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venerdì 30 novembre 2012

Elsa Fornero: il ritorno.


Ha taciuto solo per tre giorni. Poi non ce l'ha più fatta. E ci ha regalato l'ennesima fornerata. Non sarà né l'ultima né la penultima e con grande probabilità neppure la terz'ultima. Un po' di buon umore fino alle prossime elezioni.

In tre giorni si possono fare un sacco di cose eccezionali. C'è chi ha cambiato il corso della storia. C'è chi ha impalmato l'anima gemella. C'è chi ha fatto scoperte mirabolanti. C'è chi ha fatto la rivoluzione, in tre giorni. E chi, con qualche mezzo in più, è riuscito addirittura a risorgere.
Elsa Fornero, per tre giorni, diconsi tre giorni, che al confronto le ere glaciali sono passate con meno sofferenza e più velocemente, ha taciuto. 
Titanica impresa.

In verità di questo bel tacere si sono accorti solo quei perfidi figuri che ad ogni sua dichiarazione capovolgono la clessidra per quantificare il tempo che la separerà dalla successiva. I dati statistici si stanno accumulando e qualcuno alla facoltà di fisica sta pensando di verificare se ci sono correlazioni tra le fornerate e la rotazione dei pianeti nelle galassie che sono ancora da scoprire. In stretto contatto con questi stanno lavorando anche gli scienziati dell'alimentazione. Hanno il sospetto che particelle di kryptonite mischiate a palline di naftalina, golosità di EtaBeta, e a molecole di tnt e a particelle di una sostanza bionica ancora da scoprire se ingurgitate con qualche grammo di un confetto della premiata ditta Falqui e ad occhio rigorosamente spento possano dare effetti similari.

Non uguali ché a quei livelli è oltremodo impossibile arrivare. Almeno con le nozioni scientifiche che si hanno a disposizione al momento.
Il resto del mondo, molti giornalisti inclusi, neanche se ne sono accorti di questo silenzio. Anzi.
I quotidiani, incredibilmente, sono usciti con regolarità. Si sono banalmente concentrati su questioni come la tragedia del medio oriente, o l'inquinamento a Taranto o le tasse non pagate da Google o le primarie del centrosinistra o le non primarie del centrodestra. Giusto per dirne alcune.
I precari hanno seguitato a giocare il ruolo di precari e molti senza fisso lavoro hanno prolungato le loro ricerche ben sapendo che questo ormai assomiglia sempre più a un tartufo. Ben nascosto sotto terra.
I giocatori di golf hanno continuato a calpestare il green con la loro classica nonchalance. E gli atleti di tiro al piattello hanno proseguito l'allenamento per le prossime olimpiadi. Così una medaglia la si porta a casa di sicuro. Che ce n'è di bisogno per il morale della nazione.

Ma la voglia di dare un contributo forte al buon umore del Paese ha spinto la Fornero Elsa, ministra senza competenze, che evidentemente di queste non ce n'è di bisogno come per sottesa sua stessa ammissione, ha fatto sì che parlasse. Sempre con quel suo modo modesto da studentessa diligente e timida, quasi vergognosa che tutto vorrebbe fare al mondo fuorché farsi notare. È stato questo suo anelito all'anonimato che l'ha spinta a scendere dal canavese dove, lei nolente, in silenzio giganteggiava, e l'ha portata a Torino dove sperava di confondersi e annullarsi nell'anonima massa. 

Tuttavia non sempre i pii desideri sono soddisfatti. Si pensi a san Francesco, anche lui avrebbe voluto passare sotto silenzio. E anche lui non ce l'ha fatta. Che se non ce l'ha fatta lui figurarsi una Fornero.
L'occasione, questa volta, è stata la presentazione di un libro. Maliziosi sia l'autore che l'editore. Sapevano, con largo anticipo, perché scritto nelle stelle e non solo in quelle, quale sarebbe stato l'epilogo. E infatti quella che è stata amorevolmente soprannominata come “la cenerentola del canavese”.durante la conferenza se n'è uscita con: «I ragazzi prendono solo pezzi e bocconi del mercato del lavoro. I nostri figli un po' viziatelli sono troppo abituati a cercare vie dorate ma sono anche quelli che trovano solo pezzi e bocconi. Noi mamme dobbiamo convincere i ragazzi ad avere un po' di pazienza: non è che entri in azienda e diventi manager».

Giusto, Fornero, è così che si parla. Soprattutto una mamma. Anche la ministra senz'altro avrà detto alla sua figliola: «Non è che entri in università, cara, e diventi subito docente».
Una domanda però, ministra Fornero la sua mamma ha convinta anche lei ad avere un po' di pazienza.
O anche lei ha pensato, come quei bamboccioni, sfigati, choosy e viziatelli che circolano al giorno d'oggi che basti entrare in un ministero per diventare ministro?
Lei, Fornero, lo sapeva che non è così, vero?
E' per questo che parla così tanto perché lo vuol dimostrare ogni giorno, nei fatti, a tutti che l'ha capito. Vero?

giovedì 29 novembre 2012

Che bella la settimana prima del ballottaggio


Sono come i giorni che corrono prima degli esami. L'adrenalina scorre a fiumi e l'eccitazione è massima. I cuori battono all'impazzata e di tanto in tanto vengono i sudori freddi. Sembra un torneo di calcetto. E c'è chi perde le staffe.


In attesa del d-day si gioca e si scherza come ai tempi del liceo. O, se si vuole parere più maturi, come a quelli dell'università. Prima della tesi. Talvolta ripercorrendo a mente tutto il programma si pensa «acc..., questa non la so.» Panico. Ma poi ci si ripiglia,subito dopo perché sale dal profondo anche la domanda “che si sa.” Di solito quella più facile. Cuor contento il ciel l'aiuta.
I giorni scorrono lenti e frenetici al tempo stesso. La questione di fondo resta: “dove vanno a finire i voti degli alti tre?”
Gli incontri clou sono già programmati: 
Bersani-Puppato, Renzi-Tabacci, Bersani-Tabacci, Renzi-Puppato. Già, perché a guardarla bene più che l'agenda di una settimana politica sembra il calendario dei play-off di un torneo di calcetto. Dando seguito alla semantica di un tifoso obnubilato che definì il coinvolgimento in politica con “discesa in campo.” Dimostrando anche in questo scarsa competenza.
Gli spogliatoi di solito stanno a livello dei seminterrati e i giocatori salgono scalette per raggiungere il terreno di gioco. Quindi “si sale in campo.” Almeno si va verso l'alto. Che per chi viaggia sotto il metro e mezzo dovrebbe essere una bella aspirazione
E con l'aiuto di tutti e anche un po' della fortuna ci si libererà definitivamente “del liftato del cucù.” Che Angela Merkel non l'ha ancora dimenticato.

La partita Bersani-Vendola c'è già stata. Con soddisfazione di entrambi. Anzi Nichi a cose fatte ha detto «ho sentito profumo di sinistra.» Cosa vuol dire avere il senso dell'olfatto. Anche se, di solito, dopo il calcetto quel che si sente non è profumo e comunque come dicono i britannici, che se ne intendono, la politica quando è ben fatta non è solo ispirazione ma anche traspirazione. E pure tanta. Nel senso di fatica.
Comunque Bersani ha portato a casa i tre punti. Almeno in potenza. Ché i voti, fuori dal porcellum non si spostano come cassette di pomodoro. In compenso non ci sarà l'incontro Renzi-Vendola, perché il secondo gioca solo con chi conosce e con Bersani ha antica frequentazione. Anche se poi su tanto divergevano e divergono, non foss'altro che sull'atteggiamento avuto sulla prima proposta Marchionne e sull'articolo 18. E questo è da spiegare alla base di Sel.
Matteo Renzi conferma che se perderà non andrà in Africa e i popoli di quel continente ringraziano sentitamente avendo già ospitato Nino Benvenuti, Guido Bertolaso, Flavio Briatore e schivato Walter Veltroni. Anche per loro, una volta tanto, un po' di fortuna. Inoltre il fiorentino ribadisce che non chiederà strapuntini di potere ma continuerà a fare il sindaco. Bello. Si tratterà di vedere se vero. E soprattutto se quelli che si sono impegnati con lui saranno della stessa idea.

Chi invece vuole a tutti i costi rimanere è Rosy Bindi che sempre più assomiglia a Daniela Santanché. Per toni e atteggiamenti. Si vede che le passionarie hanno tratti comuni. Plastica a parte. Che poi partire dall'Azione cattolica per arrivare al vaffa lanciato a Bianca Berlinguer in diretta tv non è un bel viaggio.
Il derby Bersani-Renzi s'è giocato con fair play pur ciascuno ribadendo il proprio stilema. Di volta in volta si sono dati reciprocamente ragione, hanno condiviso alcune posizione e ribadito che su altre l'accordo non c'è. D'altra parte fanno parte dello stesso partito anche se di diverse correnti. Ci sta.

Pier Luigi non ha rinunciato alla vivida metafora e se n'è uscito con un «meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto.» Perché poi uno debba tenere un passerotto in mano e che ci faccia un tacchino sul tetto non si sa. Forse quelli della Lipu (Lega italiana protezione uccelli, ndr) non apprezzeranno ma oramai è detta, a beneficio dei cultori del genere. Matteo ha cercato di spruzzare un po' di sinistra qua e là, neanche fosse Chanel n°5 e poi, ha inseguito il segretario sul terreno delle metafore. Ha paragonato sé stesso e Bersani a due allenatori. Neanche a dirlo. Ovviamente Bersani è l'allenatore che gioca con vecchie glorie (che poi son vere glorie?) ed è perdente, mentre lui ha moduli di gioco aggressivi e vincenti. 
Quindi tutto nella norma.
L'ultima domanda di Monica Maggioni: «avete una persona a cui chiedere scusa. E perché.»
Bersani è paterno: «la mia famiglia, mia moglie e le figlie, per tutto il tempo rubato. E il parroco per lo sciopero dei chierichetti». Con tanto di richiesta coram populo di perdono dall'aldilà. Da Giovanni XXIII al parroco di Bettola, che altro può mancare?
Mentre il riferimento di Renzi continua ad essere il giovane precario:«chiedo scusa a mio fratello che laureato con centodieci e lode in medicina ha lasciato Firenze per non fare il medico fratello del sindaco. E se ne è andato all'estero.»
Colpo di scena. Bersani dice: «Come mio fratello. Dico sul serio. Come mio fratello.»
Vuoi vedere che avevano un fratello in comune e non lo sapevano?
Alla notizia a D'Alema sarà venuto uno sturbo.

lunedì 26 novembre 2012

Che belle le primarie. Sono tutti felici. Eccetto la Rosy e altri quattro gatti.


Giorno di festa il 25 novembre e non solo perché era domenica. Si sono svolte le primarie del centrosinistra e tutto è andato bene. Il politicamente corretto ha sbancato. Qualche scontento.


Grande successo di critica e di pubblico per le primarie del centrosinistra. E le buone maniere a fare da padrone. 
I cinque candidati, neanche fossero anglosassoni, si sono complimentati tra loro e hanno ringraziato gli organizzatori e le migliaia di ragazzi che hanno fatto parte dei rispettivi comitati elettorali, e poi anche quelli degli altri e quelli che si sono prestati ai gazebo ed alle sezioni e quelli che hanno fatto gli scrutatori, gli elettricisti, i cameramen e quelli che hanno portato i panini e le bibite e quelli che hanno sparecchiaato e ripulito dopo. Insomma un grazie a tutti i generosi che hanno lavorato come dannati per rendere possibile questo ennesimo miracolo italiano.
Mancavano solo i ringraziamenti alla sesta flotta americana del Pacifico, che per l'appunto sta nel Pacifico, ai marines ed ai paracadutisti della RAF. Che bello che felicità.

Bersani ha chiamato Renzi “Matteo”, Renzi ha chiamato Bersani “Pier Luigi”. Si sono abbracciati e baciati. A distanza e metaforicamente ma alla prima occasione lo faranno per davvero. Come Bresniev con Honecker. Mancava che dicessero che al ballottaggio avrebbero votato l'uno per l'altro e tutto sarebbe stato perfetto. Che neanche alle trasmissioni dedicate ai cuori infranti si può trovare di meglio.
Anche i tre rimasti fuori dal ballottaggio si sono detti contenti e soddisfatti. A uno zic dalla felicità vera. 
Ma non sempre si può avere tutto.
Vendola era felice perché in solo quattro settimane ha racimolato una bella percentuale, rimane market leader in Puglia e in parte del sud. Adesso può fare, spera, l'ago della bilancia. Come farà ad andare d'accordo con Bersani, che ama tanto Casini e un poco anche Monti e ha appoggiato il primo Marchionne, non si sa. Come farà a non andare d'accordo con Renzi invece lo si sa benissimo.
Bruno Tabacci, aplomb simil british, mostrava soddisfazione incontenibile: ha inarcato un sopracciglio. Lui, coubertiniano doc, ha detto che l'importante era partecipare e così è stato. Ha partecipato e ha portato le percentuali a favore dell'Api da prefisso telefonico a uno stratosferico 1,1 per cento. Vetta inarrivabile. Era felice anche Laura Puppato «perché questo è un inizio e poi si vedrà». Dove conti di indirizzare i suoi voti nel secondo turno ancora non è dato sapere. Ma questo non lo sanno (per finta) neanche gli altri.
Laura, come pure gli altri, vuole parlarne, separatamente e per davvero, con i due di cui sopra. Prima di domenica 3 dicembre. Scambio di vedute franco e leale, come si diceva una volta, cui sono sottintesi dei “do” degli “ut” e dei “des”. 
Roba nota.

A questo proposito i tre non avevano ancora sentito Bersani dire che «non aprirò né tavoli né tavolini con alcuno». Ma probabilmente neanche questo gli avrebbe rovinato la serata. In futuro forse. Se i tavolini resteranno effettivamente chiusi.
Non inquadrato, è stato molto contento anche Antonio Misiani, tesoriere del pd, che ha in tasca otto milioni in più. E per contiguità di ruolo sarà stato contento, sotto i baffi da Stalin, anche Ugo Sposetti che ha sempre l'aria di essere imbufalito con il mondo e con chi gli tocca D'Alema ma, otto milioni sono otto milioni. Che tra averli e non averli è meglio averli. Anche se c'è Renzi.
Epperò c'è stato anche qualche scontento. In testa a tutti Maria Rosaria Bindi. A lei, la passionaria della Dc e poi della Margherita e adesso del Pd, la Renzi in gonnella degli anni ottanta, i risultati non le sono proprio andati a genio. Ha in uggia Renzi, che peraltro contraccambia, perché questo non le vuole dare la deroga, a lei come a molti altri per esempio a quel giovanotto di Franco Marini e a quelli che han già circumnavigato la boa delle legislature e degli anni da passare in parlamento. Entrambi hanno dichiarato la loro insoddisfazione in modo così chiaro che non sembrano neppure ex democristiani. Per una volta li si è capiti. Alla fine anche loro dimostrano di avere un sistema nervoso. Specie quando gli si tocca la poltrona. E allora la Rosy minaccia, neanche tanto larvatamente, ipotesi di scissione e se ne esce con un «i candidati li sceglierà il partito non certo Matteo Renzi» doppiata da un «le liste le faremo noi non lasceremo mica mettere bocca a un ragazzetto» fuoriuscito dalle labbra con con pipa, che forse era meglio mordere, di Franco Marini. Il tutto sostenuto da un D'Alema gelatinoso che dice «nella definizione delle liste il segretario deve metter becco.» Cosa vuol dire la classe.

Tra i pochi scontenti anche il 97% dei parlamentari e il 98% dei funzionari del Pd. Le percentuali paiono alte ma in termini assoluti si sta parlando di numerelli da nulla. Trilussa docet. Forse neanche un paio di migliaia tra apparatiniki e scaldascranni che nulla hanno concluso in oltre vent'anni di servizio e al raffronto dei quattro milioni di votanti non son nulla.
Adesso non resta che aspettare domenica 2 dicembre. 
Goog luck good night. 

giovedì 22 novembre 2012

“L'infanzia di Gesù”, il nuovo libro di Benny il dissacratore.

Nove anni di lavoro per raccontare che gli angeli e i pastori non cantavano. Che il bimbo era di sana e robusta costituzione. Cercare di distruggere una delle poche industrie napoletane in attivo. Non aver capito il messaggio di Abacuc.



Come molti re e regine anche taluni pontefici sono passati alla storia con appellativi che ne rappresentano, talvolta bonariamente talaltra sapidamente, i tratti che hanno caratterizzato la loro gestione della Chiesa o della loro vita.
E' il caso di Innocenzo VIII (1484-1492) che, come si legge nella storia dei papi (1), «con merito può intitolarsi ad essere chiamato il Padre di Roma» per la sua spiccata propensione alla riproduzione. Ebbe ben sedici figli, equamente ripartiti per sesso ed equamente debosciati. E questo in evidente contraddizione con quanto il nome scelto per la carica lasciava supporre. Oppure il caso di Pio VIII (1829-1830) detto il “papa numismatico” o, più vicino, quello di Giovanni XXIII fino a qualche giorno addietro definito “il papa buono” ma che dopo lo sketch televisivo delle primarie Pd verrà ricordato dai posteri come “il papa di Bersani”.
A quanto si può dedurre dai fatti anche Joseph Aloisius Ratzinger sembra voler aspirare a un qualche appellativo e per quanto si è visto fino ad ora la capacità di dissacrazione sembra la sua caratteristica principale.
L'ultima delle sue fatiche, «L'infanzia di Gesù», volume che chiude la trilogia dedicata all'uomo di Nazzareth ne è già di per sé un esempio. E neanche di piccolo conto. Da una trilogia ci si aspetterebbe almeno lo sviluppo cronologico. E invece no. Infatti il primo volume titolato «Dal battesimo alla trasfigurazione» (2007) parte quando il protagonista viaggiava intorno ai trent'anni. Il secondo volume è stranamente conseguente al primo: «Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione» (2011). Miracolo. In tutti i sensi.
La terza parte, come si conviene ad un buon dissacratore non può che coincidere con l'inizio della storia. Dato che la fine è già stata raccontata. Anche se, si legge qua e là, che il terzo tomo abbia avuto una ben lunga gestazione: si sussurra addirittura di nove anni. Sic transeat gloria mundi. Nove anni per arrivare a distruggere la lunga tradizione del presepe e mettere in crisi, almeno potenzialmente, non solo una delle poche industrie napoletane funzionanti ma anche quei pochi simboli che pure i miscredenti davano per acquisiti. Quindi, con pochi tratti di penna vengono cancellati il bue e l'asinello, gli angeli non cantano e neppure sembrano molto allegri i pastori. Così sparisce ogni autorevole anticipazione al musical Jesus Christ Superstar. In compenso il bambinello dimostra una tempra eccezionale perché pur senza riscaldamento riesce a sopravvivere. Tra i magi non c'è più quello di colore, con la scusa che nel regno celeste non ci sono «distinzioni di razze nè di provenienze». Così una bella fetta degli abitanti dell'Alabama, del South Carolina e dell'Africa, giusto per citare alcune tra le località a più alta concentrazione di neri, saranno presi da sconforto. Forse. 
E infine anche il ruolo della stella cometa viene di tanto ridimensionato: “Non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma il Bambino che guida la stella” Bella forza. Che suona un po' come la storia di Maometto e la montagna. E questo è un bell'aiuto surrettizio, ché Benny vive di finezze, al dialogo interreligioso. 
Al confronto i due Giovanni Paolo che l'hanno preceduto paiono dei dilettanti: anche se nel tentativo di dissacrare ci si erano messi d'impegno: il secondo negando l'inferno e l'altro, più ardito, aveva proposto addirittura uno scenario da trasgender. Delle due proposte una è stata rigettata: l'inferno esiste. Eccome. Così ci hanno potuto girare uno spot e l'altra, più interessante è stata lasciata cadere. Ma magari dando tempo al tempo qualcosa salterà fuori.
Per il momento ci si deve accontentare del ritorno alla ribalta del profeta Abacuc che lamentava un certo turbamento nel vedere i malvagi prosperare. Che forse Benny avrebbe più proficuamente utilizzato gli ultimi nove anni occupandosi di questo tema. Anche considerando che molti di quelli di cui si lamentava Abacuc non gli stanno molto lontani.



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(1) http://www.ratzingerbenedettoxvi.com/innocenzoVIII.htm

lunedì 19 novembre 2012

Le elezioni in regione Lombardia.


Dopo i disastri della giunta Formigoni si potrebbe vincere facile. Ma il centrosinistra si ostina a complicarsi la vita. Ora si fanno le primarie. E se le vincesse un outsider? Come è successo a Milano. E a Genova e a Cagliari e a Napoli e a Palermo e prima in Puglia.


Il senso del ridicolo non ha limiti. 
E' cosa nota. Ogni volta si sposta un tantino più in là. Ce ne dà ampia prova anche il Pd della regione Lombardia. 
Che dopo Berlusconi è tutto dire.
Maurizio Martina segretario regionale, Pippo (Pippo?) Civati, il consigliere regionale ex rottamatorre rientrato nei ranghi, che twitta come un fringuello, il vecchio gruppo dirigente ombra del pd (ex ds, ex pds, ex pci) e un tot di altri si sono accordati per portarlo ancora un po' più in là. Tutti alleati. Benché pur dichiarando posizioni diverse ognuno fa, come si usava dire una volta "oggettivamente il gioco dell'avversario".
Per la presidenza della regione Lombardia, dopo i disastri della giunta Formigoni, hanno iniziato proponendo il nome di Ambrosoli junior e lui, seriamente, disse che non c'era il tempo per preparare un progetto. Allora hanno ripiegato prima su Fabio Pizzul e poi sulle primarie.
E l'elenco dei candidati si è fatto lungo, anzi lunghissimo. E dentro c'è di tutto, fatevi venire in mente qualcosa e lì lo trovate.. 
A questo stadio della storia, che altri ne verranno, i candidati sono, in rigoroso ordine alfabetico: Roberto Biscardini, Giulio Cavalli, Pippo Civati, Andrea Di Stefano Alessandra Kustermann e Fabio Pizzul. Vengono lanciate le primarie regionali e sono fissate per il 15 di dicembre. Bene. Si comincia a fare quel minimo di chiarezza necessaria in ogni organizzazione politica? Ma neanche per sogno.
Umberto Ambrosoli
Infatti, qualcuno pensando si tratti di una partita di calcio o basket, si è messo a far 'pressing' su Umberto Ambrosoli. Questi folgorato da qualche strana malia dopo un pò di melina dice «Va bene. Accetto, mi candido».
Domanda 1: se non c'era tempo qualche settimana addietro per preparare un programma serio com'è che adesso, con meno tempo, il programma serio si può fare? Non si sa.
Poi Ambrosoli non contento del bailamme scatenato aggiunge che lui si candida sì, ma fuori da coalizioni e da primarie. Perché si fa una lista civica per conto suo. Che poi è come dire 'siete talmente alla canna del gas che vi si può pure sbertucciare'.
Domanda 2: e gli altri che fanno?
Rispondono a gran voce, giusto perché tutti sappiano del loro grado di confusione mentale, che la situazione è caotica e che «si deve fare attenzione altrimenti si va a sbattere». E per essere sicuri che tutti, ma proprio tutti, lo sappiano lo dichiarano ai quattro venti, a qualunque giornalista voglia sentirselo ripetere e su twitter e nei circoli e nei comizi.
A questo punto della storia un piccolo stop per definire la situazione: 1,ci sono le primarie già fissate con una data, 2, ci sono un tot di candidati di coalizione e poi 3, c'è Ambrosoli che corre da solo con una sua lista.
Per inciso tutti dicono che l'avvocato Umberto Ambrosoli potrebbe vincere a mani basse.
Domanda 3: mentre gli altri? Non si sa.
Domanda 4: e Bersani? E la segreteria del pd? Nel nulla non c'è nulla e quindi lui e la sua segreteria, ci si trova a suo agio.
Il giovane Maurizio Martina si barcamena in un dico ma non dico e poi per trarsi d'impaccio, colpo di genio, annuncia che lui ha fatto quel che poteva e sapeva fare (cioè niente) e che ora deve intervenire la segreteria nazionale. Che poi è, come in una seduta spiritica, di chiedere al morto di battere un colpo.
Finalmente il 10 di novembre Bersani batte il colpo e “benedice” Ambrosoli. Che viene benedetto pure da Pierferdinando Casini. Alleluia.
Domande 5 e 6 : e gli altri? e le primarie? Tranquilli c'è la soluzione. Tipicamente italica e di ben trista memoria: abbiamo un candidato (forte) ma le primarie continuano. Stile 8 settembre.
Alessandra Kusterman
Comunque tutti i candidati confermano di voler continuare a correre e che le primarie vanno fatte. Devono essere fatte. Certo, certissimo anzi probabile.
Magari, azzarda qualcuno dopo un po', potrebbero essere primarie confermative, come già si fece con Prodi e Veltroni. Gli esempi, per come i due sono finiti, non portano bene ma di meglio in giro non c'è. Neanche come riferimento.
Comunque l'idea non viene accantonata, per il momento gli viene messa la sordina. Può sempre tornar buona.
Nel frattempo la lista dei candidati si sgonfia un pochino, qualcuno si autorottama e qualcuno si ritira, l'ultimo è Pizzul che lo fa sabato 17 novembre. Ma tre - Biscardini, Di Stefano e Kustermann - insistono.
Naturalmente a questi va aggiunto Umberto Ambrosoli che comunica, bontà sua, « sono pronto alla sfida». Meno male.
Ci mancava dicesse il contrario. Le primarie del Patto civico sono aperte: si faranno. Definitivamente.
Nelle prossime giornate ci si aspetta che qualcun altro si ritiri. Anche per semplificare la pratica.
Ma c'è chi senz'altro è decisa ad andare avanti: la dottoressa Alessandra Kustermann.
Che anzi attacca e dichiara «Sono più vicina alle persone io di Umberto Ambrosoli. Sono loro i miei poteri forti».
 A moltissimi infatti è stata vicina fin dalla nascita: la dottoressa Kustermann è, da tantissimi anni, ginecologa nella storica clinica Mangiagalli di Milano.
Nel frattempo il centro destra, dopo aver visto mezza giunta fare un giro a San Vittore, cerca a sua volta di mettere insieme i cocci.
Domanda 7: come? Dividendosi, naturalmente. Ha due candidati: uomini nuovi. Uno è Albertini Gabriele che considerava il ruolo di sindaco di Milano paritario a quello di un amministratore di condominio e che probabilmente pensa che governare la regione Lombardia sia come gestire un villaggio turistico. Magari solo un po' più grande. L'altro Maroni Roberto che quand'era ministro dell'Interno fece gettare dalla finestra qualcosa come ottocento milioni dei contribuenti per evitare accorpamenti di elezioni che probabilmente avrebbero visto la sua parte soccombere. E questo la dice lunga sulla sua capacità di interpretare il bene comune. In entrambi i casi auguri.
Aggiungi didascalia
Considerando la situazione nel suo complesso sembra di vivere la barzelletta di quel tale che si lanciò dalla cima di un grattacielo e ad ogni piano che passava diceva: « per adesso tutto bene, per adesso tutto bene».
Poi si fanno analisi per capire perché e come mai l'astensionismo sia così forte e il M5S vinca.
Come disse un tale:« Io ho un gatto e se il centro sinistra vuol vincere le elezioni lo presto volentieri. Sarebbe un capolista eccezionale. Non parla». Forse un pensierino ce lo si potrebbe pure fare. Anche per le elezioni nazionali.

domenica 18 novembre 2012

Un chierichetto scrive a Roberto Formigoni.

Il ministrante ricorda al Celeste le quattro virtù cardinali e la loro funzione di cardine per tutte le altre virtù 

Caro Celeste,
è da tanto tempo che voglio scriverti ma fino ad ora non ho osato. Io sono solo un chierichetto, per dirla alla vecchia maniera ché adesso ci chiamano ministranti ma nessuno sa pronunciare questo nome e sopratutto nessuno capisce quel che vuol dire. Sai com'è la modernità.
Io servo messa tutti i giorni, la mattina presto, e la domenica ne ho due. Di cui una, quella del pomeriggio, addirittura cantata, un'ora e mezza buona. La mia è una parrocchia tradizionalista, se la vedessi senz'altro ti piacerebbe. So quanto tu tenga alle tradizioni. Basta guardare come ti vesti e le camicie che indossi per capirlo. Qui da noi si fanno ancora i 'raggi' come ai tempi di Gs (1). Il parroco porta ancora la talare e ne infila i bordi nella cintura dei pantaloni quando gioca al pallone  così può correre più liberamente e non inciampare.
Lo so: io vado rasoterra mentre tu voli alto, con l'elicottero. Io vedo piccole cose mentre il tuo sguardo spazia sull'infinito. Hai grandi finestre nel tuo ufficio, piano alto.
Tu sei il Celeste: il crocifero della regione Lombardia, il tedoforo dell'eccellenza, il lucifero della sanità, il navicelliere del Pdl, il turiferario di Comunione e Liberazione, il ceroferario (2) della cosa pubblica. Ché ci vuole qualcuno a sorvegliare che l'argenteria di casa non sparisca con tutti i malintenzionati che ci sono in giro. Poi tu, come Memor Domini (3), vivi di povertà, castità e obbedienza. Che bellezza. Come t'invidio.
Per la prima non ho problemi, ci convivo da un po' e so come funziona. Sono le altre due che mi fregano. Sopratutto la seconda. Ma la perfezione non è di questo mondo, vero? Anche tu lo dici quando parli dei tuoi compagni di giunta e ricordi che anche Gesù non sempre scelse bene.
Sì però, scusa se te lo ricordo, lui fece un solo errore che poi, a ben vedere, non lo era neanche tanto. Giuda era funzionale al disegno. Se non ci fosse stato come si sarebbe chiusa la storia? Mentre i tuoi sarebbe stato meglio non incontrarli proprio. E poi sono tantini tra inquisiti ed arrestati. Eh sì,  ti è mancata 'la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo'.(4) La chiamano prudenza.

Andare in televisione è bello e gratificante. Quello che non è bello è mettersi a urlare e dire alla propria addetta stampa «Tu adesso stai qui e spacchi la faccia a Cristina Parodi e a questa banda. E se non lo fai sei licenziata». Vuoi aumentare la disoccupazione? Ci pensa già la crisi non mettertici pure tu. E poi la Parodi si è vendicata dandoti del cafone via radio 24 e dalla stessa ti ha richiesto scuse pubbliche. Non è così che ci hanno insegnato.  Ci hanno detto che dobbiamo 'rispettare i diritti di ciascuno e stabilire nelle relazioni umane l'armonia che promuove l'equità nei confronti delle persone'. Ricordi? La chiamano giustizia.
La vita è dura e piena di tentazioni. Anzi, Oscar Wilde diceva che sapeva resistere a tutto fuorché alle tentazioni, ma tu certo non hai letto un autore così peccaminoso e per giunta gay. 
È stato anche in prigione per questo. Io l'ho letto solo un pochino, sai per via di quella faccenda della incapacità a resistere. D'altra parte anche tu, con quei viaggi di capodanno ai Caraibi. Certo erano viaggi carucci, sotto tutti i punti di vista, e almeno un po' cozzavano con la questione della povertà di cui sopra. 
Ma non sempre si può avere quella 'virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene'. I preti la chiamano fortezza. Mica tutti ce l'hanno e soprattutto mica possono averla tutto l'anno e per tutti gli anni della vita. Dico bene?
Certo, un po' la vita la si deve godere altrimenti che vita è? Tuttavia bisogna stare attenti moderare 'l'attrattiva dei piaceri ed essere capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati'. Cene, vestiti e week end barcaioli e anche il narcisismo e l'egotismo che pure non sono materiali, pare che caschino in questa categoria. E saper gestire il tutto passa per essere una virtù. La chiamano temperanza.
Spesso hai raccontato che prima di addormentarti ripassi la giornata e fai l'esame di coscienza è contemplato anche il ripasso delle virtù del buon cristiano?
È già perché: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza sono le quattro virtù cardinali, i cardini su cui deve girare la vita di ogni buon cristiano. Quotidianamente..
Non stupire. È il catechismo, bellezza.
Comunque adesso puoi anche smettere di fare il Celeste – a proposito come ti è venuto in mente di farti chiamare in questo ridicolo modo – e tornare tra noi di tutti i giorni. E vedrai che certe virtù non farai fatica a metterle in pratica ti ci obbliga la vita.
Per il tuo bene, e anche il nostro, a presto tra noi.
Simpaticamente,
tuo chierichetto (anche se sto cercando di smettere).

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  1. Gs acronimo che sta per Gioventù Studentesca, movimento fondato da don Giussani nel 1954 che precede la costituzione di Comunione e Liberazione
  2. Ceroferario è l'addetto ai candellieri
  3.  Memores Domini associazione laicale cattolica i cui membri vivono i precetti di povertà, castità e obbedienza sotto l'egida del movimento Comunione e Liberazione
  4. tutti i virgolettati sono tratti da Il catechismo della Chiesa Cattolica – parte terza http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm

venerdì 16 novembre 2012

Moriranno democristiani

Scontri a Roma, lungotevere
Mercoledì 14 novembre passerà alla storia come la giornata dedicata alla pace dei sensi. Nella Sala della Regina di Montecitorio si riuniscono Gianfranco Fini, come presidente della Camera, Renato Schifani, come presidente del Senato, Pierferdinando Casini come ex presidente della Camera e, inopinatamente, il cardinal Angelo Bagnasco. Riunione di peso, si direbbe. La seconda e la terza carica dell'italico Stato con il presidente dei vescovi italiani. Deve trattarsi di qualcosa di fondamentale se così rilevanti personalità si riuniscono nelle ovattate stanze.
Contemporaneamente fuori, nelle principali città italiane e in alcune europee si sta scatenando l'inferno. Banalmente lo sciopero europeo.
Evidentemente i quattro, che poi non sono solo loro ma pare che gli intervenuti siano anche qualcuno di più, intendono affrontare temi di estrema rilevanza e gravità: la crisi, il default,lo spread la disoccupazione, la mancanza di denaro? Già forse Bagnasco è lì per quello. Pare che gli abbiano soffiato da sotto il naso il tesoro dei salesiani. Proprio a lui. Storia strana questa, come tutte quelle che vedono coinvolte la Chiesa con mammona. Ed è anche storia antica che gira oltre Tevere da un paio di millenni. Ma non sono lì per quello.
No, non devono affrontare nessun problema. Si sono trovati per vedere un filmetto, lunghetto e anche un po' noioso. Le riprese, in cinemascope, di quando, dieci anni addietro, Woityla fece visita al Parlamento che lo accolse a camere congiunte. Come le mani durante la preghiera.
E mentre nella Sala della Regina, tra sorrisini sussiegosi e sbadigli trattenuti a stento, scorrono le immagini dell'evento con ampi passi del discorso che il papa pronunciò, fuori si scontrano polizia e manifestanti e le cariche si susseguono.
La Sala della Regina a Montecitorio, Sobria e modesta
Dentro: parte la tiritera dei discorsi ufficiali Fini racconta che fu giornata storica, Schifani, profondamente emozionato come può esserlo solo il presidente del Senato parla di spinta alla razionalizzazione morale della politica. By the way si tratta dell stesso Schifani che vuol fare una legge elettorale truffaldina per impedire la vittoria di Grillo.
Fuori intanto: si urla, si impreca e si maledice.
Dentro: il cardinal Bagnasco dice che la politica deve essere forma alta di carità. Virtù teologale, che anima e caratterizza l'agire morale del cristiano. E senz'altro dev'essere che si ispira a questa mentre tresca per non pagare l'IMU.
Fuori intanto: volano bombe carta, si spacca qualche testa, un po' di sangue annaffia i marciapiedi e i cristalli delle vetrine vengono sparsi qua e là come coriandoli.
Dentro: Fini consegna la prima copia - ma quante ne hanno fatte? - della medaglia (s'immagina d'oro) a ricordo dell'evento di dieci anni fa, incastonata in una targa dedicata a Benedetto XVI. Che non è venuto. 
Ma ha mandato un messaggio. Noblesse oblige.
Fuori intanto: si buttano i caschi rotti, i poliziotti contusi vanno al pronto soccorso i manifestanti ammaccati si fanno curare dagli amici.
A sera Fini, Schifani, Casini e Bagnansco e tutti gli altri tornano, accompagnati dalle auto blu, nelle loro case stanchi ma contenti per aver dato il loro personale contributo al Paese.
A sera poliziotti e manifestanti ritornano a casa, in tram, a piedi, in bicicletta o in motorino. Stessi quartieri, stessi condomini, stessa ansia per il mutuo, stessi problemi per il fine mese, di figli da mandare a scuola, di futuro che, come noto, non è più come quello di una volta.
Anche loro sono stanchi e per nulla felici.
Ma qui nessuno pare saperlo. 



giovedì 15 novembre 2012

Rutelli e la diffamazione: un incontro d'amorosi sensi



“Senatores boni viri senatus mala bestia”
. Gli aforismi quando sono considerati attendibili sfidano i secoli e questo pare abbia buon corso anche oggi. Con qualche attenzione in più.
Infatti se sulla “mala bestia” nessuno a niente da ridire sui “senatores boni viri” qualche dubbio potrebbe essere sollevato non foss'altro che per quella trentina tra inquisiti e condannati, che continuano ad occupare uno scranno nella nobile istituzione.(1) Che, su un totale di 315 eletti, è come dire il dieci per cento, più o meno. Malcontati.
Nel mazzo della trentina, a ben guardare pur senza essere pignoli, si trova anche tal Rutelli Francesco, da Roma, condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti (2). 
Lunga e travagliata carriera quella di Rutelli Francesco che, forse con qualche fatica, e ne va apprezzata la buona volontà, è passato da un partito all'altro fino a farsene uno tutto suo: l'Api. Partito che nato come costola del centro sinistra è passato al centro per poi, al momento, ritornare alla casella di partenza. La consistenza potenziale di quello che con una certa enfasi viene chiamato partito è di circa lo 0,2 per cento, che non è il prefisso di Milano anche se gli assomiglia, ma la percentuale dei suoi votanti. Potenziali. Che potrebbe andare pure peggio.
Questo andare e girovagare per li colli gli è abituale: nasce radicale cioè liberale-liberista-libertario come tuonava il suo mentore Pannella Giacinto in arte Marco. Di lì ai Verdi arcobaleno, passo breve, e quindi Alleanza democratica, con Mario Segni, poi candidato a sindaco di Roma con il Pds dunque Margherita infine (quasi) Pd e per finire (al momento che il futuro chi può dirlo) l'Api.
Francesco Rutelli quando era
liberale-liberista-libertario
In tutto questo girare pochi punti fermi alcuni dei quali, ripetuti all'ossessione: «gli italiani vogliono libertà, democrazia e garantismo.»
Il tutto condito con l'aria del piacione o come lo chiamavano al suo primo ingresso a Montecitorio “Cicciobello”. Quello che mai gli era stato visto fare era la parte del vendicatore. O meglio del vendicativo. Comunque ci si è applicato e gli è venuta bene.
Il punto del contendere è il ddl diffamazione che prevede il carcere per i giornalisti.
Rutelli Francesco ci si mette di buzzo buono e quindi già il 25 ottobre, tra il lusco e il brusco, chiede alla presidenza del Senato, retta da Vannino Chiti, firmatario del ddl fatto apposta per salvare Sallusti dalla galera, di poter votare jn modalità segreta. Fine tessitore.
Poi martedì 13 novembre il gran giorno: il voto, segreto. Finisce 131 a favore, 94 contrari e 20 astenuti. 
E 70 che non sono in aula. Come normale.
Il fine tessitore si porta dietro oltre ai suoi 14 (pochini) anche i 22 della Lega (pure pochini) e ne raccatta nei corridoi altri 95 (questi tantini), probabilmente un po' a destra e un pò a sinistra. Quanto può la sete di vendetta. Giustificata con un «Occorre evitare che la 'legge salva-Sallusti' diventi un via libera alla diffamazione facile. » Per poi aggiungere «Quello votato è un emendamento ineccepibile.» Prosit.
Certo la legge 'salva-Sallusti' non deve dare la licenza alla diffamazione ma da qui alla galera ce ne corre. Dunque la domanda è: perché il piacione Rutelli Francesco ha fatto tutto questo. Per vendicarsi, si mormora, di come i giornalisti l'hanno trattato per il caso Lusi. Quel signore che, a quanto si dice, ha sfilato alla Margherita un bel po' di milioni, una paccata chioserebbe la Fornero, senza che nessuno, nel corso degli anni, se ne sia accorto. Rutelli in primis. Eh già perché un presidente che non si accorga che il suo segretario amministrativo ruba dev'essere senz'altro molto ma molto distratto. E chi glielo fa notare non commette certo un peccato mortale. Anzi, va considerato come un benefattore dell'umanità. E merita un premio. E la libertà di stampa non è un premio.
Vittoria di Pirro questa per il piacione perché pare che il Senato voglia correre ai ripari e risistemare la questione. Brutta storia. E non solo d'immagine.
Corre nella rete, a una settimana dalle elezioni americane, una battuta che recita: «La differenza tra gli USA e l’Italia è che di Romney non sentiremo più parlare, mentre Rutelli ce lo dobbiamo ancora tenere.» Magari va aggiornato con un «non è detto».



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  1. CORTE DEI CONTI,Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio - Sent. n. 1545/2000/R RP, 19/11/01 - BISOGNO Presidente, DI FORTUNATO Consigliere, e LIBRANDI Consigliere relatore /c. Rutelli Francesco e altr

lunedì 12 novembre 2012

Illecite visioni a Milano.

Il titolo della rassegna è criptico: illecite visioni ma, il sottotitolo è esplicativo: rassegna di teatro omosessuale. Evviva.
particolare della Locandina
A Milano, al teatro Filodrammatici: quattro giorni dal 9 al 12 novembre per quattro pièce.
La locandina recita “prima edizione di illecite//visioni, unico festival milanese di teatro dedicato interamente a tematiche lgbt”
Certo non è la prima volta che si fa teatro omosessuale," la calunnia", quarta rappresentazione, è un dramma di Lillian Hellman scritto negli anni trenta, e Milano non è la prima città italiana nella quale si tenga una rassegna dedicata al teatro omosex a Roma si è arrivati alla diciannovesima edizione di Garofano Verde.
Ciò che è importante è dato da una serie di coincidenze: emblematico che la rassegna sia del teatro Filodrammatici che ha iniziato la sua storia con l'ingresso di Napoleone in città, quindi teatro di libertà quasi per definizione, poi per il fatto che in tempi di tagli lineari il Comune di Milano abbia sentito la necessità e trovato i fondi, per sostenere l'iniziativa in questo coadiuvato dalla fondazione Cariplo, terzo fatto che la regione Lombardia, ancora formigoniana (che forse Formigoni non ne sapeva nulla data la sua parossistica attenzione alla sanità), abbia dato il patrocinio e infine che partner tecnici siano aziende note che hanno voluto collegare il loro logo a quello della manifestazione. Bene. Molto bene.
Grazie al teatro, come sempre, si fa un ulteriore passo in avanti. Di civiltà.
Adesso quello che manca è che scompaia il sottotitolo: teatro omosessuale.
Perché fino a che vive la specificazione c'è segmentazione. E segmentazione è parente stretta di separazione e poi di segregazione. E questo non è bello. Per niente.
Filippo Luna in Le mille bolle blu
Già perché le quattro pièce sono quattro storie d'amore, drammatiche come spesso capita  lo siano le storie d'amore. E nulla di più. E di illecito da vedere non c'è gran che. 
L'eccezionalità dei quattro fatti sta tutta ed unicamente nell'intensità e nella profondità del sentimento. Per dire del tema e nelle capacità degli interpreti per dire della forma. Un eccezionale Filippo Luna ha interpretato il monologo“le mille bolle blu”. Per dirne uno per tutti.
E lì ci si dovrebbe fermare.
Sarebbe come se il premio UBU portasse in sottotitolo “dedicato al teatro eterosessuale.” Il sottotitolo non c'è perché il problema non si pone. Semplicemente.
Ma i tempi, forse, non sono ancora maturi. E allora avanti con la seconda edizione delle Illecite//Visioni rassegna di teatro omosessuale.
Magari per l'occasione della seconda edizione si potrebbero riservare posti d'onore per Giovanardi Carlo, Binetti Paola, padre Lombardi Federico ed affini. Chissà che non capiscano cos'è l'amore.

La settimana che cominciò di mercoledì - 4

Quarta ed ultima puntata del racconto 'La settimana che cominciò di mercoledì'
Le puntate precedenti sono state pubblicate nei giorni 6, 8, 10 di novembre 2012


“Partiamo questa sera stessa?” domandò. Ma più che una domanda era una richiesta. Risposi di sì.
Era una serata tersa e tiepida, viaggiammo senza capote e il vento ci spazzolava i capelli.
 La casa era un po' umida: disfeci il letto e accesi il camino della camera perché le lenzuola si asciugassero più in fretta. Preparai un paio di omelette con la marmellata, bevemmo del vino rosso e indossati i maglioni andammo sul terrazzo. Il lago sotto di noi cantava la sua canzone mentre ce ne stavamo in piedi, abbracciati, senza parlare a guardare le stelle. Poi lui disse: “voglio vivere tutta la mia vita con te.”
Io gli accarezzai la guancia. Per quella notte non fu pronunciata altra parola.
Ci alzammo tardi, il sole era già alto e caldo. Facemmo colazione al maneggio e partimmo per una passeggiata a cavallo. Fosco, il vecchio proprietario, ci riempì le bisacce di provviste. Avremmo potuto anche perderci ma il cibo non ci sarebbe mancato, disse ghignando. Percorremmo un comodo sentiero a mezza costa che permetteva la visione di gran parte del lago. Eddy montava con mano leggera, era elegante. Sul principio gli mostrai le ville più belle e gliene raccontai le storie. Ne fu affascinato. Poi ci addentrammo nel bosco e il silenzio ci abbracciò. Io continuavo a pensare alla frase che aveva detto la sera prima prima: 'voglio vivere tutta la mia vita con te'. Anch'io avrei voluto, ma come? Lui in Inghilterra ed io in Italia. Non dovevamo fare progetti ma solo vivere alla giornata, me lo ripetevo continuamente. Lo guardavo di sottecchi: come lo amavo.

Domenica piovve. Facemmo colazione a letto. Eddy mi raccontò dei suoi progetti: trasferirsi in Italia, e dedicarsi all'insegnamento dell'inglese e magari fare qualche traduzione. La cosa che più lo preoccupava era dove sistemare i suoi libri e i suoi quadri in casa mia.
Tornammo in città lunedì mattina presto. Decise di anticipare la sua partenza al giorno dopo.
Preparò un piccolo bagaglio, contava di rientrare entro breve. Quella notte fu solo tenerezza.
Mercoledì pomeriggio alle 16,00 mi telefonò la polizia cantonale svizzera:Eddy era uscito di strada, la sua Spitfire si era capovolta e lui era morto. Schiacciato dalla sua auto. Rimisi la cornetta del telefono sulla sua forcella come un automa mentre mi tornava alla mente la nostra gita a cavallo. Il suo ricordo più vivo.
Ci eravamo fermati in una radura per il pranzo: c'erano dei tavoloni, dei barbeque e un piccolo spiazzo per la sosta dei cavalli. Tre o quattro famiglie ci avevano preceduto e già stavano cucinando. Avemmo subito i bambini intorno, affascinati dai cavalli. Dissellammo. Apparecchiai nel tavolo più distante. Mangiammo in silenzio e guardammo i bambini giocare. Eddy mormorò: “come sono belle le famiglie.” Io assentii senza parlare. Ci fu una lunga pausa poi Eddy disse: “mi vuoi sposare?”.
La forchetta mi scivolò tra le dita. Credetti di non aver capito. Eddy sorrise e ripeté, scandendo bene le parole: “mi vuoi sposare?”. Ero stordito. Deglutì un paio di volte e poi risposi: “Eddy non possiamo. Siamo due uomini.”
Lui sorrise di nuovo e disse: “Lo so Alberto, lo so. Ma da noi, in uk, si può. Mi vuoi sposare?” Lo guardai dritto negli occhi e risposi: “sì, con tutto il cuore” .
Avremmo voluto baciarci, ci accarezzammo le mani. In silenzio. I suoi occhi erano lucidi.

Da allora non ho più amato nessuno come ho amato lui.

Fine





       

sabato 10 novembre 2012

La settimana che cominciò di mercoledì - 3

Terza puntata del racconto 'La settimana che cominciò di mercoledì'
Le puntate precedenti sono state pubblicate il 6 e l'8 novembre 2012


                                Mi accompagnò a casa, gli chiesi se volesse salire, fece cenno di sì con il capo.
Aprii la porta ed accesi la luce, Camilla, la mia gatta, ci venne incontro con la coda a bandiera. Si fermò a qualche passo da Eddy, lo scrutò per alcuni secondi, emise un flebile miagolio e si strofinò sui suoi calzoni. Eddy sorrise. Col tallone diedi un colpetto alla porta che si chiuse alle nostre spalle. Mi girai, presi la sua testa tra le mani e lo baciai. Lui aveva ancora i sacchetti della spesa in mano e si contorceva.

Mi venne da ridere e ci staccammo. Lui disse: “just a moment, honey”. Depose i sacchetti a terra e ci baciammo nuovamente, con più passione. Stringendoci forte e ancora più forte. Eravamo eccitatissimi. Scivolammo tra le lenzuola e fu una notte senza tempo.
La mattina successiva mi levai di scatto, la sveglia non aveva suonato, dalle lamelle delle persiane filtrava la luce del primo mattino stavo per lanciarmi fuori dal letto quando sentì profumo di pane tostato. Mi passai una mano tra i capelli e cominciai a ricordare: Eddy.
Mi misi la vestaglia e andai in cucina. Eddy stava preparando la colazione. Era a piedi nudi indossava i pantaloni e la polo. La tavola era apparecchiata, aveva disposte le tovagliette una di fronte all'altra, tra loro un bicchiere alto con un'ortensia blu presa dal terrazzino, la caraffa con succo di frutta, la burriera e il porta toast a fare da contorno. Le uova strapazzate stavano ancora sfrigolando nella padella e dalla teiera usciva un intenso profumo. Mi vide e sorridendo, indicando il cucchiaino, disse: “one for you, one for me and one for the pot”. Mi avvicinai e lo baciai. Istintivamente guardai l'orologio mancavano dieci alle sette. Mi chiese per che ora dovessi essere in ufficio risposi che avevamo tutto il tempo del mondo. Facemmo colazione scherzando e accarezzandoci le mani, sembravamo una coppia appena sposata. Mi domandò se fumassi risposi di no ma che se voleva poteva farlo. Neanche lui fumava ma aveva notato le rastrelliere con le pipe. Risi di gusto. Erano dei miei nonni e io le avevo conservate.
Alle sette e trenta ero nella doccia. Dopo poco mi raggiunse. Aveva fisico asciutto, spalle larghe, pettorali da nuotatore, addominali scolpiti, ventre piatto e gambe tornite. Mi guardava mentre l'acqua mi scivolava sui capelli e sul corpo. E io guardavo lui. Entrò nella box doccia, mi accarezzò il viso. Io trattenni la sua mano sulla mia guancia e lo attrassi a me. L'acqua fu testimone del nostro amore.
A mezzogiorno mi telefonò per dirmi che era dalle parti del mio ufficio: volevo pranzare con lui?
Mi portò in un localino di periferia e mi chiese se potesse trasferirsi da me. Gli passai le chiavi mentre il cuore mi rimbalzava in petto. Quando rientrai a casa lo trovai intento a sistemare le sue cose. Mi accolse con un “hi darling” e mi baciò. Sembrava che abitasse lì da sempre. Passammo la serata a guardare i miei album di fotografie. Lui rideva delle mie pose, dei miei vestiti e delle mie pettinature. Mi prendeva in giro senza ritegno. Bevemmo birra e mangiammo pistacchi. Ci addormentammo sul divano.
Il giorno dopo, venerdì, mi mandò una rosa rossa in ufficio. Il bigliettino diceva 'sto contando i minuti'
Mi precipitai all'ascensore e, mentre l'attendevo, sentìi una segretaria dire: “se vuoi vedere com'è fatto l'amore guarda lì” e mi stava indicando. Ne fui felice.
Andammo al bar dell'angolo e gli dissi che avrei dovuto lavorare fino a tardi ma che potevamo trascorrere il week-end nella mia casa sul lago. Fece il muso, come un bambino malmostoso.
(continua lunedì 12 novembre)

venerdì 9 novembre 2012

Dimettersi in Italia. Una faticaccia.




Dr. Nicola Izzo
ex vicecapo vicario della Polizia di Stato
Il vice capo 'vicario' della polizia di Stato dottor Nicola Izzo vuole dimettersi. Sobbalzo generale su sedie e poltrone dell'italico popolo e dei suoi maggiori rappresentanti.
E che, siamo diventati inglesi? E già perché il ministro dell'energia inglese,  il liberaldemocratico Chris Huhne ha lasciato la sua carica per aver tentato di scaricare sulla moglie una multa per eccesso di velocità. Una manciata di punti sulla patente sono costati un ministero. Mancanza grave.
O siamo diventati tedeschi? E già perché il il ministro della difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, si è dimesso quando qualcuno ha scoperto e reso di dominio pubblico, che ha copiato una parte della sua tesi di laurea. Mancanza gravissima. Che peraltro denota poca fantasia e anche un bel po' di pigrizia. Chi avrebbe mai pensato un teutone pigro?
Lo scandalo dilaga per l'Europa e le famiglie dei due reprobi, fino all'ottavo grado di parentela, se ne stanno tappate in casa. Anche quando sono soli, nel chiuso delle loro camerette, arrossiscono silenti.
Qui da noi certe cose non succedono. Non succedono proprio. Qui da noi queste cose non si fanno. 
Lo sanno tutti, anche i bambini. Avete mai visto un bambino dimettersi da capoclasse? No. E allora?
E allora succede che a respingere le dimissioni del dottor Izzo ci si mettono addirittura in due. Prima le respinge il suo capo, il dottor Antonio Manganelli, per intenderci il funzionario di Stato più pagato d'Italia, qualcosa come 600.000€ all'anno. Che l'omologo della CIA, (quella degli Stati Uniti e non la Confederazione Italiana Artigiani) tanti soldi non se li sogna neppure dopo una indigestione di hot dog. E poi a rafforzare il diniego ecco il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. Che, giusto per intenderci ha commentato la sentenza relativa alla Diaz con un “così perdiamo i nostri uomini migliori”. Appunto.
Dr. Antonio Manganelli
Capo della Polizia di Stato
Tutto questo accadeva lunedì 5 novembre
Già, ma perché il dottor Nicola Izzo ha presentato (lunedì 5 ) le sue dimissioni? Per una questione, tutta da provare al momento, di irregolarità nella gestione di alcuni appalti di competenza del Viminale. A luglio (quattro mesi fa) al ministro dell'Interno è stato recapitato un dossier che accusa Izzo di gestione disinvolta. Il dossier è anonimo e questo senz'altro non è bello.
Il dott. Manganelli dice, in questi giorni, che a luglio o giù di lì è stata aperta un'indagine amministrativa interna (ma che ad oggi non ha portato risultati). E il dottor Izzo? A girarsene spaesato per i corridoi del Viminale offrendo la sua lettera di dimissioni a tutti, ma nessuno che la vuole. Colleghi, ministri, capi del personale, autisti addirittura gli uscieri sono scomparsi. Nessuno si fa trovare. E lui lì imperterrito a fare anticamera. Ma niente.Nel frattempo però  i giudici della procura di Napoli decidono di indagare su Izzo per un'altra questione di appalti senza gara. E neanche questo, se fosse provato, è bello.
A questo punto il dottor Izzo conferma le dimissioni: non sono personaggio da operetta, troppi si dimettono in questo paese per incassarne il rigetto, io no.”(2), che sono irrevocabili. Lui dice per potersi meglio difendere. Alcuni maligni invece sostengono per evitare possibili misure restrittive. Che veder arrestato il vice capo della polizia non sarebbe neanche questo molto bello. E neppure è tanto bella la fine della lettera: Sono anche stanco, sono troppi anni che mi sono state affidate responsabilità maggiori di quelle che potevo reggere con le mie capacità e questo ha finito con l’espormi, col farmi commettere errori, col crearmi corvi nemici.”  Ma tant'è. Si dia per scontato che non ci siano cattivi pensieri e si consideri che il dottor Izzo si è dimesso.
Anna Maria Cancellieri
Ministro dell'Interno

 E' già un bel fatto, abbastanza raro, da noi. 
Domande: a che pro respingere le dimissioni? Perché mettercisi in due? E sopratutto perché accettarle tre giorni dopo?
Forse si vuol rimarcare che siamo italici e certe cose le lasciamo fare solo agli anglosassoni? Che poi tra il Viminale e i soldi qualche incomprensione senz'altro c'è visto anche la questione dei braccialetti elettronici. Pare siano stati spesi circa 80 milioni in dieci anni per controllare 14 detenuti (1), che non devono essere neppure tra i più pericolosi se li lasciano uscire dal carcere. Non solo ma che il contratto con Telecom che gestisce la cosa sia stato rinnovato fino al 2018 dal Ministro Cancellieri e con parere non positivo del Ministro Paola Severino neanche questo è molto bello. Se poi succede che a luglio del 2012 il figlio del Ministro vada a lavorare in Telecom si capisce che il senso dell'opportunità non abita da queste parti.

E dopo cinque giorni di grande fatica il dottor Izzo vede finalmente coronato il suo titanico sforzo: accettate. Le dimissioni sono accettate. E, così come si conviene, in quattro-e-quattro-otto ecco nominato il nuovo vicecapo. E' il dottor Alessandro Marangoni da Brescia che si trova da pochi mesi alla direzione centrale delle risorse umane. A Roma, Guarda la fortuna. Così si è risparmiato un trasloco e relative spese. Che coi tempi che corrono... Visto che occhio i ministri tecnici.
E allora che le dimissioni, le rare volte che son date, non devono essere respinte. Anzi vanno accolte con squilli di tromba, rulli di tamburo e sentiti ringraziamenti.
Magari per incentivarle, le dimissioni, dovrebbero essere premiate. Con una promozione. Anche solo platonica. Tanto l'apparire è meglio dell'essere.



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  1. 3 ottobre 2012 il fatto quotidiano “Braccialetti elettronici, in dieci anni 80 milioni per controllare 14 detenuti” Vittorio Malagutti.
  2. 23 ottobre 2012 Libero “Cancellieri e Fornero il loro figli sono choosy?”

giovedì 8 novembre 2012

La settimana che cominciò di mercoledì - 2

Seconda puntata del racconto 'La settimana che cominciò di mercoledì'
La prima puntata è stata pubblicata martedì 6 novembre 2012 

       Conosceva un bar ad un paio di isolati di distanza, avremmo potuto andarci con la sua automobile. Stipammo i sacchetti della spesa nel minuscolo bagagliaio della sua Triumph Spitfire con guida a destra e si presentò: Edward Good, gallese.
“Puoi chiamarmi Eddy - aggiunse - ma non Teddy. Non voglio. Non sono un orsacchiotto.” Ridemmo.
Eddy aveva lineamenti regolari, naso piccolo e occhi chiari, era alto circa un metro e ottanta, longilineo, aveva folti capelli castani, ondulati, di media lunghezza, con la scrinatura al centro e stranamente, la carnagione olivastra. “Un mio bisnonno sposò una spagnola” fu il suo commento quando glielo feci notare. Indossava pantaloni di cotone blu, una polo dello stesso colore e una giacca di lino ecru, calzava morbidi mocassini, senza calze. Decidemmo di parlare in inglese, più comodo per entrambi.
Il bar era carino, semivuoto, solo due coppie, jazz come musica di sottofondo. Sedemmo ad un tavolo affianco alla vetrina. Eddy ordinò un whisky con soda ed io un gin-and-tonic.
“Very british” disse Eddy commentando la mia scelta.
Ci guardammo negli occhi e ci sorridemmo in silenzio mentre il cameriere disponeva sul tavolino i bicchieri e anche un vasetto con pistacchi, patatine e salatini.
Quando il cameriere se ne andò Eddy mi chiese come preferissi il mix: carico o leggero. Risposi che mi piaceva sentire l'aroma del gin allora lui versò dalla bottiglietta solo un terzo dell'acqua tonica, diede un'energica frullata e mi porse sorridendo il bicchiere.
Brindammo al nostro casuale incontro. Se avessi avuto il frigo pieno non ci saremmo conosciuti.
Eddy mi raccontò che era in città da poco più di un anno e che la sua trasferta stava finendo. Aveva ancora una settimana, giusto il tempo di passare le consegne, prima di ritornarsene in uk.
Chiacchierammo di tutto: dalle nostre esperienze scolastiche fino agli hobbies passando attraverso i viaggi, i libri, la musica, la pittura (non conosceva la scapigliatura), i cavalli, le auto d'epoca e lo sport. Lo stupì quando dissi che preferivo il rugby al calcio e che consideravo il primo uno sport ed il secondo un gioco. Nello sport si deve essere leali, nel gioco si può barare. Mi diede un colpetto sulla spalla come segno di assenso. Anche lui amava il rugby. Decidemmo di andare insieme alla partita di domenica. Mi invitò a cena, questa volta accettai senza esitazione.
Scelse un ristorante greco. Ricordo solo che la tovaglia era a scacchi bianchi e blu e che la sua voce era calda e rilassante, parlava senza smozzicare le parole. Sentivo che mi capiva. Non è da tutti.
“Possiamo essere amici?” mi chiese all'improvviso. Mi imbarazzai, arrossii e feci cenno di si. Lui rise silenziosamente. Ebbi la sensazione che i suoi occhi brillassero di una luce intensa.
Mentre pensavo 'mi pare di conoscerlo da sempre' lui disse: “mi pare di conoscerti da sempre”
“Lo stavo pensando anch'io” risposi e ridemmo.
Mi ricordai che Charlie Watts si esibiva in un locale non molto distante, proposi a Eddy di andarci, accettò. Prenotò via sms e ci scapicollammo per arrivare in tempo. Eddy guidava veloce e con attenzione. Da vero britannico. Giungemmo proprio mentre stavano per chiudere la cassa, avevamo la conferma e ci fecero entrare. Il gruppo suonò divinamente.
Nel buio cercai la sua mano, la presi e la strinsi. Lui rispose alla mia stretta.
(continua sabato 10 novembre)