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domenica 30 giugno 2013

Margherita Hack il giorno dopo.

Margherita Hack è stata un esempio? Certamente no, a valutare la cosa con scientificità, come le sarebbe piaciuto. Troppa retorica intorno alla sua morte, che senz'altro non le sarebbe piaciuta. La differenza tra i fatti ante mortem e le parole post mortem. Ma c'è un punto di contatto tra lei e l'Osservatore Romano.


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Per fortuna Margherita Hack non ha avuto la possibilità di leggere i giornali il giorno dopo la sua morte.
L'avesse fatto li avrebbe, con ogni probabilità, quasi tutti cacciati in un angolo con qualche sagace commento da toscanaccia. Eh sì, perché non c'è come morire per vedere i tromboni della retorica salire alla ribalta. E Margherita Hack con la retorica proprio non ci andava d'accordo. Anzi la retorica, come si dice in Toscana, non le piaceva punto.
Nelle commemorazione della persona dipartita specialmente quando questa è intelligente e brillante e sincera e ironica e controcorrente e magari anche un tantinello ribelle, guarda caso come Margherita Hack, le parole di orpellata stima feriscono molto più di silenzi incattiviti e di ripicca. Già,perché tra quanto pronunciato post mortem e i fatti compiuti ante mortem c'è sempre una grande, grandissima differenza. A riprova che tra dire e il fare c'è di mezzo il mare.

Giorgio Napolitano, giusto per dire il più in alto nelle cariche dello Stato la ha commemorata dicendo di lei che: «Ha rappresentato un forte esempio di passione civile lasciando una nobile impronta nel dibattito pubblico e nel dialogo con i cittadini.»
«Bubbole.» - ci si immagina avrebbe risposto Margherita Hack con quella sua ironica espressione da maga Magò perennemente stampata sul viso - . «Nessun esempio e nessuna impronta.»
Sì bubbole perché un esempio e un'impronta sono tali solo quando vengono seguiti ed imitati altrimenti non sono altro che un modo d'essere personale ed individuale. Magari pure bello ed edificante ma drammaticamente personale e solo. E, se l'esempio di Margherita Hack è stato certamente seguito in ambito scientifico senz'altro non lo è stato nell'ambito della società civile e tanto meno in quello della società politica come si può facilmente verificare sfogliando i giornali di un giorno qualsiasi. Anzi i signori che governano, si fa per dire, la cosa pubblica si tengono ben lontani dall'esempio di quella che viene definita, con untuosa retorica, “la signora delle stelle”.

Lei, che di quelle preferiva definirsi amica come fosse la vicina di casa, ha ammesso con semplicità di aver ottenuto un modestissimo voto di laurea, (101/110) quando chi non l'ha ottenuta ne vanta addirittura una serie con tanto di master al seguito (1). E comunque questo non le ha impedito di essere tra le grandi dell'astrofica mondiale a riprova che se è vero che gli esami possono essere un momento di verifica è altrettanto vero che il voto non certifica una volta per tutte il sapere o la qualità della persona. 
Lei, che impegnata politicamente e socialmente lo è sempre stata, si presentava alle elezioni con l'intento di attrarre voti per liste nelle quali credeva e che certo non partivano in pole position e poi una volta eletta si dimetteva per lasciar posto a chi il mestiere di parlamentare aveva l'ambizione di saperlo fare. 
Lei, che faceva parte dell'accademia dei Lincei, accettò (2) il premio di “Personaggio gay dell'anno”, per dimostrare nei fatti e non a parole il suo impegno per l'affermazione dei diritti civili per tutti. Che certi parlamentari gay invece si sono occupati solo dei casi loro e dei loro conviventi. Ivan Scalfarotto solo per non far nomi.

Lei, che era atea ma non certo integralista, era amica di diversi sacerdoti e aveva il coraggio di affermare che «È troppo comodo spiegare tutto con dio.» (3) e poi ammettere che tante credenze e visioni «Sono dovute alla complessità del nostro cervello che al momento non si è in grado di spiegare» e immediatamente dopo aggiungere di non aver risposte per tutto: «Conosco l'energia del sole, da cui tutto dipende. Conosco le stelle e le galassie e le leggi che ne regolano l'esistenza; la manifestazione complessiva dell'energia cosmica; ma il perché di tutto questo non lo so.» Così come il sito dell'Osservatore Romano nulla sa della morte di Margherita Hack. Evidentemente anche oltre Tevere alcune cose non se le sanno spiegare. Quindi un punto di contatto tra questi due opposti c'è. Come peraltro spesso aveva scritto e detto parlando dell'ingerenza del Vaticano nelle questioni italiche. Ingerenza che però non arriva fino al prosaico pagamento delle tasse. Ma tant'è.

Certo sarebbe stato carino se il Presidente Napolitano prima di esprimere il suo vivo e vibrante cordoglio a morte avvenuta l'avesse nominata, magari quand'era ancora in forze, senatrice a vita. Quello forse sarebbe stato un bel modo, da parte della Presidenza della Repubblica per dimostrare apprezzamento per chi veniva definito d'esempio e capace di lasciare impronte piuttosto che innalzare a quel ruolo ambiziosi professori dal fiato corto. Che parafrasandola si potrebbe dire: «È troppo comodo spiegare tutto con la ragion di Stato.»  Ma così va il mondo.

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martedì 25 giugno 2013

Caso Ruby. La condanna di Berlusconi Silvio: polvere negli occhi degli italiani.

C'è la condanna, dovuta ad un reato di cui i giudici hanno ritenuto di vedere le prove. Un fatto normale che nulla cambia e nulla cambierà nella vita del Paese. Salvo voler avere infantili sogni palingenetici. Attenzione a confondere l'effetto con la causa e spesso c'è difficoltà a cogliere le differenze.

E così l'imputato Berlusconi Silvio in base agli articoli 521, comma 1; 533 e 535 del Codice di Procedura Penale è stato condannato ad anni 7 di reclusione e visti gli articoli 317bis e 29 e 32 del Codice Penale, alla interdizione perpetua dei pubblici uffici. E ovviamente al pagamento delle spese processuali. Bene.

Il «drago a cui si offrono le vergini», come ebbe a definirlo la moglie Veronica Lario che di nome vero fa Miriam Raffaella Bartolini, è stato finalmente riconosciuto colpevole e punito. Benissimo.

Il popolo della rete e qualche esagitato grida alla vittoria. Finalmente liberi da Berlusconi. Sembra, secondo alcune scene riportate dai media, di assistere, in sedicesimo ovviamente che pure bisogna avere il senso delle proporzioni, alla riedizione del 25 luglio 1943 quando il cavalier Benito Mussolini fu prima deposto e poi arrestato. Il secondo atto fu consumato a casa del re detto sciaboletta. Forse è il titolo di cavaliere che dopo un certo numero di anni porta scalogna. Assai. Quasi sicuramente il cavalier Berlusconi si rammaricherà di non poter godere di analogo trattamento ora si è in una repubblica e pure male in arnese, come lui sa benissimo per aver attivamente partecipato all'opera. E non ci sarà nessun Skorzeny, con tanto di romantica cicatrice sulla guancia sinistra disposto a liberarlo. Si vive nei tempi della multimedialità. Il cavalier Berluconi si deve accontentare di palinsesti stravolti e di dibattiti e di controdibattiti. Con le stesse facce di sempre, ormai ospiti stanziali dei vari canali televisivi e di sentire che il tono di voce di Enrico Mentana che, con il passare dei minuti, si fa sempre più squillante. Potenza delle notizie. C'è chi addirittura mette in campo uno psicanalista chissà perché non un geriatra. Data l'età del reprobo sarebbe più consono. Ma tutto va.

E poi ci sono le valchirie del Pdl, che nella parte si vedono benissimo Micaela Biancofiore e Daniela Santanchè e magari un po' meno Nunzia De Girolamo, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini. Queste sono già pronte ad immolarsi per il Capo ma tranquilli: si è nell'era del virtuale e nulla è veramente vero. Tutto è mediatico. E anche le pire non sono più quelle di una volta. Adesso si ci sarebbero difficoltà con la legna e bisognerebbe chiamare in causa la Protezione civile che ha già altre gatte da pelare. Peraltro lo stesso Berlusconi ha un vulcano in giardino e di tanto in tanto lo fa zampilare, così, per divertimento. Roba che a Pompei ci piangono ancora.

Quindi per riassumere: bene, benissimo, anzi ma chi se ne importa. Questo fatto non ha nulla a che fare né con la grama vita di tutti i giorni né con la politica. Non aumenteranno le opportunità di lavoro e non riprenderanno i consumi e saranno sempre da trovare i denari necessari ad evitare, ammesso e non concesso che abbia un senso, che arrivi la nuova rata dell'IMU. E del resto è inutile dire, è sotto gli occhi di tutti.
Eh già perché tra ieri giorno della sentenza ed oggi, giorno del dopo sentenza non cambia nulla.

Berlusconi Silvio è stato condannato solo in primo grado. Perché il tutto sia esecutivo mancano altri due gradi di giudizio e quindi c'è tempo. Comunque in carcere non ci finirà per sopraggiunti limiti di età, come vuole che si reciti il gergo del diritto. E anche l'interdizione dai pubblici uffici è un astuto specchietto per allodole un po' tarlucche. Il deputato Berlusconi Silvio è sempre stato uno dei più assenteisti, ha un indice di produttività pari a 69,2 e si colloca al 577 su 630: Ha partecipato a 43 votazioni elettroniche su 11.498. Quindi la sua presenza o assenza nei sacri palazzi della democrazia e decisamente ininfluente. 
Comanda nel Pdl, per quel che può e sa, a prescindere dalla sua presenza, ieri alla Camera e oggi al Senato. Anzi pare che quando sta a Villa Certosa comandi pure di più. In fondo è lui che paga. E fa valere la legge del cinque: chi ha il soldo in mano vince.
Nel breve non potrà diventare senatore a vita, ma probabilmente non ci fa neanche conto, e ora Napolitano sarà obbligato a resistere all'eventuale tentazione. E anche la presidenza della repubblica si allontana ma forse neanche Berlusconi ci ha mai veramente creduto. Quindi per il resto tutto come prima.

Quello che è da sconfiggere non è Berlusconi ma quel fenomeno di mala educazione, volgare ignoranza, arroganza e mal comportamento sociale che getta le sue radici nel Belpaese assai prima di Berlusconi che di quel fenomeno è solo il risultato e non la causa. Anche se gli piacerebbe esserne considerato l'ideatore. Ha cavalcato l'evento non l'ha né inventato e neppure provocato. Non è riuscito neanche in questo. Già perché il fenomeno che da lui prende nome è ben sparso e avvolge la casta politica ma anche la sedicente società civile e gli esempi non mancano tanto a destra quanto a sinistra e come non bastasse anche in quel che resta delle classi sociali. Per vincere e rinnovare questo Paese non è sufficiente condannare un anziano con velleità giovanilistiche. Che peraltro va condannato per i reati commessi, se provati. Poichè porre la questione nei termini della condanna dell'uomo “solo al comando” e quindi “solo colpevole” sa più di sogno palingenetico che di realtà. 
È come nascondere il mondo dietro un dito. Si può fare, ma non è serio. Lo fanno i bimbi, non è da adulti.

Prodi lascia la politica italiana e dice: «My game is over».

Prodi dice di abbandonare la politica italiana ma forse è questa che ha abbandonato lui e non da oggi. Ha creato la figura del vincitore-perdente, ha sprecato tutte le occasioni e almeno per tre volte ha giocato il ruolo del pungiball. Ora si occuperà del Sahel

E così anche il prode Prodi Romano lascia. Lo fa con una lettera al Corriere della Sera che trasuda democristianesimo da ogni riga. 

Eh, sì perché i democristiani hanno un modo tutto loro di dire le cose e anche di togliersi i sassolini dalle scarpe e il prode Prodi non sfugge a questa aurea regola. Anche perché se sei stato democristiano anche per un solo minuto poi lo rimani per tutta la vita e quelle movenze, quel tono di voce e quell'argomentare obliquo nessuno te lo toglierà più di dosso. E' l'odore di sacrestia che, per quanto forte sia la fragranza del dopo barba usato, sempre spunta fuori. E' un odore, metaforicamente parlando, impregnante che una volta appiccicatosi addosso non molla più. E non bisogna avere nasi particolarmente sopraffini per sentirlo.

Come tutti quelli che lasciano anche il prode Prodi sente il bisogno di ringraziare il mondo intero per la carriera fatta e le opportunità avute, quanti se ne è visti di commiati così durante le convention aziendali. Se ne va Prodi dicendo che «alla vita politica italiana riconosco di avermi concesso esperienze fondamentali e non poche soddisfazioni personali, che spero abbiano offerto un positivo contributo al Paese.»
Ben diluito nella retorica piagnona un vero tocco di arte oratoria democristiana: mischiare le proprie soddisfazioni personali, che peraltro van cercate con il lanternino, con la speranza, si badi bene la speranza e non la certezza, che quelle abbiano dato un contributo al Paese. Un modo di rendere modesto e sottotraccia l'egocentrismo. Contento lui ...

Delle opportunità avute Romano Prodi non ha saputo far tesoro e se le giocate una dopo l'altra. E quel che più è spiaciuto è che le abbia perse senza fare grandi battaglie. Ha avuto la possibilità di gestire le privatizzazioni: non sono state proprio un successo. Alfa Romeo prima e poi Alitalia poi sono lì a dimostrarlo. Tanto per dire di quelle più importanti che poi ci sarebbero anche i casi di Alivar ed altri, ma tant'è. Ha avuto la possibilità di gestire due governi ed è riuscito a finire in minoranza entrambe le volte perdendo di credibilità. E i dieci anni passati tra la prima vittoria-sconfitta e la seconda non gli hanno insegnato granché tanto che si è prestato anche al terzo capitombolo. La vanità, specie quando rivestita di modestia è pericolosissima. 

Cincinnato i suoi richiami li seppe gestire assai meglio. Il professore avrebbe dovuto studiare di più la storia. Forse dopo la terza esperienza ha capito, finalmente, che fare il pungiball non è gratificante.
La mancata elezione a Presidente della Repubblica probabilmente è stata la peggiore di tutte le sue vittorie-sconfitte: eletto candidato per acclamazione viene impallinato da 101 degli acclamanti. Anche se c'è chi dice che i giuda siano stati 106, perché pare abbia raccolto 5 voti fuori dal suo giardino. Sarà, in ogni caso uno più o uno meno si tratta di dettagli.
Il suo vero principale avversario, che si potrebbe chiamare anche nemico, non è mai stato quello che nella lettera viene definito, non essendo mai nominato, «l' opponente politico che ritenevo e ritengo non idoneo al governo del Paese.» ma un altrettanto piccoletto, però dotato di baffetti, che gli è stato costantemente alle spalle. Avesse il Prodi Romano guardato con maggior attenzione gli sketch dei fratelli Guzzanti (su youtube ce n'è ampio numero) avrebbe capito assai di più delle situazioni che viveva piuttosto che affidarsi a consiglieri buoni forse più per la pallacanestro che per la politica. La tattica democristiana dell'attendismo è buona, forse, solo quando si è ultra maggioranza. Il gatto temporeggia con il topo e il contrario non è mai successo. Anzi come ha insegnato il generale Giap, il più debole deve cercare di fiaccare il più forte e alla prima occasione inferire il colpo risolutore. Ma Giap era comunista.

La prodiana lettera termina con due civettuoli passaggi: una frasetta inglese, evidentemente la Fornero ha fatto scuola presso i politici bolliti e un richiamo all'internazionalità.
La frasetta suona così: «My game is over.» Ma conoscendo la storia dell'estensore e il suo tono di voce oltre che loffia suona anche tronca. Andrebbe rimodulata: «My game is over because it not let me play anymore.» Così è più chiaro e si capisce meglio.
Il passaggio internazionale: «Volo a New York per discutere dello sviluppo del Sahel.» Certo il Sahel è rilevante ma non fa parte del G8. L'importante è accontentarsi. Ed esserne consci.
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http://www.corriere.it/politica/13_giugno_24/letteraprodi1_604badc2-dc87-11e2-98cd-c1e6834d0493.shtml

domenica 23 giugno 2013

In Germania nessuno si sarebbe dimesso per una cosa simile. E in Italia? Idem.

Una migrante tedesca come può ripagare il Paese che le ha consentito di ottenere grandi successi e fama? Il caso di Josefa Idem la teutone diventata italiana. Anche nei difetti.

La frase «In Germania nessuno si sarebbe dimesso per una cosa simile.» per quanto possa sembrare incredibile è stata pronunciata da una tedesca (1)
Josefa Idem, Ministra sport e pari opportunità

O meglio da una tedesca ora diventata cittadina (anche) italiana. Pure se ora, quasi senz'altro, i nipoti di Johann Wolfgang Goethe la considereranno una ex (tedesca). Già perché Josefa Idem, di lei si sta dicendo, è cittadina italiana dal 1992, due anni dopo aver contratto matrimonio con Guglielmo Guerrini, il suo allenatore. Sotto l'italico tricolore ha gareggiato tanto e quasi altrettanto ha vinto. Le sue biografie dicono che è stata la prima italiana (di nascita teutone. Per inciso: Goch, Renania settentrionale-Vestfalia, 23 settembre 1964) ad aver partecipato a 8 Giochi olimpici: due sotto la bandiera tedesca e sei con quella italiana. Come i fratelli D'Inzeo, Piero e Raimondo. Che invece hanno gareggiato sempre per la stessa nazione e sono nati il primo a Roma e il secondo a Poggio Mirteto che a dispetto del nome si trova nella bassa Sabina.

Finché è stata tedesca e giovane non è che Josefa abbia vinto granché (tre bronzi tra Olimpiadi e Mondiali di cui quello olimpico in tandem con Barbara Schuttpelz) mentre da quando è diventata italiana ha fatto sfracelli: 18 ori, 12 argenti e 10 bronzi tra Giochi Olimpici, Mondiali, Europei e Giochi del Mediterraneo. Senz'altro le sarà parso di aver trovato, con rigore, disciplina e vittorie, la Germania in Italia:. Non capita a molti, a lei senz'altro sì. In genere gli stranieri in Italia trovano l'America. E la cosa è successa un pochino anche a lei. Da atleta migrante (per quanto comunitaria) a ministro il passo non è certo breve. Neanche uno su mille ce la fa. Lei sì.

Ora come si può ricompensare un Paese che tanto ha saputo darti? Diventando una vera italiana. Nella cultura, nella lingua e pure nella cucina, nello spirito e magari anche, qualche volta capita, assumendo quei piccoli difettucci di cui Alberto Sordi è stato maestro rappresentatore. Uno fra tutti : la memoria. Gli italiani sono di memoria corta, cortissima. Dimenticano facilissimamente e sono sbadatissimi. Non a caso ci sono stati non pochi episodi di smemoratezza: da quello antico di Collegno ai giorni odierni la lista è lunga, lunghissima e soprattutto popolata di personaggi del bel mondo. «Non ricordo» ma anche «Non sapevo» sono frasi usatissime. Anche da politici, anche da ministri, anche da attori e da attrici e da industriali e da intellettuali e anche da... tutti. Per questo, senza dubbio, la campionessa che ha girato mezzo mondo e l'Europa per intero mai si è domandata perché sul suo passaporto e sulla sua sua carta d'identità risultasse residente ad un numero civico diverso da quello nel quale abitava effettivamente. O forse se ne è accorta, ma subito se n'è dimenticata, e deve aver addebitato la cosa alla proverbiale non precisione della burocrazia italiana. Che se si fosse stati in Germania un errore del genere mai l'avrebbero commesso. Ma in Italia si sa come vanno le cose. Può succedere di tutto. Per esempio che ci siano degli abusi edilizi e che poi, a distanza di anni scatti il condono. Come ben ha dimostrato il mai troppo ex ministro Giulio Tremonti.

D'altra parte scoprire di abitare nella palestra nella quale ci si allena, ammesso e non concesso che la cosa sia accaduta a sua insaputa (lo spirito di Scajola è sempre dietro l'angolo) le sarà parso normale. Qual è la vera residenza di un'atleta se non la palestra? La vera prima casa. E sulla prima casa il governo di centro destra che Josefa avversava, sì perché nel frattempo era diventata dirigente politico dell'Ulivo e poi del Pd, l'Ici l'aveva tolta, quindi naturale non pagarla. Anche se, forse un po', la cosa le deve essere parsa bizzarra. Ma gli italiani, è noto, queste cose non le considerano bizzarrie e lei, probabilmente con fatica, ci si è adeguata. In fondo la disciplina imparata nello sport può servire anche nella vita. Così come, verosimilmente, le sarà parso strambo essere assunta dall'associazione dilettantistica presieduta dal marito pochi giorni prima di diventare assessore allo sport del Comune di Ravenna. Chiedendo così al Comune di pagare i contributi Inps ma, lei sicuramente non lo sapeva (Scajola ri-docet) e poi chissà chi avrà compilato e seguito le noiose pratiche. E poi tutte quelle firme da mettere su formulari e formulari. Chi ci si raccapezza. Sempre che risponda al vero quel che sostiene il ravennate Alvaro Ancisi,consigliere di opposizione (2).

Comunque, a prescindere, Josefa Idem ha detto che si assume le proprie responsabilità. Frase che suona bene, ha la giusta roboante sonorità ma il cui significato è dubbio e incerto. Infatti nel Belpaese non si è mai capito bene il come ci si assuma le proprie responsabilità. Che se si fosse in Germania tutto sarebbe facile: la frase ha un senso compiuto. E soprattutto operativo. Come hanno dimostrato, giusto per dire di casi di estrema gravità, Frau Annette Schavan ed Herr Karl-Theodor zu Guttemberg che si sono dimessi per aver copiato parti della loro tesi di laurea, entrambi ministri, o Herr Christian Wulff, Presidente federale, che ha lasciato il posto per una vicenda relativa al pagamento di una camera d'albergo (400,00€).

In Germania e in questo Josefa Idem ha ragione, nessuno si sarebbe dimesso per questioni di abuso edilizio, non pagamento delle tasse sulla casa, falsa dichiarazione di prima casa o fasulle assunzioni per far pagare all'ente pubblico i contributi previdenziali. Forse non riescono neanche a immaginarle simile raffinatezze. E se le pensano difficilmente le mettono in pratica. Almeno i politici. Perché nel paese dei Nibelunghi assumersi le proprie responsabilità si può dire in tanti modi uno dei quali è : Abdankung. Che in italiano si può tradurre letteralmente in dimissioni o nel più popolare “anadare a casa”. Che poi questo è il senso.

Che se Josefa Idem si ricordasse di essere anche un po' tedesca e dimenticasse alcuni tratti di italianità non farebbe proprio male all'Italia. Anzi molti gliene sarebbero grati. Forse anche qualcuno nel Pd.

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domenica 9 giugno 2013

Gay Pride a Palermo. Gianfranco Micciché: l'omosessualità è innaturale

Gianfranco Micciché a La Zanzara prima dice che del tema dell'omosessualità non gli importa nulla. Poi sostiene che è innaturale ma che se due stanno insieme gli vanno garantiti diritti. A capirlo si fa fatica. Ma tant'è.

Gianfranco Micciché dopo la nomina ringrazia
Marcello Dell'Utri . Chissà perché.

E così Gianfranco Micciché, viceministro alla Pubblica amministrazione e semplificazione, solleticato da Giuseppe Cruciani e Davis Parenzo, che sono due birbaccioni, alla fine e dopo non pochi traccheggiamenti l'ha detto: «l'omosessualità è innaturale.» 
Ah, meno male. Più semplice di così.
Si sentiva la mancanza di tale profonda considerazione proveniente da sì alto e immacolato pulpito. 

In prima battuta aveva cercato di scansare la risposta dicendo che «Non vado al Gay Pride a Palermo, ci vanno quelli a cui piace, a me non piace, non mi diverto. Non fanno niente di male a sfilare, se c'è gente che si bacia per strada non me ne frega niente. Ma sono cose schierate di cui non me ne frega niente. E' tutta demagogia.» 
Poi l'ha detto:  «l'omosessualità è innaturale.»

Considerazione unica, peraltro, nel panorama politico italiano, tanto da lasciare i più stupiti e a bocca aperta. Alcuni, anche dentro i palazzi degli eletti, che proprio perché eletti, sono il meglio del meglio della nazione. Personaggi come Carlo Giovanardi o Paola Binetti o Silvio Berlusconi stesso mai erano giunti a tanto: battutine sì, magari qualche accenno allo schifo, ma nulla di così categorico.
Qualcuno, in passato ma un passato molto molto lontano timidamente, aveva supposto che l'omosessualità fosse una malattia e, come tale curabile. Con il che si significava che dopo un certo periodo di malessere si tornasse alla normalità immunizzati da possibili  ricadute. Un fatto per così dire estemporaneo e di breve durata.

Si racconta, negli annali della repubblica che, le anime più belle di quella che fu una democrazia cristiana,  paragonassero  l'omosessualità ad alcune malattie esantematiche come il morbillo anche se più spesso il raffronto era alla parotite, volgarmente detta orecchioni. Forse il riferimento a quest'ultima era dovuta ad una certa attinenza tra un suo irregolare decorso e certe complicazioni con la sfera sessuale . E quindi essendo l'omosessualità considerata una malattia doveva necessariamente esserci anche un preciso antidoto, che però non è mai stato trovato. Pure se gli esperimenti furono moltissimi e non pochi privi di ingegno.  Qualcuno aveva pensato a decotti a base di ali di pipistrello con code di topo bollite in brodi di scorpione, coi quali fare lunghi pediluvi. Ma non funzionò e così pipistrelli e compagni tirarono un sospiro di sollievo . Altri avevano proposto più prosaicamente a soluzioni di acqua e sapone con cui fare gargarismi almeno cinque volte al giorno, poi ridotte a tre per motivi di praticità. E pare che da questa usanza sia venuta in seguito l'abitudine di lavarsi i denti dopo i tre pasti principali. Qualcun altro aveva ipotizzato impacchi di menta sotto le ascelle. Ci fu chi per errore ne assaggiò il sapore portandosi le dita alla bocca e allora nacque il the alla menta. Infine, ma ebbe pochissimo seguito,  fu suggerito l'uso del cilicio ma l'attrezzo oltre che di difficile gestione tendeva a sformare gli abiti e a bucare le canottiere. Per cui dopo qualche tempo l'umanità decise che si poteva «far l'amore ognuno come gli va.»  E nessuno affrontò più la questione.

Per questo motivo le dichiarazioni del viceministro Gianfranco Micciché hanno lasciato perplessa sia la comunità scientifica sia quella filosofica. Nessuno prima di lui aveva mai pensato e neppure osato dire che: «l'omosessualità è innaturale.» Affermazione che sotto il profilo filosofico si presta a non poche interpretazioni e può addirittura rappresentare un ossimoro: se una cosa è innaturale vuol dire che è fuori dalla natura. 
Ma poiché la natura rappresenta l'esistente, essere fuori dalla natura significa essere nel non esistente. Quindi nella sfera del non essere. Dunque, per conseguenza logica, se l'omosessualità è innaturale, fuori dalla natura e nella sfera del non essere vuol dire che non esiste. Panico. 
Anche in Vaticano. Che così gli viene a mancare un peccato abbastanza gettonato.
Rimedia però quasi subito il viceministro aggiungendo:«Il matrimonio è innaturale, non credo che alla gente interessi molto. Però se due si vogliono mettere insieme è giusto che vengano garantiti certi diritti.» È il buonismo che lo frega e mette chi lo ascolta nei guai. E quindi?

E quindi ci vuole pazienza perché essere sotto gli influssi della semplificazione, che nel Belpaese è merce rara e non solo di quella oltre che pericolosa dipendenza può provocare confusione ed euforia.
Che senz'altro nessuna delle due, confusione ed euforia, mancherà a Palermo durante il Gay Pride. 
Buon divertimento e tanti auguri.








mercoledì 5 giugno 2013

Ma quanti belli saggi ha l'Italia. Letta ne scova altri 35.

L'Italia non è solo un Paese di santi, navigatori ed eroi, alla lista va aggiunta anche la dizione di saggi. Giorgio Napolitano ne ha trovati dieci, Enrico Letta trentacinque, il prossimo ne scoverà cento. Se si va avanti così si scoprirà che tutti gli italiani sono saggi. Anche se non sembra.


Gli Stati Uniti d'America non sono un paese per vecchi come hanno raccontato nel 2007 i fratelli Coen
mentre l'Italia è decisamente un paese per saggi.
Enrico Letta suona la campanella: la ricreazione continua
Oltre che essere stato, chissà se lo si è ancora un Paese di santi, navigatori ed eroi. Questo lo racconta con enfasi il duo Napolitano-Letta, Enrico Letta meglio specificare per non incorrere in equivoci anche se le differenze con lo zio Gianni si vanno assottigliando ogni giorno di più. Età e frequentazioni a parte. Buon sangue, in politica e non solo, non mente. Sarà forse perché i due Coen, Ethan e Joel, con questo film hanno vinto nel 2008 di tutto e di più: l'Oscar come miglior film oltre che miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista, che i tentativi di imitazione si sono moltiplicati. Così successe anche per gli spaghetti western di Sergio Leone. Ma quelli furono tutt'altri film.

I due aspiranti registi, che non possono vantare gli stessi esotici nomi di quelli americani,suonano infatti: Giorgio ed Enrico che così appaiati richiamano alla mente più l'insegna di un negozio di parrucchieri per signora che gli inventori di mirabolanti intrecci, hanno scoperto una incredibile risorsa del paese: la saggezza. Incredibile dictu.
Il primo a cominciare quello che si sta dimostrando un sequel fu Giorgio Napolitano che, in scadenza di mandato e non sapendo che pesci prendere, pensò di occupare il tempo di una decina di giovanotti, alcuni dei quali un po' passatelli per età, altri per brio inventivo e altri ancora per lucidità, chiamandoli e mettere a punto la ricetta per risolvere i mali del Paese. E per essere rigoroso il Napolitano a questi dieci diede la bellezza di poche settimane per esaudire il compito. Quello che negli ultimi vent'anni non era riuscito a svariati governi di tutti i colori era richiesto a questi dieci che, per nobilitarli, furono detti saggi. Che se saggi fossero stati per davvero avrebbero rifiutato l'incarico di una simile bubbola. Ma si tiene famiglia. Si sa.

Ché poi a scorrere quei dieci nomi c'è da mettersi le mani nei capelli quanto a saggezza, equilibrio, lungimiranza e soprattutto risultati conseguiti, dato che tutti bazzicano le stanze del cosiddetto potere da lunga pezza. Ché magari verrebbe da chiedersi come mai siano stati chiamati a quel compito gli stessi che non erano riusciti a risolverlo in altri ambiti e con più tempo a disposizione. Misteri italici.
Diceva Benjamin Franklin che: «fare le stesse cose nello stesso modo e sperare che il risultato cambi è pura follia.» Per non dire altro che Franklin era un gran signore.
Evidentemente Enrico Letta non si deve essere mai imbattuto in questa perla di incisiva e rara bellezza. E se c'è incappato non deve averla capita. E non sarebbe la prima volta. Infatti il giovane primo ministro del governo che a Enrico Letta stesso non piace ha pensato bene, si immagina dopo ampio e approfondito e vibrante consulto con il Presidente della Repubblica, di convocare anche lui dei saggi. E poiché, con tutta probabilità, dieci gli parevano pochi ha pensato bene di più che triplicarne il numero. Oggi sono ben trentacinque. Se dieci dovevano dare la ricetta per risolvere tutti i mali del Paese ce ne voglio trentacinque per risolverne solo uno, importante sì, come la riforma costituzionale, ma solo uno, che tutto quanto riguarda il resto, come il rilancio dell'economia, il lavoro, la sicurezza, la scuola, il territorio, l'ambiente e via dicendo al momento è messo lì, da un canto. Forse si stanno cercando altri saggi, per ciascun problema.

Che poi la Costituzione italiana sia stata scritta da ex esiliati, gente che ha preso botte a non finire e bevuto dei cicinin di olio di ricino, quasi fosse rosolio, e abbiano passato un po' della loro gioventù chi in galera, chi al confino e chi in montagna é cosa che se non tange Napolitano che pure qualcuno di quelli ha conosciuto, figurarsi se può dar da pensare a un Letta. Che infatti...

Comunque, per adesso si hanno questi trentacinque e si vedrà quel che faranno. Qualche dubbio sull'efficacia e sull'efficienza della nuova “saggeria” senz'altro s'avanza non foss'altro per il fatto che alcuni dei trentacinque han già fatto parte di quella precedente. Ma, tant'è.
Le novità non si fermano ai numeri, ma anche al genere: questa volta ci sono anche le donne, ben dieci.
Sciambola. E poi la provenienza: moltissimi vengono dalle università che dopo l'esperienza del governo di Mario Monti, è senz'altro questa una notizia che rassicura. E c'è anche un bel ripescato: Franco Frattini, che in un recente passato ha sparso la sua saggezza al ministero agli Esteri e che attualmente la impiega come Presidente della Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale. E poi c'è quello che non manca mai: Luciano Violante. Questa volta in veste di professore universitario, università di Camerino.
Bene. Tutti questi saggi avranno compiti di consulenza e di proposta che una volta formalizzate passeranno, questa è una creatività che i Coen si sognano, alla commissione dei quaranta (venti deputati e altrettanti senatori). Notare che sono cinque di più dei saggi. Qualcosa vorrà pur dire.

I quaranta discuteranno e voteranno i suggerimenti dei trentacinque e quindi sceglieranno quali trasferire alle due aule del Parlamento. E poiché l'italico popolo è composto oltre che di saggi anche di vivaci creativi senz'altro i quaranta non si asterranno dall'avere idee in proposito e dunque ci saranno delle proposte aggiuntive che molto probabilmente confliggeranno con quelle dei saggi. Ma, come si dice a Roma, nun se po' stà a guardà er capello.
E tutti saranno felici e contenti. Anche perché essere considerati saggi porta bene visto che quattro dei saggi di Napolitano sono diventati poi ministri del governo Letta. Si sa mai che anche qualcuno dei trentacinque ambisca e magari si trovi a fare qualche saltino in avanti. Le vie dei Letta (e anche di Napolitano) sono infinite. Unica precauzione è tenere il prof. Onida lontano dal telefono, si sa mai che gli scappi di dire
 che i saggi non servono a niente. L'ha già fatto. Ed è stato successo di pubblico. Ma forse conviene tenere anche gli altri lontano da ogni strumento di comunicazione: chi va con lo zoppo... con tutto quel che che segue.

By the way, in tutto questo fiorire di creatività e saggezza, si sono dimenticati di dire quanto costa la consulenza di tutti questi saggi. Come dei precedenti del resto. Che a occhio e croce è difficile pensare che vengano via per due cocomeri e un peperone.

lunedì 3 giugno 2013

Vittorio Feltri: «I ladri fanno schifo gli incapaci di più»

Il nuovo disegno di legge sul finanziamento ai partiti non piace a nessuno, Oltre Feltri insorgono anche altri giornalisti sovversivi come Panebianco e Ricolfi. Il fatto buffo è che pure i tesorieri dei partiti sono contro, E c'è chi come Antonio Misiani del Pd, chiede “intelligenza e non demagogia”.

«I ladri fanno schifo gli incapaci di più» così, con l'usuale tocco di fioretto, inizia l'odierno editoriale (3 giugno2013) di Vittorio feltri su il Giornale a proposito della nuova proposta del governo per trovare una soluzione alla questione del finanziamento ai partiti. 
E poiché Feltri, che piaccia o meno, ha il pregio di non mandarle a dire prosegue scrivendo: «Anche un tonto capisce che si tratta di una presa in giro.» A lui, noto rivoluzionario e campione dell'antipolitica, a cui Beppe Grillo si è sempre ispirato, fanno eco altri giornalisti assai noti per gli articoli antisistema e carichi di fuoco rivoluzionario che scrivono su clandestini fogli sovversivi distribuiti unicamente nei centri sociali come il Corriere della Sera e la Stampa. Uno è Angelo Panebianco che, sul CorSera nella stessa giornata, propone al governo ed ai partiti che lo sorreggono di «ricorrere a formule vere e non truffaldine per i rimborsi. » E un altro è Luca Ricolfi che, su la Stampa, scrive «Come cittadino ho trovato offensiva per non dire beffarda l'impostazione del disegno di legge proposta dal governo.» In particolare Ricolfi lamenta il fatto che gli estensori della legge dimostrino di avere poca dimestichezza con la lingua italiana e nello specifico non abbiano ben chiaro il significato del verbo 'abolire'. Perché, fa rilevare Ricolfi, quando si dice che qualcosa «È abolito», soprattutto se non ci sono altre specificazioni di tempo e di spazio si intende che questo lo sia hic et nunc e non dopo tre anni come surrettiziamente e senza parere prevede il disegno di legge.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che dal 1994 al 2008 i partiti abbiano incassato qualcosa come 2.253.000.000€ (che se è difficile da leggere in numero la traduzione in lettere è: due miliardi e duecentocinquantatre milioni ovviamente di euro che lo lo si portasse nelle vecchie lire ci sarebbe da svenire) mentre hanno avuto spese documentate per soli, si fa per dire, 579 milioni, sempre di euro. 
«Una bella plusvalenza.» direbbe il più scardellato direttore finanziario della più scardellata azienda. Per i tesorieri dei partiti un nulla del quale neppure arrossire.
Plusvalenza di cui peraltro non si conosce la fine. Ma i tesorieri dei partiti che, si sa, son gente che la sa lunga e si dice, siano a parte di non pochi segreti, si stracciano le vesti e addirittura minacciano il licenziamento per i fattorini. Ma, per fortuna, c'è la cassa integrazione guadagni che pensata per gli operai delle aziende in crisi ora diviene utilizzabile anche per i dipendenti dei partiti. E i partiti si sa non sono delle aziende. Un segno del cambiamento dei tempi.

Altri sono contro il disegno di legge del governo e declamano, come Antonio Misiani, tesoriere del Pd che «La riforma del finanziamento va fatta ma con intelligenza e senza demagogia.» Che bello sarebbe capire che tipo di intelligenza serva per portare a termine questa indecente pratica che, val sempre la pena di ricordarlo, il 90% degli italiani decise di cancellare con un referendum nel 1993. Otto mesi dopo quel clamoroso risultato grande intelligenza fu spesa per far rientrare dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta. Quella riforma fu fatta con intelligenza e senza demagogia? O forse la parola intelligenza non è la più appropriata per dire di questa vicenda,
E dire che lo stesso Sposetti il 5 d'aprile dello scorso anno ammise su L'Espresso che se non ci fossero stati dei cambiamenti nel metodo di finanziamento dei partiti questi sarebbero stati spazzati via: «L'ho detto a Gianfranco Fini, con Massimo D'Alema ne parlo tutti i giorni, gli faccio una testa così. Lo capite o no che tra sei mesi i partiti non ci saranno più? Finiti!» (1).E per fortuna che della cosa ne parlava tutti i giorni con D'Alema. E si son visti i risultati. Salvo poi il giorno dopo, stesso mese e stesso anno, su Sette sostenere che: «negare risorse alla politica significa colpire al cuore la democrazia» »
Magari un po' meno demagogia e un po' più di serietà non guasterebbe.
Nella poesia Basta la mossa Trilussa scrive di una scimmia che vuol fare il cinematografo ma ma non sa dire mezza parola allora il fotografo (nel 1916 i registi ancora non c'erano) suggerisce:
Fingi, presempio, d'esse una bestiola
in una posa un po' sentimentale,
che pensa all'ideale
senza che sappia di' mezza parola …
La Scimmia, con un'aria d'importanza,
se mise a sede, fece la svenevole,
guardò er soffitto e se grattò la panza.
- Brava! - strillò er fotografo - Benone
Questo pe' fa' carriera basta e avanza:
sei nata proprio co' la vocazione.
Che dover dare ragione a Vittorio Feltri vien proprio difficile, ma quando ce vo' ce vo'

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  1. 5 aprile 2012 L'espresso - “Sposetti: qui ci mandano tutti a casa”