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venerdì 31 agosto 2012

Enrico Letta: il difensore del chinotto.

A molti dei grandi la Storia ha concesso l'eccezionale privilegio di veder affiancato al loro nome un aggettivo o una piccola sentenza che ne qualifica l'operato e il ruolo che hanno avuto nella loro epoca. Talvolta basta citare l'aggettivo che già si intende di chi si vuole parlare. Ecco quindi che Mary Steward viene definita la sanguinaria, Lorenzo de Medici è il magnifico, Bismarck è il cancelliere di ferro, così come Margaret Thacher è la lady di ferro, Vittorio Emanuele II è il re galantuomo, Giuseppe Mazzini è detto l'apostolo delle libertà e Giuseppe Garibaldi è l'eroe dei due mondi. Giusto per citarne alcuni ché la lista è lunghissima. Da oggi, accanto a tutti questi illustri, possiamo aggiungerne un altro: Enrico Letta, che senz'altro passerà alla storia come il difensore del chinotto.
Nei giorni passati, con la consueta poca cautela che sta caratterizzando gli interventi di molti ministri 'tecnici', Renato Balduzzi, ha lanciato pubblicamente il maxidecreto sulla sanità che, con non poche ingenuità, si prefigge il scopo di ridurre la spesa sanitaria lavorando sulle potenziali cause di malattia ivi incluse le bevande gassate. Argomento serio che purtuttavia si presta a non poche ironie., a cui va tra l'altro il merito di aver fatto scrivere al pedante Pierluigi Battista un pezzo quasi divertente. Ovviamente, come ricordava il presidente Mao Tse-Tung, l'imbecille guarda il dito e non la luna. E a concentrarsi sul dito sono stati in parecchi. E molti di questi per cause non certo disinteressate.
Naturalmente in questo contesto non poteva non prendere posizione Enrico Letta, vicesegretario del PD, grande giocatore di subbuteo, attività che pratica con Napolitano junior, il figlio del Presidente e che nella sua biografia tiene a sottolineare di essere meglio di Andreotti. Infatti scrive: “diventa a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie, è il più giovane ministro della storia repubblicana e batte Andreotti, ministro a 35 anni.” Ognuno ha i riferimenti che crede, per carità.
Probabilmente il buon Richetto ha pensato che la nazione non potesse rimanere orfana del suo pensiero, visto che ha saputo prendere posizione su qualsiasi evento sia circolato per il Paese e quindi ha deciso di fornire una volta di più una delle sue chiare, precise e inappellabili opinioni. Con indomito coraggio si è lanciato nell'eroica difesa del Chinotto e, per non far torto a nessuno, anche della Spuma Bionda.
Interpellati in proposito sia il Chinotto sia la Spuma Bionda hanno ufficialmente dichiarato di essere molto contenti di questa presa di posizione e che sono certi del trionfo della giustizia avendo piena fiducia nella magistratura. Che va sempre bene. Tuttavia in serata si è avuta notizia di alcune intercettazioni telefoniche.
In una il Chinotto, parlando con uno Spumante il cui telefono è sotto controllo per reato di aggiotaggio di bollicine, avrebbe espresso tutte le sue perplessità. “Di lui (Richetto Letta, ndr) non mi fido. Sopratutto dopo che ha insistito per la foto ricordo. Non vorrei finire come Di Pietro nella foto di Vasto – avrebbe detto il Chinotto – che adesso vuole sostituire con de Magistris. E se poi mi sostituisce con l' Orzata? O addirittura con l'acqua minerale naturale. Noi che facciamo?”
In una seconda La Spuma Bionda, si sarebbbe sfogata con lo stesso Spumante, dicendo: “Come fai a fidarti di uno che nella stessa intervista dice che il pdl è meglio di Grillo e poi che Berlusconi, che del pdl è il capo, è una mina vagante? O che sbandiera ai quattro venti che c'è l'accordo sulla legge elettorale e poi salta fuori che non c'è manco p'a capa.” “Hai ragione – è stata la risposta dello Spumante - è' ancora un ragazzo. Andreotti alla sua età questi errori non li faceva proprio. Anche se è democristiano dentro.”
Il Procuratore Generale di Cartizze non ha voluto commentare limitandosi a dire che le intercettazioni sul caso aggiotaggio di bollicine non sono ancora state sbobinate.
Enrico Letta sollecitato sulla questione delle intercettazioni avrebbe detto: “Continuo ad essere ottimista sia sulla legge elettorale sia sulla difesa delle bollicine.Quelle che sento sono le evidenti e solite esagerazioni giornalistiche che tendono a destabilizzare la politica del governo che noi appoggiano. Lo ribadisco io sono per il chinotto libero. E poi l'acqua minerale naturale non mi è mai piaciuta. E neanche l'orzata.” Forse.

giovedì 30 agosto 2012

Bersaglio mobile: noia fissa. C'è Giuliano Ferrara.

Il faccione perennemente sorridente di Enrico Mantana, chissà che avrà mai tanto da ridere, ha fatto da contorno all'ultima puntata di Bersaglio Mobile. La trasmissione era dedicata ad un tema leggerino, di quelli da prendere sotto gamba in una calda estate: la trattativa tra Stato e mafia e già che c'erano il ruolo giocato nei recenti sviluppi dal Presidente della Repubblica . Ospiti: Giuliano Ferrara, Antonio Di Pietro, Emanuele Macaluso e Marco Travaglio. Con l'intermezzo del deputato Francesco Boccia che per la verità ha avuto il grande merito di dare sostanza al proverbio: un bel tacer non fui mai detto.
Puntata noiosa oltre ogni dire e soprattutto un film già visto mille volte dove gli interpreti principali e sostanzialmente unici, sono Marco Travaglio e Giuliano Ferrara. Essendo Emanuele Macaluso, migliorista d'antan e simpatizzante craxiano nella parte della bella statuina mentre Antonio Di Pietro, al solito, minaccia d'andarsene ma resta e si fa bellamente insultare senza rispondere, al lato pratico, da quello che si firma elefantino. Chissà se i sindacati africani ed indiani dei pachidermi sono al corrente dell'indebita appropriazione. Ogni razza ha diritto a veder tutelata la sua dignità.
Le parti sono quindi assegnate: Marco Travaglio gioca il suo solito ruolo di snocciolatore di articoli della costituzione e del codice penale, di comunicati stampa, di dichiarazioni ufficiali e di sentenze di tribunali di vario grado nonché di documenti ufficiali e Ferrara, che di nome fa Giuliano come l'imperatore romano apostata (sarà il caso di nomen omen ?) fa il solito suo ovvero l'elefante nel negozio di porcellane. Unica novità l'abbigliamento di Giuliano Ferrara: scarpe da jogging, pantaloni color vinaccia (che in milanese si dice trasù de ciuc) camicia azzurrina, con lo sbottono d'ordinanza, e giacca azzurra, maldestro tentativo di imitazione del look di Oscar Giannino. Barba mefistofelica con pizzo sgangherato e fuori misura. Per il resto noia mortale.
Del tema, la trattativa tra Stato e mafia, nella sostanza non si è trattato, in compenso si sono sentiti i soliti mantra.
Giusto come nota di colore va detto che l'elefantino ha voluto dare un tocco di ulteriore volgarità al suo già ricco palmares con nuove espressioni. Peraltro non sempre originali.
Quindi nei suoi interventi, sempre prolissi, divagatori e quasi mai sul punto in questione come succede dal barbiere e nei bar, nell'ordine ha detto che: i magistrati sono fottuti carrieristi, (indicando nella fattispecie il presente Di Pietro, che ha iniziato ammuina (di andarsene), come capo partito, quindi Luigi de Magistris come sindaco di Napoli e Michele Emiliano come sindaco di Bari. Ha anche detto che qualche magistrato gioca pure a destra, dimenticando di citare il presidente del senato Renato Schifani. Ma vabbè. Poi su pressione di Mentana ha ritirato il fottuti ma ha lasciato il carrieristi. E Di Pietro si è ritenuto soddisfatto. Beato lui). Quindi ha definito gli interventi di Travaglio come comizi che gli hanno rotto i cogl … e dunque rivolto al sorridente Mentana l'ha apostrofato con ma che  caz.... di conduttore sei, poi inebriato del suo dire se ne è uscito con non esiste il reato di trattativa Stato-mafia. Oibò, forse nessuno aveva mai pensato che questo fatto potesse accadere, ma senz'altro qualcosa di poco legale in una simile relazione pericolosa senz'altro c'è. Quindi già che c'era ha aggiunto che la magistratura è pazzotica ma anche troppo furba, e che sarebbe disposto ad andare in vacanza con Stalin. Infine ha definito Il Fatto Quotdiano come il giornalino di Gianburrasca. Che detto da uno che dirige un giornale che tira 15000 copie (1) e ne vende effettivamente poche migliaia (roba che anche il giornaletto della parrocchia accanto ne vende di più) e che sopravvive grazie al contributo di 2.985.120,88€ (2) che lo Stato magnanimamente elargisce, è stato un tocco di involontario umorismo. By the way Il Foglio riceve questo importo sotto la voce “contributi ad imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici trasformatesi in cooperativa entro e non oltre il1° dicembre 2001 (3) E anche questo è umorismo.
Per completezza di informazione Il Fatto Quotidiano ha una tiratura media di 110.667 e un totale di copie vendute (e pagate) di 55.926. A occhio e croce più di dieci volte di quelle del il Foglio. E non gode di contributi.
Ora la domanda è: perché Giuliano Ferrara? Soprattutto se si vuol fare della televisione seria.

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(3) art.153 legge 388/2000


sabato 25 agosto 2012

Le leggi porcata sono come le ciliegie una tira l'altra.


Giovanni Sartori - Politologo
Il famigerato Porcellum – la definizione è di Giovanni Sartori che con il latino cercò di nobilitare la più prosaica dizione di “porcata” del padano Calderoli – nacque il 21 dicembre del 2005 e porta il burocratico nome di legge 270.
Che fosse una brutta legge lo sapeva anche il suo estensore ma ciò nonostante, in sette anni, con un brillante (si fa per dire) governo di centro-sinistra, questa è rimasta lì, bella (sempre per dire), solida e pure immarcescibile.  Che di solito le porcate dopo un po' spariscono perché anche gli autori, di norma uomini che usano il basso profilo, preferiscono tenerle nascoste e non amano che queste si vedano troppo in giro. E meno che mai che si diffondano i nomi dei loro inventori. Ma i politici italici non sono così, anzi. Sono molto ma molto più sofisticati.
Basti pensate al grado di sofisticatezza che sono riusciti a mettere in campo insigni politici del calibro di Scilipoti o di Razzi o  di Gasparri o di Cicchitto per non dire di Bossi e simil-padaneggiando o di chi candidò Calearo, Veltroni, o di chi ambisce a vaticani titoli nobiliari, D'Alema, o chi – a quanto raccontano i giornali (1) – ha il marito che naviga in qualche difficoltà, Finocchiaro o di quelli che difendono strenuamente l'indennità parlamentare, Melandri, Sereni e Sposetti (2),  e  la lista potrebbe continuare. Magari non tutti i 900 che siedono tra Camera e Senato hanno simili abilità ma poco ci manca.
Adesso che finalmente si parla di una nuova legge elettorale e dopo che sono stati spesi fiumi di inchiostro per dire contro un parlamento di nominati e non di eletti (peraltro grandi cambiatori di casacca) ci si aspetterebbe qualcosa di completamente diverso rispetto all'attuale.  Quindi se quella di prima prevedeva nominati e non eletti, quella nuova magari …., se quella di prima privava gli elettori di ogni scelta, quella nuova magri …., se quella di prima non prevedeva preferenze, quella nuova almeno una (così non si imbroglia) magari...., se quella di prima viaggiava solo all'interno delle segreterie dei partiti, quella nuova magari …..
Parlamento in seduta congiunta
Ma questo, senz'altro avranno pensato gli sherpa (così li chiama il Corsera) dei due schieramenti, è banale. Che ci vuole a rifarsi ai sistemi dei paesi di tutta Europa? Chiunque lo potrebbe fare. Invece no. Il genio italico sa far di meglio. E gli sherpa e i loro mandanti lo dimostreranno.
E quindi cosa ti pensano gli innovatori di entrambi gli schieramenti? A qualcosa che sarà dirompente e massimamente rivoluzionario: il 50% dei futuri parlamentari saranno eletti con collegi uninominali (quindi nominati dalle segreterie dei partiti e/o delle coalizioni) e l'altro 50% con listini bloccati (quindi nominati dalle segreterie dei partiti e/o delle coalizioni). Non è geniale? E ci stanno pure lavorando da mesi e mesi. Le migliori teste d'uovo, o chissà di che altro, di centro-destra e centro-sinistra pare abbiano partorito questa brillantissima soluzione. Non stiamo poi a dire dei vari codicilli aggiuntivi sul calcolo dei voti. Roba che anche Einstein, Albert, ci perderebbe la testa.
Tommasi di Lampedusa quando fece dire al suo protagonista “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” probabilmente non pensava né di essere considerato e neppure di essere preso alla lettera.
Ma così va il mondo dalle nostre parti. Ahinoi.
Richetto Letta, nipote del più famoso e navigato Gianni, nonostante la giovane età è già un solido democristiano dentro, e anticipando i tempi ha già fatto sapere che appena usciranno i dettagli della nuova legge (sic!) molti la criticheranno. Ma va?
Magari converrebbe che più che delle critiche teoriche di giornalisti, politologi e similari si preoccupasse di quelle pratiche degli elettori che, magari, magari, potrebbero prendere strade nuove.
Ma il vero punto è: Giovanni Sartori, esimio politologo, per battezzare la nuova legge userà ancora il latino o magari il più moderno romanesco, che di questo è figlio? E, sopratutto che nome vorrà dargli. Professore un suggerimento, che ne dice di Peracottarum?

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(1) La Repubblica 1 giugno 2012
(2) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/02/ecco-giovanna-melandri-il-ritorno.html

venerdì 24 agosto 2012

Formigoni: “Il Papa prega per me.” Risposta: “Si vede che non ha niente da fare.”

Che siano benedetti i megalomani. Senza di loro il mondo sarebbe molto più triste e il tasso di ilarità scenderebbe  a livelli francamente inaccettabili. Altro che il calo delle borse.  Ma per fortuna ci sono. 


Al megalomane basta poco: un'occasione, come potrebbe essere, per esempio, il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione (i maligni dicono Fatturazione) e un pubblico numeroso, festante, disponibile e buono per tutte le stagioni: i ciellini, per l'appunto. Questi che nella loro storia hanno applaudito di tutto da Forlani a Craxi, da Andreotti a De Mita, da Prodi a Berlusconi e poi adesso anche Monti.
 E applaudirebbero pure la Fornero, se solo passasse da quelle parti. Palato grosso. Come dire: un applauso non si nega a nessuno. Tanto, è gratis.
Tra i campioni di megalomania senz'altro si posiziona  Formigoni Roberto da Lecco. Incidentalmente è al suo quarto mandato come presidente della regione Lombardia e dal 14 giugno anche iscritto nel registro degli indagati per una storia di corruzione in concorso con altri. Altri che poi sarebbero quelli con i quali andava in vacanza.
Il megalomane non ha il senso della misura e neppure del ridicolo ecco perché il Formiga, come lo chiamano amorevolmente gli intimi, le spara grosse e se ne esce con espressioni del tipo: “conosco il mio popolo e il mio popolo conosce me”. Da monarca assoluto, Che poi sia lui il vero proprietario di quel popolo non risulta agli atti ma ne è stata presa debita nota. Poi si vedrà. E poiché il titolo del meeting recita “la natura dell'uomo è rapporto con l'infinito” come non immedesimarsi? Ovviamente nell'infinito. E quindi parlare solo di sé stesso, delle sue eccellenze (ignorando che non è oro tutto quel che brilla) e ovviamente del suo essere vittima di un complotto che per ora è definito solo come mediatico. Poi, eventualmente, si penserà a quali altri aggettivi aggiungerci.  Sui “complotti” peraltro dalle sue parti sono maestri.  Ma per concludere, ci vuole il grande tocco, quello mega. E quindi boom, la notiziona: il Papa prega per lui, e per giunta tutti i giorni.
Ma dai. Che se anche fosse sarebbe un affare privato da non sbandierare ai quattro venti.
E poi, comunque, Benny ha ben altro da fare. Gestire il Vaticano sembra facile ma non ce la si cava con tre pater-ave-gloria. Si devono  affrontare un sacco di problemi e magari anche mettere un po' d'ordine. Innanzi tutto ha il problema della servitù che non è più come quella di una volta: mette le mani ovunque e gli scompiglia le carte, poi deve stare attento alla cassa, i conti di casa non sempre tornano e non tutti sono chiari e c'è il dubbio che qualcuno faccia la cresta, quindi c'è la questione dei suoi ministri che si scambiano, felpatamente, sportellate che stenderebbero un rugbista, in più ha il problema di quelli col testosterone a mille, e su questo c'è poco da ridere. Per non parlare della questione delle staminali, delle coppie di fatto e dei matrimoni gay e del calo delle vocazioni. Insomma ce n'è abbastanza per arrivare a sera stravolti. E figurarsi se dopo tutto questo Benny si ricorda del Formiga. Ma neanche per idea. 
Nel 1931 Robert Musil scriveva: “Se la stupidità non assomigliasse  perfettamente al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento nessuno vorrebbe essere stupido.” Ma forse qualcuno sì.

mercoledì 22 agosto 2012

Calderoli, la scorta e “i calcoli”.


E' molto probabile che i più si siano dimenticati di Calderoli Roberto, senatore (che per la Repubblica certo non è un vanto), leghista, simil-padano, che è stato anche ministro, questo a disdoro di Berlusconi Silvio (ma non è l'unica sua pecca, anzi forse tra quelle venali, il che è tutto dire), e si è occupato di semplificazione. Sob!
Giusto per ricordarlo (sempre ai più, perché la democrazia è importante)  Calderoli Roberto ha goduto di un quarto d'ora di celebrità per il suo faccione costantemente paonazzo, le orrende camice verdi, la bocca spalancata e la mano sul cuore mentra canta alle celebrazioni leghiste, l'essere stato estensore di una legge da lui medesimo definita "porcata", aver acceso un falò nel cortile del ministero (che ha mobilitato vigili del fuoco, quindi con ulteriori costi per i contribuenti), per aver voluto trasferire alcuni ministeri in quel di Monza comprando i mobili, pare, a Catanzaro. I  monzesi-padani ci rimasero un cicinin male. Speravano nell'appalto pubblico. L'ultima sua è stata di accusare Mario Monti di aver organizzato la privata cena natalizia a spese dello Stato. Naturalmente è stato anche in questo caso ridicolizzato. Con tanto di scontrini fiscali. Insomma un personaggio che si immagina più adatto ai vecchi cinepanettoni che ad occuparsi della res pubblica. E invece no. Anche lui un segno dei tempi.
Il Calderoli Roberto tra le varie minchionate annovera anche quella della maglietta anti islam. Una fessata di quelle che solo lui poteva pensare (pensare è ovviamente parola grossa). Considerandolo minacciato e anche in virtù della sua posizione, l'italico stato si è fatto carico della sua sicurezza: 4 uomini di scorta a Roma, 4 a Bergamo e, come non bastasse 8 a vigilare, anche in sua assenza, alla padronale villa situata in quel di Mozzo, ridente località nota per l'esistenza di un booling, situata a pochi chilometri da Bergamo.
In un soprassalto di buon senso l'italico stato ha deciso di risparmiare qualche soldo e togliere  le inutili scorte, tra gli altri anche al Calderoli. Così è saltata almeno la vigilanza sulla villa: 8 persone per 365 giorni all'anno, per una spesa di circa 900.000€, nota il sindacato di polizia. Il Calderoli che vive di confusioni prima dice:”il taglio sulla scorta? Ben venga”. Poi per essere coerente aggiunge “senza scorta io rischio: qualcuno ha pubblicato la foto di casa mia” e finisce con “cifre inventate. Sarei curioso di veder i calcoli”. Che poi magari sarebbe più appropriato parlare di conti. Che i calcoli, quelli renali, non glieli auguriamo proprio. Ma tant'è, non si starà a guardare il capello.
Ammesso e non concesso che l'ex ministro sappia far di conto, e la sua storia politica induce questo dubbio, basta che consideri uno stipendio netto medio di 1500€ mese (che poi significa oltre 3000€ costo azienda) e lo moltiplichi per tutto il personale coinvolto (front line e back office) cui andranno aggiunti indennità di servizio notturno, sostituzione ferie, spostamenti e manutenzione automezzi e scoprirà, anche senza essere un tecnico bocconiano, che l'importo risultante è parente stretto di  quei novecentomila già indicati.
E poi, egregio ex ministro alla semplificazione, ma si semplifichi la vita: chi vuole che si occupi di lei?

lunedì 20 agosto 2012

Giulio Tremonti vuol dare il suo contributo all'Italia. Grazie. Meglio di no. Ha già dato.

Giulio Tremonti
Il mondo, mediamente, non è  popolato da generosi. Anzi. 
La storia ci racconta di un solo samaritano e qualcuno dubita pure di quello. Ma l'Italia no. Non essendo un Paese normale di gente che vuol dare il suo contributo ce n'è a bizzeffe.
Ovviamente il primo posto nella classifica dei generosi tocca a Berlusconi Silvio che, a ogni piè sospinto,  ci racconta che a portarlo in politica è stata la sua grande generosità, che se fosse stato un tantinello più sparagnino ci saremmo risparmiati un sacco di guai e senz'altro anche qualche figuraccia internazionale. Poi, per essere bipartisan, c'è da menzionare Melandri Giovanna, che ha abbandonato alla tenera “età di 35 anni una promettente carriera in Montedison per servire il suo Paese” (1). Il Paese non si è reso conto del servigio ma, in ogni caso, sentitamente ringrazia.  Non foss'altro che per educazione. E contemporaneamente si augura che la signora non ne fornisca altri, di servigi.
La lista dei generosi comunque lunga, non va di citarli tutti anche perchè ci sono quelli a loro insaputa e non vorremmo svegliarli, oggi si è arricchita di una new entry, niente-popo-di-meno-che: Giulio Tremonti. 
Giusto per intenderci quello che in un'epica puntata di Porta a Porta fu definito “una macchietta” da un D'Alema stranamente lucido. Per questo, la lucidità di D'Alema, la puntata fu epica.
Ci dà la ferale notizia Paola Di Caro sul Corsera a pag. 8. Solo un anno fa Giulione avrebbe avuto la prima. E già questa collocazione, un po' in disparte, pare un buon segno. Però tutti quelli che già si stavano abituando all'idea di dimenticare il ministro della finanza creativa hanno avuto un sobbalzo. 
Ma come? Torna? E con che faccia? Con la sua naturalmente. Faccia che fisicamente non è di bronzo anche se a quel materiale un pochino ci assomiglia.
il ritorno
L'occhiello dell'articolo testualmente dice: i progetti dell'ex ministro pronto a dare il “suo contributo”. Le virgolette sono del Corsera, l'ironia forse non è involontaria. 
Pare che il Tremonti Giulio  voglia fondare un nuovo partito. Sarebbe questo il contributo. Accidenti.
Signor ex ministro, per amore del Paese a cui vuol dare “il suo contributo” desista. Lei ha già dato. In verità anche troppo e, francamente, il Paese non vorrebbe abusare della sua generosità. Ne potrebbe sopportarla ancora. Per dirla francamente.
Ha dato corpo a promesse incredibili come il nuovo miracolo economico, che in dieci anni di suo ministero nessuno ha visto, ha dato il maggior numero di condoni che governo abbia mai concesso, dopo aver giurato che non ne avrebbe firmato uno, ha dato il via alle cartolarizzazioni, ha lanciato i Tremonti bond, alleluja,  ha tentato di aprire la banca del sud, ma non ci è riuscito, ha negato l'esistenza della crisi, coprendosi di ridicolo a Davos (2006),  ha dato dimostrazione di come si paghi in nero l'affitto di casa, ma questo molti lo sapevano già fare, spergiurando peraltro che voleva combattere l'evasione fiscale. E infine nella patria di Dante ha dato una perla delle sue dicendo che con la cultura non si mangia.  Complimenti. Appena un filino più alto di chi sentendo parlare di cultura aveva la mano che correva alla pistola. Di nuovo complimenti.
Guzzanti: il Tremonti che piace di più
Però: ha dato la possibilità a Corrado Guzzanti di far ridere l'Italia con molte sue imitazioni. Memorabile quella della scommessa sul “cavallo tvottolino nella quavta covsa.”  Per rimettere i conti in ordine. Naturalmente.
Il paese ridendo ha apprezzato. Il Guzzanti.
Ha dato, signor ex ministro, ha dato fin troppo. Si rilassi, vada magari a pescare sul Mallero o sull'Adda, anche loro sono di Sondrio.
Aveva un po' illuso il titolo del suo ultimo libro: “uscita di sicurezza”, che pareva ai più di buon auspicio: e la imbocchi signor ex ministro, questa uscita di sicurezza e vada, vada tranquillo. Senza voltarsi indietro.

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(1) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/02/ecco-giovanna-melandri-il-ritorno.html 

mercoledì 1 agosto 2012

Com'è fatto un leader? Ce lo racconta il prof. Michele Salvati. Sorbole!


Michele Salvati
Senz'altro non era una notte buia e tempestosa quella nella quale il prof. Salvati ha steso l'articolo pubblicato sul numero 37 de “La Lettura”, il supplemento culturale del Corsera del 29 luglio. Anzi.
Decisamente doveva essere pomeriggio, luminosissimo e anche un tantinello afoso.
Così il prof. Salvati ci racconta con dovizia di particolari che è bello avere dei leader carismatici e democratici. In linea di principio viene da commentare questa epocale notizia con un sonoro: “sorbole!”
Ma poiché fa ancora caldo e i lettori de “La Lettura” non si vogliono far mancare nulla ecco che leggono, testuale: “Sono leader democratici coloro che non sovvertono le istituzioni fondamentali di una democrazia liberale”. Il sorbole! di prima viene doppiato da un altrettanto sonoro “pebbbacco, Chi l'avrebbe mai detto!”
Ma le sorprese non finiscono qui, i lettori di cui prima apprendono che i caratteri essenziali del leader democratico sono due: il primo ha a che fare con la natura del progetto, che ovviamente gli deve impegnare la vita e quindi: “deve trattarsi di un progetto storicamente progressivo che apre (magari qui ci sarebbe stato bene anche un congiuntivo) nuovi orizzonti di sviluppo economico, sociale e culturale … internazionale e nazionale”. Che come originalità non c'è male.
Sono riflessioni che fanno pensare.  Il secondo carattere invece, sempre testuale, recita: “ ha a che fare con la difficoltà del progetto, con la resistenza delle forze nazionale e internazionali, economiche, sociali, politiche che devono essere piegate per realizzarlo.” Domanda: che c'entra il secondo carattere con il primo? Sembra infatti il tentativo di sommare pere con mele, quello che la maestrina con la matita rossa e blu proibiva risolutamente. Aveva dimestichezza con il mercato di frutta e verdura, lei.
Il pezzo prosegue ovviamente con citazioni di Max Weber e, altrettanto ovviamente, di Niccolò Macchiavelli. By the way qual è il leader di riferimento del prof. Salvati?
Charles De Gaulle (1890-1970)
Niente-popò-di-meno che: Charles De Gaulle.
Per intenderci quello della Algeria Francese, della grandeur, della force de frappe e del blocco allo sviluppo dell'Europa. Giusto per citare alcuni fatterelli. Ma tant'è.
Quindi chi giudica la grandezza di un leader? Ma è ovvio: la storia. A posteriori, come sempre. Alleluia
Di cosa avremmo bisogno per risolvere la situazione attuale? Altra chicca: “non è sufficiente che si affermi un solo grande leader in uno dei principali Paesi europei: è necessario che ne nascano (il congiuntivo ringrazia) più d'uno e con progetti politici convergenti.” Richiesta alla Marchionne: eccessiva e con tratti di velleitarismo. Evviva.
Insomma la logica è quella del “un uomo solo al comando”  cui masse adoranti – questa è la funzione del carisma – tributano sereni omaggi e danno sempre ragione. E la coscienza collettiva? Quella che forma e definisce, influenza ed è contestualmente influenzata dal contesto? Quella che esprime i  leader che, a tutti gli effetti, sono il risultato (e non la causa) di quel processo?  Non a caso sono detti, per l'appunto, rappresentanti, cioè che rappresentano. Qui non ce n'è traccia. Ovvio.
Ma d'altra parte non è stato così costruito a tavolino il PD? I maligni dicono che il prof. Salvati sia stato parte fondamentale di quella operazione che, per l'appunto, non tenne conto del contesto. Ma forse non è vero.
Operazione di vertice che ha visto finire nello stesso scatolone idealità diverse che assai spesso non si capiscono e che su alcuni temi sono addirittura contrapposte. Non è stato sufficiente mettere insieme leaderini minori che, un per l'altro, rispondono allo stesso paradigma. Individualmente presi non vi sono differenze tra Bersani e Fioroni, quantità di capelli a parte, o tra D'Alema e Rosy Bindi, al di là del fatto che lei non ha i baffi e lui non è laureato, o tra Veltroni e Franceschini il primo di Roma e l'altro di Ravenna. Insomma: differenze da nulla. Assolutamente fungibili tra loro.
Le aggregazioni politiche nascono dal basso non vengono calate dall'alto. Le idealità sono democratiche, nel senso etimologico del termine, emergono, magari confusamente e rispondono a bisogni magari non limpidamente espressi: il compito del leader, rappresentante, è di razionalizzare, elaborare e ripresentare quello che la coscienza collettiva definisce ed indica.  Le società si autoeducano e se la nostra è com'è non dobbiamo andare lontano per trovare le responsabilità.
D'altra parte la storia ha insegnato che le rivoluzioni così come la democrazia non sono prodotti di facile esportazione. Figurarsi i leader.
Che i nostri li smerceremmo più che volentieri. Ma sarebbe operazione fraudolenta.
Ai limiti del codice penale.