Cerca nel blog

martedì 19 agosto 2014

Piazza di Siena: domenica pomeriggio -1#puntata

I concorsi sono la mia passione. Fin da quando ero piccolo. Il mio sogno, ma chi non lo ha sognato, è di gareggiare a piazza di Siena. E quante volte mi sono visto entrare in campo, girare tra gli ostacoli, sentire gli occhi di tutti puntati su di me e fermarmi dinnanzi al palco della giuria per il saluto e poi al suonar della campana prendere il galoppo, fare una larga curva e quindi inquadrare il primo ostacolo. Ah, che spettacolo non vedo l'ora che succeda. L'emozione mi ha sempre preso, al solo pensarci. Già, questo è il mio sogno più grande. La mia massima ambizione. Fino ad ora mi sono dovuto accontentare di concorsi meno prestigiosi anche se sempre più spesso ho preso parte a dei nazionali e a degli internazionali. Gli ostacoli si sono fatti sempre più alti e i tracciati più maliziosi ma, come ha sovente detto il mio maestro, bisogna farsi le ossa. Ho ancora negli occhi la prima volta che fui portato ad un concorso: ne rimasi impressionato. Era proprio qui, a piazza di Siena. Ci venni con mio padre e mia madre, loro gareggiavano. Per dirla tutta quella prima volta mi agitai e per essere assolutamente sincero devo dire che mi spaventai pure un poco. Non avevo mai visto tanta gente e tutta insieme, fino a quel momento. E neppure mi pareva di aver mai visto tanti colori e sentito tanti suoni. Tutte quelle voci che si sommavano le une alle altre e le risate, soprattutto quelle delle donne. A ripensarci mi corrono ancora brividi lungo la schiena. E poi quel campo, ovale, mi pareva immenso e quegli ostacoli insormontabili. Chi mai avrebbe potuto saltare così in alto,mi domandavo. E i miei occhi galoppavano senza freno ovunque. E le bandiere? Quante bandiere, anche queste impazzavano di colori, quanti colori e sventolavano che a vederle così alte il cuore mi saltava in gola. Erano tutte in fila su alti pennoni e sembravano tenere tutto sotto controllo. Ricordo che mi chiesi come sarebbe stato vedere le gare da quell'altezza. C'era da far perdere la testa ad un grande ed io ero piccolo. Avevo compiuto tre anni da qualche mese.

Mi ci volle un bel po' di tempo prima di tranquillizzarmi e cominciare ad osservare con calma ed attenzione tutto quanto mi stava attorno. Le donne. Le donne poi mi facevano impazzire. Erano bellissime. E profumate. Quasi tutte indossavano cappelli: di tutte le fogge e di tutte le dimensioni. Alcuni con larghe tese altri con lunghi nastri che ne cingevano la cupola e scendevano fino alle spalle, altri ancora erano adornati di piume colorate che svolazzavano di qua e di là ad ogni movimento.. C'erano poi quelli ben calzati nel centro della testa e c'erano quelli più piccoli, posti di sghimbescio che vi parevano appena appoggiati. Quelle poche signore che ne erano senza li sostituivano con grandi fiocchi di raso che parevano dei fiori. A quel tempo mi chiedevo come potessero rimanere fissati su quelle vaporose capigliature e non scivolassero a terra.
Comunque, sia che fossero dei cappelli o dei fiocchi erano intonati ai colori dei vestiti che parevano leggeri, impalpabili. Alcuni arrivavano alla caviglia altri si fermavano al ginocchio. Tutti però erano leggeri e ondeggiavano con grazia sui quei corpi meravigliosi che si aveva l'impressione di vedere in trasparenza. Avrei scoperto, con gli anni, che i vestiti più belli e più morbidi sono fatti di seta. Molte delle signore portavano alle dita e ai polsi dei cerchietti gialli e alcuni con delle pietre e quando muovevano le mani tintinnavano e lanciavano lampi di luce. Incantevoli. Gli uomini mi interessarono meno. I loro vestiti erano quasi tutti uguali salvo qualcuno che indossava giacche con due code e portava sulla testa degli strani piccoli tubi. I colori poi erano soltanto due: talvolta grigio chiaro e talaltra grigio scuro, quasi nero. Niente a che fare con la grazia delle donne. In ogni caso non riuscivo proprio a togliere gli occhi da tutta quella gente così colorata ed elettrizzante. Tutto mi avvinceva. Anche il suono delle risate e delle conversazioni che scivolava in un brusio sempre più flebile fino a dissolversi del tutto appena il nuovo binomio entrava in campo e poi quegli ooooh prolungati quando un ostacolo cadeva. E i caldi applausi dopo un percorso netto. Ricordi della prima gioventù.

Oh s,ì tutto mi piacque quella prima volta. E tutto questo continua a eccitarmi anche ora che sono diventando un veterano dei concorsi. E adesso sono qui, a piazza di Siena. Finalmente il mio sogno è stato coronato. Certo arrivarci non è stato facile. Ci sono voluti anni e tanto, tanto allenamento. Quante ore ho passato nel rettangolo in assetto di scuola. Molte quelle dedicate al lavoro in piano più di quelle spese nel salto. Il riscaldamento prima di ogni sessione di lavoro è fondamentale sia per il cavallo sia per il cavaliere: passo a redini lunghe e poi continui cambi di andatura e transizioni: passo-trotto-passo. E fermate. E riprese al passo. E poi di nuovo trotto e circoli e tagliate trasversali e longitudinali e cambiamenti di mano. E di nuovo transizioni: trotto-galoppo-trotto e poi passo e poi ripresa al trotto. E poi di nuovo galoppo. E poi esercizi di cessione alla gamba e spalla in dentro ed appoggiate. Una vera faticaccia. Ma indispensabile. E quante barriere a terra. E quanti dentro-e-fuori, che sono degli ostacoli anche bassi messi ravvicinati che appena si tocca terra dopo averne superato uno subito bisogna saltarne un altro. Non c'è neanche lo spazio di un tempo di galoppo. Per chi guarda da fuori sembra di vedere un'onda: su-giù-su-giù. Tutti esercizi che servono al binomio: a sciogliere la muscolatura e la schiena dell'animale e al cavaliere per avere maggior confidenza con il cavallo. Già perché nell'equitazione una delle parole chiave è fiducia. Il cavaliere deve fidarsi del cavallo e il cavallo, allo stesso modo, deve fidarsi del cavaliere. Se non c'è la fiducia non c'è storia. In quella manciata di secondi che corrono dall'inizio del percorso al momento in cui lo si termina il cavaliere ed il cavallo si giocano tutto: i mesi di allenamento, la fiducia reciproca e il futuro.

È come se tutta la vita fosse rinchiusa in quel poco tempo del percorso ed in quello spazio che sembra enorme ma che quando ci sei dentro diventa minuscolo. A me capita proprio così quando entro nel rettangolo: rivedo brandelli della mia vita. E adesso mi stanno passando davanti agli occhi le immagini di quando vidi per la prima volta Veronique. Bellissima. (continua, la seconda puntata giovedì 21)

Nessun commento:

Posta un commento