Cerca nel blog

lunedì 27 febbraio 2012

Perché amano Eliana più di Gwendolen

Ebbene sì Eliana, sta diventando l’incubo di Gwendolen.
Eppure se c’è un nome esotico tra i due questo è certamente quello di Gwendolen. Nome glorioso quello di Gwendolen portato agli onori della storia della Cornovaglia, dell’intera Gran Bretagna e più ancora del mondo tutto.. Eppure il nome di Eliana sembra piacere di più.




Quella di Gwendolen è storia antichissima e fatta di violenti dolori e feroci gioie.
Amava Gwendolen, purtroppo non riamata.
Nacque principessa in Cornovaglia intorno al 1130 prima di Cristo, figlia di un re valoroso e di forte tempra, coriaceo, come dovevano essere i re che di nome faceva Corineo.
Figlia ubbidiente, fedele e sottomessa  accettò, all’inizio pur contro voglia, di sposare uno slavato e biondastro re britannico: Locrino.
Tuttavia l’indole leale ed appassionata la portò, giorno dopo giorno ad accettare lo sposo e le sue distratte carezze fino ad innamorarsene. E quando l’amore fu nacque l’adorato figlio Maddan.
Maddan da subito si presentò come forte virgulto della sua specie e seppe resistere a tutte le difficoltà che quel periodo aspro e spigoloso, eppure così terso, imponeva ai selvaggi cuccioli dell’uomo: solo i più forti nel fisico e nello spirito potevano resistere. E Maddan resistette.
Ma si può resistere all’abbandono del padre?
E può una moglie, soprattutto quando anche madre, rinunciare a ciò che le appartiene di diritto?
No. La risposta è semplicemente no. No. Non può.
E allora eccola ritornare nelle terre paterne raccontare con veemenza e dei torti subiti e organizzare prima le schiere dei fedeli e rudi guerrieri di Cornovaglia e poi dei Gallesi tuttiE mentre raccontava ricordava gli appassionati amplessi goduti nella tenda dell'inglese durante la stagione della caccia, e le sue parole acquistavano ancora maggior forza: sia guerra al fedifrago Locrino ed alla sua concubina la teutone Estrildis.
Che pena odiare l’amato. Che disperazione calpestare rabbiosamente le terre appartenute con gli zoccoli dei focosi cavalli e vedere i fanti strappare i frutti dagli alberi e disprezzare quella terra tanto patita.
Eppure il torto non può essere superato. 
Lei forse, avrebbe potuto perdonare ma ora si tratta di ben altro. Ora è in gioco la continuità del sangue di Corineo e dell’onore dell'intero intero Galles.

Troppi mesi sono passati dal ritorno in Cornovaglia e troppe sono le lacrime mischiate alla pioggia.
Ogni momento di titubanza è cancellato dalla veemenza del mare e del vento che dalla punta estrema della Cornovaglia spingono Gwendolen e la sua gente verso oriente, là dove siede il re traditore.
Le schiere di Gwendolen iniziarono il loro viaggio verso l’Inghilterra e con mosse a scacchiera cercarono di obbligare Locrino alla battaglia ma l’astuto inglese temporeggiava, come già fece nel talamo nuziale. 
Si mostrava e si ritirava e con questa tattica invitava subdolamente gli uomini di Cornovaglia ad addentrarsi sempre più nelle regioni nemiche.
Il piano di Locrino era evidente e presentava due soluzioni.
La prima: le schiere di Gwendolen entrando sempre più nel territorio del nemico si sarebbero trovate isolate e costrette ad avanzare, e forse combattere, in terreni sconosciuti e senza alcun appoggio esterno.
Seconda soluzione: stanchi dal tanto vano inseguire, magari anche decimati da brevi e sanguinosi scontri di guerriglia sarebbero ritornati nelle loro terre. E forse, alla fine, si sarebbe pure potuto dare il colpo di grazia pensava Locrino, in questo istigato dalla perfida Estrildis il cui largo bacino non pareva essere in grado di generare quel maschio che il re tanto agognava.

Tuttavia Gwendolen non desistette e continuò con tenacia nella sua tattica: “ L’Inghilterra è un’isola – diceva ai capi delle sue tribù - e alla fine ogni fuga si infrange contro le onde del mare. Anche Locrino non potrà indietreggiare all’infinito. E poi – aggiungeva – i nostri uomini stanno inseguendo mentre quegli altri stanno scappando
La forte Gwendolen aveva capito che per un guerriero essere cacciatore è un grande vantaggio. Certo la vita non è comoda quando si insegue un cervo: è l’animale che sceglie il terreno e l’andatura ma l’obiettivo è chiaro e cancella ogni fatica.
Quando invece il guerriero è preda e fugge combatte due volte, la prima contro l'ombra del nemico e la seconda contro la sua stessa natura  e la sua stessa voglia di combattere.
E questo atteggiamento demoralizza e rende flaccido il cervello e molli i muscoli. 
Non bastano i turgidi seni della bionda teutone a dare vigore e cambiare di nome a ciò che a tutti appare per quello che è: una fuga. E poi il continuo movimento porta la guerra là dove mai avrebbe dovuto essere e anche questo è uno svantaggio poiché il popolo odia dagli invasori ma al tempo stesso maledice colui che li ha portati.
Alla fine, quando oramai tutta l’Inghilterra è stata corsa e, come Gwendolen aveva previsto, il mare si parò dinanzi ai fuggitivi non ci fu che da affrontare la battaglia.
Ed eccole, finalmente, le due schiere l’una di fronte all’altra ma mentre quella degli uomini di Cornavaglia ha nel cuore la feroce gioia di chi ha finalmente intrappolato la preda per gli altri il fatto è di gran lunga diverso. Gli inglesi sono stanchi dal tanto correre le membra sono fiacche e, soprattutto, si sentono in trappola. Troppo è stato il tempo speso a fuggire che oramai la fuga è diventata quasi il loro abito mentale e poi quella odiosa sensazione di non essere più loro a menare la danza ma l’essere costretti da altri a combattere, è umiliante. E tutti sanno che chi parte umiliato, da sé più che dall’altro, ha già perso.
Gwendolen sorride stando sul suo cavallo sauro avvolta nella ricca pelle d’orso bruno mentre la pioggia cade silenziosa e sottile, quasi a non disturbare i contendenti, e rende i suoi lunghi capelli bruni più lucenti che mai.
Così la deve vedere Locrino: in tutto il suo splendore, mentre con la destra alza la spada temperata dalle tante lacrime e dal fuoco della passione. E così lui la vede.
Locrino per un attimo ha un soprassalto e ammira quella donna che fu sua e di cui godette l’amore.
Ed ecco Gwendolen che fa forza sulle staffe quasi ed alzarsi in piedi e roteando la spada indica il centro dello schieramento avversario: i fantri si lanciano all’assalto con urla selvagge tanto è selvaggia la gioia della battaglia e selvaggia è la voglia di sangue. Come selvaggio fu l'amore.
L’esercito di Locrino si spacca in due pensa ancora una volta, l’inglese, di poter attirare in una trappola ed ingabbiare la furia di Cornovaglia.
Ma si sbaglia.
Gwendolen da ordine di suonare i due grandi corni di bue ed ecco apparire la cavalleria che, divisa in due tronchi, si abbatte sulle ali avversarie.
La battaglia ora è finalmente vera.
Non c’è più spazio di fuga.Non c’è più spazio di manovra. Non c’è più spazio per la tattica.
Le scuri si abbattono sugli scudi che con sinistro rumore si spezzano. Le fronti sono aperte quasi siano mele. I cuori sono spaccati. Dalle labbra escono fiotti di liquido color granata.
Eccola Gwendolen spronare il suo cavallo e batterlo sul posteriore con la parte piatta della spada perché non indietreggi dinnanzi a nulla e anche lei si getta nella foga della battaglia e mena fendenti ora a destra ora a sinistra e sente il sordo rumore dell’osso che si spezza e gode nel sentire il suo volto colpito da quella materia calda e rossa che le scivola sulle guance. Sangue. Sangue. Con questo si lava l’onta subita. E l'amore tradito.
Là c'è Locrino e la sua concubina.
Lui la protegge e si batte come forse mai si sarebbe immaginato e questo suo nuovo modo d’essere se da un canto lo rivaluta e dall’altro renderà pari la lotta. Gwendolen con un secco gesto si libera della pelle d’orso, i suo bracciali brillano sotto la pioggia, la tunica bagnata le si incolla sul petto e ne esalta le forme.
Un urlo: “Lasciateli. Sono miei”
Locrino si smarrisce, poi, sentendosi non più circondato da gallesi ghigna, arpiona la criniera di un cavallo e salta in groppa. Per un attimo i due si guardano negli occhi poi, allo stesso momento spronano e si lanciano l’uno contro l’altra. Il rumore degli zoccoli sull’erba bagnata è sordo e spaventoso, la battaglia si ferma. Ognuno guarda il suo campione.
Il tempo scorre lento, gli zoccoli colpiscono il terreno e stanno per tempo infinito a mezz’aria prima di ritornare a battere e il silenzio si fa fragoroso e gli zoccoli tornano a terra e si rialzano e le bocche sono spalancate e l’urlo è di silenzio. Lo spazio si fa sempre più corto. Prima l’occhio coglieva l’intera figura ora sempre meno appare di quella massa che vien contro. E il braccio si sposta all’indietro a cercare la spinta e raggiunge il punto dove deve essere fermo. Oramai si è vicini, 
Tre tempi di galoppo. 
Due tempi. 
Ancora una battuta e poi l’omero ruota e scatta la molla. Ora il braccio finisce la sua rotazione, il gomito è sotto il mento e poi finalmente ricade lungo la coscia. La spada si fa pesante. La mano sinistra tira a sè le redini e con il tallone destro fa ruotare il cavallo a sinistra mentre il busto già si è torto per vedere il nemico. 
E gli occhi più veloci del fulmine hanno visto un pezzo schizzar via. Forse il fango sollevato dai posteriori? Quant’era grande e tondo e brillante quel fango.
Non è fango: è l’elmo di Locrino. Con dentro la sua testa. Il suo cavallo sta correndo con sulla groppa un corpo mozzo.
Il destino volle che quella tonda macabra palla rotolasse fino ai piedi di Estrildis.
E così Gwendolen vinse la sua guerra nei pressi del fiume Stour.
Gwendolen fu una regina saggia, governò per circa 15 anni sull’intera Inghilterra e quando il figlio Maddan fu in grado di raccogliere l’eredità del padre abdicò e se tornò in Cornovaglia dove visse ancora a lungo e poi, come succede a tutti, morì.
E come succede ad alcuni lo fece serenamente.
Estrildis.fu fatta annegare, insieme alla figlia avuta da Locrino, che di nome faceva Habren.
E poiché Gwendolen sapeva rendere onore all'amore ordinò che il fiune nel quale le due furono annegate si chiamasse Habren. Che poi in inglese divenne Severn.
E di Eliana?
Bhè di Eliana parlerò una prossima volta.



venerdì 24 febbraio 2012

Bersani da piccolo voleva fare il taxista.


I bambini, che sono animaletti immaginifici, quando pensano a sé proiettati nel futuro si vedono in vesti eroiche e comunque sommamente appariscenti. In tutte le mie età ho visto e sentito bambini sognare di svolgere un giorno lavori mirabolanti, a parte mio fratello che voleva fare l'ingegnere e alla fine lo è diventato diventato per davvero.
Ricordo di chi voleva fare il pompiere, che è un classico, di chi voleva diventare domatore di leoni, di chi si vedeva nella divisa dei corazzieri a cavallo con il crine sull'elmo e di chi sognava di scorazare nell'auto della polizia con la sirena spiegata, o come capo stazione di comandare a colpi di fischietto enormi locomotive sbuffanti. Le bambine avevano ambizioni più modeste anche se un pochino più macabre: sognavano di diventare crocerossine e di curare uomini sempre più malconci. Chiamati non a caso pazienti.
Anche Pierluigi Bersani un giorno è stato bambino, incredibile dictu, e anche lui sognava di svolgere un lavoro eroico. Voleva fare il tassista.
L'idea gli era venuta in un giorno degli anni '60 in quel di Bettola, suo paese natale nella valle del Nure, quando giunse un'auto dalla strana forma con una livrea verde e nera e con sulla fiancata come simbolo portava una croce rossa in campo bianco. Era un taxi venuto da Milano.
Ne discese un omone grande e grosso che aveva un enorme grembiulone marrone, e un cappello simile a quello del capostazione. Il piccolo Pierluigi, già calvo, ne rimase abbagliato e a chi gli e lo chiedeva rispondeva che sarebbe diventato tassista. Voleva guidare.
Poi i casi della vita hanno deciso diversamente.
Oggi Bersani ripensa con nostalgia a quella scelta mancata.
E' stato presidente di regione, deputato nazionale ed europeo, ministro e adesso capo del maggior partito italiano. Con un po' di coraggio avrebbe potuto diventare il capo del governo ma oppose, per fortuna nostra e del paese, il gran rifiuto. Ma poiché è uomo di decisione decise di appoggiare il governo tecnico di Mario Monti pensando di poterlo influenzare dall'esterno e quindi di contare qualcosa. In realtà, come la professoressa Elsa Fornero gli ha ricordato: lui e il suo partito conta poco o quasi nulla. Mica come i tassisti. Che, quelli sì, contano per davvero.
E' per questo che Piuerluigi ripensa con dolore a quella scelta non fatta.
Lui non riesce a mettere in discussione nessuna scelta del governo figurarsi quindi opporsi all'abolizione dell'art. 18 mentre i suoi amici tassisti quando vogliono riescono a decidere del loro futuro e obbligano il governo a fare non uno ma tanti passi indietro.
Che bello se Bersani fosse diventato tassista. Lui oggi si gratificherebbe essendo tra quelli che sanno e possono condizionare il governo e noi saremmo felici con lui.
Magari ci sarebbe toccano un politico vero. Capace di decidere.

mercoledì 22 febbraio 2012

La sigaretta

E’ accesa e se ne sta lì, sola, a consumarsi. 
Si consuma, da sola, a prescindere da qualsiasi altro intervento o da qualsiasi altro fatto gli succeda tutt’intorno.
A prescindere.
Tutto sta in quel “a prescindere”.
Per il sigaro toscano non è la stessa cosa. Il toscano ha bisogno di essere agito dal suo padrone: se non gli si presta la dovuta attenzione, con regolarità, lui, il sigaro, dopo poco, si spegne. Lui non si brucia da solo lui non si butta via,. Lui, il sigaro toscano, vuole stare al centro dell’attenzione o quanto meno in compagnia, ha un rapporto paritario con chi l’ha acceso e sembra dire “o giochiamo insieme, godendo l’uno dell’altro, o non ci sto e mi spengo.”
Eh già perché il godimento richiede attenzione, cura e, in sintesi, partecipazione.

Lei, invece, la sigaretta no: per consumarsi non ha bisogno di nulla, le basta la breve fiammata dell’avvio ed una sola boccata, dopo di che fa da sola. Si brucia da sola. Finisce da sola. A prescindere, per l’appunto, dal dove e dal come e dal con chi. Sola anche se in compagnia. Solitaria. C’è dell’onanismo in quel suo banale consumarsi sui bordi dei bigliardi o negli angoli di sgangherati tavolini coperti di panno verde o appoggiata su un davanzale: dimenticata perché l’attenzione è altrove. A prescindere.
Sarà quel suo essere così leggera, così levigata, così lavorata, così sofisticata, così fredda e, alla fine, così poco genuina.
Il fatto è che si tratta di un miscuglio: di tabacco e di carta e di catrame e anche di spezie e anche di aromi e anche di chissà che altro. Non come il toscano che è fatto di solo rude tabacco trinciato. E poi la sigaretta se va in giro con il filtro.
Quel filtro che, pur standole attaccato rivendica il suo essere altro. Lo rimarca con decisione il confine che li unisce, con quel volgare e butterato colore che urla: lì finisce lei e qui comincio io.

E, come non bastasse, il filtro esalta costantemente, con il solo esserci, il suo ruolo privativo: io tolgo e per questo lei è più buona.
Pensa la dicotomia: togliere per rendere migliore.
Eh già il filtro toglie la parte cattiva, ma se c’è del cattivo dov’è il buono?
Il filtro ovvero la reificazione dell’ipocrisia. E allora lei, la sigaretta, indifesa, si consuma lasciando a ricordo solo un po’ di cenere talvolta in scaglie talaltra in piccoli compatti rotolini.
E lui, il filtro, non brucia.
Sigarette consumate. Vite consumate. 
A prescindere.

sabato 18 febbraio 2012

Sembrava una farsa e invece è una tragedia. Greca

Un antico proverbio recita: non c'è due senza tre e il quattro ... vien da sé.
Ovviamente Gianluigi Bersani, da Bettola (1) non deve averlo mai sentito perché altrimenti dopo Napoli (De Magistris), Milano (Pisapia) e Cagliari (Zedda) avrebbe dovuto fare un qualche pensierino sul candidato del partito per le primarie di Genova. E invece lui, tetragono come il mento che con disinvoltura si porta a spasso, ha deciso di testa sua. E s'è visto. Sbadabam.
Ora la cosa poteva rientrare nella norma. Nel pd,oramai, alcuni ci hanno fatto il callo, se non che l'amaro calice va trangugiato fino in fondo, e quindi via alla sarabanda.
Parte Marta Vincenzi che si paragona, bontà sua, a Ipazia matematica e filosofa pagana assassinata dai cristiani. Che detto nel tempo di Belen Rodriguez è un bel salto. Altro che farfalle.
Jean-Louis David, Andromaca
Comunque Gianluigi, che ha un futuro più radioso come smacchiatore di leopardi piuttosto che come segretario di partito, dichiara che tutto sommato non sarebbe male ripensare le primarie. Come dire che è meglio prendersela con il termometro piuttosto che con la febbre. Ma tant'é.
E qui comincia la tragedia, perché se la preside con la matita rossa-e- blu si è autodefinita Ipazia, Gianluigi è perfetto nella parte di Andromaca. Figura sconsolata, infelice ed eternamente perseguitata. Di Andromaca si dice che sia una delle più struggenti figure della mitologia greca: è moglie innamorata ma non riamata (del troiano Ettore), come vedova è obbligata al concubinaggio, pur mantenendo fedeltà (spirituale) all'amato morto e infine come madre è l'apoteosi del dolore. Non vi pare Bersani?
 In effetti lui è proprio lei.
Poi per non smentirsi prima chiede scusa alla Grecia (2). per quanto gli viene imposto dall'Europa e poi ci racconta che già 50 anni prima di Pericle i partiti venivano finanaziati(3). Chissà dove l'ha letto. Meglio che si lanci a smacchiare leopardi.
Occupazione che dovrebbe essere garantita anche a Giorgio Clelio Stracquadanio e a Stefania Craxi.
Stefania Craxi
Questa ci ha reso edotti che “vent'anni fa una falsa rivoluzione ha distrutto i cinque partiti storici che avevano fatto dell'Italia la quinta potenza economica mondiale”. Evidentemente ha idee poco chiare: confonde le tangenti con lo sviluppo. Un suggerimento vada a leggere “Adesso Craxi” di Italo Pietra. Libro agiografico che ci racconta del giovane Battino che girava in tram, abitava in periferia, aveva un misero stipendio da funzionario di partito e la domenica passeggiava con la fidanzata in centro. Probabilmente non era lo stesso Craxi che definì,Mario Chiesa con il civettuolo "è un mariolo". Come poi si sia trovato ad abitare in 300 mq nella prestigiosa zona Solari e abbia potuto acquistare una villa ad Hammamett è un mistero. Magari lo spiegasse anche a noi. Così come sarebbe carino che raccontasse i meriti che l'hanno portata ad essere sottosegretario agli esteri.
Giorgio Clelio Stracquadanio
Giorgio Clelio Stracquadanio invece mendica un po' di notorietà definendo “sfigati” (4) quelli che guadagnano o hanno una pensione di 500€ sostenendo che sono pochi: solo qualche centinaia di migliaia, dice. 
La7 invece ci informa che i pensionati con questo importo sono circa 3 milioni. Un pò pochini rispetto all'universo di Clelio
In ogni caso lui ha sempre incassato di più. Beato. 
In realtà è la solita stracquadaniata che non porterà a nulla. Ex radicale e sedicente liberale, ve la immaginate l'espressione di Luigi Einaudi se se lo travasse seduto accanto? 
Se in questo nostro strano Paese c'è uno “sfigato” quello è proprio lui.
Il 17 quando capita di venerdì qualche volta è divertente e qualche volta no. Oggi è stato un giorno no.



---------------------------------------------------------------
(1) Bettola, poco più di 3000 abitanti, si trova nella valle del Nure in provincia di Piacenza
(2) Telegiornale la7 16 febbraio 2012
(3) Corriere della Sera 17 febbraio 2012
(4) RAI TG3 17 febbraio 2012

domenica 12 febbraio 2012

Non siamo solo noi: gli scongiuri si praticano anche in Vaticano




Joseph Aloisius Ratzinger, in arte Benedetto XVI, quando in un giorno imprecisato di gennaio (2012) si è trovato tra le mani il rapportino consegnatogli dal cardinale colombiano Dario Castrillón Hoyos ha fatto uno zompo sulla sedia.
Già il titolo gli piaceva poco “mordkomplott” (complotto di morte) e poi leggere un rapporto che certo prometteva poco di buono gli andava ancor meno.
Per prima cosa, trattandosi di morte, ha tentato lo scongiuro classico detto “il tocco”, imparato durante una visita pastorale a Napoli, ma lo spessore della sottana e tutti gli altri ammennicoli che è costretto ad indossare hanno impedito il raggiungimento del fine.
Allora ha soprasseduto, in troppi lo stavano osservando: “tutto sommato – ha pensato – un paio di corna assestate con vigore possono andar bene lo stesso”. E così, senza parere, ha portato il braccio sinistro dietro la schiena, ha chiuso pollice medio e anulare e lasciati dritti indice e mignolo della mano mancina ha tirato due vigorosi colpi verso il basso (1). Già si sentiva meglio.
Cardinale Paolo Romeo
Ma quando ha scoperto che la morte di cui si parlava era proprio la sua e che l'Arcivescovo di Palermo Paolo Romeo, Romeo Romeo perché sei tu Romeo?, aveva anche stabilito il termine, novembre 2012, entro cui l'evento avrebbe dovuto aver luogo, ha pensato di rifarsi a scongiuri teutonici di antica data. Eh già, perché mica penserete che gli scongiuri siano patrimonio solo dei mediterranei. I nostri sono più immaginifici e magari un po' light mentre quelli tedeschi sono un tantinello più spicci e lasciano poco spazio alla fantasia.
E quindi s'è messo a recitare:
sose benrenki
sose bluotrenki,
sose lidirenki,
ben zi bena,
bluot zi bluoda,
lid zi geliden,
sose gelimida sin (2)
Certo rifarsi alla cosmogonia celtica e invocare Wodan e Sinthgunt stando seduto in San Pietro poteva apparire un po' bizzarro ma girando lo sguardo tutt'intorno Joseph Aloisius si disse tra sé “care zorele e cari frateli quando ce vè ce vò.” 
E poi questi italiani che se ne stanno sempre a complottare. E Carlo Maria Viganò che denuncia la corruzione e Tarcisio Bertone che si imbufalisce e il cardinale Scola che pare si alleni alla successione baloccandosi con quelli di Comunione e Liberazione, che ci manca solo di avere a Roma Roberto Formigoni. Ma sopratutto questo Romeo, perché sei tu Romeo?, che sembra più un portasfortuna che non un principe della Chiesa.,,,,
E quindi Benny XVI mentre s'i rigerellava il rapportino tra le dita s'è messo a salmodiare:
Cardinale Tarcisio Bertone
siamo solo noi  che non abbiamo vita regolare  che non ci sappiamo limitare  siamo solo noi  che non abbiamo più rispetto per niente neanche per la mente  siamo solo noi  che non vi stiamo neanche più ad ascoltare. siamo solo noi  quelli che ormai non credono più a niente e vi fregano sempre siamo solo noi che tra demonio e santità  è lo stesso  basta che ci sia posto  siamo solo noi  quelli che non han voglia di far niente  rubano solamente  siamo solo noi generazione di sconvolti  che non han più santi né eroi  siamo solo noi
siamo solo noi.(3)
Poi s'è fermato di colpo e grattandosi la testa sotto la papalina lo si è sentito mormorare: “è un salmo … mi pare antico … ne sono certo ... ma non mi ricordo il nome del profeta”



------------------------------------------------------------------
(1) sulla fenomenologia delle corna si veda http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.com/2010/03/le-corna_24.html
(2) Merseburger Zaubersprüche (formule magiche di Merseburgo) formule di scongiuro risalente all'Alto Medioevo tedesco, 750-1100 circa, che rappresentano l'unica testimonianza scritta della religiosità pagana nell'area linguistica tedesca. La traduzione su richiesta.
(3) Già, chi è il profeta?

giovedì 2 febbraio 2012

Giovanna Melandri. Il ritorno


Dopo il ruvido Ugo Sposetti (1) e la tenera Marina Sereni (2) ecco apparire all'orizzonte anche Giovanna Melandri. A questo punto in campo piidino i difensori conclamati dell'indennità parlamentare e del vitalizio sono diventati tre. D'altra parte la regola dice che non c'è due senza tre e speriamo proprio che il quarto non venga da sé.
Mentre i primi due per difendere l'indifendibile stripendio e atteso vitalizio usano argomentazioni pignolesche e un tantinello retrò tanto sono burocratiche e pedanti, ma d'altronde sono due apparatinichi con pochi studi alle spalle e, diciamolo chiaramente, sono anche un po' provinciali, la Giovanna sa usare argomentazioni di peso. Secondo il suo metro. Ovviamente.
D'altra parte lei è ammmerigana, mica come gli altri due che vengono uno da Tolentino, provincia di Macerata, e l'altra da Foligno che ha come compatrona della città la Madonna del Pianto. Che di piangere ne ha ben donde. Come noi del resto.
Oggettivamente questi sono posti per nulla cool (traduco per gli indigeni: posti fichi).
Lei, la Giovanna, è nata a New York, Stato di New York, Stati Uniti d'America. Che, voglio dire, è tutto un altro nascere.

She flys high (sempre per gli indigeni: lei è una che vola ad alta quota, mira alto, è ambiziosa)e quindi le sue argomentazioni sono di pari livello.
Ecco allora che con la signorilità di unsnobish newyorker (newyorkese snob) getta sulla bilancia, neanche fosse Brenno, un'argomentazione di vero peso, e quindi dice: “ E quel che mi dispiace è che in futuro non ci potrà essere un'altra Giovanna Melandri, una ragazza come me che a 35 anni lascia un lavoro da economista in Montedison e decide di servire il suo Paese”. Accidenti. E i denti?
Questo sì che è un colpo.
Italiani rendetevi conto che se si taglieranno gli stipendi dei parlamentari o i loro vitalizzi non potremo più avere un'altra Melandri. Giovanna Melandri.
Calmi.
So già che vi sentite ribollire il sangue e vorreste rovesciare cassonetti dell'immondizia e dare alle fiamme copertoni mentre cortei di metalmeccanici bloccano strade cittadine, provinciali, autostrade e caselli e magari anche qualche viottolo di campagna scandendo slogan del tipo “prendetevi l'articolo 18 ma ridateci la Melandri”.
Mentana inizierebbe i suoi telegiornali con il viso ancor più corruciato di quando lo spread correva nel cielo tedesco sopra i 600 punti. Maurizio Crozza sarebbe tra gli agitatori: con la scomparsa dalla scena politica della Melandri, Giovanna Melandri, gli verrebbe a mancare una spalla d'eccezzione.
Dove la troverebbe un'altra con il di lei senso del ritmo comico, capace di dire le peggiori stupid things (stupidaggini) nel momento sbagliato?
Forse l'onorevole Melandri cerca un po' di visibilità, solo 34 citazioni dal Corriere della Sera nel 2011, un po' pochine per un ex ministro che ha vinto (sic!) i mondiali di calcio, quindi che c'è di meglio di una bella tavanata galattica? (3) Tavanata galattica, in inglese bullshit, questa la sa tradurre anche il Trota visto che pure lui ne ha dimestichezza e ne spara a ripetizione.
Ora, d'accordo sul fatto che non bisogna lasciare ai berluscones il monopolio delle scempiaggini, chissà come si inorgoglirebbero, e quindi qualcuna la deve dire pure la sinistra, non a caso c'è D'Alema, ma almeno che queste vengano dette con un po' di grano salis. E soprattutto siano divertenti.
Per cui un consiglio all'onorevole Giovanna Melandri: visto che ha due cittadinanze, oltre alla nostra anche quella ammmerigana, e che da noi ha già fatto cinque legislature che ne direbbe di traslocare negli USA?
Voi direte che Obama ha già i suoi pensieri e che non bisognerebbe dargliene altri, ma il fatto è che anche noi non stiamo troppo bene.


-----------------------------------------------------------------------
  1. Tavanata galattica, espressione coniata negli anni '80 dal comico Ezio greggio. Vuol dire proprio quello che state pensando
  2. La sua prima elezione è avvenuta nel 1996 a Roma, collegio uninominale 18 (Magliana, Marconi, Portuense e Testaccio) poi nelle elezioni successive ha girovagato tra vari collegi di Roma fino all'ultima elezione quando è stata eletta nella circoscrizione XX, cioè la Liguria. Che ci facesse in Liguria non è dato sapere.