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lunedì 30 giugno 2014

Pos o non Pos? La legge così com'è non serve. Al solito.

La questione Pos è gestita secondo la classica metodologia italica: tanto rumore per nulla. C’è la regola ma non è prevista la sanzione per chi la infrange, L’uso del Pos è in sostanza facoltativo. Le esperienze di Cortina e Portofino non hanno insegnato nulla. Altro che lotta all'evasione fiscale.

Con un decreto, la cui arditezza avrà senz’altro stupito gli altri membri dell’Unione, il governo italiano ha deciso che tutti gli esercizi commerciali ed i liberi professionisti e gli artigiani debbono dotarsi a partire da oggi 30 giugno 2014, di un POS per registrare (eventualmente) ogni incasso superiore a 30,00€.

Il governo che ebbe la fulminante idea con la quale combattere l’evasione fiscale, si era nel 2012, fu, neanche a dirlo, quello del professor Mario Monti. Mai nessuno riuscì a dimostrare più chiaramente di quello la veridicità dell’adagio che già nei tempi antichi suonava con queste parole:«Chi sa fa. Chi non sa insegna.» E infatti al Belpaese è toccato di avere un governo di professori che non sapevano proprio da che parte girarsi ed hanno lasciato il Paese prostrato e come punta d’eccellenza una ministra come la Fornero che, parole sue, in quel mestiere «non ero proprio ferratissima.» E si è visto e toccato con mano.

Comunque il decreto POS fu approvato e nel giro di un anno (dicembre 2013) ne venne definita l’attuazione. Ovviamente non si è tenuto conto né del costo dell’oggetto, viene ceduto in comodato dalle banche a fronte di un canone d’affitto, né della metodologia di calcolo del costo della singola operazione e neppure della dimensione del punto vendita. Non ultimo che questa spesa sarebbe andata ad aggiungersi a tutti gli altri balzelli e tassazioni che, ancorché evasi, rappresentano la croce di ogni contribuente. Già perché il costo di tutta l’operazione viene poi, a rigor di logica, ribaltato sul cliente. Quindi aumento del costo della vita quindi aumento dell’inflazione. Evviva. Senza contare che la disposizione dice che l’avere il Pos non implica il suo obbligatorio utilizzo ma solo la possibilità per il cliente di effettuare il pagamento in modalità elettronica. Ma non è che si può stare a guardare tutto. Specialmente quando a sproloquiare sono dei docenti.

Quindi come porre rimedio a tutto ciò? Nel modo più semplice ovvero definire l’obbligo ma non la sanzione per chi a quell’obbligo non si attiene. E così da oggi tutti i negozi ma anche tutti gli artigiani, incluso l’idraulico che non si trova mai perché sempre occupato e che piange miseria ad ogni piè sospinto, incluso il professionista, dentista od avvocato o architetto che sia, dovrà possedere un POS per obbligo ma non necessariamente dovrà usarlo. E se scoperto a non usarlo non potrà essere sanzionato poiché il legislatore non ne ha definito e neppure l’entità della sanzione. Senza contare che non c’è alcun reale vantaggio per il cliente ad effettuare il pagamento con il marchingegno in questione (ad esclusione del non andarsene in giro con il portafoglio gonfio)  e quindi può pensare di accordarsi con il fornitore del servizio in altro modo. Le esperienze di Portofino e di Cortina con l’incremento del numero degli scontrini fiscali alla semplice vista di una divisa qualche cosa avrebbe dovuto insegnare. E tutti, detto per scrupolo, avevano il simpatico POS che faceva bella mostra di sé sul banco, vicino alla cassa.

Comunque bene così. Però che succede nell’ideale mondo del governo se un cliente ha esaurito il plafond della sua carta di credito ed è mal messo sul suo conto corrente bancario? E se ha dimenticato a casa il bancomat? Non potrà fare la spesa? E se ci si accorda con il panettiere o il ristorantore per due scontrini da 25,00€ cadauno invece di uno da 50,00€? E per le persone anziane che non hanno dimestichezza con questi mezzi di pagamento elettronici? E per gli stranieri che lavorano in Italia ma  non usano i servizi bancari  perché per loro troppo cari impegnati come sono a mandare i soldi guadagnati alle famiglie nei paesi d’origine?  E per chi non può sostenere il costo dei servizi bancari? E si potrebbe andare avanti. Tutto questo si chiama complessità.


E comunque non è con il POS che si potrà combattere con efficacia  l’evasione fiscale. Sempre più il Belpaese del terzo millennio assomiglia alla Milano manzoniana dove la ferocia delle grida  del governo era inversamente proporzionale  alla loro efficacia.

domenica 29 giugno 2014

Silvio Berlusconi apre ai gay. Dopo la Pascale e Vittorio Feltri.

Nuove domande di iscrizione all'Arcigay: VittorioFeltri e Francesca Pascale. Ma l’Arcigay ci crede tra il sì e il no a queste conversioni e pone delle condizioni. Quando si è sulla strada del declino politico magari si pensa a strumentalizzare tutto e tutti. Come la pecunia i voti non olent.

Vittorio Feltri e Francesca Pascale
Nulla, o quasi, è meglio di un ravvedimento in politica perché, dice la vulgata, soltanto gli imbecilli non cambiano mai opinione. Ma d’altra parte non è vero il contrario: non basta cambiare opinione  per non essere più imbecilli. Chi imbecille è imbecille resta nonostante il simpatico valzer dei possibili tanti cambiamenti di pensiero. Che  la norma vuole siano  contraddittori. Comunque è un dato di fatto che passare da posizioni retrive, omofobe e pure un po’ fasciste a una  posizione che, anche poco assomigli al vivere civile laico ed al buon senso è un gran passo in avanti. E Berlusconi Silvio, ex presidente del consiglio, ex cavaliere del lavoro, nonché ex senatore e machista incallito (da vedersi se diventerà ex anche in questo) e attualmente in prova ai servizi sociali pare si sia convinto al grande passo: i gay e le lesbiche e i/le transgender sono persone come tutte le altre. Complimenti. Allelujia. Complimenti.

Arrivare a questa conclusione alla soglia degli ottanta anni non denota certo agilità mentale piuttosto, ad essere maliziosi, una qualche lentezza nell’apprendimento degli elementi basilari dell’educazione civica. Ma in fondo nessuno è perfetto. E Berlusconi Silvio, come dimostrato con ampiezza di prove negli ultimi venti anni, meno che mai. La dichiarazione che il domiciliato di Arcore ha rilasciato suona così: «Quella per i diritti civili degli omosessuali è una battaglia che in un Paese davvero moderno e democratico dovrebbe essere un impegno di tutti. – aggiungendo – Da liberale ritengo che attraverso un confronto ampio e approfondito si possa raggiungere un traguardo ragionevole di giustizia e di civiltà.» (1) Bella dichiarazione. A parte la bizzarra scelta dei termini. Si pensi a come possa essere «ragionevole» un traguardo di giustizia e di civiltà: è questione di alta filosofia tutta da spiegarsi.  Anche se qualcuno potrebbe, con qualche ragione, sostenere che un traguardo di giustizia e civiltà o è o non è. Semplicemente.

Comunque ben venga questo operoso ravvedimento berlusconiano, magari stimolato dalla fidanzata che per età potrebbe essere sua nipote e i giovani, a volte sono motori di innovazione. Francesca Pascale è così convinta del fatto suo che ha dichiarato (prima del fidanzato) di essere :«In favore dell’estensione massima dei diritti civili e della libertà». Ed ha anche chiesto l’iscrizione all’Arcigay. Forse con un qualche motivo a dar retta alle voci (maligne?) messe in giro da Michelle Bonev (2)  Peraltro prontamente querelata. Ma comunque i gusti sessuali della Pascale sono fatti suoi e di chi con lei li condivide.

Forse, ma si fa fatica a crederlo, in queste così repentine scelte c’è un pochetto di strumentalizzazione  dato il calo dei consensi di Forza Italia e soprattutto pensando che i voti, come la pecunia non olent. Certo  non sarà facile spiegare il cambiamento a molti del centrodestra. Alcuni rimarranno un tantinello spiazzati, Gasparri, giusto per dirne uno che assomiglia sempre più ad Alice nel paese delle meraviglie, e con lui tutti quelli che si sganasciavano dalle risate a sentire le barzellette e battute sessiste del loro campione.

Una piccola rassegna (non esaustiva) delle opinioni passate del domiciliato di Arcore in materia può dar l'idea della portata epocale della svolta: «Giovanni Toti è venuto per amor mio ma voglio precisare che non siamo gay» (Sardegna, 2014); «Meglio essere appassionati alle belle ragazze che essere gay» (affare Ruby 2010); «Ragazzi, ve le porto io le veline e le minorenni altrimenti ci prendono tutti per gay» (Aquila, 2009); «Meglio occuparsi di infrastrutture e di trasporti piuttosto che di omosessualità» (2008). E la lista delle citazioni potrebbe farsi assai più lunga e magari pure greve.

Anche Vittorio Feltri, campione di bon ton, ha chiesto l’iscrizione all’Arcigay. Del resto la Pascale per la sua giovane età non poteva essere lasciata sola in simile frangente, ci voleva qualcuno d’esperienza e di piglio ad accompagnarla. Ed ecco Feltri disponibile alla bisogna. Succede però che quelli dell’Arcigay ci credano tra il sì e il no a tutte queste conversioni sulla strada del declino politico (che anche questo va considerato) e ai due neofiti, il loro presidente, Flavio Romani, ricorda che: «L’adesione all’Arcigay comporta anche degli impegni.» A Feltri chiedono l’apertura di uno spazio di discussione sul linguaggio giornalistico mentre alla Pascale di farsi capofila delle istanze lgbt all’interno di Forza Italia. Magari con la costituzione di una commissione o dipartimento.

Ancora una volta il tempo dirà quanto mare c’è tra il dire e il fare.
2)http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/18/berlusconi-michelle-bonev-pascale-e-lesbica-sanno-tutti/747811/


venerdì 27 giugno 2014

Sul Corriere della Sera una pagina a pagamento per sostenere Dell’Utri.

Alla concessionaria del Corsera sono sotto budget o a corto di buon senso. O magari di tutti e due. Una pagina di pizzini per solidarizzare con un condannato per mafia. Se la cosa prende piede si apre un nuovo filone di business per l’asfittico mercato pubblicitario.

Qualcuno riesce ad immaginarsi il Washington Post che accetta di pubblicare a tutta pagina  un annuncio degli amici del truffatore Bernard Madoff con il titolo:« Al tuo fianco, Bernard»? No, eh. E infatti là, come in qualsiasi Paese dove ci sia, non tanto ma solo un minimo di buon senso, cose del genere non accadono. Anzi, non si riesce neppure ad immaginare che passano succedere.  Per l’Italia il discorso è tutto diverso, questo è un Paese dadaista dove non c’è limite alla fantasia , alla creatività e anche alla dabbenaggine. Ben altre parole meglio esprimerebbero l’ultimo concetto ma questo è un blog frequentato da Signori e da Signore quindi si veleggia di bon ton. Ciò non toglie che la fantasia di ognuno sia libera di trovare il giusto sostantivo.

Alla concessionaria del Corriere della Sera devono essere sotto budget o a corto di buon senso o forse si trovano in entrambe le situazioni. Infatti hanno accettato di pubblicare l’annuncio che porta come titolo (in inglese: head line):«Al tuo fianco, Marcello» e come immagine (in inglese, visual) hanno pensato bene di usare un’ottantina di pezzetti di carta in cui uno o più estensori manifesta la propria ammirazione, stima, affetto, amicizia, fiducia e chissà che altro per Marcello Dell’Utri. Quel Marcello Dell’Utri condannato a sette anni di carcere, dopo tre gradi di giudizio,  per concorso esterno in associazione mafiosa. Che poi è lo stesso Dell’Utri che è stato estradato dal Libano dove era andato chissà a fare che. E sempre lui quello che fece assumere il mafioso Mangano in quel di Arcore e lo definì «un eroe». Che a ben vedere gli eroi hanno altre storie alle spalle.

 L’avviso è stato rigorosamente pagato come è indicato da una scritta in bella evidenza che sta sulla destra in alto della pagina.  E con questo escamotage alla concessionaria avranno pensato di dimostrare che si tratta di una semplice operazione commerciale, pecunia non olet, e non di un’operazione di servilismo becero. Chi avrebbe mai potuto sospettarlo?

L’annuncio di per sé è una vera fesseria perché quei tanti pezzettini di carta sembrano proprio dei pizzini. E non ci vuole un guru della comunicazione per capire che accostare l’idea del pizzino che in questo caso sono pure tanti ad un condannato per mafia non è quanto di meglio si possa fare. Senza dire di alcuni messaggi che sono innocentemente e involontariamente ironici. Come quello che riporta:«Migliaia di amici leali ti sono sempre vicini: i tuoi libri.» che poi è come dire di non fare affidamento sugli umani. O quell’altro che inizia con:«ho conosciuto il Dott. Marcello dell’Utrio all’età di 7 anni…..», bella memoria. O quello che scrive, testuale: «… vorrei partecipare, in merito alla vicenda giudiziaria del Senatore Dell’Utri la mia immutata stima…» neanche fosse una dichiarazione al catasto.

Certo è che se la cosa prende piede si apre un nuovo filone nel business delle inserzioni pubblicitarie. E di qui a un po’ ci si potrà aspettare di vedere annunci del tipo: «Totò o’ scarafone sei tutti noi» oppure «Liberate Tarzàn» o anche «Felice faccia d’angelo ti vogliamo bene.» E poiché la stampa è sempre stata terreno di sperimentazione seguiranno senz’altro spot radiofonici e poi quelli televisivi e non si potrà non arrivare al web con fantasiosi banner interattivi. E magari i condannati più danorosi potranno anche permettersi dei testimonial . E magari si useranno queli attori che nella finzione filmica impersonano giudici o poliziotti. En plein. Un altro primato che il mondo invidierà al Belpaese.

martedì 24 giugno 2014

Nuovo senato e nuova immunità: la paternità mancata.

Nessuno la vuole ma lemme lemme il codicillo sull’immunità è nel testo dei relatori. È giusto che di una legge si conoscano il papà e la mamma, non foss’altro che per darle un nome oltre che un numero. Quando si andrà in aula sarebbe bello che qualcuno chiedesse il voto palese che è il dna delle leggi dello stato.

Il governo Renzi nella sua disperata impresa di creare discontinuità con il passato sta togliendo all’italico popolo la possibilità di sapere chi è l’estensore  di leggi quanto meno discutibili.  È il caso dell’immunità (Marco Travaglio scrive impunità) per i membri del nuovo Senato. Pare che nessuno sia padre o madre del provvedimento. È un vero peccato.
Se c’era un dato positivo, forse magari anche l’unico,  nella politica degli ultimi venti anni è che ogni legge per quanto sciagurata fosse aveva un bel nome, un bel cognome e anche se non sempre, una bella faccia. Il caso più famoso è stato quello della legge elettorale varata il 21 dicembre te2055: era una porcata, così definita dal suo stesso estensore, il nome era Roberto il cognome Calderoli e la faccia è quella che il suddetto porta a spasso. Attualmente il Calderoli è vicepresidente del Senato, questo gli elettori vogliono e questo hanno. 

Di concettualmente simili, nel senso di legge schifezza, se non addirittura peggio prima e dopo l’exploit calderoniano ne furono varate molte altre. Ecco quindi, giusto per ravvivarne il ricordo un breve excursus  che parte nel 1994 con il decreto Biondi, poi il decreto D’Alema salva Rete4, quindi la Cirami, e il lodo Maccanico-Schifani, seguito dalla ex Cirielli,  per non dire delle varie Gasparri, uomo sempre pronto alla bisogna e poi il lodo Alfano e il provvedimento Pecorella. Molte, o quasi tutte erano anche leggi ad personam, ma questo è un dettaglio trascurabile dato che nel periodo in oggetto il fatto veniva quasi di default.

Probabilmente qualcuno, naturalmente non si sa chi, ha inserito quatto quatto la questione dell’immunità per i futuri senatori fidando nel fatto che i Ris di Parma sono impegnati in altre questioni e che, soprattutto, la prova del dna in questo contesto non è riscontrabile e forse neppure ammissibile. E che la nazionale stesse perdendo con il Costa Rica. Ciò che stupisce è che gli strateghi della comunicazione del governo non abbiano l’avvertenza di leggere il contesto nel quale si muovono. Magari avessero dato un occhio, anche distratto, si sarebbero resi conto che in neanche un mese sono emersi due scaldaletti da niente come l’Expo di Milano e il Mose di Venezia. In entrambi i casi i protagonisti apparenti (in attesa del terzo grado di giudizio) sono politici, locali e a leggere le cronache anche qualche nazionale, con la speciale partecipazione nel caso milanese della n’drangheta. Un bel parterre de roi cui vanno aggiunti i tanti (o tantissimi) inquisiti dei consigli regionali che, by the way, rappresentano il campo da cui verranno raccolti i nuovi senatori. Sempre ammesso che il nuovo senato passi il vaglio della Corte Costituzionale. E poi magari anche ragionare sul fatto che il 69% di consenso che racimola personalmente Matteo Renzi lo deve proprio alle sue affermazioni contro i ladri e il malaffare, come dire quando si mette a fare la parte (intelligente) dell’antipolitica. 

Storicamente l’immunità nasce per difendere i parlamentari da attacchi proditori del potere costituito e non quelli che guazzano in reati comuni come la corruzione o la concussione. L’articolo 68 della Costituzione recita: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni» che nulla c’entra con il dolo e il settimo comandamento.
Per intenderci un conto è impedire che Andrea Costa (fondatore del partito socialista) venga arrestato e si faccia mesi di carcere per avere partecipato ad una manifestazione di contadini e un altro è non poter far visitare una cella, come momentaneamente residente, a un deputato o senatore senza avergli prima chiesto il permesso. Che poi non si capisce perché, così stante le cose, la regola non sia valsa per il sindaco di Venezia. Anche se è andata bene come è andata.


Comunque alla fine, se si escludono quelli dell’Udc, nessuno sembra volerlo il codicillo sull’immunità. Almeno in via ufficiale. Non lo vuole il governo, «prima non c’era» ha ribattuto piccata Maria Elena Boschi, non lo vuole Forza Italia  «chiedete a Finocchiaro e Calderoli» dice Paolo Romani, non lo vuole il M5S «Non ci appartiene» sostiene Di Maio. Mentre il duo Finocchiaro Calderoli si autoscagiona: «Lo sapevano tutti, la volevano tutti.» A questo punto si tratterà di vedere quel che succederà in aula. Dove magari sul punto in questione qualcuno potrà chiedere il voto palese. Che, mutatis mutandis, è il dna per capire di chi è figlia una legge.  Che se passa così com’è scritta lo si capisce bene.

lunedì 23 giugno 2014

Caso Berlusconi: e adesso il tribunale che farà?

Della magistratura non ha mai detto un gran bene. Dopo la condanna  l’ha irrisa dicendo che era ridicolo pensare di rieducarlo. Poi a Napoli l’ha definita irresponsabile. In teoria ce ne sarebbe a sufficienza per la revoca dei servizi sociali e un periodo di riposo ai domiciliari. Se i più uguali tornano ad essere semplicemente uguali.

A Berlusconi Silvio andare a Napoli è sempre piaciuto. 
Sarà per quell’aria esotica, sarà perché ogni volta pare di essere altrove e invece si è ancora qui, in Italia, sarà perché nonostante le innumerevoli sciagure che l’hanno colpita e tutt’ora insistono c’è sempre aria di festa e buon umore, sarà perché la sua attuale fidanzata è di lì e sarà pure perché «se fossi nato a Napoli mi sarei chiamato Berluscò». Sarà per tutto questo ed altro ancora che a Napoli c’è sempre andato con leggerezza. Ma l’ultima volta è stato diverso. Innanzi tutto perché l’invito a “scendere” gli è arrivato dal tribunale e poi perché gli è scappata qualche parola di troppo, difficile da smentire il giorno dopo (oltre a tutto il Bonaiuti Paolino non c’è più) e ben pesante sulla magistratura. Affermazioni che potrebbero avere qualche risvolto sulla questione  dell’affidamento in prova ai servizi sociali.

La frase pesante pronunciata dal teste Berlusconi Silvio è stata: « La magistratura è irresponsabile, incontrollata, incontrollabile e gode di impunità.» che, contrasta, a voler essere generosi, con le prescrizioni dallo stesso soggetto sottoscritte nel momento dell’affidamento ai servizi sociali. Nelle prescrizioni è scritto un paragrafo che chiaramente afferma che la magistratura ed i giudici non debbano essere diffamati e che il comportamento da tenersi dall’affidato ai servizi sociali (come per tutti i cittadini d’altra parte) debba essere civile, decoroso e rispettoso delle istituzioni. Raccomandazioni di semplice buon senso ma che per taluni vanno al di là della banale comprensione della lettera. Quasi come chiedere ad un canarino di controllare lo stato di arrossamento delle tonsille di un gatto.

Già c’era stato uno scivolone durante l’intervista a la7 quando il domiciliato di Arcore, che peraltro a casa ci sta pochissimo, se ne uscì dicendo che «è ridicolo pensare che si possa rieducarmi con servizi e assistenti sociali» Frase che denotava una grande stupidità e conteneva al contempo una altrettanto grande verità. La stupidità stava nella non comprensione del contesto da parte del soggetto mentre la verità era lapalissiana: impossibile a recuperare (anche per manifesta stupidità). E adesso si aggiungono le esternazioni napoletane. Come dire cercare l’en plein.

Ora la palla passa nel campo della magistratura e nella fattispecie al tribunale di sorveglianza di Milano che dovrà decidere il da farsi. E qui la burocrazia  giocherà la sua parte: si tratterà di vedere come l’Uepe (ufficio esecuzione penale esterna) leggerà le dichiarazioni di Berlusconi Silvio e cosa comunicherà al tribunale di sorveglianza. In altre parole se si considereranno le affermazioni napoletane come voce dal sen fuggita o affermazioni gravemente lesive delle prescrizioni.

In un caso, forse, il domiciliato di cui sopra se la potrà cavare con un rabbuffo, che presumibilmente scivolerà sulla corazza della sua indifferenza, mentre nel secondo non sarebbe fuori luogo ipotizzare la revoca della misura alternativa. In questo secondo caso, poiché la prigione per limiti di età sembra evitata, non restano che la detenzione domiciliare con tutto quello che comporta. Che in fondo un po’ di tranquillità e di silenzio non farebbe male né a lui né a questo martoriato Paese.

Certo con la seconda ipotesi si avranno a corollario lunghi ed aspri articoli da parte di Feltri, Belpietro e Ferrara e magari un paio di twitter di Gasparri e qualcun altro che andrà ospite in qualche trasmissione tv a ripetere a pappagallo lezioncine stantie. Ci sarà chi difenderà in modo sgangherato, chi argomenterà come fosse al bar o dal barbiere. Chi lo definirà statista (che a far cucù son buoni tutti) e chi dirà di sue presunte altezze (che proprio non ci sono al netto dei rialzi nei tacchi). Per tutti questi, per quanto fastidiosi, ce ne si farà una ragione. E soprattutto si sopravviverà.


Il fatto è che piacerebbe dar senso alla frase: la legge è uguale per tutti. E che i più uguali di una volta tornassero ad essere semplicemente come tutti: uguali

venerdì 20 giugno 2014

La settimana del bon ton

Ecco i veri maître a penser della finezza: Maurizio Gasparri,  Silvio Berlusconi,  Vittorio Feltri e l’imperdibile Antonio Razzi. Bonjour finesse.

Nel  Paese più dadaista che c’è questa è stata la settimana del buon gusto. O se si vuole essere raffinati del bon tonE quindi ecco i veri maître a penser della finezza. Tra questi come non trovare (rullo di tamuri) Maurizio Gasparri,  (rirullo di tamburi)  Silvio Berlusconi,  (trirullo di tamburi) Vittorio Feltri e l’imperdibile (quadri rullo di tamburi )Antonio Razzi. Così non ci si fa mancare nulla. In realtà ci sarebbero altri scalda scranni del parlamento e pure altri giornalisti. Ma questi  quattro sono più che sufficienti.  Altrimenti si fa indigestione. Bonjour finesse.

Magliette e cene eleganti
Si parte dall’abruzzese più irriso dagli italiani: Antonio Razzi.  Ha fatto stampare, a spese sue si spera, delle chiccose magliette (confezionate, forse, nella Corea del Nord)  con il suo marchio di fabbrica, fine ed elegante.: “te lo dico da amico, fatti li …zzi tua.” Che magari se li facesse per davvero i …zzi sua l’Antonio, ma lontano dal parlamento, sarebbe un bene per tutti meno che per uno: Maurizio Crozza. Naturalmente Razzi ha pensato bene di omaggiare tutti i suoi amici con tanto fine cadeau. E tra gli amici, non poteva mancare l’amico più amico, quello al quale il Razzi Antonio sarebbe anche disposto a regalare un rene, dato che questi gli ha regalato un posto al senato. Con vitalizio annesso.  L’amico in questione è noto per la sua abilità ad organizzare cene eleganti ed in queste la razziana maglietta non sfigurerebbe affatto. Anzi sarebbe  il giusto tocco di classe, la ciliegina sdulla torta. L’amico in questione è il Berlusconi Silvio che ha commentato il dono dicendo: “te lo dico da amico …..” …Fine, vero? Che classe. Quando si dice che gli uguali si cercano e pure si trovano. Ahinoi.

La classe non è acqua
La classe non è acqua e questo si sa ma a maggior ragione lo dimostra  Maurizio Gasparri. Lui che ha un incarico di notevole prestigio istituzionale, è uno dei vice presidenti del senato un altro è Roberto Calderoli, giusto per fare il paio, dopo Italia Inghilterra  in un twitter  ha definito gli inglesi come boriosi e coglioni. Il twitter gli deve essere scappato mentre si guardava allo specchio. Ovviamente.

Il commento di Vittorio Feltri ha commentato un tuo post?
Feltri, come si sa, ha scritto un editoriale dal titolo «schifezze d’uomini», dedicato a Carlo Lisi, l’uomo che a Motta Visconti ha ucciso la moglie e due figli. L’ho criticato sostenendo che tra le schifezze d’uomini che circolano per il paese Lisi non si trova certo tra le prime posizioni. Il giornalista più educato d’Italia ha risposto con un twitter che recita: «le schifezze ci sono dappertutto anche tra i giornalisti ma anche fra chi li critica con veemenza eccessiva.» Da che pulpito. Goodmorning Babilonia.

L’albero del cocomero ha nominato il dadaista della settimana
Tutti i giovedì alle ore 19,00 Ryar web radio (www.ryar.net) manda in streaming la trasmissione  l’Albero del Cocomero al cui interno c’è la rubrica Costume Dadaista  che elegge il dadaista della settimana. La scorsa settimana si è aggiudicata la nomination e la vittoria  Claudio Cottarelli, commissario alla spending review, per la sua brillante idea di risparmiare tagliando la luce nelle città mentre in quella in corso il titolo di dadaista della settimana è toccato a Maurizio Gasparri. Non c’è stata storia, ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti, e c’erano nomi di calibro, vincendo a mani basse. Ha vinto la competizione non solo per aver definito gli inglesi in quel modo ma, soprattutto per come ha reagito alle critiche ed in particolare a quella di Wired. Ha insultato tutti a raffica e a Wired ha riservato questo commento:  «wired non so chi sia, per viltà come tanti si cela dietro l’anonimato, serve nome e cognome per indicare a nettezza urbana».
Gasparri, Wired è una rivista internazionale distribuita in quasi tutto il mondo che si occupa di cultura, politica, scienza e, non ultimo tecnologia!!

Per questa volta a Vittorio Feltri è andata male, è stato battuto, da è un vero fuori  fuoriclasse,  ma si rifarà presto. Quasi certamente.

martedì 17 giugno 2014

Feltri Vittorio inventa la categoria “schifezze d’uomini”. Ma quali uomini?

Chi si deve ritrovare nella categoria “schifezze d’uomini”? Solo gli assassini di moglie e figli che poi vanno al bar a vedere la partita? Magari c’è posto anche per altri che sangue vero non ne fanno schizzare, forse, ma danni grossi ne combinano parecchi.

Non se ne avrà a male Vittorio Feltri se si utilizza, almeno in parte, il titolo del suo (sedicente) editoriale di oggi, 17 giugno. 
D’altra parte da sempre sono i regolari che forniscono le armi ai ribelli perché questi possano avere qualche possibilità di sopravvivere. Il titolo del Feltri Vittorio lancia una nuova categoria d’uomini: oltre agli uomini per bene, con le varianti di brave persone, onesti, puliti, seri  ecc.,  e agli onorati, che quelli d’onore dopo Shakespeare sono tutt’altra cosa,  s’inventa quella di “schifezze d’uomini”. Dove la qualificazione anticipa e non segue il sostantivo. Schifezza d’uomo è Carlo Lissi, che ammazza moglie e figli e magari altri come lui. Ma se è così la categoria schifezze d’uomini risulta scarsamente popolata  e allora val la pena di dare un’occhiata intorno. 

Ci sono, per esempio, i giornalisti, se li si vuol far rientrare tra gli uomini, che a volte, pare, vogliano loro stessi  aspirare a ruoli ben più alti, che a schifezze non son messi male. Le loro schifezze poi sono spesso sanguinose come quelle  del Lissi anche se in chiave metaforica ma qualche volta neanche tanto. E spesso come nel caso attuale vengono commesse in ossequio alla libertà. Libertà di audience e libertà di vellicare  gli istinti belluini che, qualche volta tanto e qualche volta poco, stanno dentro ognuno. E qualche volta tanto e qualche volta poco esplodono e da fatto inconscio e privato diventano fatto pubblico e drammaticamente conscio.

Questa volta in tanti tra i giornalisti hanno deciso di andare a  far compagnia, nell’essere schifezza, a Carlo Lissi. L’hanno fatto ognuno con il suo stile, che se la rozzezza non è merce rara non è neppure così comune, con l’aria che in tutto il mondo almeno per oggi ci fosse un solo delitto e di conseguenza un solo colpevole. E così tutti a intingere la penna nel sangue delle tre vittime. Non per prendere atto di un fatto terribile, per raccontarlo e magari per capire, cosa che più difficile non si può, ma per chiamarsi fuori, loro per primi e poi tutti quanti gli altri dell’umanità,  da tutte le vergognose magagne che affliggono la vita. Dalla truce feltriana schifezza, si sale ai vertici della letteratura russa, magari appena riletta e quindi ecco in scena Tolstoj e  Dostoevskij, si ripiomba nel truculento gridando al mostro che una volta ingabbiato deve veder buttar via la chiave, all’evocazione del diavolo e del male, che non  è un corrotto né uno scafista e neppure un fabbricante d’armi e  che se ne sta sul pianerottolo di casa.  Ovviamente questo è il male con la emme maiuscola, come sbagliarsi. Il Male a cui ormai non crede più neanche la Chiesa Come dire che lo spettro di uno solo,  sanguinario e colpevole al giorno toglie la schifezza, sociale e di tanti, di torno.

Già, perché se la voglia di scrivere è tanto stimolata dal male individuale col suo contorno di sangue, che è fatto singolo privato e circoscritto, assai di meno è eccitata dal male sociale,  che sangue vero, fisico, non ne fa (apparentemente) sgorgare e che per uccidere non mette mano a coltelli. Schifezze d’uomini sono quelli che vivono di becera audience, di ossequio allo stipendio ancor prima che al padrone, schifezze d’uomini sono quelli che nell’accomodarsi su poltrone pubbliche si occupano dei fatti loro invece che di quelli della collettività, schifezze d’uomini sono quelli che ben felici godono della prostituzione di minorenni, e che se la spassano con chi è obbligato a vivere lungo i viali, schifezze d’uomini sono quelli che discriminano e cacciano una centralinista perché trans, schifezze d’uomini son quelli che fan vacanze a spese altrui, schifezze d’uomini sono quelli che posseggono quartieri interi non accatastati e che non pagano le tasse, schifezze d’uomini sono gli evasori fiscali, schifezze d’uomini son quelli che si fan ristrutturare casa dai fornitori, schifezze d’uomini sono quelli che asfaltano e riassaltano la strada perché tanto ci son le varianti d’opera e le mazzette corrono felici, schifezze d’uomini son quelli che si fanno finanziare le campagne elettorali e poi lo negano e poi schifezze d’uomini sono quelli che hanno due pesi e due misure.


Carlo Lissi con una certa probabilità può essere definito  una schifezza d’uomo ma nella hit parade delle schifezze d’uomini certo non è tra i primi posti.

giovedì 12 giugno 2014

Pillole dadaiste della settimana

Pillole dadaiste come se piovesse nel Belpaese che è il Paese più dadaista del mondo, Se Tristan Tzara anziché fermarsi a Lugano avesse fatto ancora qualche chilometro si sarebbe trovato nel bengodi del dadaismo: l’Italia. L’unico Paese al mondo dove per essere trasgressivi bisogna usare il buon senso.

Elezioni
Filippo Nogarin neo sindaco di Livorno
Queste sono state le elezioni (locali) in cui hanno vinto tutti i partiti (nazionali).  Ha vinto il Pd che è passato da 10 a 15 capoluoghi di provincia, conquistando niente popodimenoche: Bergamo e per soprammercato anche Pavia il cui ex sindaco era stato scelto con un casting. Però può cantar vittoria anche il M5S che con Filippo Nogarin ha  conquistato Livorno, dove nel 1921 fu fondato il Pci e Civitavecchia dove non è stato fondato niente ma ha un bel porto. Ha vinto anche Forza Italia con un altro sindaco belloccio prendendosi Perugia. Il neosindaco è già stato convocato ad Arcore. Forse Berlusconi vuol dare consigli sul make-up. E anche l’ingrassato Salvini Matteo può vantarsi di aver vinto. Ha perso il Piemonte che è una regione, per via della storia delle mutande verdi, ma ha conquistato Padova che è una città di 200mila abitanti che di Zanonato e dei suoi deve proprio aver avuto le tasche piene. Quindi tutti tutti felici e contenti. Meno gli elettori dato che un po’ più di uno su due è stato a casa. Qualcosa vorrà dire.

Nel Pd i trombati tromboni si rifanno vivi
I bolsi del Pd (vecchi e i giovani) hanno rialzato la testa: una vergogna perdere Livorno ha tuonato Letta Enrico, che pare sia stato tirato in ballo sul Mose per finanziamento illecito, neanche a dirlo. Sentire un giovane vecchio democristiano recriminare sulla perdita della comunistissima Livorno ancor prima che penoso fa ridere. Tra l’altro Ruggeri, l’aspirante sindaco Pd è un dalemiano, vil razza dannata. Come lo sconfitto di Perugia è un cuperliano, altra vil razza dannata di derivazione dalemiana. Era Cuperlo a scrivere i discorsi di D’Alema. S’è rifatto vivo anche quello che arriva prima ma non vince: Bersani. Insomma la solita zuppa di scalda scranni a tradimento che giocano a dadi con la pelle degli italiani. Le comari di Goldoni erano più divertenti.

Padoan: per i risultati bisogna aspettare
Il ministro Padoan dice che ce la si farà ad uscire dalla crisi e che Renzi vincerà la sua scommessa. Se lo augurano tutti, anche quelli che non l’hanno votato. Però per non essere smentito subito il ministro ha aggiunto che bisogna aspettare ancora 6 mesi che sembra la scadenza della garanzia di un frigorifero.  Poi racconta la sua ricetta: crescita e rassicurare gli investitori esteri. Bello ma la novità dov’è?

Il bicchiere mezzo vuoto
In attesa che il paese si riprenda i vertici delle banche sono indagate dalla procura di Trani per concorso in usura. E per non farci mancare nulla il decollato (nel senso di senza collo) governatore della Lombardia, Maroni Roberto, dice che i lavori dell’Expo devono andare avanti a prescindere (dalle inchieste) altrimenti non ce la si farà. Bel modo di rassicurare gli investitori esteri.

Italiani all’estero
Berlusconi Silvio, unico italiano, è stato citato nel libro di Hillary Clinton, al solito ci fa una figuraccia. Che se gli italiani non fan ridere non li cita nessuno. Pare che ossessionasse la povera Hillary continuando a chiederle:«perché negli Usa parlano male di me?» Lei spende qualche pagina per spiegarlo in modo diplomatico e politico. In altre parole tra le righe. Sarebbe stato meglio se avesse risposto con chiarezza dicendo: «non te lo spiego perché tanto non lo capiresti.»

Papa Francesco e gli anatemi
Woityla passerà alla storia come il papa viaggiatore, Ratzinger come il secondo gran rifiuto e papa Francesco come lo scagliatore di anatemi. L’altro giorno se l’è presa con i trafficanti di armi, i corrotti, gli schiavisti e gli orgogliosi. Come dargli torto. Poi ha detto che quando si muore i soldi restano di qua, agli eredi. Lo sapevamo già. Quindi ha chiesto retoricamente alla piazza se i cattivi stessero il mezzo a loro. La piazza a risposto di no e lui era contento. Domanda inutile.  Forse avrebbe dovuto chiederlo a quelli che gli stavano accanto e dietro. Senza dubbio nessuno gli avrebbe dato torto, sarebbe stata una domanda utile, di cui più o meno non conosciamo la risposta.

Una buona notizia
Nel paese dei dadaisti pazzi la vera trasgressione sono le buone notizie: nel carcere di Opera si tengono corsi di alta cucina per i detenuti. Così quando usciranno potranno aprire un ristorante o per quelli più modesti una pizzeria. Bene. Benissimo. I detenuti fanno carte false pur di lavorare e anche studiare che a stare stesi in una branda tutto il giorno ci si annoia. Allora la domanda è perché non vengono impiegati nella ristrutturazione delle carceri disastrate. Magari loro che sono i fruitori della struttura potrebbero dare dei suggerimenti di buon senso.

O tutto questo è troppo dadaista?

venerdì 6 giugno 2014

Deputati corrotti: Elisabetta II è avanti dieci passi.

Mentre in Italia sulla corruzione ci si balocca con leggi e provvedimenti che assomigliano alle grida manzoniane in UK mettono il cittadino in condizione di cacciare il deputato corrotto. Semplice


Ai sudditi di Sua Maestà Britannica, la Regina Elisabetta II, i deputati disonesti non sono mai piaciuti. Il disprezzo che a questi viene riservato dall’opinione pubblica  è tale e tanto che sempre o quasi (il quasi è solo retorico) i deputati che vengono pescati con le mani nella marmellata non aspettano neanche che il processo abbia inizio. Quando la notizia si sparge e diviene di dominio pubblico si dimettono e basta. Sia che si tratti di una ricca tangente (la corruzione ha libero corso anche nella terra d’Albione) o del mancato versamento dei contributi alla colf, o dell’aver mentito su chi guidava l’auto pescata in eccesso di velocità fino all’acquisto, per il valore di poche sterline, di una cassetta porno. Sono cose che non si fanno. Là, in UK. E i cittadini quando ne vengono a conoscenza si indignano sul serio e non per finta.  

Tutti ne sono consci e chi viaggia su sentieri pericolosi sa che corre anche il rischio di pagare. Se preso, ovviamente. Quindi, sempre là, i deputati bricconcelli prima si dimettono e poi ovviamente, come giusto che sia, vengono processati e, caso stranissimo per chi vive nella penisola a forma di stivale,  quando sono definiti colpevoli finiscono dritti dritti in gattabuia. Fosse anche solo per un mese e se il giudice decide per una pena alternativa non ci si mette a discutere sul dove, come e quando ma semplicemente si ubbidisce. È strano ma è così.  Fatto questo che nel Regno Unito non viene definito giustizialismo ma più semplicemente giustizia. I britannici sanno essere sobri. Anche senza loden. E non è che, magari per eccesso di sobrietà, abbiano perso il senso dello Stato di diritto e neppure quello del garantismo. Che anzi il garantismo l’hanno inventato proprio loro. L'hanno chiamato habeas corpus

Se però fino ad ora l’atto del dimettersi in UK era una decisione personale e che rientrava più nell’ambito della individuale legge morale (del super-io dei politici sarebbe proprio interessante studiare) e anche un po’ del buon gusto, fra qualche mese non sarà più così. O meglio non sarà più solo così. Infatti la proposta di legge che Elisabetta II ha avanzato (ovviamente suggerita dal governo in carica) è che gli elettori possano essere parte in causa in situazioni di non ortodosso comportamento dei loro rappresentanti. Basterà infatti che il 10%, un miserrimo 10%, degli aventi diritto al voto del collegio elettorale  presentino una petizione di sfiducia perché si torni a votare. E quindi non si faranno distinzioni tra reati gravi e meno gravi partendo dal presupposto che un reato è un reato e chi commette un reato non può rappresentare degnamente il popolo che lo ha eletto. Il che tuttavia non vuol dire che non ci siano appropriati meccanismi di controllo per evitare persecuzioni o vendette o abusi. 

È assai probabile che alla latitudine di Montecitorio e di Palazzo Madama la cosa suoni senz’altro strana, ridicola e magari anche un po’ comica. Nel Regno Unito sanno essere dei fini umoristi e talvolta anche dei comici (Charlie Chaplin, Graham Greene e Wodehouse sono nati da quelle parti) ma sanno anche essere molto rigorosi quando si tratta di definire le regole e la loro applicazione. Peraltro il loro sistema elettorale, semplice ed efficace, permette l’intervento diretto del cittadino. In UK vige il sistema del collegio uninominale, il candidato che prende più voti vince. Chiunque può presentarsi alle elezioni, basta che effettui un versamento di 500£. Al vincitore verranno restituite mentre gli sconfitti le perderanno. Semplice. 

Nei collegi si presentano persone che vivono lì e che sono conosciute da tutti, il fenomeno dei paracadutati non esiste. Il voto viene dato alla persona che, casualmente, si fa per dire, aderisce ad un partito e non viceversa. Anche questo è semplice e con ogni probabilità lo capirebbe anche Gasparri e pure il suo omologo D’Alema. Che si sappia da quelle parti nessuno invoca paranoicamente i tre gradi di giudizio e neppure il ricorso alla Corte di Strasburgo o a quella dei Diritti dell’uomo. Così come nessuno pensa di definire antipolitica un partito che critica ferocemente quelli storici ed il loro comportamento. Là non si strappano le vesti di fronte ad un Farage ma con più buon senso vanno a correggere le storture sulle quali questo può far leva. 

È semplice da capire anche per chi è alle prese con l’Expo, il Mose, i patrioti coraggiosi di Alitalia, la banca Carige, il Monte dei Paschi di Siena, le piemontesi mutande verdi, Pompei, i bronzi di Riace e la Salerno Reggio Calabria. E qui ci si ferma. Solo per carità di patria . 

martedì 3 giugno 2014

Non ci sono più le segretarie di una volta.

Fabrizio Roncone sul Corsera del 1 giugno innalza peana a favore delle segretarie di una volta, fedeli e devote e come esempi porta quelle che furono di Andreotti, Craxi e Berlusconi. Pare, a legger quel che scrive, che gli piacciono meno quelle che collaborano con i magistrati.

Roberta Sacco segretaria di Scajola
Si racconta che in una delle egizie piramidi, piace pensare fosse e quella di Micerino, sia stato rinvenuto un papiro già vecchio ai tempi suoi in cui l’autore si rammaricava che i giovani non fossero più quelli di una volta.  Chissà che astruse mode perseguivano  e come si rasavano i capelli i figli dei faraoni. A distanza di quattromila anni il rammarico è rimasto lo stesso e continua sia su altri e più vari versanti sia sullo stesso tema dei giovani, che è un evergreen. Fra qualche anno lo farà anche la ministra Maria Elena Boschi che invece aspettarselo dalla Picierno (che ormai si ritiene arrivata) è un attimo. 

C’è comunque varietà: si va da quello altrettanto trito sulle stagioni, ai cibi, all’educazione, ai vestiti, ai sindacati, neanche questi sono più come quelli di una volta, fino ai politici che invece sì, continuano ad essere come quelli di una volta solo che allora non c’era internet e neanche Snowden. Pure la mafia è più come quella di una volta quando rispettava donne e bambini. Come se gestire la prostituzione o il contrabbando o insegnare ai piccoli come diventare dei mariuoli fosse segno di rispetto. Ma tant’è: pure questo, al giorno d’oggi, ci sta.

Al florilegio del “non ci sono più … come erano una volta” da domenica 1 giugno vanno aggiunte le segretarie. E per quel perduto stampo  Fabrizio Roncone ha lanciato un grido, forse meglio un gridolino, di dolore, viste le cinque smilze colonnine di piombo spese.  I più attempati (o i giovani appassionati di vintage) senz’altro avranno un fremito pensando al famoso cha-cha-cha della segretaria. Però quelli erano i mitici e favolosi anni ’50 dove le segretarie leggevano Grand Hotel e sognavano di sposare il principe azzurro che si presentava sotto le mentite spoglie del principale. Qualche volta âgé e un po’ bolso. Qualcuna a onor del vero ce l’ha fatta (a farsi sposare dal principale) ma s’è trattato di eccezioni ancorché altolocate. Le altre segretarie, quelle che prendevano sul serio il loro lavoro erano ligie, anche un po’ grigie, comunque severe e soprattutto taciturne. Poco disposte a fare comunella con gli altri che facevano fatica a chiamare colleghi. Loro sapevano i segreti dell’azienda che, nella gran parte dei casi nulla avevano a che fare con il codice penale. 

Ma non sono neppure queste quelle di cui Roncone lamenta la scomparsa: si tratta piuttosto di quelle devote e, ancor più fedeli. E come begli esempi ne cita cinque: tre a favore e due contro. Quelle a favore, nel senso che a lui paiono piacer tanto, sono Vincenza Enea Gambogi, Vincenza Tomaselli e Marinella Brambilla. Donne « che hanno vissuto il lavoro come missione religiosa.» Le due contro sono invece Zoia Veronesi e Roberta Sacco. Le cinquesono state, nell’ordine, segretarie di Andreotti, Craxi, Berlusconi, Bersani e Scajola. Tutti principali con i quali la legge nel tanto e anche nel poco ha avuto un qualche interesse. Perché piacciono a Roncone la Gamboni, la Tomaselli e la Brambilla? Semplice: sono state (la Gamboni è scomparsa nel 1999) devote, devotissime tanto da negare, negare tutto, negare sempre anche l’evidenza e quando le domande erano poste da pubblici ministeri o da presidenti di commissione antimafia. Perché non piacciono le altre due? Perché pare siano disposte a collaborare. Come dire che l’omertà (che di missione religiosa ha poco o nulla) vince, deve vincere, sulla collaborazione se proprio non lo si può chiamare pentimento.  De gustibus.

D’altra parte questo è il periodo in cui va di moda il verbo farinettaiano per cui se l’intelligenza non si coniuga con la furbizia si è un bel po’ giuggioli. Che a ben vedere è poco distante da quanto il Berlusconi Silvio ha praticato e predicato nei fatti ancor più che nelle parole.

Tra le cinque non è che bisogna per forza farsene piacere qualcheduna. Che anzi a ben vedere tre son state sodali con il capo fino alla fine anche se poi una, la Tomaselli, ha patteggiato il patteggiabile, mentre le altre due han fatto il pesce in barile: vedevano e tacevano. Se fosse andata bene, tutto a posto, in caso contrario ecco la collaborazione. Certo che sarebbe stato bello che le due collaboranti avessero cominciato prima a denunciar magagne se non addirittura reati. E per nessuna di queste val la pena di innalzare peana al buon tempo antico perché nei casi specifici sarebbe quasi come se si facesse l’apologia del reato. E questo non è bello.