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giovedì 29 novembre 2012

Che bella la settimana prima del ballottaggio


Sono come i giorni che corrono prima degli esami. L'adrenalina scorre a fiumi e l'eccitazione è massima. I cuori battono all'impazzata e di tanto in tanto vengono i sudori freddi. Sembra un torneo di calcetto. E c'è chi perde le staffe.


In attesa del d-day si gioca e si scherza come ai tempi del liceo. O, se si vuole parere più maturi, come a quelli dell'università. Prima della tesi. Talvolta ripercorrendo a mente tutto il programma si pensa «acc..., questa non la so.» Panico. Ma poi ci si ripiglia,subito dopo perché sale dal profondo anche la domanda “che si sa.” Di solito quella più facile. Cuor contento il ciel l'aiuta.
I giorni scorrono lenti e frenetici al tempo stesso. La questione di fondo resta: “dove vanno a finire i voti degli alti tre?”
Gli incontri clou sono già programmati: 
Bersani-Puppato, Renzi-Tabacci, Bersani-Tabacci, Renzi-Puppato. Già, perché a guardarla bene più che l'agenda di una settimana politica sembra il calendario dei play-off di un torneo di calcetto. Dando seguito alla semantica di un tifoso obnubilato che definì il coinvolgimento in politica con “discesa in campo.” Dimostrando anche in questo scarsa competenza.
Gli spogliatoi di solito stanno a livello dei seminterrati e i giocatori salgono scalette per raggiungere il terreno di gioco. Quindi “si sale in campo.” Almeno si va verso l'alto. Che per chi viaggia sotto il metro e mezzo dovrebbe essere una bella aspirazione
E con l'aiuto di tutti e anche un po' della fortuna ci si libererà definitivamente “del liftato del cucù.” Che Angela Merkel non l'ha ancora dimenticato.

La partita Bersani-Vendola c'è già stata. Con soddisfazione di entrambi. Anzi Nichi a cose fatte ha detto «ho sentito profumo di sinistra.» Cosa vuol dire avere il senso dell'olfatto. Anche se, di solito, dopo il calcetto quel che si sente non è profumo e comunque come dicono i britannici, che se ne intendono, la politica quando è ben fatta non è solo ispirazione ma anche traspirazione. E pure tanta. Nel senso di fatica.
Comunque Bersani ha portato a casa i tre punti. Almeno in potenza. Ché i voti, fuori dal porcellum non si spostano come cassette di pomodoro. In compenso non ci sarà l'incontro Renzi-Vendola, perché il secondo gioca solo con chi conosce e con Bersani ha antica frequentazione. Anche se poi su tanto divergevano e divergono, non foss'altro che sull'atteggiamento avuto sulla prima proposta Marchionne e sull'articolo 18. E questo è da spiegare alla base di Sel.
Matteo Renzi conferma che se perderà non andrà in Africa e i popoli di quel continente ringraziano sentitamente avendo già ospitato Nino Benvenuti, Guido Bertolaso, Flavio Briatore e schivato Walter Veltroni. Anche per loro, una volta tanto, un po' di fortuna. Inoltre il fiorentino ribadisce che non chiederà strapuntini di potere ma continuerà a fare il sindaco. Bello. Si tratterà di vedere se vero. E soprattutto se quelli che si sono impegnati con lui saranno della stessa idea.

Chi invece vuole a tutti i costi rimanere è Rosy Bindi che sempre più assomiglia a Daniela Santanché. Per toni e atteggiamenti. Si vede che le passionarie hanno tratti comuni. Plastica a parte. Che poi partire dall'Azione cattolica per arrivare al vaffa lanciato a Bianca Berlinguer in diretta tv non è un bel viaggio.
Il derby Bersani-Renzi s'è giocato con fair play pur ciascuno ribadendo il proprio stilema. Di volta in volta si sono dati reciprocamente ragione, hanno condiviso alcune posizione e ribadito che su altre l'accordo non c'è. D'altra parte fanno parte dello stesso partito anche se di diverse correnti. Ci sta.

Pier Luigi non ha rinunciato alla vivida metafora e se n'è uscito con un «meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto.» Perché poi uno debba tenere un passerotto in mano e che ci faccia un tacchino sul tetto non si sa. Forse quelli della Lipu (Lega italiana protezione uccelli, ndr) non apprezzeranno ma oramai è detta, a beneficio dei cultori del genere. Matteo ha cercato di spruzzare un po' di sinistra qua e là, neanche fosse Chanel n°5 e poi, ha inseguito il segretario sul terreno delle metafore. Ha paragonato sé stesso e Bersani a due allenatori. Neanche a dirlo. Ovviamente Bersani è l'allenatore che gioca con vecchie glorie (che poi son vere glorie?) ed è perdente, mentre lui ha moduli di gioco aggressivi e vincenti. 
Quindi tutto nella norma.
L'ultima domanda di Monica Maggioni: «avete una persona a cui chiedere scusa. E perché.»
Bersani è paterno: «la mia famiglia, mia moglie e le figlie, per tutto il tempo rubato. E il parroco per lo sciopero dei chierichetti». Con tanto di richiesta coram populo di perdono dall'aldilà. Da Giovanni XXIII al parroco di Bettola, che altro può mancare?
Mentre il riferimento di Renzi continua ad essere il giovane precario:«chiedo scusa a mio fratello che laureato con centodieci e lode in medicina ha lasciato Firenze per non fare il medico fratello del sindaco. E se ne è andato all'estero.»
Colpo di scena. Bersani dice: «Come mio fratello. Dico sul serio. Come mio fratello.»
Vuoi vedere che avevano un fratello in comune e non lo sapevano?
Alla notizia a D'Alema sarà venuto uno sturbo.

2 commenti:

  1. Sito Novefebbraio30 novembre 2012 00:34

    Brillante come sempre castruccio! a proposito della scenetta delle scuse un amico repubblicano di ravenna qui su FB dopo aver motivato il voto per Bersani ( esperienza, affidabilità....) , ha aggiunto "Pierluigi , basta coi preti "!

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  2. Giuseppe Golin Guaranì Kaiowà30 novembre 2012 20:45

    potevi anche graffiare un po...:)

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