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lunedì 30 settembre 2013

Il Pdl se ne va. Kafkianamente.

Berlusconi fa dimettere i parlamentari ma sono dimissioni sospese, come i caffè nei bar di Napoli.. Fa dimettere i ministri ma si dichiara pronto a votare la legge di stabilità e altri provvedimenti che impediscano l’aumento delle tasse. Berlusconi batte Kafka 6-0, 6-0, 6-0.




«Stacco la spina» alternato da un più articolato «Sono responsabile. I processi non incidono sul governo» allegramente doppiato dal «Attendo un cenno dal Quirinale» fino al «Mi hanno lasciato solo, in mano ai magistrati comunisti». È stato il tormentone in quattro scene, reiterate fino alla noia, dell’estate 2013. Ideatore, sceneggiatore e principale attore nonché pianista, chansonnier e amante di Dudù, che non è una escort ma un cane, è stato Silvio Berlusconi. Il deus ex machina (in genere ritenuto qualcosina di più ma in queste ore anche qual cosina di meno) del Pdl.

Ora pare, ma il dubbio è d’obbligo poiché quando si ha a che fare con gli uomini di spettacolo bisogna sempre attendersi una sorpresa, che il tormentone sia arrivato alla fine. Fine che sembra coincidere con quella del governo: il Pdl se ne va. Gioia gaudioque.  
Ma dire che «se ne va» è affermazione grossa e anche un po' impegnativa. Perché è vero che i ministri sono dimissionari ma lo stesso Berlusconi ha già dichiarato che è disposto a votare « i provvedimenti economici necessari per non danneggiare l'Italia: la legge di stabilità da varare entro metà ottobre e i provvedimenti per bloccare Imu e Iva.» Il che è kafkianamente chiaro tenuto conto che Berlusconi ha imposto ai suoi ministri di dare le dimissioni perché non voleva « la responsabilità per l'aumento delle tasse».

Quindi riepilogando: se il Pdl fosse rimasto al governo ci sarebbe stato un aumento delle tasse mentre invece uscendone ma votando i provvedimenti del governo l’aumento delle tasse sarà scongiurato. In questo l’aggiunta, che sa di ciliegina sulla torta, dell’affermazione: «Le mie vicende personali non c'entrano» con l’uscita dal governo. In altre parole Silvio Berlusconi batte Franz Kafka 6-0, 6-0, 6-0. Questa è la classe del vero piazzista. Chi riuscirebbe a fare altrettanto?

Tutto ciò posto i ministri, che assecondando la volontà del capo hanno dato le dimissioni, dichiarano che non sono d’accordo con la scelta della linea guerrafondaia e Maurizio Lupi (che per cognome dovrebbe stare dalla parte dei duri ma è cattolico e di Comunione e Liberazione nonché  sostenitore di Ruby nipote di Mubarak che poi è come dire essere tutto ed il suo contrario) dichiara che «così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti – e buttando il cuore e le coratelle oltre l’ostacolo, non roba sua s’intende ma quella di un altro, aggiunge -  Angelino Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia».

Angelino Alfano, fino ad ora estremo giustificatore di qualsiasi manovra di Berlusconi, ivi incluse quelle che lo hanno coperto di ridicolo, pur essendo ancora segretario del Pdl, non approva la linea che viene imposta dai falchi e decide di fondare due nuove categorie socio-politiche e si dichiara «diversamente berlusconiano». Affermazione che se da un lato ha tutta l’aria di essere una sciarada dall’altro dimostra cosa sia la venerazione per il capo. L’altra categoria è quella dei «nuovi berlusconiani». Da capire cosa abbiano di nuovo questi nuovi visto che tra loro ci sono berlusconiani di vecchia data come Mario Mantovani, Stefania Prestigiacomo, Micaela Biancofiore, Denis Verdini e Sandro Bondi e le cosiddette new entry possono ormai vantare anni e anni mi militanza come Daniele Capezzone, Augusto Minzolini o l’ex presidente della regione Lazio Renata Polverini. Che è come dire che nuovo e vecchio pari sono.

Quindi per non farsi mancar nulla c’è anche lo psicofarsa delle dimissioni dei parlamentari. Dimissioni che sono consegnate nelle mani di Berlusconi: non sono esecutive ma ‘sospese’ come i caffè nei bar di Napoli. Con la variante rispetto ai caffè napoletani che se anche consegnate per essere rese operative si deve affrontare una procedura lunga e noioso che, se applicata su tutti, richiederebbe anni prima di arrivare a compimento. Con l’aggiunta che nessuno sa cosa farebbero i subentranti ai dimissionari. Questa sì che è creatività.

E mentre tutto ciò impazza c’è chi vagheggia (o vaneggia) di altre maggioranze che verrebbe da chiedersi come mai non ci si sia pensato prima. Ma questa è logica e la logica con il pensiero kafkiano non ci va a nozze. Sul fatto poi che Kafka fosse ceco e non italiano comincia a venire qualche dubbio. 

sabato 28 settembre 2013

Guido Barilla non farà mai spot con i gay. Non sa quel che si perde.

Ha detto che mai farà uno spot con una famiglia gay ma in realtà non è vero. Dice che il suo libro preferito è la Repubblica di Platone ma evidentemente ha saltato la parte che riguarda la famiglia. A lui la famiglia tradizionale piace così tanto che ha voluto averne due.


Da Barilla Guido, che di secondo nome pare faccia Maria,  uno scivolone così non ce lo si aspettava di certo. Tutto quanto si leggeva e si sapeva di lui deponeva a suo favore. 
Dicono cronache ufficiose che abbia capito prima, di più e meglio di altri della famiglia e degli azionisti che la linea Mulino Bianco era ed è branch fondamentale per l'azienda. Ed ha capito, ancora una volta prima, di più e meglio che il futuro dell’azienda stava e sta nella internazionalizzazione. 

Anche perché nessun prodotto rappresenta tanto l’Italia e il made in Italy come un bel piatto di pasta sia che si tratti di spaghetti, fusilli o rigatoni. Questi ultimi, i rigatoni, anche con tutti i loro significati reconditi, furono nobilitati da Federico Fellini con un memorabile spot. Mentre gli spaghetti scolati con una racchetta da tennis, hanno interpretato, tra i tanti altri film, un cameo ne l’appartamento, di Billy Wilder, cinque Oscar, recitando a fianco di Shirley MacLaine e Jack Lemmon. 

Guido Maria  Barilla, giovanissimo, seppe fare una scelta che, per i tempi e ancor oggi, fu trasgressiva: lasciare la ruspante Bocconi per la più posata facoltà di Filosofia. Ben sapendo che la tecnica si impara, magari anche facilmente, ma per la capacità di ragionamento è tutta un’altra storia. Come peraltro hanno abbondantemente dimostrato i tecnici del precedente governo che a parte saper far di conto, anche se qualche volta han pure denunciato di aver scarsa confidenza con le tabelline, con il resto del ragionare stavano messi abbastanza male tanto che Raffaele Bonanni sostenne e forse a ragione, che suo zio avrebbe saputo far di meglio. Ma questa è un’altra storia.

Barilla Guido Maria ha detto che mai farà uno spot con una famiglia gay e non sa quel che si perde. O forse sì: la normalità. Perché una famiglia gay è uguale a una qualsiasi famiglia etero salvo che in bagno a radersi la mattina sono in due.  Barilla Guido Maria ha detto che mai avrà gay sul set dei suoi spot come protagonisti, ma in realtà non è vero. Barilla Guido Maria sa perfettamente che la pubblicità ha rappresentato e rappresenta un fattore cruciale nel successo delle sue marche. E sa pure che la pubblicità è conservatrice e interpreta i pensieri più piani dei consumatori e cerca il loro consenso. Non a caso tutti gli spot prima della messa in onda vengono testati e se il risultato non è soddisfacente li si corregge o li si rifà. Per il momento l’atteggiamento degli italici nei confronti delle unioni gay  è possibilista, non a caso Barilla Guido Maria sui matrimoni gay si dimostra aperto, ma sul significato di famiglia è probabile che atteggiamenti e comportamenti configgano ragion per cui è meglio stare dalla parte dei bottoni. 

Poi magari Barilla Guido Maria si fa prendere la mano e questo per un filosofo (anche se solamente di laurea) francamente non va bene. Soprattutto se, come racconta in un’intervista (Grazia 26 dicembre 2009) afferma che  il suo libro preferito è la Repubblica di Platone. Di cui deve aver saltato la parte in cui l’autore sostiene che la vita familiare dovrebbe essere abolita per consentire il massimo di opportunità a tutti i giovani e non bloccarli o ingabbiarli nelle tradizioni delle famiglie d’origine. Ma questa omissione è più che comprensibile visto che Barilla Guido Maria con la retorica della famiglia e della casa ci sbarca il lunario. Che poi anche sui gusti di Platone magari ci sarebbe qualcosina da dire dato che ai tempi suoi non sempre le donne andavano per la maggiore. Ma nessuno si sognerà mai di giudicare Πλάτων per i suoi gusti sessuali.

E comunque Barilla Guido Maria in meno di ventiquattro ore ha fatto ammenda su twitter, e poi con una foto a tutta pagina dove non ha propriamente l’aria di essere l’uomo più felice del mondo. Le discolpe, si sa, qualche volta lasciano in chi le porge un persistente dolorino. E naturalmente le scuse, come da copione sono per tutti: gay, amici, dipendenti,  partner che poi vuol dire fornitori e clienti. E viene il sospetto anche per i nemici. Non manca nessuno. Con ciò evidenziando di aver ben letto e capito i restanti capitoli  di  Πολιτεία (Politéia ovvero la Repubblica ) dove si dice di come si dovrebbe governare. E a ben vedere un’azienda è un mini stato. Così come lo è una famiglia. E viceversa. 

Qui non si fa cenno alle due famiglie di Barilla Guido Maria (quasi tutti i sostenitori importanti della famiglia tradizionale ne hanno due quando non tre, è la prassi) non per dimenticanza ma solo perché son fatti suoi.

giovedì 26 settembre 2013

Le dimissioni non si annunciano, si danno.

Bella frase: chiara, direttiva e definitiva. Il copywriter è Daniele Capezzone un falco tutto di un pezzo. Però quelle dei deputati e senatori del Pdl dichiarate con ovazione il 25 settembre al momento sono solo annunciate. Se ne riparlerà il 4 ottobre. Si spera che Capezzone, per la delusione del ritardo, non picchi il suo pupazzetto.


Sembra incredibile ma è vero. Come ormai è ampiamente accertato la realtà supera sempre per eccentricità e creatività la fantasia e la fatidica frase «le dimissioni non si annunciano, si danno.» ha come copywriter nientepopodimenoche: Daniele Capezzone.
Il Capezzone queste dure e sacrosante parole le rivolgeva a Saccomanni, il ministro dell'Economia e delle Finanze, che le dimissioni le aveva garbatamente ventilate nella vana speranza di mettere un freno alle continue e pressanti richieste del Pdl.

Capezzone Daniele ha un passato da radicale, è stato eletto per quattro volte alla segreteria del partito e giusto per non farsi mancare nulla, nel biennio 2006 -2007, è stato anche deputato per la Rosa nel Pugno formazione che sosteneva, guarda il caso, il governo Prodi. È solo dal 2008 che, come Saulo sulla via per Damasco, il giovane virgulto radicale viene fulminato da Berlusconi ed entra a fa parte del Pdl prossimamente rediviva Forza Italia e, in un battibaleno ne diventa il portavoce. Mistero gaudioso. E poiché tutti i neofiti devono pagare pegno ai nuovi amici eccolo posizionarsi nella corrente dei falchi. Anzi, a sentire le sue dichiarazioni, spesso incendiarie, più che un falco sembra un superfalco. Giro di valzer non di poco conto viste le origini che lo vedevano pacifista non violento e gandiano e pure liberale-liberista.-libertario.

Adesso invece il superfalco, per una volta in amorosa compagnia delle colombe, a riprova che il partito dell'amore esiste per davvero, spinge affinché per il suo capo non valga quanto sancito dall'articolo 3 della costituzione ovvero che: la legge è uguale per tutti. Lui, il Capezzone, vuole, vorrebbe, ambirebbe, supplicherebbe, minaccerebbe che per il suo boss la legge fosse un po' più uguale. Magari non si tenesse conto della sentenza di Cassazione. Mettendo con ciò in seria crisi uno dei princìpi cardine dello stato di diritto. Che a dirla tutta non ce lo si aspetterebbe da un liberale ancorché liberista e pure libertario. Anche perché, sempre nella sua vita da radicale Capezzone Daniele aveva ipotizzato che Berlusconi si facesse canne con sostanze di portata ben superiore alla semplice erba (1) e, pour gouter . lo aveva paragonato a Wanna Marchi (2) che, capelli a parte, magari qualche somiglianza a cercar bene la si trova pure. In fondo erano goliardate di gioventù poi crescendo si matura. Appunto.

E giusto per essere coerenti, ecco che nella serata del 25 settembre arriva la notizia che tutti i deputati e senatori del Pdl, ci si immagina che Capezzone nella sua qualità di superfalco sia stato in prima fila e magari anche un po' più in là,, abbiano votato con acclamazione per le loro dimissioni in massa. Bene, è una scelta e ne trarranno le conseguenze, si immagina. Dimissioni immediate, si immagina. Dimissioni irrevocabili, si immagina. Errore,  queste per adesso sono sole enunciate, chissà la sofferenza di Capezzone Daniele, che si spera, una volta tornato a casa, non se la prenda con il suo pupazzetto che già ha molto sofferto nella vita. Infatti, ribaltando il Capezone-pensiero, le dimissioni scatteranno solo il 4 di ottobre e solo se le cose dovessero andar male per il capo. Una sorta di piccolo, dolce, innocente ricatto nei confronti del Parlamento, dell'alleato di governo, quel Pd i cui dirigenti hanno dichiarato in tutte le salse che l'intero partito è addirittura sdraiato sulla linea della decadenza e magari pure del Presidente Giorgio Napolitano. Come dire che i nodi alla fine vengono al pettine. 

Ma in Italia una scappatoia, come una sigaretta ed un caffè, non la si nega a nessuno. Magari si lavorerà, in qualche modo, per passare la palla magari alla corte costituzionale che, come sono i casi della vita, ha appena trovato in Giuliano Amato un nuovo membro. Mistero doloroso.


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  1. http://old.radicali.it/view.php?id=57398
  2. http://old.radicali.it/view.php?id=57194&numero=&title=NOTIZIE%20RADICALI

martedì 24 settembre 2013

Quanto è Amato Giuliano dalla stampa. E dagli altri

La leggenda vuole che i giornali siano il cane da guardia del potere. Ogni stampa nazionale fa riferimento , metaforicamente parlando, ad un cane da guardia prediletto: in Germania il classico pastore tedesco o il doberman, nel Rgno Unito il bullmastiff o il collie.  In Italia la media della stampa ha scelto come emblema i chihuahua o quando vuol essere particolarmente aggressiva i pechinesi. Il caso del neo giudice costituzionale docet.


Il 28 di agosto, Fabio Cavalera ha deliziato i lettori del Corriere della sera con un articoletto, tale solo per la sua brevità e non per il suo peso, che è stato pubblicato a pagina quindici nella sezione esteri. Il titolo già di suo la dice chiara: “la battaglia del Guardian, ultima trincea”. In questo il Cavalera, con poche migliaia di battute racconta ai suoi senz’altro estasiati lettori come si comporta la stampa libera ed indipendente nei confronti del potere. E il Guardian, va detto per onore di cronaca, ha subito intimidazioni d’ogni genere, anche da parte del governo (conservatore) che ha mandato, scrive Cavalera  «gli 007 dal direttore a distruggere due hard disk». Cosa che non ha intimidito il Guardian che nei tre anni passati ha costretto Rupert Murdoch a chiudere il domenicale News of the World : troppe intercettazioni illegali e complicità dei vertici di Scotland Yard e Downing Street. Poi ha spezzato il segreto di stato americano con il caso Wikileaks-Assange-Manning e per finire , ma non è detto che non vengano riservate altre sorprese, ha sventolato in piazza i panni sporchi del «datagate» americano e britannico. 

Questo, dice Cavalera, dovrebbe essere il giornalismo «normale». Quello che, forse forse, adesso non piace a Gianpiero Mughini, prima direttore responsabile di Lotta Continua e poi per una dozzina d’anni star di Controcampo trasmissione sportiva di Italia1,  perché «fa tiro al bersaglio indecente ed ossessivo» ed «è un lavoro destinato alla claque dei lettori». (1) Frasi queste riservate a Il fatto quotidiano per stigmatizzare che questo giornale abbia ricordato a tutti come Giuliano Amato, novello giudice costituzionale abbia in passato consigliato ad una testimone di tacere con i giudici.(2) La testimone era Anna Maria Barsacchi, vedova del senatore socialista Paolo Barsacchi,  e la questione, come ti sbagli, era una tangente. Allora Giuliano Amato era il vicesegretario del Partito socialista. Segretario era Craxi Benedetto in arte Bettino. I figli del quale, è di questi giorni, hanno dichiarato che  «se Craxi era un ladrone Amato era il vice ladrone. » (3) Che certo non si può definire un endorsement, come si usa dire adesso. 

Chissà che ne avrebbe fatto il Guardian di questa registrazione. E chissà, se come dice Mughini l’avrebbe trovata cristallina. Ma d’altra parte Giuliano Amato è molto amato, da tutti. Da quelli della prima repubblica e da quelli della seconda. 
Essere stato per due volte, sempre con Craxi, sottosegretario alla presidenza del consiglio e, anche se una volta sola, ministro dell’Interno e poi pure  presidente del consiglio, forse aiuta a farsi voler bene. Da tanti se non da tutti. Gli vuol bene Mario Monti che lo ha chiamato a «fornire al presidente del Consiglio - così la nota ufficiale di Palazzo Chigi - analisi e orientamenti sulla disciplina dei partiti per l’attuazione dei principi di cui all’articolo 49 della Costituzione e sul loro finanziamento».(4) Proprio lui che grazie alla politica percepisce una pensione mensile pari allo stipendio annuale di un impiegato.  Gli vuol bene chi lo mette a capo del Comitato dei Garanti per le celebrazioni del 150° della Repubblica. Chissà chi è. Gli vuol bene Napolitano che lo nomina giudice costituzionale. Gli vuol bene pure Massimo D’Alema che nella sua fondazione ItalianiEuropei gli chiede di essere  presidente dell’advisory board (che sarebbe come dire i probi viri ma magari in italiano suona male) e poi lo difende dicendo che è un uomo di grande esperienza politica e giuridica e  «il resto non conta nulla». (5) 

Chissà perché la grande esperienza politica non è servita a Bettino Craxi e la grande esperienza giuridica non è servita a Cesare Previti. Forse sono due condizioni necessarie che per essere anche sufficienti richiedono di viaggiare in coppia. Dopo di che, a scanso di equivoci, bene come sono finite entrambe quelle storie. E comunque se lo dice D’Alema noto per non averne mai azzeccata una c’è da star tranquilli. 

Comunque a parte il Fatto quotidiano  nessuno ha trattato la questione con il dovuto peso. Neppure Libero, Neppure Il giornale, Neppure La padania  Che a volte quando non si parla di qualcuno vuol dire che gli si vuole proprio bene.
Viene però il sospetto che in Germania non sarebbe andata così e quasi certamente anche nel Regno Unito la storia avrebbe avuto altri riflessi. Magari anche solo per una questione di opportunità. Non essendovi, magari, risvolti penali. Accade tuttavia, che talvolta la forma sia pure sostanza. Ma solo al di là delle Alpi e oltre Manica che a stare al di qua c’è d’avere un certo mal di testa. In quei paesi quando pensano ad un cane da guardia pensano a pastori tedeschi o a doberman o a schnauzer o a collie  o a bullmastiff. Nel Belpaese invece quando si tratta il tema vengono in mente i chihuahua o i pechinesi. Che non sono neanche autoctoni. Rifletta su questo Fabio Cavalera la prossima volta che vuol scrivere di «giornalismo serio per nulla esposto alle derive della spettacolarizzazione e della banalizzazione.» Magari partendo dal suo, di giornale.


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 (2) http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/09/19/mughini-telefonata-di-giuliano-amato-adamantina-fatto-indecente/245334/ Nella telefonata in questione,21 settembre 1990, si trovano frasi come: «Giuliano io chiedo soltanto che chi sa la verità la dica» AnnaMaria Barsacchi  «Eh ma vattelo a pesca chi la sa e qual è [la verità] tu sei sicura di aver capito chi ha fatto che cosa lì. » Giuliano Amato.  «Io penso che l’hai capito anche te.»  dice Anna Maria Barsacchi. «…. per qualcuno forse dei locali sì ... non t’andare a preoccupare di stabilire chi c’entra e chi non c’entra»  dice Giuliano Amato         


(5)     http://www.youtube.com/watch?v=H6LVxJ0wVwc                         
                                                

venerdì 13 settembre 2013

Giuliano Amato è tornato. La Corte costituzionale ringrazia

Amato non è un bamboccione e neppure uno sfigato e tanto meno un choosy. Anzi schizzinoso non lo è per niente. Qualsiasi cosa purché sia un posto. Dallo Psiup a sottosegretario di Craxi e poi Presidente del consiglio in proprio prima di tornare a fare il ministro con D'Alema. Avrebbe voluto farlo anche con Monti e Letta junior ma gli è andata male.

Anche questa volta Giuliano Amato c’è l’ha fatta. Certo. E d’altra parte non poteva essere diversamente perché Giuliano Amato, da Torino e giovanissimo trasferito in Toscana, classe 1938, non è un bamboccione e neppure uno sfigato e tanto meno un choosy. Anzi schizzinoso non lo è mai stato, al contrario si è sempre fatto andar bene tutto. Giuliano Amato è uno che non può stare con le mani in mano e quando è disoccupato soffre.  Soffre terribilmente. Occupare il tempo scrivendo poesie e favole per i nipotini è una cosa bellissima che fa tanto ‘nonno affettuoso’ ma non può durare a lungo. No, non può durare a lungo soprattutto perché raccontare favole ai nipotini non dà la stessa soddisfazione che raccontarle agli italiani. Con gli italiani le favole riescono meglio, questi sì che sono di bocca buona e bevono praticamente di tutto: dalla democrazia cristiana a Berlusconi passando per D’Alema e poi i due Letta. Altro che bruscoli.

Per lui l’importante è esserci magari anche in un posto da precario. Precario come può essere precario un ministro, lo è stato per cinque volte, precario come lo può essere un sottosegretario, magari alla presidenza del consiglio, lo è stato per quattro anni alle dipendenze di Craxi in due governi, precario come lo può essere un presidente del consiglio, anche in questo caso lo è stato per due volte. E ci vuole proprio un coraggio da leoni per affrontare con simile ardore la vita e tutte le sue precarie incertezze, soprattutto quando si può contare solo sullo stipendio da professore universitario e poi sulle miserrime indennità da parlamentare guadagnate col sudore della fronte per ben cinque legislature. E dire che il prof. Giuliano Amato è sempre stato un fervente rivoluzionario pronto a buttare cuore e coratelle oltre l’ostacolo per nulla interessato alle mondane cose della vita. Inizia la sua carriera politica addirittura nello Psiup (Partito di Unità Proletaria) che si collocava a sinistra del Pci essendone per altro un satellite ben protetto. Poi nel momento della disfatta di questo gruppo con sommo sprezzo del pericolo non sceglie il grande accogliente e sicuro partito comunista ma si accontenta di uno di molto più piccolo e modesto, sempre in preda a scossoni e sconquassi, quello socialista. La sua scelta è senz’altro controcorrente e dettata dalla voglia di portare la rivoluzione anche in quel partito che pure da molti decenni condivide le stanze del potere con la democrazia cristiana. Non a caso i suoi primi amici socialisti sono ex comunisti come Antonio Giolitti  che all’interno del Psi rappresenta una delle correnti di sinistra. Si mette indi poscia in lotta con Craxi e lo affronterà così duramente da divenirne consigliere e quindi sottosegretario. E poi quando la prima repubblica affonda grazie al suo spirito ribelle lui riesce a galleggiare lo stesso muovendosi di presidenza in presidenza, da quella dell’Antitrust a quella della Convenzione Europea (vicepresidente) e poi a quella sui Balcani. Naturalmente sempre da professore. E poi nel 2008 abbandona (lui dice) la politica. E qui qualcuno, ingenuo, si è rammaricato per la perdita: Amato pensionato. Sì ma un pensionato, oltre 30.000€ mese  che si dedica alla Treccani ed alle consulenze per Deutsche bank e poi alla presidenza della Scuola di Sant’Anna di Pisa e a quella degli ex allievi della stessa e via dicendo. Un uomo con l’argento vivo addosso altro che fragilità fisica come diceva Scalfari. E naturalmente non può mancare un suo interessamento al Monte dei Paschi di Siena, banchetta di cui nessuno si occupa, mentre lui magnanimo un occhio ce lo butta.
Nel 2011 tenta di entrare nel governo Monti, tra tanti tecnici un politico-tecnico o tecnico-politico come lui potrebbe fare la sua bella figura ma non ce lo vogliono, spera allora nel governo Letta potrebbe ricoprire il ruolo della chioccia di quei ragazzini scapestrati ma ancora non lo vogliono. Sembra la fine ma gli amici si scoprono nel momento del bisogno e così il presidente Napolitano, caro vecchio amico di tempi antichi gli viene in soccorso e a settantacinque anni eccolo rimpiazzare un vecchietto di settantasei anni e incominciare con l’energia di un ragazzino l’ennesima avventura: la Corte costituzionale. Sì proprio quella Corte che forse dovrà discutere della legge Severino. Che sia stato messo in quel consesso proprio per questo? Chi può dirlo. Comunque percepirà anche in questo caso uno stipendio come giusto che sia per chi lavora: pare che sia di 30.000€, recentemente ritoccato verso l'alto, naturalmente al mese. A quanto pare 30.000 è un numero ricorrette per Giuliano Amato.In ogni caso auguri. Anche a tutti gli italiani.  

giovedì 12 settembre 2013

Da talk-show a pulp-show: c’è la gabbia di Paragone.

Ha esordito ieri sera, 11 settembre, la nuova trasmissione di Gianluigi Paragone: la gabbia. In quasi tre ore tutti i protagonisti si impegnano, oltre ogni ragionevole dubbio, ad ammazzare il buon gusto, l'educazione e assai spesso anche il buon senso. Una vera vergogna.


Gianluigi Paragone nella sigla d'apertura de la gabbia.
Avrebbe voluto, forse, fare il cantante ci tocca tenerlo
come conduttore televisivo


Finalmente il pulp diventa democratico e arriva alla portata di tutti. Fino a ieri c’era il pulp intellettuale di Quentin Tarantino, troppo raffinato, troppo difficile da capire e soprattutto troppo colto. Da ieri l'11 settembre, già anniversario di due epocali tremende sciagure come l'assassinio di Salvador Allende in Cile, e gli attentati di Al Quaeda alle torri gemelle si arricchisce, si fa per dire, di un'altra piccola sciaguretta: la messa in onda della trasmissione televisiva la Gabbia. Qui ad essere ammazzati sono il buon gusto, l'educazione e assai spesso anche il buon senso. Una vera vergogna. Nel caso cileno la mano assassina fu quella di generali golpisti, si dice aiutati o addirittura comandati chi potrebbe mai crederlo, da agenti della Cia, in quello di Ground Zero gli assassini furono i terroristi di Al Edace mentre nel caso de la gabbia ci si deve accontentare di Gianluigi Paragone. Il giornalista, di ex confessione e carriera leghista, si presenta vestito come un hippy di ritorno, non avendone l'età, con tanto di chitarra, braccialetti, orecchino e camicia fuori dai jeans che se la libertà d'opinione e il senso di quel che si dice passasse solo per l'abbigliamento finto trasgressivo il Belpaese raccoglierebbe in un anno più premi Pulitzer che gli Usa dall'inizio della loro storia. Comunque, non è l'abbigliamento che fa la trasmissione. La prima ora passa tristemente tra urli, strilli e continue interruzioni. I protagonisti sono Daniela Santanché e Marco Travaglio. Quella che una volta si autodefiniva «la passionaria» mentre ora se ne va in giro con l'etichetta di «pitonessa» svolge con diligenza la sua solita noiosa parte, l'unica variante sta nel fatto di rivolgersi a Travaglio definendolo «delinquente» per il resto nulla di nuovo. Evidentemente i suoi consulenti di comunicazione non sanno andare otre il solito cliché e non sembrano avere grandi idee che se le suggerissero di ascoltare le ragioni degli altri e soprattutto di non interromperli con le solite contumelie cantilenate farebbero uno scoop. Travaglio riesce a dire poco e lo fa al solito modo. Girata la boa della prima serata tocca ad un'altra mezza dozzina, o giù di lì, di personaggi di seconda schiera che, segno di grande creatività, non staranno seduti su comode poltrone ma in piedi davanti ad un microfono a stelo di disegno vintage. Le banalità si susseguono la colpa della situazione è dell'euro, dei poteri forti alternativamente dei comunisti o di Berlusconi e immancabilmente della burocrazia che strozza questo paese.
Uno dei presenti giusto per fare un esempio, Chicco Testa, già comunista, già attivista ecologista, già deputato per due legislature e quindi garantito dal vitalizio, già presidente Enel, già membro di diversi consigli di amministrazione, porta esempi di cattiva burocrazia. Racconta quindi che per costruire una casa la burocrazia lo obbliga ad avere «quanti permessi di vogliono per costruire una casa privata? Dieci, dodici, quattordici … faccio l'elenco: un architetto, un direttore ai lavori, un ingegnere strutturale per l'antisismica e il coordinatore ...» qualcuno, interrompendolo, gli fa notare che sono figure professionali con competenze specifiche senza delle quali viene difficile costruire una casa, salvo che non abbia l'intenzione di farsela lui. Con le sue mani, cazzuola e cemento. Allora il convertito al nucleare, già perché Testa nel frattempo si è convertito e vede bene il nucleare secondo il principio che solo i fessi non cambiano mai idea, aggiunge che «per fare impresa in Italia bisogna essere eroi» dopo di che se ne va. Quelli che restano continuano a urlare, interrompersi, darsi sulla voce e poi far grande sorrisi. Si stanno divertendo. Beati loro. Anche Paragone si diverte.
Forse Tarantino ci si divertirebbe meno e probabilmente penserebbe che l'idea di pulp era nata con ben altre intenzioni. Ma vabbé.

Certo che se questo è il livello qualitativo delle trasmissioni che piacciono all'italico pubblico diventa ben difficile vedere la luce infondo al tunnel.

lunedì 9 settembre 2013

Papa Francesco, i digiunatori per la pace e la pagliuzza.

Grande successo di critica e di pubblico per il digiuno indetto da papa Francesco. Hanno digiunato tutti anche quelli che con la guerra ci mangiano, magari anche solo politicamente. Al solito si vede la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio.



F35 il digiunatore Mario Mauro li vuole comprare.
Non c’è che dire Jorge Mario Bergoglio sa proprio fare il papa. L’avevano presentato come semplice, schivo, modesto e magari anche un po’ impacciato e invece si sta dimostrando un vero grintoso manager capace di gestire con grande abilità le leve della comunicazione della premiata ditta vaticana.
 L’idea del digiuno per la pace è stata semplice, geniale e grandiosa, come tutte le vere grandi idee. Ed ha in sé quel giusto pizzico di ovvietà e anche di banalità, che la fa accettare, almeno negli atteggiamenti, da tutti. Chi può dirsi contro? Nessuno. Sarebbe come gridare «viva la mamma», che notoriamente è sempre la mamma e aspettarsi che qualcuno si metta a contestare. Impossibile. E anche in questo caso tutti d’accordo anzi qualcuno addirittura ancor più d’accordo. Che tanto un conto è dire e un conto è fare.

Chissà se tra i digiunatori c’era anche il nuovo presidente dello Ior, Ernst von Freyberg, che in materia di armi ha una certa esperienziaccia essendo stato, chissà se lo è ancora, presidente dei cantieri navali Blohm+Voss Group di Amburgo. Forse pensava a lui Francesco mentre diceva che «le guerre si fanno per vendere le armi.» O forse magari anche no. Tutto dipende se ha creduto o meno a quello che disse padre Lombardi, anche lui gesuita, durante la presentazione di Herr von Freyberg nel febbraio 2013 quando descrisse Blohm+Voss GmbH affermando che:  «l’attività fondamentale (chissà quali sono quelle non fondamentali ndr) è oggi nella trasformazione e riparazione di navi da crociera, nell’attività per l’industria che opera in alto mare, nella costruzione di yacht» pure se «attualmente fa anche parte di un Consorzio che costruisce quattro fregate per la marina militare tedesca». Dopo di che il portavoce dell’azienda tedesca – riporta l’Avvenire quotidiano dei vescovi italiani (1) - ha spiegato che queste sono navi destinate ad aiutare la Germania e la Nato a combattere terroristi e pirati e che, comunque, è l’ultima commessa di questo genere.

Peraltro, combattere i terroristi è proprio quello che fanno tutte le navi da guerra. Perché i nemici da che mondo è mondo sono sempre terroristi. E comunque fa tenerezza leggere, sentirlo dire in tedesco deve essere stato uno spasso, che dopo di questa non ce ne saranno altre. Pare di avere di fronte quelli che si accendono una sigaretta dicendo che è l’ultima. Anche i tedeschi, come ha insegnato Ratzinger, hanno il senso dell’umorismo. Raffinato.

Peccato però che il portavoce di Blohm+Voss Group si sia dimenticato di passare la notizia alla capogruppo che di nome fa ThyssenKrupp Marine Systems (sì, proprio quellaThyssen) che produce solo ed esclusivamente navi da guerra: dai sommergibili alle portaelicotteri, dalle fregate alle navi appoggio tutte arredate con generosità di quei bei cannoncini che fanno tanto caccia ai terroristi. È istruttivo, infatti, fare un giro sul loro sito, www.thyssenkrupp-marinesystems.com , lo si raccomanda anche a Francesco, perché vi si può leggere, nella sezione prodotti e servizi, che: «ThiessenKrupp Marine Systems, con le sue business unit HDW, Blohm+Voss Navi e Servizi ha una lunga tradizione nella costruzione di navi che risale al diciannovesimo secolo. La compagnia è tra i leader nel fornire sistemi per sottomarini e navi di superficie.» Il tutto corredato da stupende fotografie, detto senza ironia, che mostrano simili gioielli in evoluzione. Chissà poi se lo Ior ha, in qualche dimenticato cassetto, delle azioni della premiata ditta ThyssenKrupp. Cosa lecita che peraltro non stupirebbe, tra uomini di mondo.

Tra i tanti politici italici che domenica hanno saltato i tre pasti (colazione, pranzo e cena) e si spera anche la merenda e lo spuntino di mezzanotte, c’era pure Mario Mauro, che nell’attuale governo è il ministro della difesa. Mario Mauro è cattolico, anzi un po’ di più poiché fa parte di Comunione e Liberazione (da talune male lingue definita Comunione e Fatturazione), aderente della prima ora a Forza Italia, che i principi sono gli stessi, e dal 1999 è deputato europeo. Quindi ha calcato quelle poltrone per tre volte cioè quindici anni e dal 2009 è stato addirittura capo delegazione del Popolo delle Libertà, poi come nelle migliori tradizioni ecco la folgorazione, non sulla via di Damasco, ma quasi: passa da Berlusconi a Mario Monti. Praticamente come Paolo di Tarso.In virtù dell’essere un montiano gli tocca un ministero e chissà per quali arcani motivi ha ricevuto in eredità quello che fu di Ignazio La Russa. Le vie del cielo sono imperscrutabili.

Comunque questo neodigiunatore è tra i più strenui difensori dell’acquisto dei famosi F35, che non sono maritozzi come potrebbe far supporre la sigla ma cacciabombardieri. Più nello specifico: sono quelli che non vuole più nessuno perché a quanto pare non funzionano. Più nessuno a parte, ovviamente, Mario Mauro e quasi tutti quelli, politici, che con lui si sono esercitati, per un solo giorno, nel salto dei pasti. Che piacerebbe fargli fare quattro chiacchiere con quelli che la stessa disciplina la praticano quasi tutti i giorni.

Una delle motivazioni che il ministro adduce per l’acquisto è che lo Stato abbia già speso tre miliardi e cinquecento milioni per adeguare la portaerei Cavour a quei giocattolini che invece non si è ancora capito quanto costino. Si vocifera 13-17 miliardi, che quattro miliardi in più o in meno sono bruscoli,  ma si tratta solo di voci tendenziose ed ottimistiche. È quasi certo che il saldo sarà più alto. Ora non bisogna aver la testa obnubilata dai digiuni per capire che spendere 17 per non buttar via 3,5 non è un gran risparmio. Tenuto conto che gli F35 costano come svariate rate Imu o il gettito di diversi anni di aumento dell’Iva.
Ci si augura che papa Francesco prima di lanciare una nuova campagna promozionale rifletta e chiami in primis i suoi a riflettere sulla questione della pagliuzza vista nell’occhio del vicino mentre non si vede la trave nel proprio. La comunicazione è importante ma non è tutto e come insegnano gli strateghi del marketing se il prodotto non è buono non c’è pubblicità che tenga. Che poi si corre il rischio di essere paragonati a certi populisti che hanno scambiato la televisione per la realtà. E questo non sarebbe bello.

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  1. http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/ernest-von-freyberg-nuovo-presidente-ior.aspx
  2. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/31/f35-mauro-no-penali-per-ritiro-ma-abbiamo-gia-speso-35-miliardi/672293/
  3. http://www.internazionale.it/news/italia/2013/07/16/cosa-sono-gli-f-35-e-perche-costano-tanto/


sabato 7 settembre 2013

Slot machine e gioco d’azzardo. Per fortuna c’è Giorgetti.

Meno slot machine? No, il governo ne vuole di più, altrimenti come si paga l’Imu? Se domani  gli italiani smettessero di fumare e di giocare il Belpaese sarebbe alla bancarotta. Per fortuna c’è Alberto Giorgetti, sottosegretario all'economia, che presidia e difende il settore da una campagna di denigrazione senza precedenti.

Giovedì 5 settembre il governo delle larghe intese presieduto da Enrico Letta, il rabdomante dell’euro, è stato battuto al Senato. 
La Lega Nord ha presentato una mozione che pone un freno ad ulteriori concessioni per le slot machine.  In aula erano presenti 226 senatori su 315, quindi 89 assenti di cui,  a quanto è dato di sapere, uno solo aveva una buona giustificazione per non esserci: Berlusconi Silvio. Gli altri chissà.  Forse è colpa della bella stagione che prosegue. Comunque, dei 226 presenti hanno votato effettivamente 224, due magari si sono distratti maneggiando il tablet. Ma si sa che son ragazzi.  La mozione leghista ha raccolto ben 203 voti favorevoli, quindi pescando trasversalmente in tutti i partiti,  solo diciotto i contrari e tre gli astenuti, dato che c’è sempre qualcuno che non sa perché diavolo si trovi lì.  Quindi, in linea teorica, non dovrebbero essere date altre concessioni alle slot. Bene, potrebbe dire qualcuno. Ingenuo.

Male, invece, malissimo. Vede nero il sottosegretario all’economia ed alle finanze con delega al tabacco ed ai giochi Giorgetti Alberto (ex Alleanza Nazionale ora coordinatore Pdl in Veneto) che immediatamente presenta le dimissioni (alleluia) immediatamente respinte dal ministro Saccomanni (doppio grido di alleluia), perché senza Giorgetti il governo non sarebbe più lo stesso (triplo grido di alleluia).

Bloccare l’espansione delle slot machine sarebbe una iattura per l’Italia, è «pura demagogia. Anzi così si fa un favore alla criminalità.» dice Giorgetti e aggiunge «quella mozione avrebbe non solo scassato i conti dello stato ma anche prodotto un effetto contrario a quello voluto.» (1) Già, perché si perderebbero 6 miliardi di gettito e toccherebbe pagare la prima rata dell’Imu. Meno male che ci sono le slot e i giocatori altrimenti il povero Belpaese sarebbe veramente alla canna del gas. Anzi aumentassero un filino e scommettessero qualche eurino di più si scavallerebbe pure l’aumento dell’Iva.
Ciò che tuttavia non è chiaro è come conti lo Stato di incassare questi nuovi sei miliardi visto che vanta un credito dai gestori delle concessioni sui giochi d'azzardo,  in origine di 98miliardi poi ridotto a 2,5miliardi e deinde abbassato a 620milioni, che non riesce ad incassare. 

Sperare di intascare 6.000 quando non si riesce a recuperarne 620 richiede un bello sforzo di fantasia. Quasi come immaginare uno sconto del 93% in una transazione fisco-contribuente dove Equitalia più che ad vampiro assetato di sangue (come spesso è sembrato ai più) pare assomigli ad una damina di san Vincenzo in vena di scialcquo.  Comunque, tutto regolare garantisce il Giorgetti che chiosa non trattarsi di uno sconto ma di una possibilità prevista dalla legge. Possibilità che evidentemente evapora quando si tratta di prendere la casa o il furgone o il capannone ad un povero diavolo che magari ha un debito di solo qualche migliaio di euro. Perché bisogna essere come lo sceriffo di Nottingham: prendere ai poveri per dare ai ricchi.  Che nell’altro senso non verrebbe facile e neppure farebbe ridere. Ma, come noto, la legge che deve essere uguale per tutti per taluni è di molto più uguale.

Si penserà che questi del Giorgetti siano equilibrismi verbali ma non son nulla rispetto a quanto è riuscito a dire durante la conferenza di Enada Primavera 2013 (Mostra internazionale degli apparecchi da intrattenimento e da gioco che si tiene in quel di Rimini a marzo e a ottobre a Roma). Non era ancora sottosegretario. 
Un piccolo estratto del Giorgetti-pensiero (2), tutto riportato letteralmente :
1)     « La prima riflessione è sostanzialmente legata al fatto che questo settore sia stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso se non per il tramite gestionale importante, nella difficoltà ovviamente della situazione, connessa ovviamente all’autorità di riferimento che sono l’amministrazione dei monopoli di stato oggi agenzia dell’erario. »
2)     «Non è immaginabile che un settore che ha una sensibilità d’impatto sociale e che prevede una normativa specifica e quindi sostanzialmente un regime di monopolio che differenzia gioco lecito da gioco illecito, debba affrontare una campagna complessiva di denigrazione senza precedenti.»
3)     «In Italia c’è stato un lavoro straordinario da parte delle aziende per portare avanti un percorso di innovazione tecnologica. Stare coi tempi del mercato: nuovi prodotti, nuove offerte. Quindi uno dei settori più innovativi in assoluto.»
4)     «C’è evidentemente da perimetrale in modo chiaro i numeri di impatto vero del problema della ludopatia che è palesemente sovradimensionato rispetto a quello che è l’impatto reale»
5)     «A volte l’idea che appare nelle istituzioni è che ci sia una sorta di controparte; per cui ci sono quelli che piazzano le macchine, poi ci sono quelli che dicono che le macchine non vanno bene, quelli che ritengono che le macchine servono perché comunque quanto meno c’è un gettito nelle casse dell’erario, perché nessuno parla più del gettito. Pensare di eliminare le Awp  (slot machine ndr) in questa fase significa che qualcuno deve andare a spiegare come va a coprire questo gettito. »
6)     «Perché lo legavo (il gettito delle slot machine ndr) alla materia del tabacco che vede una riduzione del 15/20% del gettito . Se si inserisce un nuovo prodotto sul mercato che va a sostituire quella che è una fetta di consumo del fumo, è evidente che c’è un impatto sul gettito.»
7)     «Vogliamo sommare i duemiliardi di questo settore (mancato gettito dal tabacco ndr) con quelli derivanti da una demonizzazione nonché una iniziativa maldestra sul piano delle Awp?»
8)     «Una percezione (negativa ndr) che nell’opinione pubblica deve essere riportata a elementi di correttezza puntuale. Cosa che ho l’impressione che in questo momento non avvenga.»
9)     «Non dobbiamo aver paura degli elementi di novità, specie se gli elementi di novità sono finalizzati a costruire la possibilità di, diciamo così, creare dei prodotti che hanno caratteristiche più interessanti per il mercato e quindi  sviluppo, occupazione e crescita»

Che tradotto in poche parole e magari pure con l’ausilio dei vari tempi del congiuntivo, sta a significare che se si fumasse di più e si giocasse di più si prenderebbe il posto della Germania come locomotiva dell’Europa.
Il fatto che i suoi colleghi di governo, ministero della sanità, stimino, per difetto, i ludopatici in 700.000 (di cui 300.000 patologici)  (3) e che per curarli tutti, non per guarirli, ci vogliano circa 150 milioni (farmaci esclusi)  non è cosa che preoccupi il Giorgetti tutto intendo a «perimetrare» (è parola sua)  la positività di questo mercato.

Chissà perché, per dare il buon esempio, non comincia lui a fumare ed a stare tutto il giorno davanti a una Awp a giocarsi l’indennità da parlamentare e magari anche qualcosina in più. Si avrebbero così due vantaggi: starebbe lontano dal ministero (e dal Parlamento) e metterebbe una pezza al calo del gettito.
Alleluja quattro volte

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(  1)  Corsera venerdì 6 settembre 2013 pag.10 «demagogia pura, così si fa un favore alla criminalità»

venerdì 6 settembre 2013

Per Francesco: solo cose grandissime o piccolissime. E le medie?

Le piccole cose come salutare dicendo ‘buona sera’ o pagarsi da solo l’albergo o telefonare a chi gli scrive s’è visto che lo sa fare. Anche sulle grandi, come la questione della pace, pare che si impegni, anche se con meno originalità. Dove invece non s’è cimentato sono le cose medie: non così grandi ma nemmeno così piccole: le tasse.



Francesco, non quello che era abituato a parlare con lupi, rondini e colombe che al confronto il bestiario di Berlusconi  è cosa da dilettanti ma quell’altro, quello che da qualche mese è diventato il CEO (amministratore delegato e presidente, per chi non è abituato ai termini aziendali)  della ditta Città del Vaticano, sta stupendo il modo per le sue eterodosse iniziative.
Francesco fa cose eclatanti. Atti che in realtà sono alla portata di tutti ma che negli ultimi duemila anni nessuno dei suoi predecessori si è mai sognato di immaginare e ancor meno di fare. Per esempio ha cominciato con il salutare la gente con un sonante: «Buona sera.» Che per uno nel suo ruolo è qualcosa di estremamente trasgressivo. Che se di questa fatta fossero tutte le trasgressioni del mondo si potrebbero ridurre le forze dell’Onu.  

Poi ha proseguito con il pagare il conto della camera dell’albergo che ha occupato durante l’ultima assemblea plenaria della ditta che da quelle parti si chiama conclave. Il mondo così ha scoperto che papa Francesco, come quasi tutti, possiede il portafoglio. Che tutto sommato è una gran bella novità.
I predecessori spostavano miliardi ma senza mai toccare, fisicamente, i soldi. Al più con una firma. Forse neanche sapevano come era fatto il denaro che maneggiavano con nonchalance . L’unica domanda è: chissà se lo porta, il portafoglio, nella tasca posteriore dei pantaloni. O se gira  magari all’americana, senza portafoglio, tenendo le banconote ben piegate a metà, a mazzetta,  nella tasca laterale destra. Su questo bisognerà indagare. Quindi ha proseguito rifiutando di mettersi le scarpette rosse, forse pensando che sono più appropriate per Cappuccetto Rosso e che tutto sommato andare in giro con quelle era anche un po’ ridicolo.  Il che depone senz’altro a suo favore: ha dimostrato di avere uno spiccato sense of humor

Infatti bisogna essere dei fini umoristi per mettere in ambascia le guardie svizzere ed i gendarmi sgusciando dagli uffici vaticani senza preavviso o sbracciandosi dalla papamobile per afferrare bimbi da baciare al volo o scambiare la papalina con quelli che lo aspettano in piazza. Che tra l’altro deve essere un bel costo per le casse vaticane se ad ogni uscita ce ne rimettono una.. Infine ha preso a usare il telefono, e fa tutto da solo. Telefona al calzolaio, alla donna che decide di non abortire, all’uomo a cui hanno ucciso il fratello e già prima aveva telefonato ad un ragazzo del Veneto. E magari sono molte di più di quelle che i giornali riescono ad acchiappare. O che un abile ufficio di pubbliche rrelazioni riesce a mettere in circolo. Forse Francesco usa ancora quegli eleganti, cari, vecchi apparecchi analogici con la rotella e la lunga cornetta che hanno ancora un bel fascino piuttosto che uno di quegli orrendi cellulari che fanno tanto status symbol. Tutto sommato lui non ne ha bisogno.  E questo per la parte piccole cose.

Quando invece vuol fare le cose in grande Francesco si occupa della pace nel mondo. Cosa da far tremare i polsi dei più duri visto che in giro ci sono una settantina di guerre di cui nessuno si occupa. Però per quella che si sta sviluppando nelle vicinanze di casa ecco che vale la pena di impegnarsi e allora lancia la giornata del digiuno per la pace. Che come idea non è originale visto che sul tema e nella stessa città si è già esercitato Marco  Pannella con risultati mediocri.  E che comunque un uomo su sette, 925 milioni, pare, che il digiuno lo pratichino quotidianamente. Non che  i papi siano sempre stati pacifisti ma da un centinaio d’anni, per lo meno formalmente, le armi e le guerre non gli piacciono più tanto. Questo almeno fino a quando non si apriranno tutti i cassetti dello Ior. Che quel giorno ci sarà da divertirsi perché si avrà la prova provata della differenza che corre tra gli atteggiamenti e i comportamenti.

Quindi ad oggi gli estremi sono coperti: le piccole azioni per dimostrare che il papa se la sa cavare, come tutti, con gli elettrodomestici e le grandi questioni mondiali per dimostrare che c’è continuità con i precedenti.
All’appello mancano le cose di media importanza quelle che non sono così piccole come una telefonata personale e neppure così grandi da coinvolgere l’intero mondo. Magari varrebbe la pena che Francesco cominciasse ad occuparsi anche di questioni medie, magari un pochino più prosaiche. Quelle cosucce che hanno a che fare con il denaro e che mettono costantemente in ambasce non pochi: le tasse.

Già che ne direbbe Francesco di procedere al pagamento delle tasse nel territorio italiano, magari a cominciare dall’Imu sulle attività commerciali e per proseguire, rinunciando a tutti i benefici fiscali e non di cui gode la CEI. Peraltro è stato il cardinal Bagnasco a dire che «non pagare le tasse è peccato.»  E se l’ha detto un genovese, che con i soldi per tradizione ha un rapporto stretto,  c’è da credergli.

Quindi ora si tratta solo di aspettare che Francesco si metta in pari anche con le cose medie. Che così magari aiuta anche la ripresa del Belpaese.

giovedì 5 settembre 2013

Tutti per Renzi, Renzi per tutti.

Adesso quasi tutti nel Pd pare (pare) siano diventati renziani,  ma che se ne farà Matteo di tutti questi consensi? Le parole d’ordine non sono cambiate di un ‘et’ rispetto al 2012 ma il numero dei ‘mi piace’ sta aumentato a dismisura. Se però oltre ai numeri, dice Fabrizio Barca, si mettessero in campo anche le idee non sarebbe male.


Matteo Renzi durante il tour delle cucine
A quanto pare sono ben lontani i tempi in cui Rosy Bindi (1) , facendosi portavoce della maggioranza del Pd, a chi le chiedeva se Renzi fosse un cavallo di Troia rispondeva ironizzando:  «Non esageriamo,  caso mai un camper – e aggiungeva – Il suo è un messaggio berlusconiano e grillesco.» Che, come giudizio, non era certo da considerarsi tenero, visti i termini di paragone: due comici e pure in età.
Adesso quasi tutti gli ex della Margherita, Rosy Bindi ovviamente esclusa perché deve essersi persa qualche passaggio mentre alla Camera giocava al solitario (2), hanno abbracciato le posizioni di Renzi. Anzi per essere più esatti sulla linea Renzi ci si sono addirittura sdraiati. Come si diceva una volta. Inoltre il pargolo di Firenze raccoglie consensi anche tra gli ex Ds.

Molti, racconta Gad Lerner (3),  voteranno Renzi Matteo perché seguono la logica del «non mi fido (e poco pure capisco) ma mi adeguo» che è la versione 2.0 del più esplicito «votiamo turandoci il naso. E speriamo in bene.» Tra i tanti che han deciso di appoggiare quello che ormai con familiarità chiamano Matteo, ci sono anche Fassino Piero (quando non è intento a lamentarsi per il poco stipendio che evidentemente 5,216€ netti/mese gli paion pochi)(3)  e il kennediano, che oramai non ci sono più neanche negli Usa, Veltroni Walter. Questo per dire quanto siano aggiornati. Che come mentori questi due forse è meglio perderli che trovarli viste la poca esperienza che hanno nel ramo vittorie. Però la torta si fa con gli ingredienti che si hanno a portata di mano.  Anche se sarebbe meglio sceglierli.

Sfuggono in questa ingarbugliata storia, tra gli altri, due dettagli: il primo è quale sia esattamente la linea di Renzi. Perché voler cambiare marcia in un quadro disastroso più che una linea politica è una petizione di principio. E data la situazione, neppure particolarmente originale. Che in fondo è come dire: «grazie, mamma.» quando questa a cena non presenta la solita minestrina con le stelline che navigano nel brodo. Chi può essere contrario? 
La seconda questione, più di sostanza,  è cercare di capire, poiché stante il contesto non può essere altro che un tentativo, cosa effettivamente sia cambiato dal punto di vista dei contenuti renziani da novembre 2012.  Dicendo allora quel che ripete oggi, anche se un po’ più stancamente ma i mesi passano per tutti, ovvero la persecuzione della palingenesi del partito, il sindaco di Firenze perse per 40 a 60 contro Bersani. Proporzioni che oggi paiono cambiate e ribaltate per difetto soprattutto se lo sfidante è tale Gianni Cuperlo che oltre ad essere dalemiano doc, cioè noioso e pure un tantinello supponente, pare non abbia altri meriti.  Di Civati non vale dire, ché lo prende già abbastanza per i fondelli Tommaso Labate sul Corriere.

Ora il Matteo dovrà gestire questa improvvisa messe di consensi e se, come già raccontava Dumas,tutti sono per uno va da sé che, per obbligo, l’uno debba essere per tutti. Finché si è in quattro, come ben sanno D’Artagnan ed i suoi soci, non è difficile ma quando si comincia ad essere quattrocento o quattromila la questione si fa un po’ più ardua soprattutto perché, come nella miglior tradizione del partito democratico Michele Salvati insegna (4), tutti questi consensi nascono di vertice e si trascinano dietro le diverse basi.  Talvolta magari recalcitranti. Ché va bene essere amici dei capi corrente ma qualche beneficio deve pur scendere per li rami e allora cominceranno i guaietti. Perché le correnti non si eliminano per decreto e se anche queste fingeranno di scomparire chiamandosi tutti o quasi renziani ecco che spunteranno, come funghetti in autunno, i renziani di destra e quelli di sinistra e quelli di centro e quelli di centrosinistra e quelli di centrodestra.  E magari pure quelli di centrocentro. La qual cosa poi significa essere capo a dodici. Perché la tradizione democristiana in questo era maestra e gli ex Ds l’hanno imparato in un fiat.

Apparentemente l’unico che all’interno del Pd non s’è ancora innamorato di Matteo Renzi – a D’Alema il sindaco fiorentino piace perché gli dà modo di avere una parte in commedia - è Fabrizio Barca e lo dimostra mettendo sul piatto il primo vero dilemma: si sceglie tra progetti di società o tra capitani di ventura?  Che se per caso si dovesse scegliere tra progetti di società allora sì che si assisterebbe ad un vero congresso ed il Pd diventerebbe un vero partito e non la sommatoria di disperati alla ricerca di un posto. E di uno stipendio. Che altre idee pare non ce ne siano in circolazione.



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(3)  Corsera 23 agosto 2013