiese - Hai qualche novità sulla situazione?»
«Non so fino a che punto tu sia arrivato – rispose Mario - ma da pochi minuti hanno detto che le condizioni del tempo sono peggiorate in tutta Europa. Pare che oggi stiamo vivendo dentro la più grande tempesta di neve della storia dell’umanità. Tutte le capitali d’Europa sono bloccate e tutti gli aeroporti sono combinati come noi: impossibile uscire, impossibile entrare. Qui la polizia ha preso il controllo della situazione e gli agenti stanno facendo una sorta di inventario del cibo per poi razionarlo.
Sembra che altrove ci siano stati dei disordini e anche dei morti. Anche qui pareva che le cose dovessero volgere al peggio poi è subentrata la calma. Da qualche parte si sono sentiti dei colpi di pistola. Ora la gente sembra tranquilla ma non c’è da fidarsi è solo depressa. Per questo se ne stanno tutti mogi mogi.»
«Accidenti. Mi sono perso tutto. – commentò Donnino - Ma è meglio il training autogeno.»
«Si certo – chiosò Mario – Meglio, molto meglio. Ma che ti hanno fatto, sei tutto stracciato.»
«Già, tutto stracciato – Donnino guardò la sua giacca e raccolse il cappotto – pensavo di ritornarmene in città e mi sono trovato in quella sorta di frullatore che è la massa amorfa della gente. È stata una faticaccia riuscire ad uscire dalla calca: mi hanno strappato il cappotto, la giacca ed ho perso pure la cartella. Per fortuna non conteneva nulla d’importante se non un libro e dei pacchetti di fazzoletti di carta.»
«Se sarai fortunato la ritroverai. Hai sete?» disse Mario
«Sì berrei un goccio d’acqua. Ma sarà difficile arrivare al bar.» disse Donnino
«Non è necessario, c’eri seduto sopra?»
«Sì? Non mi dire che quello è il tuo zaino.»
«Sì. Quello è il mio zaino.»
«Accidenti. Cosa vuol dire il caso. - commentò Donnino poi dopo qualche istante di silenzio aggiunse – credi nella casualità?»
«Credo nella causalità. – rispose Mario – Ovvero che ad ogni causa corrisponda un effetto e credo anche nella complessità.»
«Cioè?» chiese Donnino
«Credo che da una sola causa possano discendere molteplici effetti. E non necessariamente uno solo. Anzi, quasi mai se non addirittura mai uno solo.»
«Già, la teoria della complessità. – disse Donnino quasi più a sé stesso che in risposta al fratello poi aggiunse – Cosa fai nella vita?»
Mario si inchinò a raccogliere lo zaino, lo aprì e ne tirò fuori una borraccia, ne svitò il tappo e la offrì al fratello. Donnino ne trasse due sorsi. Lasciò che l’acqua invadesse tutto il suo palato e ce la lasciò stazionare per una manciata di secondi poi deglutì e rese la borraccia. Anche Mario bevve qualche sorso poi rispose: «Faccio il medico. – e dopo una pausa aggiunse - In Mongolia.»
«In Mongolia?»
«Sì, in Mongolia. Ci sono andato con una spedizione scientifica. Poi è successo che il posto mi sia piaciuto e che la gente mi sia piaciuta anche di più e così quando gli altri stavano per tornare gli ho detto che io mi fermavo lì.»
«Da quanto tempo … Mario?» chiese Donnino
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«Più o meno vent’anni» rispose Mario
«Già, vent’anni – ripete Donnino – Sono vent’anni che non ci vediamo e non ci parliamo. E siamo fratelli.»
«Già.» commentò laconico Mario
«Ma come è successo?» chiese Donnino.
«Cosa?» domandò Mario
«Il fatto che noi si sia smesso di parlare e ci si sia persi … Io … io … io non me lo ricordo. – disse Donnino – So che da un certo punto in avanti, ma quando è stato non me lo ricordo, ti detestavo, ma non mi domandavo il perché. Ti detestavo e basta. Forse non me ne domandavo la ragione perché sapevo di essermela scordata … vent’anni… più di vent’anni.»
«Non lo so – rispose Mario – neanche io me lo ricordo più. E non me lo ricordo più da tanti, tanti anni. Quando Oyunbileg, mia moglie, mi chiese di te e della nostra famiglia. Ricordo che le risposi di odiarti e lei mi chiese perché. Io non seppi risponderle e mi misi a piangere. E lei mi disse che era strano che si odiasse qualcuno senza saperne il perché e che poi si piangesse per il ‘non sapere’. Poiché sarebbe più logico piangere il motivo dell’odio piuttosto che la sua assenza.»
«Che moglie saggia hai. Sei fortunato.» commentò Donnino
«Sì, è veramente saggia. Il suo nome Oyunbileg significa ‘dono di saggezza’.»
«Hai figli?»
«Sì, cinque. La più grande è Delger poi sono venuti i gemelli Ariun e Bayan, sono maschi quindi l’adorabile Munkhiargal e infine il piccolino Tolui. – poi dopo qualche attimo aggiunse – Dai sediamoci e mangiamo qualcosa»
Stesero il cappotto di Donnino come fosse un tappeto mongolo e si sedettero uno con le spalle al pilone e l’altro alla vetrata. Mario mise lo zaino al centro ne tirò fuori delle strisce di carne secca e formaggio secco che chiamò Arul e chiese a Donnino con che cosa volesse cominciare.
Donnino indicò senza neppure rendersene conto una striscia di carene. Come l’ebbe in mano la portò alla bocca e ne staccò un pezzo con un morso e cominciò a masticare. E mentre masticava pensava. E pensava alla sua vita a quella che aveva avuta e a quella che non aveva avuta. Ed era alla ricerca di quell’antico odio che non trovava più. E pensava al senso della famiglia e pensava che si era smembrata e che si era persa e che nessuno se ne ricordava più. E vedeva la fotografia di quando erano alle giostre e lui che teneva le redini e Mario che rideva e mostrava i suoi dentini. E vedeva quando nuotavano nel mare e dall’acqua spuntavano solo le loro teste. E ridevano. E sembravano felici. E pensava che era riuscito a dimenticare e pensava che aveva sepolto tutto e ora tutto stava risorgendo e gli passava davanti agli occhi come un film e doveva vederlo tutto quel film e non c’era modo di fermarlo. Quel film. Quel film.
(la terza ed ultima puntata sarà pubblicata domani 12 settembre)

mercoledì 10 settembre 2014

L’incontro 1#puntata

Stava cominciando a nevicare quando Donnino scostò la tenda della finestra per vedere se nel parcheggio della piazza ci fossero dei taxi in attesa di clienti.  Nonostante fosse molto presto ne contò una mezza dozzina. Alcune auto avevano la cupoletta illuminata a segnalare di essere liberi mentre altri la tenevano spenta. Un paio di taxisti chiacchieravano vicino al telefono di servizio e nella silenziosa fine della notte si sentiva indistintamente il suono delle loro voci, un altro se ne stava solitario, più distante, a fumare. Si vedeva la brace della sua sigaretta farsi più rossa ad ogni boccata e poi, immediatamente dopo, con l’espirazione, scompariva in una gran nuvola di fumo: aggiungeva la condensa del suo respiro a quello della sigaretta.
Mentre li osservava Donnino pensò a Larry il protagonista de ‘il filo del rasoio’ che, dopo aver trovato sé stesso vagando per il mondo, decise di essere taxista a New York. Già, il taxista a New York, chissà come gli era venuto a Sommersest Maugham di fare finire così l’eroe del suo romanzo meglio riuscito.

La neve continuava a scendere placida e silenziosa, oramai le strade erano diventate in larga parte bianche e nel giardinetto rimaneva scura solo la zona intorno al pino e l’atmosfera si faceva ovattata. Salito in vettura, Donnino, prima salutò poi diede all’autista l’indicazione dell’aeroporto.
«Chissà se faranno decollare gli aerei questa mattina.» disse il taxista che era uno dei due che stava chiacchierando vicino al telefono.
«Sembra di sì.» rispose Donnino e dal tono della sua voce l’altro intese che non aveva voglia di parlare e quindi se ne stettero tutte e due silenziosi: il conducente concentrato sulla strada e Donnino a guardare fuori dal finestrino il paesaggio urbano che stava lentamente mutando di colore.
«Forse avrei dovuto fare il taxista. - pensò Donnino – Sarei vissuto da anarchico, come forse voleva fare Larry. Sarei stato ricco di tempo e di passioni soddisfatte. Avrei lavorato solo ai parcheggi, così d’avere lunghe pause e il tempo di leggere. Avrei tenuto la radio sintonizzata sul terzo canale così da seguire in diretta le mie trasmissioni preferite e non doverle scaricare di notte per poi non riuscire mai ad ascoltarle. Avrei fatto festa a piacere e sarei andato a tutte le mostre di pittura della città e anche a quelle delle città vicine. E magari avrei pure ricominciato, anzi non avrei mai smesso di andare a pescare. Già, sarei stato un anarchico. Adesso è troppo tardi ma forse anche no.»
«Nazionali o internazionali?» chiese il taxista
«Internazionali.» rispose automaticamente Donnino.
L’auto slittò leggermente nel momento della fermata e Donnino pensò che forse quelli dell’aeroporto erano stati un po’ troppo ottimisti a dirgli che non erano previsti problemi né per le partenze né per gli arrivi. Ma fu il pensiero di un attimo.
Non c’era fila al check-in e non c’era tanta gente neppure al controllo del bagaglio. Un uomo davanti a lui, piccolo e calvo con ampie chiazze di sudore sotto le ascelle dopo aver piegato meticolosamente la giacca e averla riposta nel vassoio azzurro protestò per il fatto di doversi togliere anche le scarpe e sfilare la cintura dei pantaloni. Una scena già vista mille volte. Banalmente noiosa.
«C’è sempre un fesso che protesta per questo e se la prende con le persone sbagliate. – pensò Donnino – Che c’entrano gli addetti alla vigilanza con le procedure? Non sono loro che le stabiliscono, anzi, loro le subiscono.»
Superato lo sbarramento si diresse prima al bar dove ordinò un caffè, una spremuta e due brioche e poi all’edicola: acquistò due quotidiani e una rivista. Il viaggio sarebbe stato lungo e non si sentiva nello spirito di parlare con un eventuale vicino. In aereo come in treno si fanno sempre i soliti discorsi infarciti di banalità è per sfuggire da questi che sceglieva il posto di corridoio. Alla peggio si alzava e se ne andava, senza avere la preoccupazione di dover chiedere il permesso di passare a qualcuno.Si diresse a quello che di solito era il gate di partenza, si scelse una poltrona defilata di fronte alla vetrata e cominciò a sfogliare i giornali.

Mancavano dieci minuti all’imbarco quando l’altoparlante annunciò che il suo volo era stato posticipato di circa un’ora per consentire ai mezzi di servizio di rimuovere la neve dalla pista.
Donnino piegò il giornale e si alzò per sgranchirsi le gambe, i gate che poteva vedere d’infilata erano strapieni di gente, lanciò un’occhiata al monitor più vicino e notò che tutti i voli erano stati ritardati.
Una signora poco distante da lui fermò una hostess per chiedere informazioni e sentì che questa dava rassicurazioni.: «Si partirà senz’altro, appena i mezzi spargisale avranno finito il loro lavoro.»
La neve continuava a cadere e i fiocchi erano più grossi e più fitti.
«Forse varrebbe la pena tornarsene a casa e andare in ufficio. – pensò – Magari aspetto lo scadere dell’ora di ritardo e poi me ne vado.» Si sedette e si rimise a leggere.
Finì i giornali e anche la rivista e quindi attaccò gli ultimi capitoli di Giuseppe il nutritore di Thomas Mann. L’ora di ritardo era in prossimità di scadenza quando l’altoparlante comunicò che questo sarebbe stato prolungato anche in considerazione del fatto che l’aeroporto di destinazione si trovava in una situazione peggiore «a causa delle avverse condizioni atmosferiche.»
La gente cominciava a rumoreggiare, il nervosismo serpeggiava, un paio di tizi, una decina di metri più in là, cominciarono a litigare con un assistente di volo: prima urli poi insulti e quindi qualche mano cominciò a roteare. Intervennero velocemente due poliziotti che con fare deciso e che non ammetteva repliche invitarono i litiganti a seguirli. Dopo l’esempio la folla continuò a mormore, ma piano, sottovoce.
«Colpirne uno per educarne cento – disse tra sé Donnino – funziona sempre. Santo Mao Tse Tung.» E ghignò.
Pensò di andarsene anche se il bagaglio era già stato avviato all’imbarco, ci avrebbe pensato Helmut il suo efficiente segretario teutonico, a recuperarlo.
Abbandonò i giornali su un tavolinetto, mise il libro nella sua cartella e si avviò all’uscita. Dopo poche decine di metri si trovò prigioniero di una massa umana che come un mostro dei fumetti fagocitava chiunque gli passasse vicino e una volta dentro quel girone sembrava impossibile uscirne. Si era spinti da destra verso sinistra e poi da dietro in avanti quindi da sinistra a destra e dal davanti indietro. Pareva di essere nella metropolitana di Tokyo nell’ora di punta. Con l’aggravante di essere pure shakerati.

Sentì qualcuno urlare che non c’erano taxi e che l’intera città era bloccata dalla neve. Le connessioni internet e dei cellulari saltavano in continuazione. Pareva di vivere una situazione alla blade runner.
Donnino si sforzava di togliersi da quella situazione e spingeva per portarsi ai margini di quella folla. Un tizio gli montò su un piede e un altro gli diede una gomitata ad un fianco. A un certo punto gli mancò il fiato un piccoletto stava sbattendo insistentemente la testa contro il suo plesso solare. In quei movimenti forsennati eppure placidi la forza d’urto della massa era impressionante. Perdere l’equilibrio e cadere in quella situazione significava morire. Si sentiva schiacciato e strattonato da ogni parte, non riusciva a vedere le sue mani e a momenti neppure a respirare. (la seconda puntata domani 11 settembre)

martedì 9 settembre 2014

19,40 il nuovo programma di Floris: inizio deludente.

Chi si aspettava una sorpresa non l’ha trovata. C’è anche Pagnoncelli con i suoi cartelli. Vero che squadra che vince non si cambia ma meglio cambiare prima di una sonante sconfitta. In compenso Susanna Camusso è stata spiritosa con una battuta fulminante su Renzi. Ma meglio non farci l’abitudine. Si spera, moderatamente, nella seconda puntata.

Con grande battage pubblicitario, ma messo in onda solo su la7 e quindi fatto in economia, è stata data comunicazione che l’8 settembre sarebbe andata in onda la prima puntata della nuova trasmissione di Giovanni Floris. Gli amanti del genere e anche quelli che provano simpatia per le radici sarde del conduttore hanno atteso trepidanti la fatidica data. Oddio qualcuno, soprattutto chi ha memoria storica, ha fatto notare che l’8 settembre non è propriamente una bella data per iniziare un’avventura. Però quest’anno l’8 è caduto di lunedì e pensare di far iniziare un programma di martedì a Cairo ed alla sua tribù deve essere parso troppo trasgressivo. E poi perdere un giorno di inserzioni non deve essere stata un’idea apprezzata da quelli dell’amministrazione.

Per il titolo non si sono sprecati troppo. Hanno deciso che l’orario d’inizio fosse di suo già una bella trovata. Probabilmente qualche acuto pubblicitario avrà anche almanaccato sul fatto che con 19,40 si sarebbero ottenuti due vantaggi: un titolo con l’aspirazione di essere originale e in più la comunicazione avrebbe lavorato, capitalizzato avrà senz’altro detto il pubblicitario,  sull’orario di inizio. Che dire di essere prima del tg di Mentana non sembrava sufficiente. Evvabbene.

Nelle interviste di lancio Giova Floris ha spiegato che lui intendeva fare un programma nuovo, originale e soprattutto tutto suo centrato sulla notizia del giorno. Le premesse facevano salivare le menti e ognuno cercava nella memoria un qualche vago esempio. A quelli un po’ âgée, ma anche ai giovani amanti del giornalismo televisivo, è venuto quasi subito alla mente il programma del 1995 intitolato il Fatto condotto da Enzo Biagi. Certo il paragone tra il brillante Giova e il mostro sacro Biagi poteva parere azzardato ma un po’ di fiducia bisogna pur darla ai giovani. Se la si dà a Renzi, la fiducia, la si può concedere anche a Floris che alla peggio farà meno danni. E quindi tutti in attesa.


Finalmente il grande giorno è arrivato e come sempre accade quando le aspettative sono alte la prima puntata del programma è stata una delusione. A voler esser buoni si può dire di una mezza delusione: si è assistito a un Ballarò in sedicesimo. Stesse interviste, stessi sondaggi, stesso Pagnoncelli, insomma lo stesso di tutto solo in venti minuti e con un Floris seduto alla scrivania anziché girovagante nello studio. E questo è logico perché un conto è zampettare per lo studio solo il martedì e un’altra tutti i giorni feriali. Potrebbe magari non farcela. Insomma per quello che s’è visto tanto valeva rimanere alla Rai. 

A risollevare la sorte della trasmissione e guadagnarsi la parte di bicchiere mezzo pieno ci ha pensato Susanna Camusso. non per quello che ha detto nell’ espletamento della sua funzione di segretario generale della Cgil, tutto sommato scontato e banalotto quanto per una battuta fulminante. Probabilmente l’unica che le sia mai venuta e che probabilmente le deve essere scappata ma che passerà alla storia della comicità. Giova Floris domanda: «Renzi sarebbe un buon sindacalista?»  Susanna risponde: «Credo di no. Non mi pare che abbia passsione per il lavoro.» Splendido. E ha riso anche la Camusso. E per finire Giova a ripetuto il suo solito: «Alé» Come a Ballarò. Adesso non resta che aspettare la trasmissione di domani: quella corta prima del tg di Mentana e quella lunga dopo il tg di Mentana. Ma le aspettative sono decisamente più basse. Alé 

domenica 7 settembre 2014

Renato Farina, detto l’infame (da Mentana), torna nell’Ordine.

Due anni fa l’ordine rifiutava la riammissione. Oggi invece lo fa all’unanimità. Chissà cosa è cambiato. Il Corriere dà la notizia ma non commenta. Una volta la farina del diavola andava in crusca. Adesso non più.

E così, come nelle favole, anche nella vita di tutti i giorni qualche volta c’è un lieto fine. Lo sta vivendo Renato Farina, ex vicedirettore a il Giornale, ma anche a il Resto del Carlino, ma anche fondatore di Libero,  ma anche ex agente segreto del Sismi, questo i giornalisti non lo possono fare, con il vezzoso nomignolo di Betulla, ma anche giornalista dimissionario dall’Ordine,per non essere radiato, ma anche ex parlamentare Pdl, ma anche ex giornalista in incognito con il nom de plume di Dreyfus, che per poco, grazie ai suoi articoli, Sallusti Alessandro finiva in galera,  nonché definito da Enrico Mentana:«Infame.» Beato lui. 

Chissà come se lo gusta bene il suo lieto fine che se non fosse suo sembrerebbe scritto da Frank Capra.  Ai normali di questi tempi non succede spesso di andare a sbattere contro un lieto fine. Anzi, gli va bene se riescono a non cozzare contro una lettera di licenziamento o contro una riduzione del contratto o, in anticipo sui tempi, in una influenza.

La notizia della riammissione del dimissionario è stata data dal Corriere della Sera con una colonnina che più striminzita non si poteva (giovedì 4 settembre) a pagina 9. E senza una riga di commento. Così non si corrono rischi. Si potrebbe dire a voler essere maliziosi. Ma di malizia qui proprio non ce n’è. Nella colonnina, neanche troppo piena di testo, viene però riportata l’opinione di Farina Renato che per l’ennesima volta racconta di aver fatto tutto: «in buona fede con l’intenzione di salvare il mondo.» Evvabbé. La storia è piena di gente che voleva salvare il mondo che poi sono quelli che hanno fatto più danni. Anche perché ad avere questa idea si può essere solo o martiri o pazzi e in entrambi i casi si finisce poco bene. Così insegna la storia. Chi invece se la cava in genere appartiene ad altre categorie che con i termini “buona” e “fede” hanno scarsa dimestichezza. Comunque ognuno se la racconta come crede.

Una domanda di riammissione il Farina Renato l’aveva già presentata nel dicembre 2012 ma fu respinta. In quella occasione l’Ordine motivò la decisione con il comportamento tenuto dal Farina negli anni precedenti e in particolare ricordava una sentenza di patteggiamento per la sua collaborazione con i servizi segreti. Poi all’ordine non era andata giù la furbatina delle dimissioni per evitare la radiazione e, giusto per finire, che si era bellamente impippato del divieto di esercitare la professione.  Tre bei motivi non c’è che dire. Per questo Frank Capra non avrebbe girato questo finale.

Tre giorni fa, invece, tutto sparito e anzi il ritorno del figliol prodigo è stato salutato all’unanimità. Poiché a nessuno, proprio a nessuno è venuto neanche una puntina di dubbio. Quel tanto o poco  che può portare non a votare contro ma almeno ad astenersi. E invece no. Che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, diceva il Manzoni. Magari un commentino, nel senso di piccolo commento, su tale repentino cambiamento di sentire a neanche due anni dalla precedente sentenza ce lo si sarebbe aspettato dai giornalisti del Corsera visto che lì dentro di moralizzatori, e con valore, ce n’è più d’uno. E invece no. Chissà se sarà data adeguata pubblicità alle motivazioni per il reintegro o se queste finiranno in altre colonnine sommerse da ben più importanti pezzi. Che a quanto pare il senso della morale non sempre ha spedito corso.

Che poi a ben vedere l’articolo a firma Dreyfus nel quale si accusava un magistrato di aver costretto una minorenne ad abortire aveva poco a che fare e con la buona fede e con il desiderio di salvare il mondo. E di questo si dovrebbe, in un Paese normale, tener conto anche per evitare che il commento popolare sia: can non mangia cane. Il che non è bello.

Una volta si diceva che la farina del diavolo va tutta in crusca, ma i tempi son cambiati e anche il diavolo e la farina non sono più come quelli di una volta.

sabato 6 settembre 2014

Matteo Renzi non va a Cernobbio? Allora non ci vado neanche io.

Renzi va dove si produce e non dove si chiacchiera. Dice lui. Gli altri si adombrano. Ma quest’anno Cernobbio sembra una sezione dell’Ancr (associazione nazionale combattenti e reduci) con l’esotico tocco di una bella carrettata di trombati.

Matteo Renzi il dissacratore (che poi è la variante più carina di rottamatore) ha deciso di non andare a Cernobbio all’autoreferenziale seminario dello studio Ambrosetti. Ha preferito spostarsi in quel di Brescia, Gussago, per inaugurare uno stabilimento di proprietà di uno dei vicepresidenti di Confindustria. Nella scelta, ha fatto filtrare il buon Matteo,  ha pesato che a Gussago si produce (rubinetteria) per davvero, sottintendendo che invece sulle rive del lago di Como le chiacchiere stiano a mille. Che arrivare a questo per uno come lui deve essere stato non poco faticoso.

Ai partecipanti alla manifestazione di inaugurazione Renzi Matteo ha recitato, forse un po’ stancamente ma questo succede anche ai più grandi dei mattatori, il solito copione: che lui vuol rinnovare l’Italia, che è in linea con il cronoprogramma, ma forse su questo punto dovrebbero aggiornarlo e che, questa è nuova nuova, le riforme si faranno «costi quel che costi.» Frase un tantinello preoccupante perché di solito vien detta da chi nell’affare non ci rimette il becco di un quattrino. E in quanto al rischio lo lascia tutto agli altri. Comunque bene che si sia sforzato di tirar fuori un’altra frasetta che assurgerà a tormentone per qualche giorno.

S’è poi saputo da fonti bene informate che a lui i salotti buoni non sono mai piaciuti. Cosa che non è particolarmente originale perché la sera prima a la7 nella trasmissione In Onda lo stesso concetto era stato spiattellato crudo crudo anche da Diego Della Valle. Anche se poi lui  nel salottissimo Rcs ci è entrato e pure con una certa irruenza. Però, dice Della Valle, l’ha fatto a fin di bene con l’idea, anche lui, di cambiare il Paese. Con questa idea fissa di cambiare l’Italia oramai ne circolano così tanti che non si riesce più a capire cosa possa rimane. Si spera si salvino il gelato cioccolato e limone, Tex Willer, la pizza, gli spaghetti, la tagliata di chianina e il Teroldego Rotaliano. E magari anche La Manovella, magnifica rivista delle auto d’epoca così si può godere del bello che fu.

Comunque, l’edizione di quest’anno di Cernobbio pare decisamente scarica e più che ad un salotto buono assomiglia ad una sezione dell’Ancr, associazione nazionale combattenti e reduci. Con in più l’esotico tocco della trombatura. Hanno infatti organizzato un seminario con Barroso, Almunia, Trichet, Prodi (trombato tre volte) e per essere certi di fare l’en plein hanno chiamato a moderarlo Enrico Letta (trombato due volte: una reale e una virtuale). Sui tavoli s’immagina che oltre alla solita acqua minerale ci sanno confezioni giganti di kleenex. Alla commozione dei ricordi non si comanda.

Naturalmente non manca Mario Monti che è un habitué, solo che prima poteva pontificare dicendo «io farei, io direi» mentre adesso deve solo dire «io non ho fatto e io non ho detto.». Poi c’è Tremonti il Giulio della finanza creativa che non ha perso il suo buon umore e riconduce tutto al «io l’avevo detto» e al colmo dell’riginalità difende i tagli lineari. A riprova che la storia non sempre insegna qualcosa o meglio: puoi portare l’asino all’acqua ma non puoi obbligarlo a bere.  
Svetta per logorrea e non solo il Brunetta Renato che, al solito suo, fa battute di lega bassa. Molto bassa. Comunque mai tanto giù come quella dell’ex ministro Vittorio Grilli che s’appella al becero  qualunquismo dicendo che:«Gli italiani le riforme non le vogliono fare.» Battuta arcaica già raccontata da Mussolini, ripresa  anche da Berlusconi nonché parafrasata da D’Alema («gli italiani sono di destra» Nella trasmissione Smacchiare il gattopardo). Trust di cervelli. Insomma il parterre è un filino desolante.


Quindi come dare torto a Renzi Matteo se non ha voglia di vedere questa gente. E comunque a Cernobbio non ci vado neanche io.

martedì 2 settembre 2014

Matteo Renzi malato di annuncite? No, portatore (sano?) di procrastinite.

Per combattere l’italica malattia chiamata infattibilità si è usato come vaccino l’annuncite che però, per troppo uso, si è trasformata in una nuova malattia. Per debellare l’annuncite e l’infattibilità si è riscoperto il  fermento prōcrāstinātiō. Il tutto sperando nella reificazione, magari a breve, del buon senso.

Tra le virtù dell’italico popolo c’è la capacità dissacrante di saper ridere di tutto, compreso delle proprie sciagure. 
Quindi figurarsi se ne poteva andare salvo il buon Matteo Renzi che per adesso grosse marachelle ancora non ne ha fatte. A parte quel divertente twitter #enricostaisereno# che però è da ascriversi più che ad altro alla categoria degli scherzi goliardici che fiorentini e pisani si scambiano da sempre. E così il buon Matteo è stato accusato di essere un portatore, non sempre sano, di annuncite. Malattia terribile di cui nessun politico è mai stato esente. Anche perché l’annuncite. sapientemente dosata ha saputo essere talvolta una medicina quasi miracolosa.

Storicamente, l’annuncite era nata come antidoto all’altra endemica malattia che attanaglia il flaccido corpaccione a forma di stivale che galleggia nel Mediterraneo il cui nome scientifico è infactibilitas (infactibilitatis)  italica.  Mentre quello volgare è infattibilità e pure ci sono diverse varianti regionali del tipo, da sud a nord: nun se pò fa oppure se po’ minga fà. Verbalizzazioni diverse ma il senso è lo stesso: non c’è trippa per i gatti.

Il morbo della infattibilità è di quelli iperattivi, tipo ebola per intendersi,  infatti si trasforma geneticamente con notevole velocità ed è capace di prendere nuova forma anche nel giro di 24/36 ore. Appena si intravvede la possibilità di far qualcosa e pare che il terreno sia sgombro ecco che il morbo si trasforma e spunta un codicillo od un diritto acquisito che ne impedisce l’attuazione. Però se nessuno lo sfrucuglia il morbo è capace di sonnecchiare e di rimanere immobile per anni. O anche per decenni.  Che poi è la sua aspirazione.

Scopritore della malattia fu il principe di un’isola microscopica che di nome fa Salina che ne parlò in un libro, pubblicato postumo, dove la diagnosticò con questa lapidaria frase: «bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.» Non molti ne capirono immediatamente il senso anche se alcuni, gli abitanti dell’oltre Tevere per esempio, ne erano già a conoscenza da qualche migliaio d’anni. Per questo ogni loro decisione aveva tempi di attuazione così incredibilmente lunghi che poi furono definiti «tempi biblici.» Però in quella diagnosi era insita, in qualche modo, anche la terapia.

In tempi più recenti e ne accorsero anche i democristiani e in particolar modo due loro sottospecie: i dorotei e i morotei. Loro capirono che per debellare la malattia dell’infattibilità poteva essere sufficiente l’annuncio.  Pensavano questi che l’annuncio di un’idea, di un cambiamento, di una seria riforma, messo su carta col tempo e quasi senza intervento umano questa si sarebbe reificata. Quindi l’annuncio come terapia della infattibilità. Però a lungo andare la terapia si è trasformata in malattia. Combattere l’inappetenza con cibi gustosi e saporiti è giusto ma se la medicina piace troppo e l’inappetente ne assume in abbondanza si trasforma in un obeso. Ecco questo è quello che è successo alla terapia dell’annuncio: si è trasformata in annuncite.

A questo punto il buon Matteo Renzi che è giovanotto sveglio ha scovato nel suo archivio storico il fermento che cura all’annuncite. Il nome scientifico è prōcrāstinātiō (prōcrāstinātiōnis)che tradotto in italiano suona all’incirca procrastinazione. Ovvero spostare il termine per la reificazione dell’idea inoculata con l’annuncite un po’, anzi un bel po’, più in là, quasi all’infinito. Il paradigma è chiarissimo: si prenda una qualsiasi riforma, di quelle vere, per intenderci non quella farlocca sulle pensioni ma una che, per esempio faccia pagare le tasse secondo i reali redditi, la si ponga al centro del parlamento e la si fissi intensamente: si reificherà. Quando? Col tempo, Non saranno cento giorni ma forse mille e quasi sicuramente quando questi saranno passati si scoprirà che prima di dire che la cosa non ha funzionato occorrerà ancora un po’ di tempo. Solo passato il tempo definito: 100, 1.000, 10.000 o 100.000 si potrà criticare se l’esperimento non è andato a buon fine. Ovviamente potranno criticare solo quelli che ci saranno ancora. Beati loro.

Probabilmente questo è quello che pensava anche il comandante Schettino: come si fa a dire che la nave affonda se non la si vede effettivamente affondare? Per questo stava tranquillamente su una scialuppa e osservava.


E poi c’è l’esempio storico di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore che sfiancò i nemici senza mai fare battaglie ma solo con la guerrilla. Quindi auspicando ogni bene festeggiamo Matteo Renzi Procrastinator e attendiamo fiduciosi il giorno di poi del mese di mai.