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venerdì 29 novembre 2013

I governi passano e i peracottari restano.

Nulla di nuovo sotto il sole del Belpaese. Se prima a ricattare il governo era uno solo adesso sono in sette. Le tasse cambiano di nome ma sono sempre loro. Chi ha tanti debiti con fisco viene esentato dal pagare le multe mentre chi è alla canna del gas viene perseguitato. E poi c'è Roberto Cota ha il dono dell'ubiquità. Che non riesce neanche a papa Francesco.


Chissà perché ridono.


E così Silvio Berlusconi ha lasciato, insalutato ospite dopo vent'anni, il Parlamento della Repubblica e se ne è tornato ad Arcore. Non potrà più fregiarsi del titolo di senatore e neanche di quello di onorevole pure se qualcuno sostiene che una volta ottenuto lo si mantiene per sempre. A vita. Neanche fosse un marchio indelebile come quello che i cowboy stampavano sulle cosce dei vitelli. Ma questo sarà solo il primo dei titoli che perderà infatti a ruota non potrà più dirsi neanche cavaliere, lo era del lavoro. Questo titolo Berlusconi Silvio, l'aveva acquisito col “sudore della sua fronte”, come dice Daniela Santanchè. Cosa vuol dire l'umorismo. Da oggi Berlusconi Silvio è solo presidente: del A.C. Milan e di Forza Italia che poi è come dire la stessa cosa. Lui è il padrone di entrambi. Sic transeat gloria mundi.
A seguito di questo fatto, che non avrebbe potuto che accadere in Italia (altrove i politici per molto meno si sono dimessi), il partito di Forza Italia ha lasciato la maggioranza ed è passato all'opposizione. Ovviamente chiedono l'apertura della crisi di governo.
Per Enrico Letta non è un problema. Anzi aver perso una maggioranza quasi bulgara a favore di una risicata che al senato si regge su soli sette voti fa il suo governo più forte. Lui dice. Se prima era ricattato da uno solo con tanto di nome e cognome, Silvio Berluconi ora invece lo è da sette picchi qualsiasi che potranno giocare col governo ai quattro cantoni. In ogni caso perché il messaggio sia chiaro il Vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano, il segretario «a cui manca il quid », la definizione è di Berlusconi, ha ricordato che «Abbiamo parlamentari sufficienti per tenere in vita il governo, ma anche per farlo cadere.» Neanche a dirlo. Nel frattempo Napolitano che è stato la levatrice di questa bella idea delle larghe intese ha ricevuto i falchi di Forza Italia e pare abbia convenuto che una qualche discontinuità c'è stata e che questa deve essere ratificata dal parlamento. E tutto questo dopo soli sette mesi. Il prossimo lunedì Enrico Letta salirà al Quirinale per fare due chiacchere con Napolitano. Conditeor deo onnipotenti
By the way i sottosegretari di Forza Italia, Micciché a parte dato che lui prende ordini solo da Dell'Utri, per ora stanno ancora ai loro posti di governo poi si vedrà. Magari anche loro passano al Nuovo centrodestra o si fingono tecnici. Kirieleisson
Per rendere la storia più appetitosa ci sono i fatti che riguardano il Paese. Tanto per cominciare l'Imu che non si chiama più Imu ma Iuc, sembra il nome di un chewingum, nel 2014 si pagherà anche sulla prima casa. Anzi la pagheranno anche i più poveracci che fino ad ora non l'avevano mai pagata. Quindi le due rate di Imu non pagate nel 2013 saranno in parte saldate surrettiziamente sotto mentite spoglie e in parte palesemente. Habemus papa.
Ma poiché lo sceriffo di Nottingham ha fatto storia ecco che il governo, che è sempre a caccia di denari che i monaci cercanti al confronto sembrano degli scialacquatori, decide di rottamare i ruoli di Equitalia che tradotto in soldoni significa che chi ha grandi debiti con lo Stato non pagherà gli interessi. E c'è da scommettere che non pagherà neppure i debiti. Pare si tratti di poche persone e di poche aziende ma non si dice quante e neppure quanto debbano nel complesso. Maradona, nel senso di Diego Armando è tra questi deve una bazzecola: 40 milioni di cui all'incirca 34 milioni di interesse. Naturalmente la soluzione del contenzioso con i gestori del gioco d'azzardo è di là da venire. Deo gratias.
Poi per fortuna c'è il Pd. Sia Renzi che Cuperlo hanno deciso di incalzare il governo:«deve fare di più.» lo dicono come se loro passassero di Lì per caso e non fossero parte in causa. Complimenti. A Renzi che chiede una maggiore aderenza dell'esecutivo all'agenda del Pd risponde Fassina Stefano, ex dalemiano e poi ex bersaniano e poi giovane turco fino ad essere cuperliano, dicendo che non si può perché questo è un governo di coalizione. E quindi per logica conseguenza si adotta l'agenda degli altri. Gloria in excelsisi deo.
Se Roma sta male non è che le periferie godano, Nel consiglio di comunale di Roma si menano e lo stesso accade in quello della regione Piemonte dove si scopre che il digrignante Roberto Cota ha una passionaccia per il Bar Francia, capita che ci vada anche tre volte al giorno. E una volta ha pure offerto il caffè alla scorta spendendo 5€ e qualche centesimi. Crepi l'avarizia. Altre volte prendeva il caffè lì e poii subito dopo di corsa a Bruxelles. Insomma, sostiene la Guardia di Finanza, pare che abbia anche il dono dell'ubiquità. Cosa questa che non riesce neanche a papa Francesco. Forse Roberto Cota è Nembo Kid travestito.
In compenso saltano i risarcimenti per la strage di Bologna e il processo per i fatti di Viareggio dopo quattro anni è finalmente approdato alla seconda udienza. Velocità supersonica. Naturalmente Enrico Letta sparge solidarietà a piene mani, tanto non costa ed è vicino alle vittime di quella insensata strage, ovviamente stando ben lontano. Per soprammercato il governo non si costituisce come parte civile. Che volere di più dalla vita. Ite missa est



martedì 26 novembre 2013

La valchiria Michaela Biancofiore dà la definizione di donna. Ci mancava

Per difendere l'indifendibile ci vuole il coraggio e la determinazione dell'integralismo e Michaela Biancofiore in queste doti eccelle. Per far salvo Berlusconi arriva al punto di definire come puttane (senza dirlo esplicitamente) la maggioranza delle donne.


Michaela Biancofiore, Siulvio Berlusconi e un cane.
Dudù questa volta l'ha scampata
«La stragrande maggioranza delle donne quando vede un potente ci si butta a pesce» 
Copywriting Michaela Biancofiore, la valchiria di Forza Italia. Il teatro della performance è stata la trasmissione di la7, piazza pulita. Il tema della serata, come ti sbagli, era la decadenza di Berlusconi da senatore e il titolo l'ultima trincea. Chi meglio della valchiria Biancofiore poteva avere l'onore di difendere Berlusconi?

Della valchiria l'onorevole Michaela Biancofiore ha praticamente tutto: è alta, è bionda (magari un po' tinta ma non si può stare a guadare il capello, per l'appunto), è di presenza, ha delle mani che sembrano delle palette e all'occorrenza potrebbero pure trasformarsi in armi contundenti. Quindi meglio starle alla larga nei momenti di tensione. Anche perché è sanguigna, sarà l'origine pugliese, ed ha la determinazione e la capacità di avanzare senza farsi scalfire da alcunché, meno che mai dalle critiche, dalla ragione e dal buon senso, quasi un panzer caricato a molla, anzi un vero panzer, sarà la nascita altoadesina, terra che vuol definirsi teutonica.

A volte guardandola mentre si esibisce in tv si ha la sensazione che sulla testa le si autoplasmi il vecchio elmetto prussiano, per intenderci quello con il chiodo in cima. Che tra calotta cranica elmetto in acciaio e chiodo si ha sempre la sensazione non ci sia soluzione di continuità.
Sa lanciarsi oltre l'ostacolo senza neanche avere la necessità di un ordine. Lei vive in simbiosi (ancorché platonica) con il capo, il presidente Berlusconi come usa chiamarlo, ne coglie il desiderio ancora prima che questi sia riuscito a pensarlo, sempre che il verbo non sia troppo forte. Sa avanzare contro il nemico senza paura, ha il passo pesante e fermo del montanaro ed capace di gettare oltre l'ostacolo tutto: non solo il cuore, ma anche il fegato, le coratelle, il cervello, il cervelletto e tutti gli altri optional di cui la natura può dotare un essere umano. Ancorché donna.

Il senso del ridicolo le è assolutamente sconosciuto. Ha capacità di argomentazione, anche senza sbagliare i congiuntivi e sempre con questi a portata di mano, che non è poco nel desolante panorama politico italico, sa contraddirsi che è un piacere. Ma lo fa con la naturalezza dell'integralista che definito il punto di arrivo non si perita, pur raggiungerlo, di adattarsi ad ogni compromesso con la logica. Anche se di questa , la logica, ha vaga coscienza e comunque scarsa frequentazione all'uso. Naturalmente nella puntata non si può non parlare del rapporto di Berlusconi con le donne: «le giovani donne che si offrono al drago» per citare la seconda ex moglie di Silvio Berlusconi. Tema oltremodo noioso ma oggi convergono più fatti: si è a un passo della decadenza e quindi dalla perdita dell'immunità parlamentare, c'è il remotissimo rischio che a seguito di questa il Berlusconi Silvio faccia un giro a Regina Coeli o a San Vittore e come soprammercato è una delle tante giornate (ipocrite) dedicata alle donne, questa volta è sulla violenza, e quindi non se ne può fare a meno.

Quando Veronica Gentili, un po' moralisticamente, fa notare che il ventennio berlusconiano ha privato una generazione, in particolare le giovani donne, di sogni la valchiria le si è scagliata contro (metaforicamente, è ovvio) chiamando a suo sostegno, che ci vuole bella faccia tosta, il femminismo e la gestione del proprio corpo salvo poi aggiungere che le sue nipoti mai si sarebbero prestate a simili giochetti. Ovviamente. E questo per la specchiata moralità della famiglia. In altre parole quelle sono quello che sono mentre le nipoti sue sono madonne. Ça va sans dire.
E poi giusto per rimanere in tema Alfano, l'Angelino, è bollato, testuale, come ruffiano «con la lingua appiccicata a Brlusconi» come nessuno. Le valchirie, si sa, sono un po' rudi e non sono tenute al bon ton. Altrimenti che valchirie sarebbero.

Poi un passaggio neanche tanto lieve sulla moralità del genere femminile: «Ho visto io ragazze di vent'anni mettere i bigliettini nelle sue tasche (di Berlusconi ndr). E anche di signore di una certa età ….» Insomma le nipoti son madonne mentre le altre (molte altre, forse quasi tutte le altre o addirittura tutte) vanno per sentieri opposti. Infine il garnde botto: «La stragrande maggioranza delle donne quando vede un potente ci si butta a pesce … ».
Che riassumere il tutto in soldoni e spiegarlo piatto piatto e con libera interpretazione a chi s'è perso la trasmissione perché andato al cine (che è stato meglio) suona così: ci sono le nipoti mie e quelle di tutte le famiglie bene (che votano Berlusconi) che sono delle madonne mentre poi la stragrande maggioranza delle donne sono delle, diciamo, poco di buono pronte a tutto per il denaro. Per cui Berlusconi Silvio che nulla ha mai fatto, ma se anche avesse fatto, è nella sostanza innocente.
Come dire che essendo uomo e masculo non poteva non cogliere quanto magnanimamente offerto. Perché sono le donne che vogliono il potere e sono disposte a tutto pur di ottenerlo. Compreso vendersi. O se si vuol dare una lettura più maliziosa che senz'altro l'intrepida valchiria non ha neppure immaginato, s'è trattato semplicemente di circonvenzione d'incapace. Dove l'incapace è il ricco scemo. Bel colpo valchiria.

A proposito, lo slogan femminista del sessantotto recitava: né puttane né madonne solo donne.
Che a capirne il senso basta essere solo normodotati. Magari ricordarsene durante le giornate (ipocrite) dedicate alle donne.

lunedì 25 novembre 2013

Pd: il volto buono della destra o quello peggiore della sinistra?

Certo che per darsele i candidati alla segreteria del Pd se le sanno dare e pure bene. Sono agguerriti, spiritosi e sapidi per quel che serve in simili frangenti. Pare quasi di assistere alle primarie dei democratici negli Usa dove se le cantano chiare al di là di ogni ragionevole limite, anche del buon gusto.



Ora sono rimasti in tre che in rigoroso ordine alfabetico sono: Civati Pippo, Cuperlo Gianni  e Renzi Matteo.
Di Pittella il Gianni, conviene identificarli con il nome i Pittella tanti sono quelli che girano in politica, s'è persa traccia salvo sapere che appoggerà Renzi. Un altro che sale sul carro del supposto vincitore. Domanda: ma quanto è capiente questo carro? Già perché a quanto pare non ci si sale con biglietto singolo ma con quello comitiva. Magari costa meno.

I Pittella, per esempio, sono due: Gianni (tre volte europarlamentare, una sola volta deputato, ex socialista ex laburista approdato prima ai Ds e poi per evoluzione naturale al Pd) e Marcello (consigliere comunale e poi provinciale e poi regionale anzi da pochi giorni governatore della Basilicata, sempre che il gup non lo inserisca nella lista degli indagati per una storiella di rimborsi allegri e, ovviamente, con lo stesso pedigree del fratello come provenienza di partito) entrambi figli di Domenico per tre volte senatore del Psi. Che a star tutti in politica e per tanto tempo ci vuole una bella resistenza. Tanto che il quotidiano della Basilicata titola: “i fratelli Pittella aprono al sindaco di Firenze.” che chissà se poi vorrà rottamare anche questi.

Comunque, i tre rimasti in gara parlano che è un piacere quanto poi a dire cose questa è tutta un'altra storia. Per adesso vale accontentarsi dei titoli poi quando finalmente li vorranno raccontare si darà un'occhiata anche ai contenuti.
Civati che di nome fa Pippo come l'amico di Pluto, è quello che, ad orecchio, sembra avere più capito come stare al mondo senza troppa fatica. Si è ritagliato lo spazietto del contestatore di tutto e di tutti, strepita a gran voce che bisogna fare la nuova legge elettorale, ben sapendo che è di là da venire e che poi si vada subito al voto. Desideri che neanche il mago della lampada potrebbe esaudire. E infatti questo è il trucco: chiedere l'impossibile per mantenere il possibile e vivere felici che poi col suo 10% è l'ideale per far la parte della minoranza oppressa. E lui questa la calza bene e per l'occasione se ne va girando con la barbetta di qualche giorno che vorrebbe mefistofelica e invece è rada e poco cool.

Poi c'è il Cuperlo, dal tradizionale nome Gianni, ma al contrario di quell'altro, il Pittella, lui non ha fratelli al seguito. Almeno che si sappia. Da qualche giorno parla come uno di sinistra che se lo sente D'Alema lo sculaccia. Si è messo anche a criticare il governo. Prima chiedendo alla Cancellieri di ritirarsi ma s'è ritirato lui appena Letta ha inarcato il sopracciglio poi adesso per dire che ora il governo non ha più alibi. Che in verità a ben vedere non ce li aveva neanche prima, se solo avesse voluto. Adesso invece che il Letta Enrico (detto palle d'acciaio) è in mano a sette senatori c'è proprio da ridere. La vita è ben strana: quando il governo girava sul dito di uno solo era ricattabile ora che invece a deciderne l'esistenza sono in sette si sentono più forti. Boh! Per adesso quel che si è capito di Cuperlo son due cose: la prima che non vuole «che il pd sia il volto buono della destra», ma questo non l'ha chiesto nessuno, e la seconda che il segretario del partito non svolga altro lavoro. Allora ci si immagina che si dimetterà da presidente del centro studi del Pd (chissà cosa studiano) e da membro della XIV commissione parlamentare, quella che si occupa delle politiche dell'Unione Europea, una faticaccia con i tempi che corrono e poi star sempre dietro a quel che dicono Angela Markel e Olli Rehn è come avere un doppio lavoro su tre turni. Ovviamente quindi si dimetterà anche da parlamentare perché con tutte quelle votazioni proprio non ci si può star dietro. A meno che non voglia dire che fare il parlamentare non è un lavoro. Cosa possibile. Anche perché in parlamento c'è già da tre legislature, senza che alcuno se ne sia mai accorto prima d'ora. Magari volesse cominciare a darsi da fare e la smettesse di essere il ventriloquo di D'Alema ruolo che a Bersani non ha portato molto bene.

Quindi il Renzi Matteo, il nuovo che avanza. Però senza parere è in pista dal 2001, che ormai son dodici anni, se si prende come anno di partenza quando fu eletto/nominato coordinatore della Margherita fiorentina. Anche se iniziò il suo impegno in politica nel 1996 nel partito Popolare, non avendo fatto in tempo ad iscriversi alla Dc come Alfano e Letta, la coppia perfetta che di strano questa non ci ha proprio nulla. Lui non vuole «essere il volto peggiore della sinistra».
Che con questa frase non si capisce se intenda la sinistra che perde quasi tutte le elezioni e quando per minuzie le vince si fa prendere dalla sindrome del re della montagna: i dirigenti si divertono a buttarsi giù l'un con l'altro. Come quando: prima hanno acclamato un candidato alla presidenza della repubblica e poi in 107 lo hanno boicottato. Dando materiale ai comici di mezzo mondo. Chissà se Cuperlo sa chi fa parte dello squadrone che ha boicottato Prodi?
Oppure Renzi non vuol fare quella sinistra che quando arriva al governo fa le stesse cose della destra ed anzi le peggiora pure: la legge sul federalismo a quindici giorni dalle elezioni insegna. Insomma vuol dire basta alla vocazione di esser dei fresconi?
Che se la seconda è quella giusta la domanda è: che ci fa Renzi Matteo, rottamatore d'aspirazione, in compagnia di Fassino e si immagina pure la signora e di Veltroni, Pittella, Franceschini, Bassolino, De Luca (sindaco e boss di Salerno dove il congresso Pd è stato annullato per brogli) e poi Castagnetti, Marina Sereni, Fioroni, Gentiloni e quasi tutti quelli che alle primarie scorse gli hanno preferito il perdente Bersani? La compagnia non è delle migliori e a guardare i pregressi risultati che questi hanno ottenuto c'è da toccar ferro, legno, cornetti, amuleti vari e pure quello che non si può dire. E magari meditare sul vecchio adagio che recita «chi va con lo zoppo impara a zoppicare».

Magari smettessero tutti di far battute e le lasciassero fare a Crozza Maurizio ed al suo amico Andrea Zalone che tra tutti sembrano i politico migliori. Ma allora l'Italia sarebbe un Paese normale. Il che, ad oggi, ancora non è. 



giovedì 21 novembre 2013

Anche questa volta Anna Maria Cancellieri l’ha scavallata.

Davanti a 'palle d'acciaio' Letta i deputati del Pd si squagliano come gli omini di cioccolata nel calendario dell'avvento. Se la Cancellieri cadendo fa cadere il governo Letta vuol dire che lei è più forte di Letta. E se la si mettesse al posto di  Letta?


La ministra Cancellieri pensa: a chi dovrò telefonare oggi?

E così anche questa volta, è la seconda, Anna Maria Cancellieri ce l’ha fatta. Rimarrà al suo posto di Ministro della giustizia. Evviva, evviva, evviva. Chissà se gli italiani sono degni e sapranno farsi sempre più degni di simile ministro o ministra. Oddio non che la ministra ce l’abbia fatta con le sue sole forze che se si fosse basata unicamente su quelle adesso sarebbe già ai giardinetti a dar da mangiare ai piccioni. E invece no, è e sarà ancora lì, al suo posto. Almeno per il momento. Poiché come insegna James Bond «mai dire mai.»

Per farla franca ci è voluto l’aiuto determinate, di vibranti quanto seminascoste presenze  e, invece, in chiara visione di Enrico palle d’acciaio Letta. Che in effetti questa volta, oltre che dichiararle (che son buoni tutti) le ha fatte tintinnare per davvero, le palle d’acciaio. È accaduto durante la riunione dei deputati del Pd nella serata del 19 novembre e quelli, che a quanto pare sono come gli omini di cioccolata al latte nel calendario dell’avvento si sono squagliati che è stato un piacere. Compreso quei quattro rodomonti che corrono per la carica di segretario del Pd. Che poi sarà bello vedere quello eletto all’opera quando, la prossima volta, palle d’acciaio si presenterà chiedendo, ad esempio, di avere Penati o magari Profumo o magari Consorte o magari tutti e tre assieme al Ministero all'economia.

«Se cade lei (nel senso della Cancellieri) cade anche il governo.» Come frase ad effetto non c’è male anche se assomiglia un po’ a quella di un altro Richetto, impersonato tanti anni fa da Renato Rascel, che diceva:«Se non mi compri un regalo non mangio.» Di solito a quel tempo a simili capricci il babbo rispondeva con un sano scapaccione che rimetteva le cose nella giusta prospettiva ma questi non sono più quei tempi. E soprattutto allora il dottor Spock non aveva ancora fatto la sua comparsa nella pedagogia familiare pure se Giorgio Napolitano già bazzicava per le stanze della politica.
Comunque il dato che risulta certo è che nessuno abbia risposto all’azzardo (per non dire bluff) di Richetto Letta dicendo: « Vedo!» Che tradotto dallo spiccio linguaggio del poker a quello più prolisso e astruso della politica sarebbe stato a significare: «Bene, dimettiti». Per poi guardare l’effetto che fa. Però, come si racconta in giro, per giocare duro ci vogliono dei duri e in quel bel consesso dove vien già difficile trovare della gomma piuma figurarsi pescare un emulo di Humphrey Bogart.

Non avendo avuto quindi l’ardire di fare la domanda della busta numero uno ci si immagina che almeno qualcuno tra quei fini politici abbia ripiegato sulla domanda di riserva: «perché? Se cade lei perché cadi anche tu? Che c’è dietro?» Ma come diceva un tale, se il coraggio non ce l’hai non è che te lo puoi dare, e i partecipanti a quell’assemblea probabilmente tutto si vogliono dare meno che il coraggio. Che per come sono molli verrebbe da gridare: «Ci fosse almeno una Santanché tra di loro.» E invece niente, si trovano a zoppicare con un Dario Franceschini che farfuglia di tentativi fatti per ottenere “spontanee” dimissioni della suddetta, miseramente andati a vuoto a causa dell’ingombrante presenza del vibrante Napolitano. Roba da ridere, che se ci fossero ancora i fratelli Marx li assumerebbero tutti come autori delle loro gags e li lancerebbero nelle più ardite compagnie di giro. Che forse quello è il loro vero posto.

Perché poi, se si seguisse la logica si dovrebbe arguire con semplice sillogismo che: se la Cancelliri cadendo ha il potere di travolgere Letta allora la Cancellieri è più potente di Letta e dunque, per la proprietà transitiva, perché non mettere la Cancellieri al posto di Letta?  Già, bella domanda. Che se il sillogismo fosse stato presentato alla riunione del 19 novembre  forse le famose palle d’acciaio si sarebbero accartocciate.
Magari Richetto temeva e teme di dover affrontare e gestire un rimpasto? Ma i rimpasti, come dice la parola stessa, si gestiscono  e si gestiscono con palle d’acciaio. Se si hanno a disposizione e non sono solo millantato miraggio.

Mentre tanti, tantissimi, continuano a sventolare il fatto che nel comportamento della ministra non ci sono elementi ed ipotesi di reato pochissimi fanno rilevare che la mancanza è grave non tanto sotto il profilo giudiziario, che ci mancherebbe anche questa, ma sotto il profilo politico. Il fatto grave è consistito, ancor più che nell’atto delle telefonate fatte (non in quelle ricevute che non si può impedire a dei postulanti di chiamare), nelle parole dette che sono assai gravi quando si sente suonare per ben quattro volte il lamentoso «non è giusto» e l’ancor peggio «non esiste» Che poi il ministro della giustizia nel momento in cui si arrestano i componenti di una famiglia senta il desiderio di telefonare a questa piuttosto che ai pubblici ministeri per congratularsi lascia un qualche briciolo di perplessità. In un Paese normale.
Nulla di penalmente rilevante in quelle frasette ma, sotto il profilo politico, di educazione politica, si tratta di una enormità. È un po’ come lasciare le ossa del pollo sul prato dove si è fatto il pic-nic o buttare la carta per terra anziché nel cestino. Nulla di penalmente rilevante ma da censurare sotto il profilo di grande civica maleducazione. Però questa, al contrario del coraggio, chi non ce l’ha se la può dare. Che è quel che accade nei Paesi normali. Per l'appunto.

E infatti, in nessun Paese europeo, che al contrario dell’Italia hanno gradi di normalità leonini, un ministro, specie se della giustizia, dopo una sola telefonata ad un imputato di reati gravi come quelli contestati ai Ligresti, sarebbe ancora al suo posto. Però in quei Paesi di pale d’acciaio semplicemente non si parla ma le si mettono in gioco con signorilità. Facendole funzionare.



martedì 19 novembre 2013

In autunno spuntano i funghi e cadono le foglie. Anche in Parlamento

La politica italiana di questi mesi è in linea con la stagione meteo: l’autunno. Dagli alberi cadono foglie morte, dal governo la Cancellieri e dalle bocche della politica solo fesserie. Almeno ci fosse, come diceva Prévert,  il vento del nord a spazzarle via.




C’è una nebbia che non si vede da lì a qui, le foglie cadono che è un piacere, piove, tira vento, l’umidità impazza, nei boschi. i funghi spuntano che è un piacere, È l’autunno, bellezza. La politica italiana rispecchia la stagione.Non si vede da qui a lì: cioè non ci si capisce un accidente di quanto succede: il governo di balls of steel Letta (si traduce a beneficio di Gasparri: Letta “palle d’acciaio”) non sembra sapere dove voglia andare e soprattutto cosa voglia fare. In compenso rimanda qualsiasi decisione sia possibile rimandare ovvero tutte. 

Il ministro della Giustizia ondeggia come una larga foglia di ippocastano ed è lì lì per cadere, il vento, alimentato con grande forza dai quattro candidati alla segreteria del Pd, primo partito della coalizione è bene non dimenticarlo, è tutt’altro che rassicurante. 
Come tutto questo non bastasse ecco spuntare, neanche fossero funghi, altri gruppi politici. Che se funghi lo fossero per davvero sarebbe una manna per il Paese e soprattutto per i buongustai. In tutto ciò il Paese tira la cinghia ascoltando distrattamente quelli che dicono di vedere la luce in fondo al tunnel che se dicessero di aver visto la madonna sarebbero più credibili. Anche perché quelli che se ne stanno in Parlamento e campano di politica il tunnel non l’hanno mai visto e non sanno neppure dove sia.

Di nuovo non c’è nulla. È sempre la solita stucchevole zuppa che con nomi nuovi presenta ferri vecchi. E il Pd maestro fino ad ora ineguagliato in questo giochino di prestidigitazione anziché godere delle altrui sciagure (saranno poi vere?) si mette ad imitare la nuova moda dello scissionismo.  
Il primo a lanciare la moda è stato il Pdl che decide di tornare all’antico e di chiamarsi nuovamente Forza Italia che però è un contenitore adatto solo ai berlusconiani doc cioè quelli senza se e senza ma che purtroppo per loro sono rimasti all’asciutto di poltrone e strapuntini. Quelli che invece il posto l’hanno arraffato non lo vogliono mollare e quindi si dichiarano diversamente berlusconiani. E poiché sono diversi se ne vanno ma in realtà restano perché come dice Berlusconi «sono il nostro nuovo gruppo e in caso di elezioni correranno con noi sotto la stessa bandiera.» Che per essere differenti è un bel salto.

Nel frattempo, con mirabile fantasia, si autobattezzano (sono tutti cattolici) Il Nuovo Centrodestra che è un nome depositato da Bocchino (chi se lo ricorda più) e come facciano ad essere nuovi se sono quelli di prima è un vero mistero.                           Però palle d’acciaio Letta dice che è contento perché così, con meno voti in Parlamento, si sente più sicuro e meno ricattabile che se prima lo ricattava uno solo adesso lo possono fare in sette tanti sono i voti che gli consentono di galleggiare in senato. Che se poi qualcuno si becca il raffreddore … Comunque, contento lui.

Il partitino di Monti che nato con l’idea di raccogliere il 20% dei consensi non ne  ha raggiunto neanche la metà si sta sfarinando come le castagne lesse. Frutto di stagione. Se ne è andato Casini con i suoi dell’Udc e adesso quelli rimasti si dividono in montiani doc e popolari. Era il partito del rigore e del bon ton ma all’ultima riunione gli urli sono stati tanti ed è scappato pure qualche vaffa, neanche fossero grillini. Evidentemente i loden non fanno primavera. 
I popolari sono capitanati da Mario Mauro che nasce ciellino poi di osservanza berlusconiana e grazie a questo è stato parlamentare europeo nonché capo delegazione poi quando ha sentito aria di bruciato è saltato sul carrettino Monti credendolo una portaerei. S'è sbagliato ma la cosa non gli impedito di diventare ministro e poiché questo è il paese di Mascagni che musicò i Pagliacci s’è messo a digiunare contro le sue stesse decisioni. Mentre con la mano destra compra gli F35 con la sinistra respinge piatti di orecchiette  (è di san Giovanni Rotondo) e digiuna contro l’acquisto delle armi da guerra. Nebbia fitta in val padana. E anche in talune scatolette craniche.

In tutto ciò il Pd dovrebbe andare a nozze e gongolare e invece no. Ogni partito ha le sue croci e nel pd sono pure tante. Al momento due brillano più delle altre per acume politico: Beppe Fioroni e Massimo D’Alema. Come ti sbagli.
Il primo minaccia scissioni se il Pd  entra nel Partito socialista europeo. Lui è un cattolico tutto d’un pezzo e con i socialisti non ci sta. Che, a dirla tutta, per i socialisti è un gran bel vantaggio. Tutti a tremare per questa potenziale uscita che se Fioroni se ne andasse per davvero dal partito non se ne accorgerebbe neppure lui.  
Poi c’è D’Alema, il più intelligente come diceva Cossiga che era anche un gran battutista.
D’Alema ha passato una intera mattinata ad insultare Renzi definendolo: ignorante, mentitore, superficiale, giamburrasca, falso messia, e inadatto a diventare segretario del Pd. E questo solo perché Renzi gli ha larvatamente ricordato tutti i fallimenti brillantemente conseguiti. Dopo di che D’Alema il prode minaccia anche lui di abbandonare il partito e di fondarne un altro che magari chiamerà Partito della Rifondazione del Pd e per far numero si troverà pure accanto quelli che ha sempre schifato come Bertinotti, Diliberto, Paolo Ferrero e chissà chi altri.  E poiché il vice conte vaticano Massimo D’Alema è uomo tutto d’un pezzo e dal pensiero lineare  dopo aver detto peste e corna di Renzi sostiene che lo vede bene come candidato premier. Laddove non si capisce perché uno ritenuto inadatto a guidare un partitino di poche centinaia di migliaia di aderenti debba essere l’uomo giusto per guidare una nazione di sessanta milioni di abitanti che, nonostante tutto, è ancora una tra le dieci potenze economiche del pianeta. Però si sa che il labirinto di Dedalo al confronto con il pensiero di D’Alema è poco più di una linea retta.


«Le foglie morte cadono a mucchi – cantava Prévert – le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti e il vento del nord le porta via nella fredda notte dell’oblio.» Che se così fosse per il Belpaese sarebbe come fare Bingo. Vuoi mai dire.



giovedì 14 novembre 2013

Il Parlamento Italiano entra nei Simpson

Il Parlamento italiano per i Simpson rappresenta il massimo della corruzione. Magari fra qualche tempo potrà ambire a diventarne addirittura sinonimo come già succede per il falso Giuda e il cattivo Caino. I Simpson mettono in pratica la massima “castigat ridendo mores” ma perché questa abbia successo ci vuole almeno un po’ di moralità.  E trovarla in quelle stanze è una bella caccia al tesoro.



Ken Brockman, il giornalista di Springfield 
L’apice del successo di un prodotto o di un attore o di uno sportivo o di un personaggio appartenente a un qualsivoglia settore lo si raggiunge quando il nome della persona o della marca diventa sinonimo della categoria. 
Più di così non si può ottenere Così è stato per i fazzoletti di carta Cleenex così è stato per il poliziotto Serpico così è stato per lo stravagante e confusionario Paperoga e così è stato anche per il cattivo Caino e per il falso Giuda. Già, perché questa regola vale sia per le categorie dei buoni sia per quelle dei “cattivi”, detto senza malizia. . Se l’assioma tra nome e categoria va avanti nel tempo vuol dire entrare nella storia. Se poi addirittura travalica gli oceani e diventa internazionale allora si entra nel mito e nella leggenda.

Il parlamento italiano sta seriamente correndo questo rischio: di entrare nella leggenda. E questo grazie ai Simpson, il cartone animato americano che spopola presso i ragazzini e non solo loro, al di là e al di qua dell’oceano Atlantico. Infatti nella puntata del 10 novembre il giornalista Ken Brockman, uno dei personaggi della saga, ha detto testualmente che:«Questa scuola è più corrotta del Parlamento italiano.» Bel colpo.

Certo si potrà dire che in fondo in fondo gli americani provino un qualche sentimento di razzismo verso gli italiani, d’altra parte i nostri prodotti d’esportazione che più hanno fatto scalpore si sono chiamati Al Capone, famiglia Gambino, Vito Genovese e Sam Giancana, giusto per fare qualche nome. E magari ci si dimentica di Fiorello La Guardia, del succitato Frank Serpico e  di Mario Cuomo e di Al Pacino e pure del recentissimo sindaco di New York Bill de Blasio. Però si sa che la male pianta scaccia la buona, così come accade per la moneta, Carlo M. Cipolla docet, dove la cattiva butta fuori la buona. Così gira il mondo.

Peraltro nelle democrazie occidentali l’Italia è l’unico Paese che veda sedere nel parlamento la bellezza di ben cento tra condannati e indagati. È anche l’unico in cui un vice presidente del Senato ha definito «scimmia» un ministro di colore e mantiene con non chalance il suo seggio. Per non parlare del caso Berlusconi che più che una tragedia assomiglia, ad ogni giorno che passa ad una farsa. Oltre a tutto mal recitata.

Naturalmente ora si solleveranno alti lai da personaggi istituzionali che lamenteranno questa ignobile attacco alla Patria, si raccomanda con la pi maiuscola, e che probabilmente parleranno di rigurgiti razzisti verso il Paese che ha dato i natali a Michelangelo, Leonardo ad Enrico Fermi e a Giulio Natta e a tantissimi altri. E diranno, magari in modo vibrante, di onore nazionale offeso ed oltraggiato, dimenticando che  tra quegli scranni si fa compravendita di parlamentari e che il senatore Razzi,ha ben chiarito che quelli sono covi di malfattori dove ognuno si fa i “razzi” suoi e che è lecito salvare un governo sciagurato per la nazione se così facendo si raggiunge l’agognato individuale assegno vitalizio. Che poi se si facesse l’analisi del capello chissà quanti finirebbero in comunità per tossicodipendenti. Altro che servizi sociali.  E  qui di parlare di Anna Maria Cancellieri e dei rapporti suoi e del marito e del figlio con la famiglia Ligresti proprio non se ne ha il cuore. Sic transeat gloria mundi.

Per non dire dei costi della politica che c’è da rabbrividire. Tutti lo sanno ma una rinfrescatina senz’altro giova. Il Parlamento italico, nei suoi due rami, costa due volte più di quello francese, tre volte più di quello inglese e badaben-badabem cinque volte più di quello americano. I due rami del parlamento Usa governano 316 milioni di cittadini con 100 senatori e 435 deputati. Quasi poco più della metà dei 952 tra senatori e deputati, inclusi i sette senatori a vita, che governano il più delle volte male, solo sessanta milioni di italici.
Comunque, alla fine, come dare torto al povero Ken Brockman senza arrossire di vergogna ma i nostri vibranti vibratori sapranno senz’altro farlo rimanendo impassibili anche se un po’ pallidi. Così come si conviene ai sepolcri imbiancati.

I Simpson in fondo fanno il loro lavoro: castigat ridendo mores. Anche se un castigo per essere tale e soprattutto per funzionare richiede una certa dose di moralità e in quelle antiche stanze trovarla è una bella caccia al tesoro. 



giovedì 7 novembre 2013

Btp Italia, trecentomila formichine hanno comprato.

C’è chi dice che i denari finiti in Btp Italia siano tolti ai consumi e alla crescita. In realtà sono denari investiti nella sopravvivenza del Paese. La crescita passa prima di tutto dalla riduzione degli sprechi. Come ad esempio i 27.000€ spesi in hardware per ogni deputato.  



Un cronista de La7 ha chiamato “formichine” i titolari delle trecentomila sottoscrizioni che lo scorso martedì 5 novembre hanno acquistato l’emissione Btp Italia, scadenza 2017 per un totale di oltre 22 miliardi. Per l’esattezza 22,271 miliardi tondi tondi. In altre parole trecentomila italiani hanno deciso di scommettere sul Paese Italia e hanno deciso di acquistarne il debito. Il debito del proprio Paese. Un po’ come hanno fatto e fanno i giapponesi che sono proprietari di quasi il 100% del loro debito pubblico.  

Quando l’operazione la fanno i giapponesi chapeau. I commenti più che positivi sono entusiastici perché i figli del sol levante dimostrano attaccamento al loro Stato, fiducia in sé stessi e, forse soprattutto, sono disposti a sacrificarsi pur di non essere ricattati. Cosa quest’ultima che invece potrebbe accadere agli Usa che invece hanno quasi il 50% del loro debito statale nelle mani degli cinesi che, con la signorilità che li contraddistingue, di tanto in tanto glielo fanno ricordare. E in quei momenti gli americani inghiottono rospi perché un conto è spiare le telefonate del signor Zhuge Shang magari mentre parla con la sua fidanzata della elezione del nuovo sindaco di New York e altro è sapere che lo stesso signore può decidere di chiedere in rimborso del debito. Magari hic et nunc. Che forse è per questo che gli americani spiano i cinesi.  Però nel mondo globalizzato si fa finta di niente. In fondo è tutto un gioco.

Invece nel tono della voce del commentatore de La7 prima e di Enrico Mentana poi c’era un che di sgradevole sia mentre si pronunciava la parola formichine sia quando si commentava che quei oltre ventidue miliardi sono tolti dalla circolazione per quattro anni e non aiuteranno la crescita. E neppure saranno investiti in attività produttive. Che certo è vero che tutti quei miliardi non aiuteranno la crescita e che sono tolti ai consumi ma è altrettanto vero che faranno qualcosa di ugualmente importante: impediranno al Belpaese se non di fallire senz’altro di stare peggio di quanto già non stia ora. Quei denari probabilmente serviranno per pagare stipendi e magari pure saldare almeno una parte di quei creditori dello Stato (regioni, province e comuni) che da parecchi mesi, per non dire anni, stanno aspettando di veder retribuito il lavoro già fatto. E quindi sono soldi che andranno, almeno in parte, con un giro lungo e tortuoso nelle tasche di chi deve arrivare alla fine del mese. Solo in una parte però.

Per un’altra quota serviranno, purtroppo, a coprire una certa dose di scialacquo di spesa pubblica. Che mettersi qui a far la conta di quali e quanti siano i rivoli improduttivi e non meritevoli di denaro all’interno della cosa pubblica sarebbe lungo oltre che ripetitivo. Soprattutto in questi giorni dopo che il professor Roberto Perotti (1) ha raccontato al globo terracqueo che la Camera dei deputati non solo non ha risparmiato tretatre milioni (pari al 3%), spese del 2013 rapportate al 2012, ma ne ha sborsati in più circa 130/140, di milioni, pari ad + 12%. 
Addirittura, pare che per ogni deputato, per dire la più buffa, siano stati erogati ben 27.000 eurini in hardware. Il che è equivale a dire che ad ognuno siano stati dati in dotazione una cinquantina di pc portatili di buon livello. Che c’è da far felici oltre che i deputati anche le mogli, i figli, i nipoti, le amanti e pure le concubine. Almeno fino al terzo grado di parentela.

Per fortuna ci sono le formichine che, facendo la media del pollo, hanno investito nei Btp all’incirca 50.000€ a testa. Che c’è da chiedersi dove avrebbero dovuto mettere alternativamente questi denari? Avrebbero dovuto gettarsi a fare acquisti forsennati, tutti a cambiare l’auto o la cucina o il guardaroba o chissà cos’altro? O magari tutti al ristorante o a prenotare aerei avverando così quanto sosteneva, mentendo, anni fa uno scriteriato presidente del consiglio del quale il Paese fatica a liberarsi. Che non bisogna essere degli economisti particolarmente acuti per capire che le persone sono portate a spendere quando si sentono sicure del futuro e che in caso contrario risparmiano ancor più di prima. Soprattutto quando si hanno figli e nipoti con lavoro precario o addirittura senza lavoro.  E non bisogna neppure essere dei geni della finanza o degli sfegatati comunisti per capire che prima di aumentare le tasse varrebbe la pena di ridurre gli sprechi e che le rendite finanziarie dovrebbero far cumulo con il reddito da lavoro e sul totale dovrebbero essere pagate le tasse e che queste, udite udite, dovrebbero essere eque. Il che tradotto significa che chi più ha più paga. E anche che accumulare pensioni come fossero le figurine Panini oltre che non onesto non è neppure morale. 

Che magari non stupirebbe se si scoprisse che un gran politico di questi sventurati giorni incamera la pensione da deputato europeo oltre a quella di deputato nazionale e magari pure una qualche indennità come ex presidente della camera e perché no pure la pensione da giornalista. E on top al tutto lo stipendio per l’attuale funzione. E poi sentirlo parlare della sua comprensione della povertà e della ingiustizia qualche accenno di nausea la fa pure viene.
Magari a qualche brillante economista bocconiano si potrebbe consigliare la lettura de La favola delle api di Bernard de Mandeville, scritto nel 1705, per fargli capire chi deve spendere e perché.
Per fortuna ci sono queste formichine, per gran parte ceto medio che non vuol morire, che si ostinano a risparmiare e a credere, cocciutamente, nel Paese. Che se poi magari nel loro piccolo si incazzassero pure magari ce ne sarebbe di guadagno. Per tutti.



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lunedì 4 novembre 2013

Il caso Cancellieri ed il senso del ridicolo

Come al solito quando si tratta di un caso emotivamente forte si travalica il buon senso e come niente si scivola nel ridicolo. Anna Maria Cancellieri cita Paperon de Paperoni e i 110 casi nei quali dice di essere intervenuta. Che poi i detenuti siano 60.000 è un dettaglio.



Sui fatti, almeno questa volta, non c’è storia: le telefonate ci sono state e sono anche ammesse. 
Anzi a ben vedere tra interviste ed articoli di giornali ne sono contabilizzate molte di più di quelle che sono lì a comporre il caso Cancellieri-Ligresti. Queste ultime, almeno fino ad oggi, sarebbero solo quattro: quella nella quale la ministra si mette a disposizione della famiglia Ligresti, quella di Gabriella Fragni (compagna di Salvatore Ligresti) che chiede aiuto per Giulia Ligresti e quelle della Cancellieri ai due vicedirettori del Dap, rispettivamente dottor Francesco Cascini e dottor Luigi Pagano. Il primo sostiene di non aver fatto nulla (1) perché il caso era già noto e l’amministrazione penitenziaria se ne stava già occupando, il secondo ha fatto una telefonata (2) in cui si è sentito dire che il caso era già noto e chi di competenza se ne stava già occupando. Il che è bello a leggersi anche perché questa è una delle poche volte in cui due voci della pubblica amministrazione sono omogenee, confermate e non discordanti. Bene.

Il dottor Pagano poi ammette e conferma di aver ricevuto in passato altre telefonate dalla ministra Cancellieri e per l’esattezza «tre o quattro mentre il collega Cascini qualcuna di più»  Quantificare il “qualcuna di più” detto da Pagano è presto fatto: sono 106 o 107. Al numero ci si arriva per differenza dato che al congresso dei radicali la ministra Cancellieri ha dichiarato di aver seguito questa procedura, normale o inusuale? è tutto da vedere, almeno 110 volte. Tutti casi umani a cui lei, la ministra, ha voluto dare il suo sostegno. Azioni meritorie. Queste, d’altra parte, fanno intuire, nell’ordine, che in fondo in fondo in carcere non si sta neanche tanto male se la ministra è intervenuta solo in 110 casi su una popolazione carceraria di oltre 60.000 detenuti. E al contempo che avere il sostegno della ministra non è cosa poi così agevole se solo in 110 ci sono riusciti. Ma forse gli altri 59.890 detenuti non conoscono la mail e neanche il numero di cellulare della ministra. Può capitare.

La difesa della ministra si svolge all’interno del congresso del Partito Radicale e, come scrive il Corriere della Sera, è densa di rabbia ed orgoglio.  Che, a ben vedere, non sono proprio sentimenti che rendano sereni e neppure tanto lucidi i loro portatori. Comunque, durante il suo intervento la ministra ha sostenuto con chiaro cipiglio che in Italia «non ci sono detenuti di serie A e di serie B, i cittadini sono tutti uguali si chiamino Ligresti, Paperon de Paperoni, che siano marocchini, filippini, italiani, non conta nulla.» Tirare in ballo zio Paperone è stato un tantinello esagerato a meno di non professare una visione del mondo dadaista che però non pare essere nelle corde della ministra visto che commentò le condanne definitive dei responsabili del massacro della Diaz dicendo:«E' il prezzo altissimo che paghiamo, perché perdiamo alcuni dei nostri uomini migliori.» (3)  Laddove, con ogni probabilità, la ministra confondeva abilità tecnica con l’operare retto, il senso della giustizia e guarda caso l’umanità. Quell’umanità che oggi lei reclama, a gran voce, suo diritto di esercitare. Vincendo facile peraltro: chi non è d’accordo, almeno a parole sull’umanità? Probabilmente anche Landru che però, forse, si sarebbe trattenuto dal paragonare Giulia Ligresti a Marco Biagi non foss’altro che per il differente ruolo e contesto nel quale rispettivamente si sono trovati ad agire. False comunicazioni sociali e manipolazione del mercato in relazione al bilancio Fonsai del 2010, per la prima, riforma del mercato del lavoro per il secondo. Insomma una qualche differenza c'é.

Dopo di che la ministra, nello stesso congresso, ha ritenuto opportuno dir bene del figlio Piergiorgio Peluso: «è un bravissimo ragazzo.» (4), che anche la signora scarafone lo dice del suo. Saggezza dei proverbi.  Piergiorgio Peluso è manager dalla carriera fortunata che lascia, dopo soli 14 mesi, il gruppo Ligresti con una ricca liquidazione (3,6 milioni) per approdare in Telecom, guarda come è bizzarro il caso, qualche mese dopo che la mamma, ministro dell’Interno, ha firmato con la stessa azienda un contratto di 81 milioni di eurini, che va dal 2012 al 2018, per i famosi e mai usati braccialetti elettronici. Che la ministra Cancellieri faccia di tutto per i detenuti è fatto ormai assodato ed incontrovertibile. Che poi a pagare sia lo Stato è solo un dettaglio. Pure trascurabile.

In tutta questa vicenda ovviamente non possono mancare le voci dei partiti e dei loro più rappresentativi esponenti. Ecco quindi Maurizio Gasparri chiosare che «questi tecnici alimentano carriere proprie e familiari con un dinamismo, per usare un eufemismo , di fronte al quale i politici impallidiscono.» Con ciò implicitamente affermando  che i politici sono più tarlucchi dei tecnici e tutti e due sono personaggi da cui ben guardarsi. Bravo Gasparri, questo suggerimento mancava.
 Ovviamente è intervenuto anche Danilo Leva, ignoto ai più, ma che pare ricopra l’incarico di responsabile giustizia del Pd che l’ha fatta da par suo dicendo:«No a strumentalizzazione ma anche a minimizzazioni.» Così da rispettare il né aderire né sabotare d’antan.  Poi c’è chi difende la ministra, Benedetto della Vedova e Lorenzo Dellai solo perché temono per le sorti del governo. (1) Che se questo cade rivederli in parlamento sarà difficile. E tutti tengono famiglia. Ovviamente Letta Enrico, sentito il parere, fatto di vibrante e commossa soddisfazione di Napolitano, si è detto sicuro che la ministra «fugherà ogni dubbio.»  Ma è una certezza non eterna e nel caso potrebbe anche cambiare di segno. Quindi, occhio alla penna.

E poi c’è Giulia Ligresti di cui non si è effettivamente capito se sia o meno affetta da anoressia. A quanto scriveva Il sole 24ore (5) «la donna versa in uno stato di profonda prostrazione e rifiuta il cibo. » Senza voler essere cinici si può affermare si tratti di un comportamento non inusuale nei neodetenuti ma non solo. Per quelli che sono amici di Pluto e senza alcun grado di parentela con Paperon de Paperoni di solito si procede prima con la vigilanza e il controllo e in un secondo tempo se la situazione non migliora si passa l’alimentazione forzata. In genere i casi rientrano. In quelli disperati, ma solo dopo aver esperito tutte le procedure, si passa ad altre forme di detenzione. Quindi la questione non è facile e neppure semplice. Non sono disponibili numeri esatti sul fenomeno ma senz’altro i casi sono più di 110 e senz’altro il Dap qualche numerello in più ce n’ha. E magari ha anche da fare qualche considerazione in merito. Pur rimanendo sostenitori del Beccaria.

Infine, come d’obbligo, la ministra Anna Maria Cancellieri rivendica d’aver fatto carriera con le sole sue forze, nessuno almeno pubblicamente ha sollevato il problema, ma lei ci tiene a ribadirlo. Forse non conosce il detto latino excusatio non petita  con quel che segue, ed è meglio così poiché altrimenti si morderebbe la lingua. Quindi  chiama a testimonio i ministri sotto la cui gestione ha lavorato: Mancino (il ministro indagato per la trattativa Stato-mafia), Maroni (il ministro dei respingimenti), Pisanu (il ministro che implorava Moggi di aiutare la Torres, squadra della serie C1) (6),  Bianco (qualche malalingua lo accosta al caso Lusi) e Amato (lui è sempre dovunque). Che poi è come chiedere a san Francesco di testimoniare sulla bontà del lupo.



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(1)  Corsera, 3 novembre 2013
(2)  La7, 3 novembre 2013, telegiornale delle 20,00
(4)  Il fatto quotidiano 3 ottobre 2012