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mercoledì 15 settembre 2010

Domenica è sempre domenica

                                              Domenica è sempre domenica,                                              
                                              si sveglia la città con le campane.
                                              Al primo din-don del Gianicolo
                                             Sant'Angelo risponde din-don-dan.

Così cantava Renato Rascel* alle soglie del boom economico, anno 1957, sue parole e musica (tra i primi cantautori, che allora non si chiamavano ancora così) questa brevissima canzone, nella sua interezza non più di quattro strofe di cui ci si ricorda in qualche modo solo la prima e, unicamente i più dotati di memoria, anche la seconda. Che fa così:
                                              Domenica è sempre domenica
                                              e ognuno appena si risveglierà
                                              felice sarà e spenderà
                                              sti quattro soldi de felicità.

All'epoca c’era motivo di svegliarsi così: il tasso di incremento del reddito veleggiava, annualmente, intorno al 6%.
E poiché noi, oltre che essere un popolo di poeti-santi-navigatori (e da qualche tempo anche di liftati e rifatti) siamo anche degli inguaribili romantici e, ahi noi, conservatori abbiamo deciso di far sempre scandire le nostre domeniche dalle campane. Anche se spesso il loro suono è più simile a quello di scassati campanacci..
Così domenica scorsa, 12 settembre, abbiamo dovuto sorbirci le sonate di tre stonati Fra Martino**: Berlusconi, Casini e Bersani. Che come il Granicolo e Sant’Angelo si sono rimbalzati i din-don-dan

Il primo, l’on.cav.berlusc (così abbiamo fatto contenti gli amanti delle abbreviazioni e in particolare il moderno Giuliano l’apostata***) ha arringato i giovani virgulti del partito dell’ammore. L’ha fatto, ovviamente a modo suo: stando stravaccato su una sedia al centro del palco, sfoggiando quell’eloquio tra il ricercato ed il plebeo che i piccoli borghesi (alla Fantozzi, tanto per fare un esempio) credono si parli nei palazzi del centro.
Viso gonfio****, occhi rimpiccioliti, solito kilo-e-cinquanta-grammi di cerone, camicia blu scuro-scuro (che nera gli piacerebbe tanto di più, ma non può) con colletto alto, tanto da fargli sparire il rugoso collo da ultra settantenne, completo nero (questo si) con giacca abbottonata. Il bottone, porello, ha lottato duramente per tutta la durata dell’intervento per non essere sparato in orbita come uno Sputnik. No, meglio dire Atlas, che gli Sputnik erano comunisti. Ma alla fine ce l’ha fatta: è rimasto, anche lui sconvolto, al suo posto.
La barzelletta è stata, al solito, fine, educata e di classe. Il personaggio è un Hitler redivivo che accetta di ritornare a governare ma con la promessa che, questa volta, i suoi saranno veramente cattivi. Applausi pilotati e sembra, pochi (per fortuna) spontanei. Sarà stata contenta Fiamma Nierestein, tra i primi firmatari dell’appello “Con la ragione, con Israele” e con lei l’elefantino di cui sopra e qualche altro deputato del pdl. Il centro del discorso: lo sviluppo della campagna acquisti. Non di calciatori ma di deputati. Evviva.

Il secondo campanaro è stato Pierferdinando Casini***, quello di cui Cossiga diceva con fare serio e marcatissimo accento sardo: “Casini è solo bello”. E lui, Pierferdinando, con nuovo taglio della zazzera, ne sfoggia uno al giorno per fare invidia a Berlusconi, diceva ai suoi che la politica di “aggiungi un posto a tavola” non lo interessa. Forse perché i posti dovrebbero essere più di uno?
Un po’ irritante e di cattivo gusto paragonare il governo ad una tavola, non è vero? Eppure …. Comunque tutto il suo discorso era centrato sul “io non ci vado, non vorrete mica andarci voi. Vero?” Si notava, comunque, una certa preoccupazione perché, evidentemente, conosce i suoi polli (parlando di tavola) e dalle sue parti (politiche) c’è una certa attitudine ad essere l’amico del giaguaro. Quindi meglio stare in campana.

Il terzo Fra Martino, che pure un poco ci assomiglia, è stato Pierluigi Bersani***, il ventriloquo.
Lui ha comiziato come si usava una volta, stando in piedi, dietro un podio, in maniche di camicia, arrotolate a mezzo braccio, puntando il dito indice della mano destra contro il nemico, che immagina lì, a portata di mano, chiamandolo per nome e dandogli del tu, con gli occhialetti piantati sul naso che denunciano la galoppante presbiopia. Che, ahi noi, non è solo fisica ma anche, soprattutto, politica Ha parlato molto, leggendo continuamente i foglietti che teneva in mano.
Dubbio: o non era molto preparato o doveva dire cose che non gli sono abituali. Alla fine si è capito che la seconda ipotesi era quella giusta. Infatti ha detto che la sua opposizione sarà du-ri-ssi-ma. Sì. Du-ri-ssi-ma. L’ha ripetuto un paio di volte. Forse non credeva alle sue orecchie. A quel punto le mozzarelle d’Italia si sono sentite tirate in ballo.

Dimenticavo: sabato 11, c’era stato una sorta di prologo della stonatura.
De Mita******, Giriago, che dicono fosse in grande spolvero, ha definito Antonio Di Pietro “sbirro”. E aveva tutta l’aria di volerlo offendere.
Domanda: perché i figli della piccola borghesia dicono sbirro per offendere? Lo ha fatto anche il super-democratico Marco Pannella. Dev’essere malattia bipartisan. In fondo gli sbirri sono quelli che pattugliano le strade, arrestano i delinquenti e ci proteggono. Forse i piccolo borghesi li disprezzano perché ne hanno paura: gli sbirri vengono dalle classi più basse ma gli è stata messa in mano un’arma e un bel paio di manette.
Certo per difenderci. Ma anche per acchiappare quelli che sgarrano. E Giriago lo sa, è uomo di mondo, che a tutti, soprattutto ai piccoli borghesi che si sono fatti una posizione sgomitando, piace sgarrare. Vero?

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* Al secolo Renato Ranucci, Torino 1912- Roma 1991. Fu – detto per i più giovani – uno dei protagonisti dello star system (che allora nn si chiamava così) italiano per oltre 40 anni.
Attore, ballerino, cantante (e primo tra i cantautori), scelse originariamente il nome d’arte di Rachel – brand di una famosa cipria – che poi trasformò in Rascel per via della difficoltà di pronuncia., con conseguenti strafalcioni,
** Famoso campanaro amico dei bambini. Fra Martino è una canzoncina famosa in tutto il mondo e cantata in quasi tutte delinque, forse con l’eccezione dell’esquimese e del padano. Difficile metterci un marchio anche per un sindaco leghista. La canzoncina nasce presumibilmente in Francia dove il campanaro è Frère Jacques.
*** Noto in arte come l’elefantino e sulla carta d’identità come Giuliano Ferrara
**** vedi filmati su www.la7.it
***** Scrittrice giornalista de il foglio e deputato del PDL. E’ Vice Presidente della Commissioni Affari Esteri e Comunitari, e ha scritto 9 libri. Tutti dedicati alla questione ebraico-palestinese. L’Ultimo in ordine di tempo è “Israele siamo noi”, Milano, Rizzoli, 2007.
****** Corsera 12 settembre 2010.

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