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lunedì 29 luglio 2013

Berlusconi vuole andare in carcere: male o forse no, bene.

A furia di dichiarazioni e poi smentite con Berlusconi Silvio non ci si raccapezza più. Non ci riesce neanche il suo cuoco. I direttori dei carceri se lo scaricherebbero l'un l'altro come fosse la peppatencia. Però per i carcerati potrebbe essere un diversivo. Di breve periodo.

Silvio Berlusconi in tenuta da  sabato sera
Si è alle solite: prima la dichiarazione e poi la smentita. 
 Questa volta anziché smentire giornalisti comunisti o di ispirazione casiniana il Berlusconi Silvio s'è messo a sbugiardare uno dei suoi: nientepopodimeno che Maurizio Belpietro. Che è come dire smentire sé stesso. Poiché neanche la Santanché, quella che gode nel farsi chiamare pitonessa, è tanto berlusconiana quanto Belpietro Maurizio che dice le cose prima ancora che Berlusconi le pensi. Il quotidiano Libero, libero più di forma che non di sostanza, pubblica la notiziona: «Se condannato vado in carcere. Niente esilio alla Craxi, niente servizi sociali come fossi un delinquente da rieducare, niente domiciliari. » e poi a stretto giro da palazzo Grazioli ecco giungere la smentita: «Era un colloquio informale. Una libera interpretazione di Belpietro.» Smentito uno che, senza arrossire, ancora adesso crede ai gradi di parentela tra marocchini ed egiziani e che se Berlusconi gli dicesse che gli asini volano ci crederebbe e ci vedrebbe in groppa pure Gasparri e Capezzone. Ma così va il mondo. E non è certo la prima volta che un padrone smentisce il suo reggipanza.

Comunque di smentita in smentita sono passati quasi vent'anni e i più ci hanno fatto il callo. Chi forse non ci si è ancora abituato e impazzisce almeno due volte al giorno dev'essere il cuoco di Arcore. Quello che zitto zitto guardava le trasmissioni di Santoro e quando questi attaccava il principale andava subito a fare la spia. Per un cuoco avere un padrone dalla smentita facile è un disastro. C'è da immaginarsi quante volte il Silvio cambia idea sul menù. Prima la pasta con le sarde, poi no meglio lo stinco di maiale, poi no meglio la pizza, poi no forse la purea della nonna, poi no la carbonara e via a cambiare opinione. Che forse le pietanze gli vengono a seconda che gli passino per la mente Dell'Utri o Calderoli o Apiciella o Alfano o Cicchitto.

Però, prendendo per buono quello che scrive Belpietro, che dopo il suo preteso attentato ci vuole un bel po' di fantasia a dargli retta, il Berlusconi Silvio in caso di condanna non vuole essere rieducato come accadde al suo amico Cesare Previti e non vuol neanche stare in casa come è accaduto a Sallusti, altro suo direttore. Par di capire che preferisca, come il suo amico Lavitola, andarsene dritto in cella. Forse bisognerebbe spiegargli che: uno, non tocca a lui decidere dove si scconta la pena e due, che il gabbio di solito si chiude alle ore 20,00 e non sono previste, da regolamento, cene eleganti e pali di lap dance. E, come non bastasse di celle singole ce ne sono pochine e di matrimoniali ancora meno.

Certo che se per davvero il Berlusconi Silvio, ammessa e non concessa la condanna, si decidesse a questo passo i direttori delle carceri farebbero a gara a scaricarlo, neanche fosse la peppatencia. Chi lo vorrebbe un simile mal di pancia, nel proprio proprio albergo con le sbarre? Ci si immagina le visite degli avvocati, che vanno in giro a plotoni e poi dei deputati e poi dei senatori, che magari si metterebbero pure a cantare come hanno già fatto sulla scalinata del palazzo di giustizia di Milano, e poi dei radicali che non sono né alla Camera e neppure Senato ma nelle carceri ci sono sempre. E magari tocca pure fare entrare Giuliano Ferrara che chissà con che mise si presenta vestito e con che make up e pure Adriano Sofri che così hanno qualche cosa in comune da dirsi. No. Altro che peppatencia, nessuno lo vorrebbe.

Anzi, i direttori darebbero ordine alla sezione nuovi giunti di rispedirlo al mittente. Accampando la scusa che di solito prendono gli ospedali: «Non abbiamo posti letto disponibili .» Anche se si sa che in carcere un posto letto lo si trova sempre. Si aggiunge un piano al letto a castello ed il gioco è fatto.

Però, per essere obbiettivi, bisogna dare un'occhiata all'altra faccia della medaglia: i detenuti magari ne sarebbero entusiasti e pure se lo litigherebbero tra le celle. Finalmente arriva uno che non è un poveraccio, uno con il libretto di risparmio sempre pieno che quindi non deve essere mantenuto dai concellini (come accade ai poveracci) ma sopratutto un uomo di spettacolo: barzellettiere e chansonnier. Vuoi mettere. La sommatoria tra Gino Bramieri e Pippo Baudo. Barzellette a gogò e di tutti i tipi e canzoni, anche in napoletano, come se piovesse. Finalmente un modo per evadere, metaforicamente parlando, dalla monotonia di tutti i giorni.

Tutte le battute che hanno scandalizzato la Merkel e Obama ed erano indigeste anche al suo amico Sarko le smercerebbe in carcere. E poi potrebbe raccontare delle sue avventure: dalla dacia di Putin alle cene eleganti passando per quando suonava il piano sulle navi a quando prendeva in giro gli italiani dicendo che la crisi non c'era e che i ristoranti erano pieni o quando stancamente imitava Mussolini con le solite domande retoriche.
In fondo nelle carceri italiane non c'è il cinema e questo sarebbe un bel diversivo.

Ma magari anche i carcerati dopo un po' ne avrebbero a noia che alla fine a sentir balle ci si stanca e tornerebbe ad essere la peppatencia che nessuno vuole.

Forse meglio i domiciliari. Almeno il personale di servizio è pagato per sopportarlo.

venerdì 26 luglio 2013

Stefano Fassina e gli altri: il harakiri di un gruppo dirigente. Complimenti

Quando i samurai facevano harakiri erano veloci e si toglievano di mezzo. Il gruppo dirigente del Pd si sta dando da fare in questo senso ma con l'idea di tirarla in lungo e rimanere ancorati agli scranni.

Se per gli uomini, come diceva Eduardo de Filippo, gli esami non finiscono mai per la quasi totalità del gruppo dirigente del Pd le lezioni non si imparano mai.
Stefano Fassina: anche lui n fighetto? Con questa pettinatura.
Solo negli ultimi due giorni questi del Pd sono riusciti ad inanellare una serie di episodi che se senz'altro non li aiuta nell'immediato, l'ultimo sondaggio Swg dà il partito in ulteriore decrescita, ancor meno li aiuterà in futuro.
L'impressione è che quel centinaio di persone che si assegna il titolo di “gruppo dirigente” vivano nell'empireo, lontano dalla vita di tutti i giorni e che siano intenti quasi esclusivamente, un minimo di buona fede la si riconosce per per carità di patria, a condurre personali lotte di potere. Che non sono un'invenzione ma un di fatto sotto gli occhi di tutti.
Perdere oltre tre milioni di voti e qualcosa come oltre otto punti di vantaggio sul Pdl alle ultime elezioni politiche mentre ci si baloccava nell'assegnazione di posti istituzionali e di governo, chi non ricorda i retroscena che dicevano di Franceschini presidente della Camera, Finocchiaro al senato, D'Alema ministro degli esteri, Fassina all'economia e via dicendo, non ha insegnato nulla. Ma proprio nulla.

Contare su un numero di deputati enorme e pesaere politicamente come averne la metà della metà è stato il risultato non del responso elettorale quanto della inanità politica di aparatiniky vecchi, anche se di giovani d'età, e soprattutto stanchi. Che per voler fare harakiri l'età non conta.
Fa tenerezza sentire Letta tirare bordate contro quelli della sua specie: essendo lui il primo della generazione dei “fighetti” del Pd.
E quindi complimenti vivissimi a Enrico Letta che ogni giorno ingoia un rospo ma bisognerebbe spiegargli che non tutti i rospi sono ex principi e che si accoda supinamente alle arroganti richieste del Pdl che con Gasparri, dopo il fatto kazako, ha potuto gongolare e senza vergogna dire «abbiamo vinto la prima giornata del congresso del Pd e rafforzato il segretario Giorgio Napolitano.» Che la vergogna avrebbe dovuto essere dipinta sulla faccia del presidente del consiglio.

Complimenti a Stefano Fassina che scopre quello che Berlusconi racconta da oltre vent'anni: l'evasione fiscale per necessità. Anche se poi Berlusconi che è un esuberante ci aggiunge del suo. Si giustifica il sottosegretario, chissà se anche a lui tocca data la pettinatura la medaglia di fighetto, perché no?, dicendo che «non sono diventato berlusconiano.» Il che stimola a rispondere «Forse lo è sempre stato e non lo sapeva. Un altro che vive a sua insaputa»
Complimenti al bergamasco Antonio Misiani che da segretario amministrativo del Pd piange miseria ad ogni piè sospinto e sarà felice di incassare gli oltre 18 milioni di rimborsi elettorali che neppure i suoi elettori, se potessero, gli darebbero. E complimenti ai membri Pd delle commissioni parlamentari che non si sono opposti, nemmeno di facciata, alla distribuzione di oltre 56 milioni di rimborsi ai partiti.
Complimenti a Gianni Cuperlo che si dichiara contro il protagonismo (intervista del 13 maggio con Gad Lerner), ché diventare parlamentare è proprio la medicina giusta. E poi aggiunge, per commentare la sua candidatura a segretario del Pd, che ha dovuto fare un «pochino - ma solo un pochino - di violenza a sé stesso.» Che poi aggiunga 8in onda del 25 luglio 2013) che lui non crede che un imprenditore che guadagna centinaia di migliaia di euro al mese sia sulla stessa barca di un operaio che di poco supera i mille non fa che incrementare il ridicolo. Dovrebbe infatti spiegare come fa lui e quelli come lui che incassano oltre ventimila euro mese e dispensano denari e favori per opere inutili ad essere sulla stessa barca dell'operaio di cui sopra senza voler aggiungere sullo stesso naaviglio anche pensionati, esodati e disoccupati. Che i giovani e le donne ce le si tiene per il prossimo giri

Complimenti a quei parlamentari del Pd che hanno ironizzato e sfottuto il deputato del M5S Matteo Dall'Osso, ripetendone balbettando le parole. Matteo Dall'Osso è malato di sclerosi multipla, il che non vuol dire. Con che credibilità questi possono farsi paladini e lavorare per il riconoscimento dei diritti civili e combattere la discriminazione? Uno dei mille quesiti del partito.
Complimenti a Ivan Scalfarotto che sistema la questione sanitaria del suo compagno e si dimentica degli altri. Quelli che vivono la vita di tutti i giorni.
Complimenti a Guglielmo Epifani, che ancora non ha definito la data del congresso e si barcamena giorno dopo giorno dicendo che deciderà domani.
Complimenti a Matteo Renzi che oscilla costantemente tra voglia di rivoluzione e vittimo. Che si decida. Lo scoutismo gli avrebbe dovuto insegnare almeno questo oltre che ad ad accendere il fuoco con gli stecchini.

Complimenti a tutti quelli che vogliono fare harakiri.
Una raccomandazione: i samurai giapponesi quando decidevano in questo senso, dopo aver espletato tutti i rituali, procedevano di fretta e sparivano. Questi spariranno o ce li si dovrà tenere nell'espletamento dei rituali ad libitum?

giovedì 25 luglio 2013

Indennità di disoccupazione dei co.co.pro, tassazione su colf e badanti e la nuova proposta sulle pensioni. Le scempiaggini della burocrazia.

Nel paese dove le commissioni di saggi crescono come funghi in autunno il non sense delle leggi, leggine e provvedimenti la fa da padrone. Magari si chiedesse un parere alla famosa massaia di Voghera alcune scempiaggini potrebbero essere evitate. Giusto per non far fare ai burocrati e politici la parte dei fessi.


Che l'Italia sia un paese, per non dire il paese per eccellenza, dove la burocrazia la fa da padrona e anche le cose più semplici divengano complicate più che una constatazione è una tautologia. Il Belpaese vive di regole, regolette e codicilli che hanno nel non sense la loro stella polare. 
Basta dare un'occhiata al modulo del 730 per rendersene conto. Ma qui sarebbe come sparare sulla croce rossa.  E dire che tra Napolitano e Letta si son messi insieme un bel numero di saggi, che pensare di averne così tanti mette la pelle d'oca.Tre casi di non sense, tra i tanti, sono quelli che riguardano l'indennità di disoccupazione dei co.co.pro, la tassazione di colf e badanti e la proposta, in gestazione, per raggiungere l'agognata pensione.

Un co.co.pro (che sta come moltissimi sanno per collaboratore coordinato a progetto) è incredibile ma vero, può chiedere l'indennità di disoccupazione. Deve solo rispondere a qualche requisito di base.
Primo requisito è poter dimostrare che il contratto a progetto sia terminato. E questo ci sta.
Secondo passaggio: dimostrare che nell'anno precedente si sia lavorato per meno di dodici mesi. Se si è lavorato per le canoniche cinquantadue settimane non si può chiedere l'indennità. Ora si supponga che il fortunato precario abbia lavorato per dieci mesi, ecco che la porticina si apre un pochino e lascia intravvedere uno siraglio che però potrebbe chiudersi all'istante. Infatti, terzo passaggio: è necessario che nell'anno in corso (quello nel quale si chiede l'indennità) si abbia lavorato per almeno un mese. Quindi se si perde il lavoro a novembre e  ad aprile dell'anno successivo ancora  non si è trovato lavoro non si può presentare la domanda., Bisogna prima impiegarsi, per almeno un mese, in un altro contratto precario, a prescindere da professionalità e qualifica.. Ma il nostro contratto a progetto è fortunato: l'anno scorso ha lavorato per dieci mesi e in quello corrente per uno. Perfetto. Si può passare alla casella successiva.

A questo punto risolte le questioni del quando può compilare il modulo e aspirare al quantum. Il quantum è definito nella misura del 30% dello stipendio lordo dell'anno precedente. Bene. Ma non è così semplice. Infatti c'è un “ma”. E il "ma" consiste sull'ammontare dello stipendio dell'anno precedente che se eccede i 20.00€ lordi lo spiraglio si chiude di botto. Lo stipendio del nostro non raggiunge quel limite e si ferma a 17.000€, pensa la fortuna e quindi crede di poter incassare 5.100€. Errore. L'indennità non può superare i 4.000€. Domanda: se si definisce che il livello di reddito per la richiesta è di 20.000€ e la percentuale riconosciuta è del 30% come si può porre il tetto massimo di indennità a 4.000€? Mistero.
Forse varrebbe la pena, magari, di rendere i numeri logici e lineari, ovvero si abbassa il livello di stipendio e si mantiene la percentuale o si fa il contrario. Se così fosse, mantenendo il reddito a 20.000€ la percentuale scenderebbe al 20% e l'indennità massima sarebbe, guarda il caso proprio di 4.000€. Miracolo? No, semplice buon senso. 

By the way l'Inps nell'anno successivo manderà un Cud che dovrà essere inserito nella dichiarazione dei redditi. Eh già, l'indennità è lorda, nel senso che si pagheranno le tasse. Sull'indennità di disoccupazione. Infine:l'indennità verrà corrisposta in un'unica soluzione, entro un paio di mesi (così dicono) e se ne frattempo il co.co.pro trova lavoro? Nessun problema, non deve restituire nulla. Piccolo codicillo: un co.co.pro può chiedere l'indennità di disoccupazione una sola volta nella vita. Questo vuol dire sperare di non rimanere mai più senza lavoro. Un vero inno all'ottimismo.

La legislazione sulla tassazione di colf e badanti è un grazioso invito all'evasione fiscale. Vero e poiché si è nel Belpaese neanche tanto strano. Colf e badanti sono tenuti al pagamento dell'Irpef solo se superano il livello di reddito di 8.000€.
Se l'importo è superato scatta l'aliquota del 23%. Perfetto, si direbbe in un paese normale, fino a 8000€ c'è franchigia e poi sull'eccedenza si applica la tassazione. No, non è così: troppo facile. Se si dichiara un reddito fino a 8.000€ non si paga nulla se invece il reddito diventa di 8.010€ ecco che lo Stato esige il versamento 1.842,30€. Il 23% sull'importo di 8.010€. Domanda quante colf e badanti supereranno il tetto degli 8.000€? E quanti si accorderanno con i datori di lavoro per non superare il tetto e ricevere una parte del salario in nero?

Terzo caso, al momento virtuale. Per superare l'impasse sulla disoccupazione si sta facendo strada la proposta secondo cui si potrà andare in pensione prima dei 67 anni dimostrando di averne lavorati 38. Ovviamente con unapiccola riduzione dell'assegno. E questo è logico ed accettabile anche in considerazione del fatto che col passare degli anni la riduzione si assottiglierà fino a scomparire. La proposta, in estrema sintesi, recita: si potrà andare in pensione a 62 anni con 38 di contribuzione. Perfetto. Semplice. Semplicissimo. Tutto qui? No, c'è il solito “ma”?D'altra parte come si potrebbe vivere senza un “ma”? 
I 38 anni di contribuzione devono appartenere esclusivamente alla categoria dei subordinati. Pertanto se ci sarà qualcuno, si immagina quattro gatti di cui non vale al pena di occuparsi, che avrà, per esempio, 26 anni di contribuzione come subordinato e altri 12 come parasubordinato, il co.co.pro. di cui sopra che ha versato contributi alla gestione separata, non potrà aderire a questa proposta e dovrà continuare a lavorare. Anche se ha 62 anni e versato nelle due gestioni l'ordinaria e la separata il numero prescritto di anni. Ovvio, no?
Che non si dica che questa sia disparità di trattamento. Ci mancherebbe..

Come si può aspirare ad essere un paese normale se non c'è logica neppure nelle operazioni più semplici? E mentre nel Belpaese ci si arrovella su busillis che anche la famosa massaia di Voghera saprebbe risolvere con la mano sinistra mentre si dedica in contemporanea al ragù i duchi di Cambridge si fanno beffe della crisi regalando al figlio ben tre nomi e  contribuendo contemporaneamente allo sviluppo dell'industria del merchandising reale. Evviva.

domenica 21 luglio 2013

Consigliere SEL insulta leghista Valandro

Quando stupidità e razzismo si coniugano. Immediata l'espulsione da Sel e parole di condanna da Nichi Vendola e Laura Boldrini. Mentre Mario Borghezio, Roberto Calderoli, Erminio Boso e Matteo Salvini, tutti autori di performance volgari e razziste rimangono ben ancorati dentro la Lega Nord. 


Angelo Garbin, consigliere comunalea Cavarzene
E così sul versante “stupidità” si è esercitato anche un consigliere comunale di Sel che se ne è uscito con la seguente frase:«Mollatela con venti negri» riferendosi con questo alla ex leghista Valandro Dolores.
 Che già nel nome, ahi lei, porta il segno di un destino avverso che la posiziona un filino più in là della felicità. Ma tant'è.
Ora, ad essere sinceri, non è che fosse necessario l'intervento di un consigliere comunale di Sel per avere conferma pratica di un postulato ben descritto dal professor Carlo Maria Cipolla (1): l'imbecillità non può essere patrimonio esclusivo di alcuno. Nonostante gli sforzi che taluni fanno per affermarne il monopolio. Questa è merce purtroppo sommamente democratica. Ahi noi. 

In politica poi questa verità viene appurata tutti i giorni e qualche volta anche più volte durante la stessa giornata, un'occhiata alle prime pagine dei giornali ne è trista conferma. con l'aggravante che talvolta l'esercizio dell'imbecillità si coniuga con il razzismo (in questo caso anche di genere) che già di suo include il concetto precedente. Perché dire che un razzista sia anche un imbecille più che un apprezzamento di merito è una tautologia. Anche se non sempre, per fortuna, è vero il contrario: non tutti gli imbecilli sono anche razzisti. Che forse la prima classificazione già li soddisfa ad abundantiam.

Questa volta a dare manifesta dimostrazione del postulato di cui sopra ci ha pensato tal Angelo Garbin da Cavarzene, consigliere dell'omonimo comune con l'aggravante di essere un tesserato di Sel. Perché avere  un sessista razzista in Sel suona quanto meno anomalo visto che  i principi della formazione di Nichi Vendola vanno esattamente nella direzione opposta. E infatti questo discendente dai nobili primati è stato immediatamente espulso dal partito e censurato da Vendola da Laura Boldrini e da molti altri dirigenti e militanti. Ed anche da Cécile Kyenge alla quale la stessa Valandro aveva augurato analogo trattamento. By the way la Dolores è stata condannata a tredici mesi di reclusione, un'ammenda di tredicimila euro e l'interdizione per tre anni dai pubblici uffici. Pena tutto sommato lieve per la gravità morale del fatto. Che qualcosina di più ci poteva pure stare oltre, ovviamente, all'esecrazione civica

Il luogo della brillante esibizione del Garbin, come per la Valandro è stato, quasi per ovvietà di questi tempi, facebook che, con tutta evidenza a non pochi utenti fa lo stesso effetto della dolce Euchessina. Probabilmente Mark Zuckerberger diventerebbe ancora più ricco se riuscisse ad inventare un softuerino con annesso algoritmo tridimensionale in grado di verificare, anche con lievissimo anticipo, che il cervello sia collegato prima di poter accedere alla pagina e mettersi a scrivere. Così ci si risparmierebbero non pochi dispiaceri e si avrebbe, almeno, l'impressione di vivere in un mondo migliore. Purtroppo così non è. Ahi noi.

Poiché l'indignazione non ha confini (e molto spesso è pure gratis) va presa debita nota anche di quella, di taluni esponenti della Lega Nord, che poi sono i compagni di partito di tal Mario Borghezio , anche lui discendente dai nobili primati i quali però, dopo talune sue performance, hanno discusso su come disconoscerne l'ascendenza. In questo, peraltro, stimolati anche dall'espulsione dello stesso Borghezio decisa dall' Edf, il gruppo parlamentare europeo che raggruppa gli euroscettici (2) Espulso dal gruppo europeo ma non dalla Lega Nord che in Italia se lo tiene ben stretto insieme a Calderoli Roberto (3), le cui epsressioni sulla ministra Kyenge dimostrano quanto poco cervello e lingua possano essere collegati, ad aver cervello naturalmente, e a tal Erminio Boso che gioisce quando i barconi dei migranti affondano inmare  o tal Matteo Salvini che, non si sa quanto sobrio, cantava (4): «scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani.»

Ovvio che nessuno di questi esempi,come pure quello della consigliera circoscrizionale del Pd di Prato, per quanto vergognosi, vanno a giustificazione di Garbin Angelo per il quale ci si aspetta un pronto intervento della magistratura e magari una pena maggiorata rispetto alla Valandro. Non foss'altro per non avere appreso la lezione. Non sarebbe male inoltre se, a corollario della pena, come probabilmente accadrebbe nel Regno Unito, ci fossepure  l'obbligo per questi razzisti d'accatto di mandare a memoria il monologo che l'ebreo Shylock recita ne Il mercante di Venezia che inizia cosìMa un ebreo (ma a scelta vale qualsiasi colore di pelle Ndr) non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi,affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni …»
E per quelli di più dura cervice che da quelle parti paiono abbondare, visti i discorsi che si sentono, magari varrebbe pure la pena che il monologo lo scrivessero, a mano, cento volte in bella grafia. Come si conviene agli amici di Lucignolo.

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lunedì 15 luglio 2013

Roberto Calderoli si arrampica e dondola su per li rami della notorietà.

 Un politico non può vivere senza assaporare quotidianamente il frutto della notorietà. Ma questo matura su alberi frondosi. Bisogna esser capaci di salirvi e di passare da un ramo all'altro come sapeva fare Tarzan e meglio di lui la sua amica Cheeta.

Calderoli Roberto  in posa da Tarzan, in Seanto, mentre,
si allena per esser  pronto a salir su per li rami
È da un po' di tempo che i giornali non si occupavano di Calderoli Roberto, vice presidente del Senato, per la terza volta. Che è un bel record, in entrambi i casi.
Poiché un politico vive di notorietà ecco che il senatore Calderoli si è sentito costretto, lui sempre così modesto e misurato, di fare uno sforzo per cercare di acchiappare un qualche piccolo ritaglio sui media nazionali. Soprattutto ora che il suo partito veleggia intorno al 4% ed è fuori dai posti che contano.

Già c'era riuscito lo scorso 2 di luglio in occasione della festa della Lega di Spirano, nei campi intorno a san Rocco. Quella sera il Calderoli Roberto è stato baciato dalla fortuna perché, come poi a spiegato, non doveva neppure esserci, lì a Spirano. Vi è proprio capitato per caso e ha trovato il vecchio Bossi. L'Umberto. Quello che fino a pochi mesi fa era chiamato con deferenza un po' slecchignosa «il capo». Poi si sa che gli anni passano i bimbi crescono e i papà imbiancano con tutto quel che segue. Specie quando, magari, da spartire c'è anche una qualche eredità. Politica, naturalmente.

Non che il Calderoli fosse lì perché mandato da chissà chi a bilanciare la presenza del vecchio fondatore. Nooo. A chi potrebbe venire in mente un pensiero del genere? Soprattutto in un partito nel quale tutti si vogliono bene e si danno da fare per tenere la casa comune linda e pulita. Per questo usano ramazze e vanno di espulsioni. Che se cacci la gente di casa senz'altro non sporca e non lascia pedate.
Era da quelle parti per caso il Calderoli Roberto ed è arrivato giusto in tempo per sentirsi dare dal vecchio ex capo prima del «democristiano» e poi per essere apostrofato come «quello che dice str....zate.» Certo il Calderoli nonostante sia abituato al felpato linguaggio dei leghisti che è fatto di frasi tortuose, raffinati doppi o anche tripli sensi e zeppe di subordinate che anche un vecchio doroteo farebbe fatica a districarvicisi, ci ha messo un po' a capire il senso di quello che il Bossi gli diceva. Ma d'altra parte è ancora giovane e si farà. Bazzica per i salotti della Lega solo dalla finr degli anni ottanta ed è alla sua quarta legislatura. A testimonianza che gli elettori sanno sempre scegliere il meglio. Comunque un po' di spazio sui media l'ha ottenuto anche se solo di riflesso perché i giornalisti erano lì più per sentire il Bossi che non lui.

Comunque, dopo la lezione ricevuta dal vecchio capo il Calderoli ha voluto dimostrare di saper salire da solo, su per li rami della notorietà, e di essere in grado pure di dondolarvisi e di avere pure l'abilità di passare da un ramo all'altro come niente fosse. Intendendo con «rami» i toni e le sfumature della più sofisticata comunicazione, che altro? Il Calderoli è un ex ministro mica un primate. Che è utile, per tutti e due, mantenere, ben distinti i ruoli. Anche se magari qualche volta, come a molti capita d'altra parte , un po' di voglia di giungla ce la si porta addosso. E così si è lanciato, il Calderoli, sabato 13 luglio, in quello che probabilmente ha ritenuto essere un sofisticato discorso darwiniano affermando che «Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare ad un orango.» Certo è che alcuni leghisti hanno sviluppato una eccezionale capacità nell' imbastire ragionamenti raffinati e di alto profilo dal far impallidire al confronto le eccezionali qualità comunicative di Cheeta (o se si preferisce Cita), l'amica di Tarzan.

Il Calderoli che è laureato, come ci si immagina facilmente sentendolo parlare e c'è chi dice addirittura con lode ma questa forse questa è una cattiveria di cui non va tenuto conto, deve avere una qualche debolezza per il mondo animale perché appena può lo tira in ballo.. Già una volta portò a spasso un maiale che vederli l'uno accanto all'altro era imbarazzante perché di solito l'accoppiata è con i cani sempre poi che non siano questi a porta a spasso gli umani. E comunque quando si fanno degli abbinamenti fuor di norma bisogna sempre prestare la massima attenzione perché il rischio è che gli altri non colgano le differenze.
Un'altra volta dovendo definire una legge di cui era doverosamente padre non trovò di meglio che definirla «porcata.» Poi qualcuno che aveva studiato il latinorum provò ad addolcire la cosa trasformando la porcata in «porcellum.» ma il senso non cambiò di molto. Anche perché la proprietà transitiva è un po' anarcoide e spesso si muove sua sponte e senza regole.

Ora il mondo che è cattivo ha preso male le parole rivolte dal senatore Calderoli alla ministra Kyenge e allora lui, come nella più nobile delle tradizioni le ha derubricate da ragionamento scientifico, come è avvezzo fare a «battuta» Ma, come al solito essendo una battuta troppo sofisticata nessuno l'ha apprezzata in pieno. Forse solo quei pochissimi che sono al suo livello.
Allora, come quelli che raccontano barzellette a cui nessuno ride, per trarsi d'impaccio, che nel caso in questione è un bel lavoro, prima sie scusato poi ha detto che spiegherà il senso delle sue parole e lo farà direttamente con la ministra in quello che ha tenuto a precisare, il Calderoli, sarà «un confronto franco e leale.»

Come poi ci possa essere un confronto, ancorché franco e leale tra una ministra ed il padre di una porcata sarà tutto da scoprire.

domenica 14 luglio 2013

La nostra vocazione a finire nei pasticci.

Se anche un conservatore come Sergio Romano giudica «non professionale» il comportamento della classe dirigente vuol proprio dire essere agli sgoccioli. Caso Kazako e Calderoli sono solo due esempi. Non sarebbe la prima volta che un onesto conservatore si schiera dalla parte del rinnovamento e del cambiamento. Ogni rivoluzione ha avuto il suo Lafayette.

Sergio Romano
Il titolo va detto subito, a scanso di equivoci, è copiato. Volutamente, coscientemente e 'a propria saputa' copiato dal Corriere della sera (14 luglio 2013). L'articolo da cui si è preso in prestito il titolo porta la firma dell'opinionista e storico Sergio Romano che, probabilmente come tutti, può essere ampiamente criticato su ogni sua affermazione ma senz'altro su un punto è inattaccabile: non è un antipolitico. 
E neppure un rivoluzionario. E neppure un disfattista o un nichilista. E neppure uno che le spara grosse. 
 Anzi ,fin dal 1954 quando entrò alla Farnesina, è stato allenato a ben utilizzare le parole, a pesarle e a soppesarle così come si conviene ad un diplomatico. 
Come soprammercato e perché tutti abbiano ben chiaro di come la pensa ha scritto un libro dal titolo emblematico: Memorie di un conservatore (Longanesi 2002).

Bene, questo compassato signore in sei smilze colonnine e più o meno cinquemila battute ha demolito la classe dirigente del Belpaese. Ha definito il comportamento tenuto delle autorità (forze di polizia, ministeri e governo) nella vicenda relativa all'espulsione della famiglia dell'oppositore kazako come «non professionale.» Che di peggio non poteva trovare poiché, nella sua concezione delle relazioni e del linguaggio, questa affermazione va ben al di là delle più popolarmente colorite espressioni di Beppe Grillo.

Inoltre l'ex ambasciatore mostra di trovare semplicemente imbarazzanti le giustificazioni del governo ed auspica che da adesso in poi sulla vicenda: «non si limiti a dirci come nelle scorse ore che non era informato e che l'operazione 'presenta elementi e caratteri non ordinari'.» Che, a dirla tutta, di non ordinario nel Belpaese c'è praticamente tutto. Comunque, per essere ben certo che nessuno fraintenda il senso di «non professionale» Sergio Romano porta alcuni altri esempi come la gestione della vicenda dei marò (che al momento hanno abbandonato le prime pagine dei giornali pur essendo ancora in India in attesa di processo ma forse se ne riparlerà in agosto quando si sarà a corto di argomenti Ndr), il caso del capitano della Costa Concordia, le dimissioni del ministro Terzi in diretta tv (senza averle prima concordate con il capo del governo Ndr), e il simil spogliarello dei senatori del M5S. Dove peraltro il senatore Crimi ha avuto qualche difficoltà con la cravatta.

Agli esempi dell'ex diplomatico, sempre restando nell'ambito della «non professionalità» si possono aggiungere le battute omofobiche di impettite sottosegretarie, il consueto ricorso a saggi e controsaggi che poi a loro volta si dividono tra i saggi che si dimettono e saggi che restano immarcescibili al loro posto pur nella convinzione di essere pagati per svolgere un lavoro inutile. E poi c'è chi cerca di influenzare le decisioni della magistratura con ridicoli ricorsi alla pratica dell'Aventino, questa volta a ore neanche si trattasse di un albergo, o forse sì, mentre il segretario del Pd dichiara, negli stessi momenti, che se l'imputato Berlusconi venisse condannato sarebbe a rischio il governo. Come se un imputato non fosse semplicemente un imputato, a prescindere, poiché la legge, come direbbe un onesto conservatore, è uguale per tutti. E non è che, Totò docet, per qualcuno debba essere più uguale. E poi ci sono le mille ammuine sulle province, sul numero dei parlamentari, sul finanziamento della politica, sulla spesa pubblica, sulle tasse, sul conflitto di interessi , sulla candidabilità e sulla non eleggibilità. E poi c'è il professore che prima diventa senatore a vita, chissà per che meriti, e poi presidente del consiglio e mentre è in carica ripete alla nausea che non vede l'ora di andarsene e di abbandonare il mondo della politica che proprio non gli piace. Salvo poi, non tenendo conto dei vecchi consigli della mamma, fondare un partito e brigare per diventare presidente del Senato. 

Quindi le stucchevoli, ancor prima che fuori dalla storia e semplicemente sciocche dichiarazioni a sfondo razziale di molti deputati ed esponenti leghisti poiché quella di Calderoli nei confronti della ministra Cécile Kyenge è solo l'ultima di una lunga serie. Che poi queste siano sempre giustificate a posteriori come «batture» o «frasi dette durante un comizio»  stanno a dimostrare oltre che la «non professionalità» l'insita vigliaccheria dei protagonisti  e sono anche un insulto all'intelligenza degli italiani. Come se il contesto del comizio consentisse la licenza alla cialtroneria. Peraltro essendo il Calderoli padre della legge definita da lui stesso «una porcata.» verrebbe facile costruire qualche ameno gioco di parole. Ma non sarebbe professionale e per questo, qui, non vien fatto.

L'articolo di Sergio Romano termina con l'amara constatazione che questa classe dirigente pare voglia «convincere il mondo che l'Italia è sempre e soprattutto 'commedia dell'arte'. Usciremo da questa crisi, prima o dopo. - conclude - Ma combattere contro questi connazionali è una fatica di Sisifo.»
Pare proprio di essere alla viglia di grandi cambiamenti se anche un conservatore come Sergio Romano giudica l'attuale situazione in modo così chiaro e duro e la classe dirigente così palesemente inadeguata e ancor peggio, poco professionale. Peraltro qui ormai la distinzione non passa più né per lo schieramento, né per l'età, né per anzianità di servizio: la non professionalità dilaga e questa deve essere la linea di confine per chi occupa posizioni di rappresentatività popolare. Che forse questi erano gli stessi argomenti per i quali il marchese di Lafayette decise di stare dalla parte dei sanculotti e diventare comandante della Guardia Nazionale.
La storia ha insegnato che i cambiamenti epocali non si fanno a tavolino e che in ognuno di questi c'è sempre un Lafayette. Sergio Romano pare avviato su questa strada.


venerdì 12 luglio 2013

Processo Mediaset: che succederà a Berlusconi il 30 luglio? Una storia italiana

L'Italia è un grande Paese, nella sua millenaria storia ha visto di tutto. Al confronto questa di Berlusconi è una bagatella. L'avvocato Agnelli paragonò l'Italia al Paese delle banane poi si corresse dicendo che ci sono solo i fichi d'india. Più preoccupati di tutti sono gli operatori del UEPE .

Ormai da diversi giorni, e la tiritera andrà avanti almeno per altri quindici, non c'è giornale o tg o radiogiornale che non apra sulle vicende processuali di Silvio Berlusconi. 
Berlusconi ai tempi dell'uveite.
Finalmente, quello sull'evasione fiscale del gruppo Mediaset, uno dei pochi processi scampati a prescrizioni o accomodati da leggi ad hoc è arrivato in Cassazione così da raggiungere, quale che ne sia l'esito, il tanto agognato terzo grado di giudizio. Quindi la totalità dei giornalisti politici, qualcuno tra quelli sportivi e forse Aldo Grasso che però da qualche tempo ha smesso i panni del puro critico televisivo per indossare quelli più comodi di fustigatore di costumi, sono angosciati dalla domanda: «Cosa succederà a Silvio Berlusconi il 30 luglio prossimo venturo?»
Che la stessa ansia non gli viene per quelle decine di milioni di italiani che, in quello stesso 30 di luglio, saranno di fronte a un bivio: scegliere di fare le vacanze con al collo ghirlande di fiori suonando l' ukulele in qualche atollo delle Hawaii o passarle nel giardinetto dietro casa con in mano la Gazzetta dello Sport. Che, anche se è rosa come un fiore, odora d'inchiostro.

L'Italia, si sa è un grande e strano Paese. È il Paese della storia millenaria (per la parte d'occidente dell'emisfero,ovviamente) e dell'arte, non a caso qui è nato Michelangelo, della creatività, dove altro avrebbe potuto nascere Pirandello, della genialità, Marconi era italiano, della finissima filosofia della politica, e infatti c'é Machiavelli. E poi dello stile, Henry Ford I quando vedeva passare una automobile Lancia si toglieva il cappello, della moda, passata o presente o addirittura futura, non c'è che l'imbarazzo della scelta, della cucina e via dicendo. Nessun Paese è come l'Italia.

E infatti, come diceva Indro Montanelli «Il più grande giornale italiano ha per testata Corriere della Sera ma esce al mattino, i treni più lenti li abbiamo chiamati accelerati e il capo del fascismo  non sapeva pronunciare correttamente il nome del movimento che aveva fondato.» Giusto per i più giovani o quelli che non seguono le trasmissioni di Giovanni Minoli, si ricorda che Benito Mussolini non pronunciava «fascismo» ma il meno imperiale «fasismo». E poi, che in quello stesso periodo nelle manifestazioni ufficiali il saluto era al «re e imperatore» e, a seguire, al «fondatore dell'impero.» Che ad avere un imperatore che si fa fondare l'impero da un altro ci vuole una bella fantasia. E una bella faccia tosta. Da parte di tutti e due.

In un soprassalto di sincerità l'avvocato Giovanni Agnelli, nel 2001, leggendo i commenti della stampa estera su Berlusconi disse «Siamo il Paese delle banane» e nell'anno successivo, in occasione delle dimissioni del ministro Ruggiero, completò il suo pensiero con un «purtroppo non ci sono nemmeno le banane ma soltanto fichi d'India.» Avendo davanti questo quadro di riferimento: cosa può succedere a Berlusconi? Niente. La risposta è: niente.

Se sarà assolto: falchi, colombe, valchirie e pitonessa, insomma l'intero bestiario del Pdl, inneggerà alla sua virginale figura. Gli stuoini saranno ancora più stuoini e i quaquaraqua rimarranno quaquaraqua, che di più non si può fare. Bruno Vespa che non è né l'uno né l'altro farà un'edizione speciale di Porta a Porta. E poi sarà un coro di «Lo sapevo» e «L'avevo detto», e «Per fortuna c'è ancora una magistratura onesta». Cammellando un po' di truppe ad Arcore il novello resuscitato (aveva già fatto di persona taluni riferimenti al proposito) si concederà qualche pediluvio di popolo. Ché i bagni di folla coi tempi che corrono vengono difficili. Quelli che lavorano al Uepe (Ufficio esecuzione personale esterno) che poi tradotto per i semplici è il servizio di assistenza sociale per i condannati che stanno fuori di galera, si congratuleranno per lo scampato pericolo. Si continuerà coi sondaggi e si gioirà di eventuali nuovi recuperi percentuali ché gli elettori saranno sempre meno. Il governo andrà avanti. E nulla più. Eh, sì perché bisogna ricordarsi che dopo questa cassazione i processi non sono finiti. Perché sembra che Berlusconi Silvio abbia altre marachelle, così dicono i giudici, di cui rendere conto e quindi per lui i processi sono come gli esami: non finiscono mai.

Se invece sarà condannato. Bhè in galera non ci andrà per indulti e benefici vari, sarà affidato ai servizi sociali, come già oltre trent'anni fa o giù di lì il povero MarioTanassi e poi, più recentemente il suo amico e avvocato Cesare Previti e qualche altro gentiluomo dell'establishment. Mentre invece i vergognosi farabutti ladri di latte, merendine e mele ci finiscono dritti come fusi. In galera. Perché, in fondo, i reati non si contano ma si pesano, come le mele al supermercato. Appunto.
E qui i guai sono solo per gli operatori Uepe di cui sopra che dovranno seguire il reinserendo Berlusconi Silvio.
Una faticaccia. Soprattutto dover ascoltare le sue barzellette e sentirlo cantare . Son da compatire già fin d'ora.

L'interdizione dai pubblici uffici, pena collegata ai quattro anni richiesti, è irrilevante poiché il Berlusconi è sempre stato tra i più assenteisti del Parlamento equindi non si noterebbe la differenza e comunque la cosa non gli impedirà di mantenere il controllo del partito, finché i soldi ce li mette lui e firma le fideiussioni. Il bestiario di cui sopra piangerà sulla sua virginale figura . Il coro sarà uguale nelle parti di «Lo sapevo» e «L'avevo detto», e varierà negli apprezzamenti sulla magistratura. Su questo tema ci vorrà del serio lavoro creativo visto che : «Metastasi, cancro e comunisti» sono vocaboli già spesi. Il pediluvio di popolo sarà comunque organizzato e magari doppiato nei giorni dispari. Si seguiranno i sondaggi con le avvertenze di cui sopra. E il governo andrà, in ogni caso, avanti. Che avere troppe grane sul tavolo non piace a nessuno anche se con stomaci da pitone.

Come variante si può pensare a qualche escamotage del tipo che si dilata la prescrizione e si rimanda più in là la sentenza e nel frattempo magari qualcosa succede. Che a Lampedusa si scopre che c'è il petrolio o che tutti gli evasori si pentano e in quattro e quattr'otto restituiscano il maltolto che così non si pagherà l'Imu per i prossimi cento anni o si ridurrà la tassazione allo 0% per i redditi più alti. O magari anche meno, così a lamentarsi ci sarà più gusto. E poi c'è sempre la grazia o qualche innovativo provvedimento alla Sallusti. Chi può dirlo.

In fondo il Belpaese è l'unico nel quale ogni figlio crede che sua madre sia vergine ed ogni madre crede di aver partorito un dio.

mercoledì 10 luglio 2013

Standard&Poor's manda l'Italia in serie B e il parlamento chiude.

L'agenzia di rating ci punisce ma i francesi vengono a fare shopping d'aziende in Italia. I giornali, perennemente in perdita sono considerati opzioni strategiche da chi da scarpe e automobili. I parlamentari vogliono chiudere il parlamento. L'Italia sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio

Standard&Poor's, ha appioppato all'Italia il rating BBB portandola così al penultimo gradino della scala che questi signori americani hanno ideato. Dopo BBB c'è solo BBB- che è come dire per una squadra di calcio finire tra i semiprofessionisti della serie D. 
Dopo di questo gradino ci sono solo i campionati amatoriali o le partitelle scapoli contro ammogliati di vecchia memoria o per aggiornare il concetto al linguaggio di adesso precari contro partite Iva. Ché quelli che hanno un posto fisso col cavolo che corrono il rischio di rompersi una gamba su un campetto strapelato.
Sul merito e sul metodo che hanno portato gli analisti di S&P a questa decisione c'è molto da discutere e da dire, e il ministro Saccomanni sta facendo la sua parte per salvaguardare gli interessi della ditta, come direbbe Bersani.

Quel che lascia un po' basiti, ma poi non più di tanto, e gli stranieri ce ne capiscono praticamente un'acca, è invece il contesto in cui cade la notizia che da taluni viene definita con l'aggettivo ferale. Il contesto sembra da commedia degli equivoci, Ci fosse ancora Georges Feydeau ci andrebbe a nozze.
Infatti mentre il Belpaese viene retrocesso ai margini del campionato, va ricordato che c'è stato un tempo in cui l'Italia è stata la settima potenza economica del mondo, un paio di aziende italiane cult, una nel mondo della moda (Loro Piana) e l'altra in quello della pasticceria (Cova), vendono l'80% delle loro quote a gruppi stranieri, mentre un'altra famosa, in tutto il mondo per i suoi prodotti calzaturieri (Tod's) e non solo, è in competizione con una che produce automobili (Fiat) per l'acquisto di un giornale (Corriere della Sera) e infine un gruppo parlamentare (Pdl) vuole chiudere il parlamento. Con alcuni corollari e successive domande, ovviamente retoriche, che anziché chiarire confondono ancora di più.

Corollario 1 (brevissimo): le aziende italiane valgono e per questo i gruppi stranieri le comprano. Domanda: perché il Belpaese sta andando a ramengo se le sue aziende valgono?
Corollario 2 (breve): la Fiat un giornale ce l'ha già e si chiama La Stampa, e di suo perde già un bel po' di soldi . Domanda: perché è opzione strategica l'acquisizione del Corriere della Sera che di soldi ne perde più de La Stampa?
Corollario 3 (mediamente breve): Tod's è un grande gruppo a livello internazionale della moda e del lusso e ha raggiunto questi risultati senza possedere neanche il giornaletto del paese. Domanda: che se ne fa di un giornale, oltre tutto solo nazionale, quando nel Paese il numero di lettori di quotidiani è rimasto lo stesso di oltre cinquanta anni fa?
Corollario 4 (lunghetto): Il Pdl pur perdendo clamorosamente le elezioni, non è stato rivotato da sei milioni di elettori, ha chiesto ed ottenuto un governo detto delle larghe intese. In verità le intese con gli altri partiti con cui divide il governo (Pd e Lista civica) sono praticamente inesistenti. Nel governo ha posizioni di rilievo. Ad ogni momento sostiene che, per responsabilità, parola che non sempre Maurizio Gasparri riesce a pronunciare bene e Daniela Santanché deve sillabare per non confondersi, tiene separate le grane giudiziarie del fondatore dalle questioni di governo. In passato il Pdl ha lottato per avere prima il processo lungo e poi quello breve. Domanda (anch'essa lunghetta): perché adesso che la Cassazione procede celermente (per obbligo peraltro e ha anche già individuato una scappatoia per dare maggior tempo alla difesa) vuol chiudere il parlamento per tre giorni e poi si accontenta di uno ben sapendo che il precedente storico fu un disastro? E dire che l'Aventino del 1924 poteva contare su personaggi politici di ben altro spessore che con Cicchitto e Capezzone neanche è partita.

Ad ogni domanda la risposta di buon senso è un fantastico: boh!
In questa situazione il povero ministro Saccomanni avrà i suoi grattacapi per spiegare agli analisti di S&P che qualche errore di valutazione l'hanno commesso. E anche Enrico Letta avrà il suo bel da fare, ma la responsabilità è in parte anche sua visto il suo continuo traccheggiare, nell'andare a spiegare la situazione agli amici dell'Europa.
Quindi situazione è disperata a meno che non si ricorra alla fede, in questo caso la prima enciclica di Francesco, Lumen fidei, cade a proposito e anche a sant'Anselmo d' Aosta.
Sì, perché l'Italia rappresenta, unica nazione al mondo, la sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio:«Solo l'esistenza di un Dio buono può consentire a questa nazione di sopravvivere e cavarsela sempre.»

Purtroppo però, e ciò vale solo sul versante della fede, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi c'è un corollario. E questo recita, a beneficio di UAAR: «l'Italia è la prova provata della non esistenza di Dio. Se esistesse un Dio giusto un paese come questo l'avrebbe già fatto sprofondare.»

A scelta.

martedì 9 luglio 2013

Papa Bergoglio: la globalizzazione dell'indifferenza.

«Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare» recita uno degli adagi popolare che come noto rappresentano la saggezza dei popoli. C'è una certa somiglianza tra papa Francesco e Beppe Grillo: proclami a gogò ma fatti pochini. Un conto sono i gesti della retorica e altro quelli della concretezza.

Ancora una volta, in quel di Lampedusa papa Brgoglio ha fatto centro. E l'ha fatto due volte con un sol colpo, neanche fosse Wild Bill Hickok. (1) 
La corona di fiori lanciata in mare da Francesco
E Wild Hickok, raccontano le cronache, è stato l'unico uomo a bucare con un sol colpo due dollari lanciati nell'aria. Poi è venuto Bergoglio. Adesso le pistole non sono più di moda e i nuovi tiratori si misurano con le parole che, come si sa, a volte fan più male delle pallottole ma possono schizzare nel cielo figure che nessun fuoco d'artificio è in grado di disegnare. L'obbiettivo è sempre lo stesso: stupire lo spettatore. E più uno stupisce, più spettatori attrae e più spettatori ci sono più grande è lo stupore. È indubbio che in questo papa Francesco abbia spiccata predisposizione. Come i grandi sceneggiatori sa cogliere di sorpresa il pubblico con gesti semplici, spiazzanti. 

Il suo «Buonasera» al momento dell'elezione è stato semplicemente grandioso. Doppiato poi dall'invito a pregare insieme a lui e per lui quando di norma è il Papa che prega per gli altri. Aver fatto comunicare che non avrebbe calzato le scarpette rosse, di cui pochissimi si erano accorti e ancor meno ne conoscevano la ragione, che indossato pantaloni neri e non bianchi o che la sua croce sarebbe stata di ferro e non d'oro ha colpito una gran parte dell'immaginario collettivo. Così come la notizia che avrebbe lavorato e dormito a santa Giulia e non in Vaticano per alcuni è stato un atto rivoluzionario mentre per altri, più prosaicamente, un atto di prudenza. I gesuiti, nonostante tutto, non sempre si sono sentiti tranquilli dentro la Chiesa.

La scelta di Lampedusa come primo viaggio pastorale ha avuto il suo fascino ed anche il suo perché all'interno di una strategia di comunicazione dai forti toni pauperistici e ben si coniuga con la scelta di muoversi su una campagnola di proprietà, si dice, di un turista, senza paratie antiproiettile ma stranamente, guarda il caso, con la carrozzeria di colore bianco. Come tutti i grandi copywriter anche Francesco sa che uno slogan tanto più è semplice, sintetico e gravido di contenuti tanto più sarà efficace e memorabile. «La globalizzazione dell'indifferenza» è stato un vero colpo da maestro che probabilmente anche Jerry Della Femmina (2) gli invidierebbe.
Anche se i passaggi precedenti e quelli a seguire la frase clou: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? … Siamo una società che ha dimenticato l'esperienza del piangere» e poi «Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna» lasciano qualche perplessità e sembrano di dubbia efficacia. 

Non si ha successo quando si colpevolizza il proprio uditorio. Soprattutto perché ai proclami che Francesco ha lanciato in questi mesi non sono ancora seguiti fatti concreti, tali da poter far dire che si sta mettendo in pratica quel che si va predicando. C'è in questo continuo dire ma non fare una certa somiglianza con Beppe Grillo (tono di voce e linguaggio a parte). Entrambi fanno intendere impellenti rivoluzioni che tuttavia sono allontanate nel loro svolgersi e nel tempo dalla successiva affermazione ancor più rivoluzionaria: le suore che guidano fuori serie fanno il paio con il parlamento da aprire come una scatoletta di tonno. Si alza l'asticella ma nessuno salta. E anche la corona di fiori lanciata in mare rientra in queste categorie e richiama alla mente il vecchio adagio che recita «Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare». Per l'appunto. Senza contare che il mare soffre già abbastanza di inquinamento e aggiungerne altro, pure per una giusta causa non sembra bello. Qui, magari, una preghierina ci sarebbe stata meglio.

Quindi nel gioco a chi è più rivoluzionario ci si fermi e si vada adesso avanti con i fatti. Per esempio si aprano le chiese alla preghiera del venerdì dei mussulmani invece di lasciarli nei prati e ci si adoperi insieme a loro perché retrivi sindaci diano il permesso per la costruzione di moschee. O si rimuovano monsignori doppio pesisti alla Fisichella, citato a mo' di sineddoche. O si applichi quanto appena scritto nella prima enciclica «La fede non è intransigente ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non è arrogante.» (3) Bene, si inizi a mettere in pratica il principio lavorando per i diritti civili dei gay.. E magari, più materialmente, si incominci a saldare le tasse dovuteI fatti devono seguire le parole a stretto giro altrimenti queste lasciano il retrogusto amaro della retorica pasticciona degli aspiranti rivoluzionari. 

A voler essere maliziosi si potrebbe far notare che tutte quelle belle, toccanti e abrasive parole Francesco le ha pronunciate in località Salina, nome che rimanda la memoria a quel principe laico che con feroce cinismo fece dire ad uno dei suoi personaggi: «Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.»
Magari anche no.

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  1. Wild Bill Hickok soprannome di James Butler Hickok (Troy Grove, 7 maggio 1837 – Deadwood 2 agosto 1876), fu reso leggendario dalla sua fama di pistolero infallibile
  2. Jerry Della Femmina, Gennaro Tomas Della Femmina, Brooklin 22 giugno 1936, pubblicitario, copywriter, di grande successo. Ha la stessa età di Bergoglio e come lui è figlio di emigrti italiani
  3. Lumen fidei – la prima eniclcica di Francesco

sabato 6 luglio 2013

Legge sulle lobby: la politica non sa decidere. Al solito

Ancora una volta il governo Letta traccheggia. Questa volta si tratta del provvedimento sulle lobby. Il busillis sta sul fatto se si deve esercitare il controllo oppure no. Il tetto di 150€ per le elargizioni liberali è ritenuto basso. Istituita una commissione che analizzi cosa fanno gli altri in Europa. Ne è stata fatta una analoga per i costi della politica. Fu un fiasco.

Il ministro Flavio Zanonato, del Pd,
 teme la scatola nera
Quando in ambito politico si devono prendere provvedimenti che portino chiarezza e trasparenza in qualche zona grigia del comportamento pubblico si scopre che «la materia è molto delicata». È molto delicata la materia del finanziamento della politica, è molto delicata la materia della remunerazione dei parlamentari, è molto delicata la materia «sulla regolamentazione dei gruppi di pressione». 

E, giusto per dare una mano, sempre a quell'unico che vien dalla campagna, le lobby sono quelle organizzazioni (possono essere sia associazioni di categoria, come i produttori di armi negli Usa, ma anche aziende private che operano conto terzi, come le agenzie di pubbliche relazioni giusto per fare due esempi) che tampinano i legislatori (leggasi politici) affinché prendano decisioni a loro favorevoli. 

Il verbo “tampinare” forse non è il più ortodosso e magari neppure il più politicamente corretto ma rende bene l'idea. Quando si parla di trasparenza meglio essere chiari, per l'appunto, e magari anche un tantinello rudi piuttosto che, come si usa dire, «girarci attorno» che a questo già ci pensano Enrico Letta, i suo ministri e i politici, in genere.

L'attività del lobbista, che detto per inciso è un lavoro come un altro, ricopre un ruolo assai rilevante nel processo decisionale e consiste nel presentare le tematiche, opportunità e problemi, del mercato di riferimento affinché questo sia reso più profittevole o perché si riducono gli obblighi o perché si aumentano le possibilità di generare business.
Naturalmente, come in ogni relazione umana, le sole nude cifre ed il rigido razionalismo cartesiano non bastano, di norma sono entrambi assai noiosi, è quindi necessario che si crei empatia, feeling dicono quelli che hanno studiato, tra gli interlocutori. Quindi il lobbista, oltre che preparato sulla sua materia, deve saper instaurare relazioni ed avere buoni rapporti. Tra gli strumenti utilizzabili sono previste anche le cosiddette elargizioni: biglietti per il teatro o per lo stadio o magari la classica penna stilografica. In questo campo comunque la fantasia del lobbista si può scatenare.
Quindi visto che ci sono in ballo anche biglietti per il teatro e penne stilografiche e soprattutto che, forse, forse, in passato qualche piccolo, piccolo, abuso c'è stato e che i tempi e i cittadini richiedono un tantino più di trasparenza ecco la buona intenzione del governo di legiferare in materia e definire delle regole. In via del tutto teorica la questione dovrebbe essere delicata sì ma non molto complicata. Magari un po' di buon senso aiuterebbe.

La ministraEmma Bonino, radicale è 
allergica  ai controlli sulle lobby
E infatti all'ultimo consiglio dei ministri si sono presentate ben due bozze di ddl a testimonianza di quanto sia sentito il problema e, immediatamente, si sono formati due fronti, la classica storia del guelfi e ghibellini. Tanto in Italia ci si è abituati. C'è chi è più rigorista e chi lo è meno. C'è chi vuole un semplice «elenco» dei lobbisti e chi vuole che si formi un «albo», chi prevede l'obbligo d'ascolto da parte della amministrazione e chi invece no, chi prevede che se si rigetta un suggerimento questo vada motivato e chi no. Poi c'è chi, timidamente,  vorrebbe che a fine anno il ministro e tutti i suoi rilasciassero una sorta di lista dei lobbisti con cui sono venuti in contatto. E questo è un punto cruciale per almeno tre dei ministri in carica: Emma Bonino, Angelino Alfano e Flavio Zanonato. Strano che una radicale e un Pd abbiano di questi problemi. La trasparenza dovrebbe essere il loro pane e companatico. 

In particolare pare che il ministro Zanonato si sia scatenato parlando addirittura di «scatola nera da mettere sulla schiena dei ministri così ci registrate tutti i movimenti.» Che in realtà la risposta all'obiezione del ministro, ex sindaco di Padova, sta nel chiedergli «perché no?» Infatti non si capisce cosa ci sia da nascondere o quale segreto si disvelerebbe se, a fine anno cioè a cose già avvenute, il ministro Zanonato scrivesse di aver incontrato il tal lobbista o il talaltro. Forse, lui cattolico, ha mal interpretato il senso della frase evangelica «non sappia la mano destra quello che fa la sinistra.» Non era un invito né alla dissociazione né all'occultamento ma semplicemente alla modestia.

Altro punto su cui, anche se non palesemente, pare si sia rilevato qualche malumore è stato quello relativo alle elargizioni a cui si propone di porre il tetto di 150€. Troppo basso sostiene qualcuno. Già, perché quell'importo è l'equivalente di un paio di biglietti del teatro o della tribuna dello stadio o anche di una penna stilografica di medio pregio. Che anche qui viene spontanea la domanda: «ma perché ci devono essere delle regalie? Dove sta scritto?»
Che poi, va ben detto, la dizione «elargizione liberale» si presta a maliziose e innocenti interpretazioni. Che tanto più sono maliziose quanto più sono innocenti. Ma chissà che cosa frulla nella testa dei politici quando sono al lavoro.
Per risolvere la questione Enrico Letta noto per il suo irruente decisionismo ha deciso che nell'immediato è meglio non decidere e quindi, come nella migliore delle tradizioni, ha demandato il tutto all'analisi esplorativa di una commissione.
Incaricato della stessa è il ministro per le Politiche europee Enzo Moavero, che avrà il compito di «capire che tipo di normativa introdurre in una logica di di coerenza con gli altri Paesi europei.» Il fatto è che questa assomiglia stranamente ad un'altra commissione che aveva come scopo capire quali erano gli stipendi dei parlamentari d'Europa. L'obiettivo era quello di creare uniformità tra gli stipendi italici e la media del continente. Quella commissione lavorò alacremente per mesi per giungere alla conclusione che non era giunta a capo di nulla. Tipico.
Chissà se la commissione di Ezio Moavero, che discende da Ferdinando Bocconi fondatore dell'università omonima, saprà arrivare a qualche conclusione.
Per ora il problema, guarda caso, è rimandato. Poi, si vedrà

venerdì 5 luglio 2013

Si scrive Partito democratico e si legge Dynasty.

Più che le tappe di un dibattito politico quello che le varie componenti del Pd stanno mettendo in scena sembrano le puntate di una soap opera. La trama e fatta di intrighi, amori, gelosie, alleanze e tradimenti . I colpi di scena si susseguono ma sono sempre uguali. Non resta che sperare nella nemesi storica.

A guardare quel che è successo all'interno del Pd negli ultimi anni sembra di assistere più alla proiezione delle puntate di una soap opera, con venature talvolta comiche e talaltra ridicole.
 D'altra parte si sa che in tutti i grandi drammi, anche quelli storici per intenderci, c'è sempre qualcosa di umoristico e il Pd non sfugge alla regola. I colpi di scena si susseguono ma sono sempre uguali.
Nelle ultime vicende del partito ci sono tutti gli ingredienti del genere: intrighi di corte, omicidi shock,(metaforicamente parlando) relazioni proibite e poi, ovviamente, amori, gelosie e gli immancabili tradimenti. Sembra di rivedere le vecchie puntate di Dynasty. Per rimanere nel filone nazional-popolare che è quello che meglio si attaglia a quella variopinta congrega di politici.

 La trama di Dynasty, si ricorderà, raccontava dei componenti della famiglia Carrington in perenne lotta tra di loro. Peraltro non si è mai capito quale fosse il punto del contendere ma la cosa non sembra abbia mai interessato nessuno.Come accade nel Pd. L'importante era litigare e tramare cosa che tutti i protagonisti con grande dedizione si sono impegnati a fare fin dal primo episodio dove si sono trovati ad agire il patriarca, la prima e la seconda moglie, i figli di primo letto dalla condotta turbolenta di cui uno dalle dubbie tendendenze sessuali (si era nel 1981) e un altro che ricompare dopo essere stato rapito dalla culla. E quindi ex amanti che si ripresentano con nuove mogli dall'equilibrio instabile e poi nipoti volubilissime e politici (anche in Dynasty già c'erano i rappresentanti della casta ante litteram) disposti a tutto dietro compenso in denaro. E naturalmente non possono mancare i rappresentanti dei lavoratori, pure se domestici, come il cameriere e lo chauffeur i quali, oltre a far parte dell'arredo della casa, sono anche parlanti e a loro modo hanno un ruolo nella vicenda.

Con qualche piccolo ritocco, ma poi neanche tanti, si vede in trasparenza la storia del Pd. E anche la riunione organizzata dai bersaniani per lanciare la candidatura alla segreteria del partito di Stefano Fassina che si trasforma in corso d'opera in una riunione quasi di direzione o di vecchio comitato centrale, non sfugge alla regola. Pare oltre agli invitati ci fosse anche un certo numero di imbucati che nessuno ha avuto il cuore di allontanare e allora gli organizzatori se la sono presa con i renziani rei di non aver partecipato. Come se alle riunioni di corrente fosse normale vedere quelli della componente avversa. Mistero gaudioso del Pd, uno dei tanti che rispondono al canovaccio tratteggiato.
Pure i personaggi sono sovrapponibili e facilmente abbinabili. Come non bastasse, per soprammercato, si intravvedono pure vaghe, vaghissime, rassomiglianze.
Pierluigi Bersani calza senz'altro nella parte di Blake Carrington e non si fa fatica a vedere in Massimo D'Alema l'imprinting di Alexis, la perfida Alexis come la definirono subito i media dell'epoca. Sullo schermo era l'indimenticabile Joan Collins. Non che nel Pd manchino i perfidi ma come D'Alema proprio non ce n'è. Dario Franceschini sta benissimo nei panni della seconda moglie Linda Evans, una patatona bionda, apparentemente buona come il pane ma perennemente in ambasce e sul punto di scoppiare a piangere. Per il discolo Matteo Renzi la parte ideale è quella del figlio primogenito Steven Carrington: idealista e bisessuale. Esce dalla famiglia ma poi torna, ha feeling con la matrigna ma, ovviamente, non sa resistere alle richieste di Alexis la vera madre, sempre più perfida. si sposa con donne, ben due volte, un po' per amore e un po' per non dispiacere al padre ma ha pure un amante. Anche lui alla perenne ricerca delle regole. Che per il vecchio Blake sono più che chiare. E via identificando.

Si potrebbe pure perdonare questo incredibile e non sempre decoroso spettacolo al più numeroso, che sull'importanza c'è più di un dubbio, partito del centrosinistra se dietro tutto questo scannamento si intravvedesse una trama politica, vien da dire, di qualsiasi tipo. Ma nel Pd come nella famiglia Carrington oramai si è persa la cognizione e il senso del perché si stanno azzannando. Che sarebbe pure divertente se non fosse che si sta parlando delle sorti del Paese e che, al solito, ci andranno di mezzo i poveracci. Che poi sono quelli di cui il Pd dovrebbe difendere gli interessi. Il mondo è proprio strano.

Non resta che sperare nella nemesi storica. Dynasty finì con quello che gli americani ricordano tuttora come il Moldavian massacre: tutti i Carrington riuniti in un castello, in Moldavia per l'appunto, a celebrare il matrimonio della sorella di Alexis sono attaccati e uccisi da un gruppo di terroristi. Un simil finale, ovviamente metaforico, non spiacerebbe a molti. D'altra parte il Pd presto, si spera, celebrerà analogo evento che però passa sotto il nome di “congresso” e lì ci saranno tutti i simil Carrington in sedicesimo tirati a lustro. Sarebbe carino se sulla scena irrompesse un gruppo di militanti sconosciuti ma di buon senso, quelli di occupy Pd per esempio, che si liberasse di questo gruppo dirigente inetto e pasticcione e rifondasse il Pd. Poiché la realtà spesso supera la fantasia qualche speranza ancora resta.