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venerdì 30 maggio 2014

Tutti per Renzi. Renzi per tutti.

Da Fassino a Chiamparino passando per La Torre. E poi Moretti, Speranza e financo Stumpo, Zoggia e D’Attorre. Tutti renziani. Poi a rivendicare paternità ci si mettono anche Letta Enrico e Monti Mario. Ultimo arriva anche Fassina Stefano. Renzi si può guardare dai nemici ma dagli amici chi lo guarda?

Zoggia e D'Attorre: due new entry tra i renziani
Non c’è come vincere per scoprire di essere molto popolari e soprattutto di avere degli insospettati estimatori. E di averne anche in quantità industriale. Amici, poi? Come se piovesse. Anzi quelli che fino a ieri erano più nemici che non si può si stanno scoprendo oggi, a vittoria raggiunta, tra i più amici.  Che poi amici è parola riduttiva sono amicissimi. E da quando? Praticamente da sempre. Anzi a ben pensarci addirittura da prima che il bravissimo Matteo partecipasse alla Ruota della Fortuna. Eh sì, perché gli amici veri quelli dei quali ti puoi fidare ad occhi chiusi, come disse Cleopatra accarezzando l’aspide, sono lungimiranti e possono dimostrare con chiarissima evidenza di quanto vedessero lontano. Sensazione irripetibile per i più, ma non per Renzi. 

Già dopo il trionfetto delle primarie, Matteo aveva scoperto che vecchi elefanti del Pd gli si erano accodati. Roba da non credersi. Prima l’avevano tacciato di tutto e adesso lì a scodinzolare. Prendi uno come Fassino e capisci come gira il mondo. Uomo dall’occhio lungo il longilineo Piero che in tempi per nulla sospetti aveva detto: «la politica del tutti a casa non serve, è un atteggiamento populista e una manifestazione di rabbia.» E si stava riferendo non al canuto Grillo Beppe ma al giovane rampante Renzi Matteo. E da abile stratega qual è lo faceva solo per nascondere le sue vere intenzioni. E con lui anche Latorre, ex fedelissimo dalemiano doc, Chiamparino e poi Veltroni e compagnia cantante e suonante. Alcuni dell’ormai sparuto gruppo di minoranza, all’interno del Pd speravano in un tonfetto (piccolo tonfo) alle europee ma ahiloro non c’è stato. Così dopo l’eclatante vittoria anche D’Attorre e Zoggia sono diventati neorenziani che a dire della Moretti (ex portavoce di Bersani) e di Speranza (ex bersaniano ma tuttora capogruppo alla Camera) si cade nel banale. Loro avevano già annusato l’aria. 

La sera dei risultati elettorali si è visto in bilico anche il prode Stumpo (che più bersaniano non si poteva). D’Alema, che è sempre stato per la doppia linea, se ne sta schiscio (espressione dialettale per dire tranquillo ma rende più efficacemente il concetto) perché spera in una nomina alla Commissione Europea. Posto peraltro ambito anche da Letta Enrico che qualche settimana addietro ha timidamente rivendicato che alcune impostazioni dell’attuale governo altro non sono che il proseguimento del suo lavoro. Più sfacciato il loden che cammina in arte Monti Mario, anche perché garantito da un posto da senatore a vita.  Il Monti, che non dichiarava da lunga pezza, né d’altra parte se ne è sentita la mancanza,  finalmente ha fatto conoscere il suo pensiero, debole, e senza arrossire ha dichiarato:«Matteo Renzi sta riaffermando la linea politica del mio governo.»  e poiché le bischerate sono come le ciliege e viaggiano in coppia ha aggiunto: «Non è di sinistra né di destra.» Perché se è vero che un tombino è un tombino il dove lo si mette e a vantaggio di chi fa la differenza e questa si chiama politica. Che è fatta da una destra e da una sinistra. Ma spiegarlo a lui è tempo sprecato.

Le sorprese migliori sono quelle (teoricamente) inaspettate è a questo ha posto rimedio Fassina Sterfano dichiarando:«Su Matteo ho sbagliato è l’uomo giusto al posto giusto.» e poi ha aggiunto: «Non salgo sul carro del vincitore e non voglio poltrone.» Excusation non petita accusatio manifesta, i romani in materia la sapevano lunga.

Unico a difendere la posizione di un tempo è rimasto Bersani Pierluigi che durante una di quelle pippose trasmissioni del mattino s’è posto retoricamente l’amletica domanda: «Cosa sarebbe Renzi senza il Pd?» Dimostrando una volta di non aver capito una cippa. Espressione dialettale (questa è la seconda nel pezzo) che tradotta in inglese suona: «you can’t teach an old dog new tricks». Così la capisce anche Severgnini. Perché la domanda vera è: cosa sarebbe oggi il Pd senza Renzi?
A Renzi un solo suggerimento, ripassi il vecchio adagio: dagli amici (soprattutto quelli nuovi) mi guardi iddio che dai nemici mi guardo io. A capirlo, aiuta.


  

lunedì 26 maggio 2014

Ora Renzi è condannato a fare una politica di sinistra. Difficile.

Il 41% sono un sacco di voti, anche troppi ed hanno il grande difetto di togliere ogni alibi. Se si parte così alti la volta prossima non si potrà che peggiorare. Da adesso però soluzioni strutturali a tutti i problemi.

Risultati trionfali per Matteo Renzi, anche se lui si schernisce e dice che ha vinto il Pd. Più per astuzia che per modestia lascia volentieri il merito di tanta grazia al partito piuttosto che intestarlo a sé stesso. E gli conviene. Gli conviene fare il modesto poiché ha perfettamente capito che da ora in avanti la situazione per lui si fa grama. E per i numeri e per la qualità della proposta politica prossima ventura. Specialmente per lui. Infatti con un risultato così eclatante il futuro si fa grigio: il fatto vero è che questo risultato non può che peggiorare. E il simpatico ispiratore di Crozza lo sa bene. Giusto i giuggioli e le giuggiole (queste inserite solo per parità di genere) ieri sera erano così sinceramente garuli e garule, mentre lui non c’era. Ovvio.

Infatti pensare di doppiare lo stesso risultato in elezioni politiche va al di là di ogni più ragionevole ottimismo. Oddio, non che sia impossibile: gli italici insegnano che per loro, nel segreto dell’urna, nulla è impossibile. D’altra parte per vent’anni sono corsi come le mosche al profumato richiamo di tal Berlusconi Silvio che di serio non aveva nulla: neanche i capelli.

Comunque ora per Renzi Matteo iniziano i problemi. Perché non sarà facile per uno che, elettivamente un po’ di destra, deve  mettersi a fare cose sostanzialmente di sinistra. Che un conto è dichiararle nei comizi e un altro è renderle concrete. E tra le prime cose di sinistra a cui dovrà mettere senz’altro mano c’è il far uscire il Pd ed organizzazioni correlate, dalla viscosa melassa dell’affarismo modernista. Che se non si mette ordine in casa propria vien difficile chiederlo agli altri Operazione ardimentosa visto che, i fili che compongono il viluppo degli affari sono così assai ben ramificati e pochi o forse nessuno dei potentati economici, che stanno al di là ed al di qua degli schieramenti, ne è indenne. D’altra parte certe recenti nomine han lasciato l’amaro in bocca a più d’uno e a taluni son parse dei pedaggi ben pagati.  Poi c’è la questione della moralità istituzionale, che passa non soltanto da un deputato arrestato ma anche e più intensamente dalle questioni dei doppi e tripli incarichi e poi dai vergognosi costi della politica. Poiché dire che la politica e la democrazia abbiano un costo in denaro ha sempre suonato più come una giustificazione all’esistente che non ragione vera. E la storia delle società di mutuo soccorso e delle prime cooperative di braccianti questo insegna. Peraltro è lunga la lista di quelli che sono arrivati alla politica con vestiti sdruciti e poi, mandato dopo mandato, si son fatti esperti di gran moda alla costante ricerca del “fatto a mano e su misura”. Ormai diventati signori abituati alle terrazze e agli autisti.

E poi ci sarà anche da dar soluzione alle questioni del lavoro e delle pensioni  e della abnorme tassazione che riguarda chi i denari non ce li ha e delle ricche rendite finanziarie che magari dovrebbero essere sommate al reddito (che tali sono) e quindi tassate e delle scuole e dell’ambiente e  dei beni comuni. E per tutte queste questioni dovranno esserci soluzioni strutturali, così come le si chiama adesso, cioè a dire che non risiedono nella filosofia di “una botta e via”. Questa esperienza già è stata fatta e non ha lasciato buoni segni. Anzi, l’Aquila è ancora là che aspetta e le new town ad alto costo e a qualità relativa sono lì a dimostrarlo.

Tutto ciò posto Renzi sa bene che quanto è dentro il M5S non è solo urla, battutacce e vaffa, ma soprattutto sintomo di un radicato malessere che esce dal confronto di chi scialacqua (anche soldi non suoi) ed ha il problema della fine della settimana mentre i più lesinano ed hanno il problema della fine del mese. E, dalle prossime analisi (segrete perché non divulgate) dei flussi elettorali si capirà che una certa parte di quel 41% l’ha votato per gli stessi motivi per i quali alle ultime politiche aveva votato per Grillo. Al quale per alcuni temi di contorno in campagna elettorale si è sovrapposto.

Magari Renzi avrebbe preferito qualche punto in meno per poter gestire con più tranquillità e pure con qualche scusa,  quello che sarà difficile fare. E che magari non si riuscirà proprio a fare.

domenica 25 maggio 2014

Elezioni europee: e se vince Tsipras?

Finora hanno parlato un piazzista un comico e un boyscout. E se parlasse il buon senso? I bookmakers danno Tsipras 40 a 1. Magari leggere il Manifesto di Ventotene ribalta i pronostici.

Che i sondaggi azzecchino i risultati elettorali è abbastanza raro. Di solito se la cavano dicendo di aver “scientificamente individuato” le linee di tendenza, che in realtà per far quello basterebbe il buon senso che comunque è merce rara. E poi i grossi cambiamenti in politica come in economia, per non dire delle rivoluzioni, difficilmente si fanno annunciare: quando arrivano arrivano.

Tutta l’attenzione degli italici media nelle ultime settimana si è concentrata su Pd, M5S e Forza Italia e sui loro uomini simbolo. Questi, da consumati attori, anche se in verità uno solo è abilitato alla professione per trascorse apparizioni in trasmissioni televisive nonché testimonial di yogurt, hanno mantenuto il posizionamento di sempre. Uno ha rieditato per l’ennesima volta il ruolo del piazzista e poiché all’inizio di carriera prometteva posti di lavoro ora che la sua parabola volge al declino ha ripiegato sulla promessa di dentiere. Gadget più consono alla sua età e che occhieggia malinconicamente a trascorsi con un’igienista dentale. E sui denti Freud ha scritto non poco. Il secondo per sua ammissione fa il comico, che negarlo gli verrebbe impossibile e un po’ anche il fustigatore di costumi.  Come ogni animale da palcoscenico sa captare gli umori della gente e a questi adegua le battute. Il terzo sente emergere costantemente l’anima del boy scout e quindi amicizia ed ottimismo come se piovesse. Che poi tradurre in fatti le parole è il problema vero.  

Però dire che i tre abbiano parlato di Europa e di quel che faranno una volta entrati al parlamento di Bruxelles non è facile. Qualcuno l’ha immaginato ma pochi l’han capito. Degli altri in corsa s’è parlato poco. Un qualche spazio hanno avuto i transfughi di Ndc e i sedicenti Fratelli d’Italia che a ben guardarli si pensa che Caino, metaforicamente parlando, una qualche ragione l’avesse. Di Tsipras nulla.  D’altra parte i bookmakers danno la vittoria di Tsipras 40 a 1. Che magari proprio per il calcolo delle probabilità converrebbe giocarla. 

E se come dice Grillo gli italici di questi che stan gironzolando ormai da troppi anni per li colli della  politica ne avessero fatto indigestione?  E se poi pensassero che un conto son gli strilli e altro avere un programma? E se considerassero l’idea che di  Europa e di Euro c’è bisogno ma che varrebbe la pena di dare una bella riequilibrata al sistema? E se poi magari, sotto sotto e di nascosto sono andati a leggersi i dieci punti del programma? Che un programma per l’Europa si può scrivere. E se avessero riscoperto il Manifesto di Ventotene? E immaginato che l’Italia potrebbe stare all’Europa come la California sta agli Usa?  E se fuor da chiacchiere di nazione pensassero ad un governo sovranazionale?


Beh, se magari tutto questo girasse ci sarebbe modo di sbancare qualche bookmakers. Che sarebbe fatto meritorio perché vincere con una tal scommessa vinta si metterebbe anche la fine all’azzardo. Forse.

I preti si vogliono sposare?

Quelli che annualmente fanno richiesta di dispensa matrimoniale causa Cupido sono all’incirca 700. In percentuale sul numero dei sacerdoti un niente. Nel 1971 Dino Risi girò La donna del prete.

Dopo la ormai nota lettera delle 26 donne, quella nella quale chiedevano a papa Francesco di rivedere la regola sul celibato per i sacerdoti,  la questione è d’obbligo: hanno voglia di sposarsi i preti? 
Bella domanda. La lettera in verità rende palese solo il desiderio delle 26 donne di potersi accasare. Ma questa è storia vecchia: sono le donne, per tradizione ampiamente documentata da romanzi, cinema, teatro e talvolta anche casi della vita, quelle che ambiscono al matrimonio. Mentre agli uomini, sempre per tradizione, abbondante anch’essa e documentata da romanzi, cinema, teatro e talvolta  anche casi della vita, la questione pare interessare relativamente poco. Anzi per loro, gli uomini, sempre per la tradizione di cui sopra, sono recalcitranti a quel passo e vi sono indotti, se non addirittura costretti solo dalle convenzioni. Se poi alla fine ci si trovano bene, come per molte altre situazioni, è solo pura fortuna o un caso della storia. Anzi corre da parte di quelli che si definiscono scapoli impenitenti che sposarsi è rischioso perché ci si porta in casa una estranea che ficca il naso in ogni angolo. Che d’altra parte è vero non essendo la moglie una parente di sangue. E per lo più, con la scusa di mettere ordine fa sparire le cose fondamentali per la vita. Quelle che sono sempre state lì e adesso non si trovano più.

Invece che i preti, uomini anch’essi pure se calati dentro la tonaca o il clergiman, per i più moderni, abbiano questa voglia smodata di farsi accalappiare ed ingabbiare (secondo la versione tradizionalmente più maligna) lascia qualche dubbio. Infatti la famosa lettera è firmata solo dalle amanti-fidanzate-compagne e  non dall’altra metà del cielo. Come se l’iniziativa fosse solo farina del loro sacco. E c’è da crederlo. In fondo mantenere lo status quo potrebbe anche non dispiacere ai signori preti: la situazione fifty-fifty permette di cogliere il meglio dalle due situazioni. E anche i preti come già detto sono uomini. D’altra parte i numeri stessi, ammessi che siano veritieri, sono miserelli e lasciano poco spazio a ecclesiastiche fantasie matrimoniali. Si racconta (1) che nel mondo i preti che hanno abbandonato la Chiesa causa Cupido siano stati 57mila, e all’incirca 700 quelli che hanno lasciato nell'anno 2010. In ogni caso anche considerando l’inflazione sono un po’ pochini tenendo conto che i sacerdoti diocesani, quelli a maggior contatto con il territorio e quindi esposti alle più pericolose tentazioni, sono all’incirca 413mila (2). Insomma percentuale annuale meno che irrisoria. Però c’è un però.

Il cinema che spesso anticipa i fatti della vita racconta che nel 1971, Dino Risi girò un film, protagonisti Marcello Mastroianni e Sofia Loren, dall’emblematico titolo: la moglie del prete. La trama è semplice ed arguta. Lui e lei si incontrano, si innamorano e alla fine decidono (più lei che lui) di sposarsi. Lui ambirebbe pur con il matrimonio, di mantenere il ruolo e, ovviamente ligio,decide di precedere la fidanzata a Roma per chiedere la dispensa. Ma quando la fidanzata lo raggiunge scopre che l’amato bene ha fatto carriera, è diventato monsignore e questo va bene, ma tutto sommato il matrimonio non l’interessa più tanto. E questo va meno bene. Anche perché, come racconta il proverbio siciliano “comannare è meglio che…” con quel che segue.

Che poi alla fine se anche si sposassero tutto sommato sarebbero fatti loro. E con ogni probabilità questo non migliorerebbe ne peggiorerebbe le loro prestazioni comportamento. E poi comunque ci sono quelli che al matrimonio non hanno mai pensato. Come lo stesso papa Francesco ha dichiarato di sé stesso. E forse sono i più,dato che avere in sacrestia una che sposta i calici e le tiare, si mette a lavare turiboli e magari ti annacqua pure il vino dev’essere un buon deterrente al matrimonio.

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(2)   http://www.uccronline.it/2013/05/17/cresce-il-numero-di-cattolici-e-di-sacerdoti-nel-mondo/

martedì 20 maggio 2014

Veronica Lario e le compagne dei preti: diritti delle donne e un (bel) po’ di ipocrisia.

Il gossipparo Chi pubblica alcune foto di Veronica Lario e, a sua insaputa, solleva un grosso tema: come invecchiare. Ben 26 donne scrivo a papa Francesco rivendicando il diritto all’amore. Che per Francesco va bene basta che il bene concupito non sia un prete.

Qualcuno ha voluto vedere un nesso tra la dura (e anche un bel po’ sgangherata) lotta politica del momento e un paio di notiziole che sotto la sottile patina del gossip celano questioni vere che hanno a che fare con il senso della vita. 

Una tratta del modo di invecchiare e l’altra del diritto all’amore. Temi intorno ai quali la filosofia teoretica occidentale ma anche quella orientale che è assai più vasta della prima ha consumato e sta consumando i migliori cervelli. Soltanto con l’enunciazione ce n’è a sufficienza per dar modo a Emanuele Severino di scrivere un nuovo libro e tenere dottissimi seminari a cui invitare belle teste pensanti oltre che qualche liftata giornalista (pretesa intellettuale) e Roberto D’Agostino che liftato non è e, per parità, neppure intellettuale. 
Ma d’altra parte anche il più serio dei seminari può permettersi un pizzico di dadaismo. Purché non sporchi troppo.

Come casus belli  sono emerse alcune fotografie di Miriam Raffaella Bartolini, in arte Veronica Lario, e una lettera inviata a papa Francesco da un gruppetto di donne. Le fotografie ritraggono la signora Bartolini in tenuta da cavallerizza e sono, come si sul dire, “rubate”. Che mai termine ebbe uso più proprio. Comunque la signora è in un maneggio, allo stato nature, cioè senza trucco e senza inganno e con le sue forme ben evidenti. Il che è logico: i cavalli non amano belletti e profumi e, in anticipo sugli uomini hanno suggerito l’uso di pantaloni aderenti anche per le signore. Ma, forse, Signorini Alfonso, direttore di Chi, su un cavallo non è mai salito anche se, magari di qualche maneggio ha pratica. In ogni caso il punto era di mostrare (forse per sbertucciarla e magari con alle spalle un ignoto mandante) una signora di quasi sessanta anni con qualche ruga in viso, un giro vita che richiede proprio un giro per misurarlo tutto e un lato b in abbondanza su quello di Pippa Middleton.. E fin qui non c’è nulla di veramente interessante salvo che per circa trecentomila e briscola, tra maschi e femmine italiani, che settimanalmente versano un obolo a Mondadori per cacciare il naso nei fatti altrui. Contenti loro di vivere la vita per procura.

La cosa degna di nota è invece la risposta che Miriam Bartolini, aiutata dall’amica Latella, ha dato passando per il Messaggero, quotidiano romano: ognuno invecchia come crede e come vuole. E talvolta come può. Che a dire che la vecchiaia non sia una malattia (come peraltro la gioventù) ma solo uno stadio della vita si è tanto veritieri da risultar banali. C’è chi convive con rughe ben in vista e chi con riporti di pelle dietro le orecchie. A ciascuno il suo. Ci sono le super liftatc (anche maschi) e quelle che a farsi liposuzzurre o tagliuzzare non ci stanno. E fanno bene. Perché un conto è invecchiare con la propria faccia e un conto è assomigliare alle altre che han subito lo stesso trattamento e poi tutte insieme, taglio dopo taglio, prendere sempre più le fattezze di Joker, il cattivo  interpretato da Jack Nicholson in Batman. Che vederlo al cinema diverte trovarselo in ascensore, magari travestito da donna, spaventa. Quindi questione di libertà e anche, almeno un po’, di buon gusto e soprattutto di lungimiranza. Le rifatte si riconoscono ad occhio nudo e più che sollevare ammirazione, che gli piacerebbe, s’avviliscono nel ridicolo: stessi occhi da cinesi, stessi labbroni formato canotto che tirano all’insù  e stessi pomelli a palla da biliardo. Insomma stesso Joker.

C’è però da dire che a confrontare le foto d’antan di Miriam Bartolini e quelle attuali  par di cogliere che un qualche interventino, magari di anni non recenti, pur c’è stato. E sarebbe carino se oltre alla petizione di principio ci fosse pure un pizzico di palese rincrescimento. Il che aiuterebbe a meglio contestualizzare il fatto e a far capire che l’essere farlocco e senza sostanza non solo si vede ma neppure aiuta. Che rinsavire dichiarandolo, come direbbe Antonio Razzi, è bello.

Di altra fatta la storia della lettera delle ventisei amanti-fidanzate-compagne di altrettanti preti che rivendicano il diritto all’amore. Anche qui essere contro viene difficile. Ma c’è in questa storia un non so che di bruciato e olfattivamente sgradevole. Il contesto suona strano e sembra studiato apposta per essere giocato di sponda: una sorta di birillo tirato tra i piedi di Francesco. Magari per distrarlo da altro.  Innanzi tutto il fatto che la lettera sia diventata di dominio pubblico. Va bene che i servizi di sicurezza del Vaticano fanno più acqua di uno scolapasta ma adesso si esagera, tanto da far apparire Paolo Gabriele (il cameriere traditore di Ratzinger) una specie di sfinge omertosa.. Il fatto che non riescano a mantenere, non si dice segreta, ma almeno riservata una lettera inviata al Papa fa pensar male. La qual cosa, come noto, non aiuta per il paradiso ma dà una mano a far si che, in terra ,ci si pigli. 

Poi c’è  il fatto che le 26 signore in questione siano sparse su tutto il territorio nazionale e addirittura all’estero. Chissà la fatica a raccogliere le firme. E poi chissà come si sono incontrate dato che una pagina su facebook ancora non ce l’hanno. E forse ci vuole fantasia, ma magari anche no, ad immaginare che fossero al seguito dei loro amati convocati per gli annuali esercizi spirituali in qualche sperduto monastero.  Così mentre i maschietti discutevano sull’amor divino nelle cappelle loro, le signore, come le mamme del doposcuola, magari al bar della parrocchia, trattavano lo stesso ma in chiave profana. Tesi ardita ma le vie della provvidenza, si sa, sono infinite. E neanche sempre molto chiare. 

Anche il numero delle firmatarie fa pensare: o troppo esiguo, solo 26 o troppo alto.. Visto che c’è chi conta in più di mille l’anno i preti che se ne vanno e senz’altro quello dell’amore è la causa principale. Oppure come dice l’Annuarium Statisticun Ecclesiae quelli che hanno abbandonato in Italia sono stati 31, dato però però che risale al 1998 che con i numeri a volte la Chiesa ci va stretta.  E lenta.  E comunque qualche già sposato nella Chiesa cattolica già c’è sono i cosiddetti anglicani-cattolici e i preti della Chiesa d’oriente. L’ipocrisia sta nel dire che si accettano solo quelli che (convertiti) erano già sposati. Come se la legge possa essere plasmata sui singoli casi. 

Per chi vorrebbe il matrimonio il motivo è chiaro. Per chi invece no si arzigogola sul vago. La differenza sta tutta tra scelta teologica, principio di derivazione divina, e scelta culturale che un po’, forse ha a che fare col trascendente ma anche molto con il concreto pragmatismo e lo stare nella società.  
Il pensiero di Francesco al riguardo è molto chiaro (al di là di ogni condivisione) e recita così: se sei diventato padre devi stare con tuo figlio e quindi lascia l'abito talare. Se non sei padre ma solo innamorato devi scegliere: o la donna o la Chiesa. Le due cose insieme, no. Che a parlar d’amore son tutti buoni quanto poi a metterlo in pratica il numero si assottiglia. Comunque bene che si sia formata la prima cellula dell’internazionale delle concubine del cler: ha un che di catarchico. Anche se non sarà una fidanzata-moglie-compagna a cambiare lo spirito della Chiesa. A proposito la politica con queste due notizie non c’entra nulla.


giovedì 15 maggio 2014

Mafalda, la bambina che detesta la minestra.

L’hanno definita nichilista solo perché detesta la minestra e ama il buon senso.  Oggi ha cinquant'anni. Lotta disperatamente con iperbole e ironia per migliorare il mondo. Ma forse non ce l’ha fatta non perché le sue argomentazioni siano deboli ma per l’ostinazione di questo a rimanere com’é. Quindi chi è il nichilista?



Mafalda, contrariamente a tutti gli altri bambini, non nacque quando era molto piccola ma già in età di ragione. Il che significa che da subito è stata in grado di mettere in difficoltà adulti tontoloni e anche un po’ fessi. Perima candida metafora per dire di quelli che campano adattandosi. Che poi significa la stragrande maggioranza. In verità appena vide la luce cercarono di metterla subito al servizio del capitale. Anzi, del consumismo: doveva essere la testimonial di una linea di elettrodomestici. Ma poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi qualcosa andò storto e così Mafalda liberatasi dai gonzi del marketing poté sprigionare tutta la sua carica libertaria che in ogni sua considerazione ce n’è sempre d’avanzo. L’ha fatto sottolineando quello che tutti vedono ma non capiscono e distruggendo con l’ironia gli stereotipi della vita  di tutti i giorni. Nobile missione.

Tanto per cominciare iniziò la sua avventura ponendo dei paletti ben precisi, che poi sono due: detesta la minestra. Questa minestra che è una metafora e sta per lo status quo del mondo, E in questo, a parte suo fratello e una manciata di baciapile che di solito sono anche ruffiani, è in linea con tutti i bambini (gli innocenti che voglion vivere di felicità) del mondo ma che purtroppo soccombono davanti alla prepotenza degli adulti. Il suo secondo paletto e che fa del buon senso un uso spietato. Laddove è ovvio che il buon senso cozza immediatamente contro la grande maggioranza delle situazioni che circondano l’umano genere. Che di tutto son pregne meno che di senso.Verrebbe voglia di tradurre il tutto in percentuali, giusto per dargli consistenza e scientificità e non passare al solito da idealisti distruttivi ma lo si evita solo perché in questo modo si correrebbe il rischio di arrivare a livelli bulgari. Che notoriamente sono evidenza di poca democrazia. Anche se avere  un bel 100% di gente che ragiona non scandalizzerebbe.  E quindi in omaggio a questa convenzione anche Mafalda si astiene dal dare la risposta (che pur conosce) e prova a mettere in movimento il criceto che dorme nella testa degli adulti. Fatica sprecata anche se il tentativo va fatto. Chissà mai che, per caso ben inteso per caso, qualcosa non si muoverà.

Quelli nati con Mafalda e anche quelli che da adolescenti l’hanno immediatamente voluta come  compagna di lettura adesso sono un po’ attempatelli, i primi hanno cinquant’anni mentre gli altri qualcuno di più ma non è che abbiano tradotto in fatti concreti i suoi suggerimenti, anzi. È da dire che in termini di “contattti” generati i suoi exploit possono vantare numeri da capogiro ma la quantità delle copie vendute non sempre, come dimostrato,  fa il paio con la qualità d’azione dei suoi ammiratori. La scusa è sempre la stessa «non si può fare» o alternativamente «e come si fa?»Che tra mangiare la monestra e saltare la finestra si sceglie sempre la prima.

Comunque Mafalda, che è anche ostinatella, continua la sua crociata per l’ecologia, contro la guerra ed il razzismo, per la l’uguaglianza e la parità dei sessi che in questo di nichilista, in linea di principio, non c’è alcunché salvo stare dalla parte di chi queste cose le nega nei fatti ancor prima che nelle parole. Il vero nichilista. Anche se uno così allocco da ammetterlo difficilmente lo si trova, anche se un paio o forse qualcuno di più nell’italico parlamento li si pesca con facilità.

In ogni caso lunga vita a Mafalda

lunedì 12 maggio 2014

12 maggio: "buon compleanno, divorzio"

Grande nostalgia per il 12 maggio 1974. Non solo si vinse una battaglia di civiltà ma ci fu grande partecipazione di popolo. Andarono ai seggi l’87,7% degli aventi diritto. A esser contro allora come ora sono quelli che di famiglie ne hanno due e qualche volta anche tre. Giuliano Ferrara soffre. Ce ne si farà una ragione.

Loris Fortuna
Quaranta anni fa, proprio domenica 12 maggio, si tenne il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio che fu vinto in maniera schiacciante da chi sosteneva questa scelta di libertà e anche di civiltà. 
La legge che introduceva  il divorzio in Italia risaliva a ben quattro anni prima, fu infatti approvata dalle Camere il 1 dicembre 1970 ed era nota, come molto spesso accade, con i nomi dei due relatori: Loris Fortuna (socialista) e Antonio Baslini (liberale). Ci fu grande battaglia in Parlamento e gli schieramenti era assai ben definiti: da un lato, contrari al provvedimento, la Democrazia cristiana e neo fascisti del Movimento sociale mentre a favore erano tutti gli altri. Il buffo era che proprio il segretario del Msi fosse un divorziato ante litteram avendo ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio per convolare ad altre nozze che non si sa quanto giuste vista la posizione politica. Comunque, così girava il mondo anche allora. Perché anche in quegli anni come in quelli più vicini sono i granitici sostenitori della famiglia quelli che di famiglie ne collezionano a iosa. Che quando sono solo due gli paiono poche. 
Antonio Baslini

Per questi si potrebbe dire con un aforisma che:«amano così tanto la famiglia che preferiscono averne due se non addirittura tre.» Che tanto quelli i denari per mantenerle entrambe ce li hanno, pure con poca o nulla fatica, anche se a volte si dimostrano un po’ tirchi con la famiglia prima che poi considerano vecchia.

Con i tempi che corrono si guarda con grande nostalgia a quel 12 maggio non solo perché si vinse una grande battaglia di civiltà ma soprattutto perché ci su grandissima partecipazione popolare. A favore del divorzio si schierò il 59,3% degli votanti. Votarono no all'abolizione tredici regioni su venti, contro furono solo Veneto, Trentino alto Adige, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Calabria.  Spiccarono per il voto a favore la Sardegna, l’Abruzzo e la Sicilia. Fu un gran giorno. La partecipazione al voto fu quasi bulgara: 87,7% degli aventi diritto. Percentuale che oggi per sognarla ci vuole ben più di un aiutino.

Con quel referendum si visse nel Paese un grande fermento di innovazione e di partecipazione. Nelle seguenti amministrative entrò nei vari consigli locali una grande aria di freschezza e con quella anche un bel po’ di innovazione. Poi come sempre accade, anche e soprattutto in politica, i bimbi crescono e da educati, gentili e rispettosi diventano adulti cafoni, arroganti e pure un po’ mariuoli. A tal punto maruioli da entrare nelle sacre stanze senza un soldo e poi uscirne con case, barche, cavalli e chissà che altro. Nei recenti parlamenti hanno riposato non pochi dei giovanotti di quella bella primavera. A riprova che dopo un paio di mandati è meglio ritornare a casa a far vita normale così ci si depura delle tossine. Ma forse è speranza vana.

Ad oggi solo due stati non hanno il divorzio: le Filippine e la Città del Vaticano. Anche se quest’ultimo ha coscienza elastica sul tema della separazione: dipende della posizione sociale, dal reddito e dalla capacità di esibire faccia di palta. Più sono posseduti ed alti questi requisiti più si ha possibilità di annullare il matrimonio. Chissà se papa Francesco anche su questo tema vorrà ripetere:«Chi sono io per giudicare.» Sarebbe carino.


Chi invece oggi soffre, come tutte le volte che c’è progresso culturale, civile e sociale, è Giuliano Ferrara, l’apostata. Non il suo capo che di mogli ne ha già avute due e che se si da una mossa rioesce a mettere in cantiere anche la terza. Comunque se proprio si vuol considerare l’opinione di Ferrara ce ne si farà una ragione. Prosit

venerdì 9 maggio 2014

Tangentopoli ha 20 anni ma non li dimostra.

Tangentopoli è un evergreen del Belpaese. Sempre in scena: prima batte i teatri out off, dove fa i soldi, poi di tanto in tanto sale agli onori della cronaca. In quel momento diventa popolare. E i protagonisti alla fin fine son sempre li stessi e qualche volta finiscono in galera.

Tangentopoli compie vent’anni ma è fresca e pimpante come un’adolescente anzi forse pure di più.  
Primo Greganti nel 1994
Sarà, come dicono gli psicologi, che l’adolescenza si prolunga ormai fin verso i venticinque anni e pure un poco oltre, e allora ne toccheranno almeno altri cinque di allegria, o sarà che questa è l’era di Telemaco, cioè del figlio (in senso lato ovvio) che attende il padre o sarà quel che sarà, la cara tangentopoli si ripresenta sui media più pimpante che mai. E non ha avuto neppure bisogno del lifting a cui con dovizia ricorrono un po’ tutti dagli ergastolani in soggiorno premio presso la politica alle giornaliste che oramai assomigliano sempre più a delle cinesine o ad allenatori che mezzi calvi quand’erano giovani si ritrovano ora più capelluti che mai. No, la cara tangentopoli è sempre uguale a sé stessa.  E tale vuol rimanere.

Non è che questo sia il complesso di Peter Pan, l’uomo che rimane eterno ragazzo, che tuttavia è esempio seguito da pochini poiché alla fine, anche obtorto collo, tutti si cresce. 
Primo Greganti 2014: sempre lui
Almeno un po’. Anche i boy scout a un certo punto smettono i pantaloni corti, il cappellaccio e di dormire in tenda non ne hanno più voglia. Anzi c’è chi tra questi, bruciando le tappe, ha indossato prima la fascia di sindaco e poi si è accomodato nonostante la giovane età, neanche quarant’anni, sulla poltrona del capo del governo. Questo è molto di più è la realizzazione dell’utopia per eccellenza: farla sempre franca. Non a caso i dioscuri e mentori di tangentopoli si riunivano nelle stanze del circolo culturale  Tommaso Moro.  Questione di nemesi storica.  Infatti come non esiste il luogo perfetto così non esiste neppure la mazzetta perfetta. E li hanno beccati. Ancora una volta. Sempre i soliti.

Come sempre si tratta di un democristiano, anche se ex, e di un comunista, Quest’ultimo senz’altro non è un ex anzi uno di quelli tutto d’un pezzo che credono così fortemente nella causa da essere disposti addirittura ad ammettere l’inverosimile. Uno di quelli che ha ricevuto la tessera del partito direttamente dalle mani di Stalin. Pace all’anima sua. Modellino di vetero militante che ancora si tiene nel guardaroba perché sempre utile: un evergreen di cui non conviene disfarsi. Si sono messi a badare alla cassa. Il senso (preteso) della causa e quello del denaro vivono in simbiosi. E soprattutto sono ben spalmati a tutti i livelli della gerarchia. Questi personaggini sono quieti, modesti, mai si sognerebbero di fare vacanze extralusso su yacht o in alberghi venti stelle, grandi lavoratori, mai mancato un giorno per malattia, parlano poco e in genere non sporcano. Quelli più abili e fortunati (anche perché in genere sono quelli che sanno di più) hanno la ventura di stare per qualche legislatura in Parlamento. In fondo, la fedeltà ed il buon lavoro vanno premiati. E poi così c’è anche il paracadute dell’immunità e con l’immunità corre anche la prescrizione che nel mondo dell’utopia è carissima amica.

Quindi a vent’anni dalla sua prima uscita in pubblico (che poi proprio prima non era) eccola ricomparire la cara tangentopoli. Da un canto i personaggi in commedia sono gli stessi: Primo Greganti, funzionario Pci e poi Pds, ebbe un momento di notorietà con il nick name di “compagno G” anche se è sempre rimasto nel  cuore dei magistrati e poi Gianstefano Frigerio ex segretario della Dc. Manca un socialista ma adesso in quanto tali non esistono più. La diaspora li ha portati ovunque e dove sono andati hanno dovuto per forza cambiare di nome e di casacca. E non sempre la nuova compagnia era carina. Dal lato dei magistrati invece ci sono invece facce nuove. Quelli della prima puntata non ci sono qualcuno è andato in pensione, qualcuno è arrivato in cassazione e qualcuno ha cercato gloria in politica ma non gli è andata bene. Per stare in politica bisogna sapersi scegliersi i compagni di viaggio, che almeno siano tra i meno peggio e soprattutto essere ragionevolmente inattaccabili che se basta una trasmissione televisiva a far saltare il castello significa che non si è capaci o, come minimo che quello della politica non è proprio il posto adatto.

Comunque alla fine il copione è sempre lo stesso: buste con soldi in contanti, telefonate (regolarmente intercettate), incontri (regolarmente fotografati) e conversazioni (regolarmente registrate) Insomma la norma. L’unica fortuna è che questa volta nessuno si è messo le banconote nelle mutande. In fondo, alla fine, qualcosa la storia insegna.

Errata corride ora nelle mutande nascondono i verbali delle spartizioni. Forse si tratta di carta più morbida.


giovedì 8 maggio 2014

Le fesserie impazzano ma per fortuna ci sono Nice e Malala

Ferrara Giuliano firma un libro che ha scrittto in minima parte. Fassino reclama il diritto al dissenso. Alfano non tratta con Genny ’a carogna e il badante di Cesano Boscone perde il pelo ma non il vizio. La ministra Boschi impara l’arte delle finte dimissioni.  Ma per fortuna ci sono Nice e Malala due ragazze che si battono per cause serie e di civiltà.

Maggio che è un bellissimo mese. I romantici lo chiamano il mese delle rose mentre i rudi Navajo di Aquila della Notte, noto anche come Tex Willer, lo chiamavano il mese nel quale i cavalli perdono il pelo. Provate a strigliare un cavallo in questo periodo e scoprirete quanto pelo vi rimane sulla spazzola. Roba che tanti peli così non li mette insieme neanche Giuliano l’apostata Ferrara.

Giuliano Ferrara e papa Francesco.
E quindi a malincuore si dice di Giuliano Ferrara che presenta il libro “Questo papa piace troppo” Ovviamente il riferimento è a papa Francesco. Il libro in realtà è stato scritto in grandissima parte da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ma a campeggiare è nome di Ferrara, più noto degli altri due  e quindi con più possibilità da fare vendite.  Nell’epoca dei piazzisti anche questo ci sta. Ovviamente a Giuliano l’ateo devoto che autodefinizione più fessa non si poteva trovare  questo papa non piace. Evvabbé. Francesco se ne farà una ragione. D’altra parte va tenuto conto che Giuliano l’apostata se ne va matto per Berlusconi, che non è male. Mentre in ambito ecclesiastico prima gli piaceva Wojtyla e poi Ratzinger quindi anche questo ci sta.  A fare il bastian contrario al barbuto e cappelluto Ferrara ci piace da morire, finché c’è gente disposta ad ascoltarlo e pure chi a mettere mano al portafoglio per mantenere  il suo foglietto parrocchiale. Certo piacerebbe ai più riferirgli la battuta che, per analoghe ragioni di peli, fu appiccicata a Nicola Bombacci. Ma per dirla bisogna essere Ferrara.

L’aplomb di Fassino Piero
Da Giuliano Ferrara a Piero Fassino il passo è breve: due ex comunisti fintamente pentiti e con la rude scorza degli stalinisti nascosta nel taschino. Piero Fassino passerà alla storia (delle barzellette ovviamente) per due motivi: per aver detto durante una delle sue tante sedute a Porta a Porta: «Grillo, fondi un partito, prenda dei voti se ne è capace e poi venga a discutere.» E infatti Grillo ha fondato un movimento,  ha preso i voti ma di discutere con Fassino non ci pensa nemmeno.  By the way pare, dai sondaggi, che il M5S sia il secondo partito in Italia avendo superato di un tocco il partitino del badante di Cesano Boscone. Il secondo motivo è dovuto ai recenti fatti di Torino. Dove l’ imbecillità si è sommata alla coglionaggine. Fassino, in qualità di sindaco di Torino va al vecchio stadio Filadelfia nell’anniversario della sciagura di Superga per dire che si impegnerà a ricostruirlo. Dei torinisti  assai citrulli anziché plaudire all’iniziativa lo insultano perché juventino. Che verrebbe da dire «e che ve ne frega se vi rifà lo stadio nuovo.» Ma gli idioti è notorio non pensano. Lui, il Fassino, si offende e per calmare gli animi mostra il dito medio. I torinisti  denunciano la cosa. Fassino prima nega (sembra Berlusconi) poi di fronte all’evidenza ammette e rivendica il fatto, lui lo chiama diritto al dissenso. (sembra sempre Berlusconi). Ma un po’ di buon senso no? Giusto per non assomigliare a Berlusconi.

Genny ’a carogna il dialogante e Alfano il negante
Grazie al calcio è salito agli onori della cronaca anche Gennaro De Tomaso detto Genny ’a carogna. Che per i non partenopei sta per Gennaro la carogna. Simpatico. Grazie al suo assenso si è potuto giocare la finale di coppa Italia. Dopo trattativa con le forze dell’ordine. Povera Italia. Il ministro Alfano nega al di là di ogni ragionevole dubbio. Le televisioni confermano e anche il rapporto degli osservatori della Figc.  Tra Alfano e quelli della Figc a chi credere? A nessuno dei due ovviamente ma ai propri occhi sì. Comunque il Presidente Napolitano ha detto che «non si tratta con i facinorosi.» ma non pare che si sia scaldato tanto quando funzionari dello Stato e ministri  trattavano con la mafia. I facinorosi forse sono più pericolosi e hanno pure meno soldi e amici in parlamento.

Il badante di Cesano Boscone
A proposito di pericolosi è sempre in circolazione il Berlusconi Silvio .  Che tra il cambio di un bavagliolo e l’altro in quel di Cesano Boscone trova il modo di fare dichiarazioni e poi smentirle. Alla mattina ha detto che è disposto ad entrare al governo poi a sera ha smentito. Ha anche detto che  vuole passare alla storia (e quando mai) come il padre della Patria che ad essere orfani ci sono anche dei vantaggi. E poi ha insistito: lui vuole essere il Mandela Italiano. E allora c’è chi, conoscendo la storia,  ha applaudito dicendo: «bene, allora cominciamo con 27 anni di carcere.» Brillante.

Maria Elena Boschi ha già capito tutto: minaccia di andarsene.
Dal governo invece pareva se ne volesse andare Maria Elena Boschi. Non intendevano approvare la sua versione del senato. Poi però tutto è rientrato. In commissione hanno dato il via libera. Probabilmente è stato per compassione. I senatori avranno pensato alla povera Maria Elena che torna a casa la sera e sola soletta si beve una tazza di latte prima di infilarsi a letto. Già, come lei stessa ha raccontato a Vanity fair, fa una vitaccia solitaria e poco divertente. Se le tolgono anche il posto al governo che le resta?
Le
Le cose serie: Nice e Malala
Per finire un paio di notizie serie, in questa rubrica dadaista. Due parole su Nice. Il suo nome per intero suona: Nice Nailantei Leng'ete e ha 23 anni ed è una ragazza Masai. da una decina combatte contro una ferocissima barbarie: la circoncisione delle donne. Taglio del clitoride e infibulazione. Lo fa nella sua terra parlando con i vecchi dei villaggi e anche girando il mondo per raccogliere fondi che serviranno per formare infermiere e personale sanitario locale Un’altra ragazza che sta facendo molto per l’emancipazione delle donne del terzo mondo è Malala. Ha rischiato la vita per poter andare a scuola ed istruirsi. Un fanatico pakistano le ha sparato ma lei ha voluto comunque vivere e dopo molti interventi chirurgici è riuscita a tornare alla normalità. Adesso si sta battendo per far liberare le ragazze e le giovani donne nigeriane che sono state rapite qualche giorno fa dai pazzi di Boko Haram.  Il bello in queste due ultime storie è che a lavorare per la liberazione non sono due star occidentali ma due persone normali, due donne, due ragazze che sono originarie di quei luoghi. Queste due ragazze dimostrano che le vere rivoluzioni non possono essere esportate ma devono nascere e svilupparsi nei luoghi che devono essere cambiati.



lunedì 5 maggio 2014

Genny ’a carogna: facciamolo ministro dell’interno. Anzi no, Primo ministro

Genny ’a carogna, che per i non partenopei sta per Gennaro la carogna, decide se si gioca oppure no. Non si tratta che dell’ultimo episodio (maleodorante) dell’italico mal vivere. Il giornalista Cerasa si domanda (come provocazione lui dice) «cosa non è andato bene?»  Forse più di un politico ha (segretamente) invidiato il potere di Genny ’a carogna.

E così ancora una volta s’è dato spettacolo e messo in mostra un  altro dei pezzi pregiati (maleodoranti tutti) che l’Italia, unica o quasi al mondo può esibire: come lo Stato cede davanti a Genny ’a carogna. 
C’era da aspettarselo, d’altra parte come recita l’adagio: non c’è due senza tre e il quattro vien da sé. Assieme a tutti gli altri numeri che il genere italico può inventare. Quando fotografarono la P38 su un piatto di spaghetti ci furono alti lai, s’era offeso l’orgoglio nazionale. Poi, saltando qualche decina d’anni ed episodi vari, la copertina di un settimanale inglese riportò l’effige dell’allora capo dell’esecutivo, in seguito sarebbe diventato un pregiudicato, con il commento che era inadatto a governare. Si sapeva ma anche allora ci furono altri alti lai. Lo stesso accadde quando Angela Merkel e Sarkò si misero a sorridere (avrebbero voluto sghignazzare ma in eurovisione non si può fare) dello stesso personaggio noto all’estero più per i suoi cucù che per iniziative politiche di un qualche senso.   

E poi, andando a caso, random dicono gli inglesi (così Severgnini sarà contento), poiché a seguire la serie storica c’è solo da far di danno al fegato, ci sarebbe da dire di Pompei e de L’Aquila e delle stragi impunite e dei segreti di stato e di anarchici che volano dalla finestra e dell'autostrada infinita e della terra dei fuochi, che il poliziotto autore dell'inchiesta ci muore di cancro, di giornalisti che minacciano la presidente degli industriali di scatenare segugi e di governi che piazzano alla presidenza di enti le sorelle di condannati per tangenti. E poi quella strana storia di accordi e accordicchi con la mafia. Storia mai chiarita ma che si porta dietro, questa sì bella evidente, una larga e scura striscia di sangue. O per andare a minuzie come quelle che accadono negli stadi dove si blocca chi ha in tasca una bottiglietta d’acqua minerale e non si pescano quelli che si portano fumogeni e petardi e razzi e spranghe o che, nonostante i tornelli, sono capaci far arrivare sugli spalti motorini da far capitombolare di sotto. 

E che dire di chi, come Daniele De Santis in arte Gastone, che blocca partite o decide di farle riprendere a piacimento. E poi c’è Genny ’a carogna, che già il nome è tutto un programma, che chiede di liberare uno che è stato condannato per aver ucciso un commissario di polizia e che decide, anche lui come Gastone, se un evento può o no svolgersi con serenità ed arrivare alla fine.  E poi a corredo e supporto di tutto questo c’è anche un giornalista che, in una trasmissione della RAI (Prima Pagina del 5 maggio) se ne esce dicendo: «lancio una provocazione ma che cosa è che  non è andato bene l’altra sera nella partita Fiorentina e Napoli? Adesso bisogna anche essere obiettivi il problema era probabilmente che c’era una persona che aveva dei precedenti come è stato segnalato sui giornali, Genny la carogna, che ha discusso con il capo delle altre tifoserie e con il capitano del Napoli sul cosa fare: sull’andare avanti oppure no. Bisognerebbe evitare che esista il capo di una tifoseria che abbia potere di vita e di morte sulle questioni legate all’ordinaria amministrazione, alla sicurezza di uno stadio. Però possiamo anche dire che se fosse stata presa un’altra decisione e fosse stata interrotta la partita e fossero state trasmesse informazioni sbagliate e anche non precise ai tifosi e fossero stati mandati via i tifosi dallo stadio forse sarebbe successo qualche cosa di molto molto più grave rispetto a quello già grave che abbiamo visto durante la partita.»  (la consecutio temporum è tutta del giornalista Cerasa) Eh già. 

Secondo Claudio Cerasa, caporedattore del Foglio, «che cosa è che non è andato bene»? Ancora una volta  si fa confusione e magari cattiva informazione. Il punto non è e non era, se far continuare o meno la partita (valutazione di ordine pubblico e anche un po’ di buon senso) ma stabilire chi è autorizzato a prendere questa decisione.  In mondovisione s’è visto che la decisione ultima spetta a Genny ’a carogna.  Lo stesso Genny ’a carogna che viene omaggiato di un’intervista dal il Mattino di Napoli.  Evviva. Evviva. Certo che al ministro Alfano un po’ questa cosa dovrebbe bruciare. Genny ’a carogna alza un dito e uno stadio intero a ubbidire. Alfano minaccia leggi draconiane  che al confronto le grida spagnole raccontate nei Promessi Sposi son cose da educanda e tutti, Genny ’a carogna per primo, a impipparsene.


Magari anche Renzi Matteo, dopo aver detto che uno come Genny ’a carogna, dovrebbe starsene in galera, sotto sotto deve aver pensato che gli piacerebbe avere lui quel potere per riformare la Pubblica Amministrazione e cancellare i pensionati d’oro, e impedire i doppi e tripli incarichi, e ridurre i costi della politica e magari anche fare pagare le tasse a chi le evade insomma fare la rivoluzione che lui dice di sognare. Poi però ci sono  le nomine delle aziende pubbliche che fanno un po’ ridere, e poi ci sono i tagli fatti a metà e i soldi dati alla fascia più numerosa di quelli che han bisogno (in fondo anche i voti contano) e i costi che sono intaliabili e via raccontando. Insomma tutti quei casi in cui lì la parte di Genny ’a carogna, nel senso di chi detiene il potere vere, la fanno altri.